Cose che mi mettono tristezza

Il retro dei palazzi, i tendoni color verde bottiglia, i vestiti stesi su fili laschi, la luce del bagno accesa una sopra l’altra, una per piano tutte alla stessa ora, i rumori dalle cucine, i lampadari con lampadine da sala settoria, i giochi a quiz, i cani con il muso infilato tra le ringhiere dei balconi, gli armadietti di metallo per le scope, i tavolini con due sedie che dici manca solo il mare ma lo sai che manca tutto, pure il mare.

I brufoli sottopelle gonfi e doloranti, non si sfogano mai, restano anche per giorni aumentando di dimensione e cambiando di lucidità ma non si sfogano mai, nemmeno loro. Bubboni pieni di tutto che ti tieni per te ma che tutti notano e fanno finta di non vedere ma tu sai.

I suggerimenti di amicizia di Facebook. Se voglio cerco io, grazie. Il coccolone che mi prende ogni volta che mi propone un nipote di mia madre che si chiama come mio nonno, stesso nome e stesso cognome, solo che mio nonno è morto e l’altro io non so nemmeno che esiste.

I nomi dei nonni accollati ai nipoti.

Le giornate mondiali. Ogni giorno è un giorno mondiale di qualcosa. Anni fa avevo proposto a Lui di istituire in ufficio la giornata annuale del “ti dico come la penso” che nei miei piani funzionava così: un cliente telefonava per richiedere un intervento o lamentare un problema, chi rispondeva poteva per un giorno togliersi il filtro gentilezza educazione e cortesia e poteva dire esattamente quel che pensava nel modo che voleva. Non me l’ha mai autorizzata come procedura ma ci abbiamo fantasticato a lungo.

Le famiglie con bambini piccoli che provano a essere come prima quando non erano famiglie con bambini piccoli e fantasticavano di essere famiglie con bambini piccoli. Lui carica il passeggino in auto, si impiccia un po’ ma fa finta di no, lei carica il pupo sul seggiolino e le sale il cappotto, le cosce sono grosse e le calze velate inappropriate, il bambino piagnucola, loro non si parlano, lei vuole essere ancora bella, lui non fantastica più.

Le persone che mi dicono “eh, sente l’odore del mio cane” ogni volta che Justin o Kimb o Justin e Kimb li annusano. No. “Eh, sente l’odore del mio gatto”. No. Annusano tutti perché sono cani, è nella loro natura. Sentono tutti gli odori e non sanno che odore ha un gatto e manco gliene frega niente del vostro gatto e di voi, vi annuserebbero anche se foste morti.

L’espressione pandemia globale.

Il dialetto piemontese parlato dai non piemontesi. Ogni dialetto parlato da chi non lo sa. Quelli che pensano basti fare la voce nasale per parlare siciliano o dire ue’ per parlare napoletano. Avevo un fidanzato con la madre emiliana. Lei mi parlava in piemontese, io sono per metà palermitana e per metà napoletana. Lei aveva imparato il dialetto di suo marito e di sua suocera, brava avevo detto, usalo con loro, con me va benissimo l’italiano ammesso che tu lo conosca ma va ancora meglio il silenzio che si sa è d’oro.

Le suocere.  

La resilienza in tutte le sue versioni.

La cellulite attraverso i pantaloni bianchi.

L’espressione reato penale.

La Dad che non vuol dire papà, lo pensavo anch’io fino a qualche mese fa, ma significa didattica a distanza e significa compiti fotografati inviati come allegato, ansia da microfono lasciato attivo, ansia da microfono spento, madri che rasentano muri e si trasformano in camaleonti per non essere inquadrate, madri che entrano in scena come protagoniste per depositare abiti negli armadi, potete farlo anche dopo, sciacquoni del cesso e trasmissioni del mattino di sottofondo, chat di classe al collasso che terminano brusche, le chat di classe non finiscono mai, non c’è nessuno che scrive un messaggio che chiuda la questione, mai, adesso io non so se alla fine hanno fatto davvero casino a spagnolo oppure no, se davvero è necessario che qualcuno-chi?-insegni ai propri figli come ci si comporta e a stare zitti quando il professore parla- ah, ho capito– oppure se no, non è vero per niente, i ragazzi fanno del lor meglio vista la situazione già difficile per tutti poverini.

Le emozioni che non conosco come figlia ma solo come madre, la loro mancanza. Essere un piedistallo senza avere una base che non siano i miei piedi sformati dalle gravidanze. La forma passiva di tutte le azioni che compio quotidianamente, l’arte di arrangiarmi con qualche verbo in forma riflessiva, amare, amarsi, ascoltare, ascoltarsi, capire, capirsi.

La parafrasi di una poesia.

Le barzellette che non fanno ridere.

I numeri di telefono che non cancelli e non puoi più chiamare.

Il Codice civile annotato con la giurisprudenza.

L’elenco di tutte le vite che non ho vissuto, di tutte le donne che mi sfilano davanti ogni giorno e che non sono diventata, le strade che ho interrotto, quelle che ho ignorato, le possibilità che non ho visto, l’ineluttabilità che mi hanno depositato sul palmo della mano un attimo prima che chiudessi il pugno.

Il calletto dei buchi chiusi alle orecchie.

Le scarpe con il tacco saltato.

Il gel alle unghie.

La pochezza di alcuni pensieri sul viso di alcune persone.

Chi ti chiama “cara” perché non sa il tuo nome.

Chi cerca di capire se è tra quegli alcuni. Si.

Le palline da tennis perse fuori dal campo in mezzo alle foglie secche.

Le caldarroste e le mani di chi le prepara.

Quando sai che manca qualcosa e vorresti fosse solo il mare.

Gli elenchi.

Buona la prima

Me ne accorgo perché non apro le finestre in ufficio, accendo la luce da tavolo e lavoro così, fino a quando non arrivano le ragazze, a loro le finestre le faccio trovare aperte. E non rispondo al citofono tanto non può essere nessuno per me, suonano qui perché è il primo campanello che trovano e c’è il nome di un’azienda non un cognome, pensano che ci sia sempre qualcuno. Il postino, gli operai che chiedono la chiave della cantina per accedere ai contatori, il corriere di Amazon per quella del terzo piano che non c’è mai ma compra online come se fosse segregata in casa. Rispondo solo alle ragazze, riconosco il loro suono, le aspetto.

E non faccio niente per il mal di testa, me lo tengo per giorni, quel dolore subdolo e strafottente, se ne sta appoggiato a braccia conserte sulle mie tempie dietro gli occhi soprattutto il sinistro e aspetta che io faccia qualcosa come prendere una compressa o stendermi al buio con gli occhi chiusi e invece io lo lascio lì e aspetto, aspetto anch’io che lui faccia qualcosa, che se ne vada o che esploda una volta per tutte che poi è esattamente quel che farei io se volessi fare qualcosa. È che non ho voglia e aspetto.

Al supermercato, con i sacchetti biodegradabili per la frutta e la verdura. Cerco sempre quelli di carta, ma non c’erano all’Esselunga. Io non ci sono mai andata all’Esselunga ma era lì, davanti alla palestra dove Cri si allenava e io dovevo aspettare che lei finisse ed eravamo senza latte e allora sono entrata ma c’erano molte persone, coppie, coppie che di giovedì alle 18 sono al supermercato, due individui adulti legati da una qualche relazione che in un giorno lavorativo vanno insieme all’Esselunga e scelgono i limoni non trattati che sono accanto alle clementine con foglia che piacciono a Pepe e se non si spostano io non posso prendere quello che piace a mia figlia e loro selezionano un limone dopo l’altro e intanto il sacchetto di carta qui non c’è. Da Borello c’è e anche al Conad, forse, non ricordo se al Conad c’è e questo sacchetto non si apre. Io non so aprire i sacchetti, li solletico tra le dita ma niente, in genere me li apre Cri perché mi spazientisco ma lei adesso si allena e io devo aspettare, che questi due idioti finiscano di scegliere i limoni per consentirmi di prendere quattro cazzo di mandarini, di ricordare se al Conad ci sono i sacchetti di carta non lo so perché vado poco, ci va Lui perché a me fare la spesa fa schifo, devo aspettare che passi questa onda di ira furente perché il sacchetto non si apre, con me non si apre, io non lo so aprire e mi manca il respiro perché le coppie vanno insieme al supermercato.

Me ne accorgo perché resto in macchina, parcheggiata, per telefonare a Mara. Così nessuno sente, solo lei. L’auto come un confessionale, lei dall’altra parte della grata del bluetooth come un ministro del culto, non la vedo e non mi vede. Mi assolve sempre, è la sola.

Cerco il mio psicanalista su Internet, ha fatto carriera, adesso è Professore. Vorrei chiamarlo e dirgli che me ne accorgo, adesso, e forse è un bene o forse no, non lo so e vorrei saperlo.

Mio fratello mi ha chiesto la pronuncia di exequatur e l’ho sbagliata. La dico giusta ma la leggo sbagliata e gli ho persino mandato un messaggio vocale per fargliela sentire solo che la dicevo giusta ma la scrivevo sbagliata e poi mi è rimasta addosso tutto il giorno. Mio fratello è molto intelligente, molto più di me, lui arrivava a risultati eccellenti senza fatica, io a risultati buoni con fatica. Ho ripetuto exequatur per un giorno intero prima di lasciar perdere, come le canzoni che risuonano in testa dal primo mattino, quelle che non sai come ti arrivano.

Ci vuole molto coraggio.

È la canzone che mi gira oggi in testa, non è una frase, una delle mie buttate così.

Io le frasi le butto così.

Scrivo e cancello, quando word mi chiede se voglio salvare gli rispondo vaffanculo, ma mi hai vista? Ti sembro una che può salvare qualcosa?

Me ne accorgo perché butto le frasi e non mi interessa sapere che fine faranno ma non voglio vengano sentite o lette o usate o mistificate.

Per la paura di morire. O che muoia Lui, come suo padre che quando lo hanno chiamato al telefono in caserma per dirglielo lo sapeva già.

L’ansia, di notte. Arriva rumorosa e prende alla gola al culmine di una lite, è melodrammatica e volgare, ho l’ansia vaiassa io. Aspetto che dica quel che deve ma non ribatto, non ho voglia. Se muoio muori con me, stronza, ti servo viva.

Me ne accorgo adesso, prima no. Io prima non so mai niente, io devo fare le cose almeno due volte o tre per saperle, per dirle.

Per sapere le cose devo dirle.

Per dirle devo scriverle.

Me ne accorgo perché scrivo e cancello.

Con me non è mai buona la prima, devo ripetere.  Allora vorrei sapere dal Dottore adesso Professore se visto che me ne accorgo, adesso, posso non ripetere. Adesso lo so, non voglio ripetere.

Piango. Leggo le targhe delle auto. Metto la pinzatrice sempre nello stesso posto. Uso un evidenziatore arancione per la distinta degli incassi sepa b2b e un evidenziatore verde per la distinta degli incassi sepa core.

Voglio stare a casa di più, vedere se spuntano i tulipani che le ragazze hanno piantato e non so in quale punto del giardino, come quando erano piccole e nascondevano le posate con cui giocavano o il telecomando del decoder. Pepe ricordava sempre il posto e andava a riprendere tutto, bastava solo chiederglielo come voleva lei, Cri no, diceva non lo so e allora aspettavo che il bottino ricomparisse da qualche cesta rovesciata.

Sparisco.

Faccio il conto delle cose che mi irritano. Il nome dei negozi di fiori, sempre nomi propri di persona: Ornella Fiori, Le Rose di Tania, il Giardino di Virgilio e Vanessa Orchidee e Bijoux. L’accento dell’impiegata della palestra, come dice voucher. Chi mi informa di cose che già so come se non le sapessi. Il materiale di educazione artistica. Chi mi chiede cose che non dipendono da me.

Perdo il conto. Mi stufo.

Me ne accorgo perché lo sento, come il campanello, come il telefono, come un addio. Me ne accorgo per la prima volta e so cosa fare perché non è la prima volta, adesso lo so.

Canto con molto coraggio.

Rido, perché se rido è come quando in aereo c’è una turbolenza e l’hostess rimane tranquilla, dice così Pepe, mi chiede di ridere come vuole lei, ridere di niente perché lei lo sa quando arriva il niente e si può scegliere e allora sceglie di ridere.

Aspetto, perché solo così si ricompare dopo una sparizione, me l’ha insegnato Cri, quattordici anni oggi che so di lei dentro di me per sempre, arrivata dopo un aborto perché no, non era buona la prima, ho dovuto ripetere e aspettare.

Allungo la mano di notte, stringo la sua, gli racconto la storia di Filemone e Bauci che è come chiedergli di non morire.

Scrivo e cancello.

Riscrivo e provo a salvarmi, ad assolvermi ancora non riesco.

Non mi spiego

Le ex atlete con il culo grosso e gli ex atleti ancora in forma. Ma perché? Perché gli uomini sono ex atleti che si vede che sono stati atleti? Quando chiedi a qualcuno cosa fa e ti dice che è un ex qualcosa. Va bene, ma ora cosa fai? Fai l’ex? Esiste? Quando chiedi a qualcuno cosa fa. Perché? Interessa davvero o è come dire guarda non so proprio cosa dirti allora ti chiedo cosa fai ma inventa pure tanto non importa. Io faccio l’ex consulente e sono un’ex single e un’ex ragazza senza figli e un’ex fidanzata gelosa e un’ex studentessa e un’ex fidanzata gelosa l’ho già detto ma era un altro fidanzato e no, non sono un’ex atleta, quello no e un’ex single l’ho già detto ma questa è quando l’ho lasciato io e si vedeva che l’avevo lasciato io, come gli ex atleti che un po’ stare con me richiede quella disciplina.

La manutenzione programmata del sito della banca che porcaputtana quando l’avete programmata? Vi pare il caso di programmarla il lunedì mattina a fine mese quando devo autorizzare gli effetti fornitori? Con chi l’avete programmata? Perché a me nessuno chiede mai e programma e basta e poi io mi devo adeguare? Posso essere coinvolta? Almeno avvisata. Possiamo metterci d’accordo: il giovedì è un buon giorno della settimana per fare la manutenzione, il giovedì della seconda settimana del mese che non ho scadenze, tra il giorno 8 e il giorno 14. Fate programmazioni intelligenti e fisse per favore, come il mercatino dell’antiquariato la seconda domenica del mese, uno lo sa e si organizza. No così, così non è modo.

Il traffico del lunedì che è diverso da quello degli altri giorni. È più intenso e arrabbiato, è aggressivo. Ma che non lo sapete già la domenica che arriva il lunedì mattina?  Per voi altri il lunedì inizia davvero il lunedì? Per me no, per me è lunedì già dalla cena di domenica almeno. Avete delle brutte facce, bruttissime. Ai semafori vi guardo, dico anche alle mie ragazze guardate quello, quell’altro, minchia che brutti. Mamma dai. Mi dicono sempre mamma dai, poi però ridono. File di automobili occupate da persone che vorrebbero essere altrove. Anche Cristina quest’anno è così, io e Pepe mettiamo le canzoni che ci piacciono e facciamo finta che lei non ci sia, viene facile, non parla, ogni tanto un lamento, un mamma dai. Che ti do?  Non vedi come stiamo, tutti? Nel traffico? Guarda, guarda quello che faccia, sicuro ha già discusso con la moglie e va a fare un lavoro che non gli piace oggi, guarda, nemmeno il figlio lo considera. Mamma dai.

Il gusto limone del gelato artigianale.

Il numero di volte che torno indietro a controllare di aver chiuso l’auto. Che cerco le chiavi dell’auto. Il token della banca, quello personale. Il token della banca, quello aziendale. Che controllo il gas. Il ciclista che sorpasso, che sia ancora vivo. Il portafogli. Le chiavi di casa. Le chiavi dell’ufficio. Il telefono. Le notifiche. Il telecomando del cancello, quello del garage. I tag “fatto “alle mail, i tag “da fare”, che sono sempre di più e non capisco perché. Il numero di volte in cui sono certa di aver dimenticato qualcosa di importante, la voce di mia madre che mi diceva che si vede che non era importante con un tono che non era di leggerezza ma di rimprovero. Non era importante altrimenti ne avresti avuto cura, ecco quel tono lì. No, mamma dai. Lo so che è importante solo che non lo ricordo. Invece quel tono lì non l’ho dimenticato, porcaputtana.

Il bambino che passa tutte le mattine alle 8.45 sotto la finestra del mio ufficio, abbracciato alla madre. Piange senza controllo e lei gli dice quante cose belle farà all’asilo, che forse giocherà in giardino o chissà se a merenda gli daranno il pane con la marmellata. Non serve a niente. Piange. Ci regolo il mio secondo caffè, sul piagnone. Arrivo in ufficio prestissimo, alle 7.40, come la canzone di Battisti, le ragazze entrano a scuola ognuna per conto proprio che far le sorelle è da sfigate, soprattutto se una è in terza e l’altra in prima. Loro sono sempre andate volentieri, non le abbiamo mai dovute consolare, le abbiamo sempre lasciate contente e riprese felici, abbiamo inventato tante storie nel tragitto dall’auto a scuola e viceversa, i fori per lo scolo dell’acqua nel muro della caserma di Via Brione erano le tane del Topo Jerry, così Tom non lo trovava, la bici attaccata al palo di Via Pilo senza più ruote era opera di un ladro frettoloso o di qualcuno che aveva solo bisogno di due ruote o era uno scherzo o era qualcuno che aveva dimenticato lì la bici tanti anni prima è da allora la cercava chissà dove perché comunque era importante, solo che non ricordava. Quelli che mi dicono che sono stata fortunata, con le mie ragazze. E che non sanno niente del primo caffè alle 6, quando tutti dormono, per inventare la giornata dal principio, le storie che si porterà dentro e tutte quelle che lascerà fuori.

Quando mi leggono e poi mi chiedono perché non scrivi? E cosa hai appena letto? No, perché non scrivi sul serio. Perché è uno scherzo questo? No, nel senso davvero, scrivere davvero. Perché, come si scrive per finta? No, nel senso che mandi la tua roba in giro e la fai pubblicare. Ah, dico. Eh, guarda, ora mi organizzo, grazie.

Quelle che comprano vestiti bellissimi da H&M.  

Le facce delle persone viste dal basso. Mi alleno in un posto che è sotto il livello della strada, , ha comunque finestre molto grandi, in alto, che affacciano sul marciapiede, sulla fermata del pullman. Le facce delle persone viste dal basso sembrano tristi anche se non lo sono, qualcuno sembra concentrato, come se stesse risolvendo un problema, altri sembrano vecchi anche se non lo sono, è colpa della pelle sotto il mento. Le persone viste dal basso sono persone a metà, non hanno gambe e piedi e non so cosa le muove. Quelli che aspettano il 33 si sporgono un po’ avanti ma è il 42, allora abbassano le spalle. C’è una canzone che dice non è che se hai due numeri fai ambo, ci penso ogni volta che sono lì sotto. Stefano mi ha chiesto se stavo immaginando cosa scrivere, mentre mi correggeva la postura e io ho sorriso perchè ha usato il verbo immaginare.

Il liceo scientifico ma sperimentale senza latino. Sperimentale in che senso? Cosa sperimentano?  Liceo senza latino in che senso? Gli istituti senza latino si chiamano istituti senza latino. I licei prevedono il latino, salvo il liceo artistico credo ma non sono sicura. Il liceo scientifico di per sé, per me.

La necessità di fare outing su cose che non importano a nessuno tipo l’orientamento sessuale. Per me è più importante conoscere l’orientamento scolastico. Perché vuoi fare un liceo senza latino, quale perversione ti anima? La necessità di affermare quanto bene si viva nel proprio corpo con o senza culo grosso e tutto questo blaterare di fisici e di accettazione e di nessuno che può giudicare nessuno e io vorrei sentire qualcuno dire ma chi se ne fotte. Ma chi ti giudica. Ma chi ti guarda. Ma fai cosa vuoi. La voce di mia madre che mi diceva quando sarai grande farai quel che vorrai. Un’ ex bambina che aspetta di diventare grande per fare cosa non si sa, lei non lo sa.

Quando si diventa grandi.

(oggi mispiego compie tre anni, lo tengo abbracciato e gli dico quante cose belle farà.)