Le nostre figlie

Le nostre figlie sono vive, mi sembra che allora stiamo a posto così, questa settimana, questo mese, quest’anno. Va bene così, noi ci sediamo un attimo qui, in un angolo a smettere di far finta che sia scontato che non siano morte. Come il loro compagno dell’altra sezione. Ci fermiamo solo un momento, qui, se vi casca lo sguardo per terra ci trovate, ci guardiamo la punta dei piedi e cerchiamo il respiro.

Le ragazze non hanno avuto bisogno di spiegazioni particolari, sanno della morte da sempre, qualche anno fa sono venute al funerale di uno zio molto amato, hanno visto il padre piangere mentre le stringeva a sé nel tempio crematorio, le ha avvolte entrambe costringendole a una vicinanza tra loro due che in genere evitano e le teneva attaccate, come se fossero solo sue e loro sono rimaste per tutto il tempo che è servito a lui per andare e tornare e chiudere un giro, fare un saluto, sentirsi le gambe, sapere chi era. Qualche ora dopo mi ha detto “siamo gli unici che possono permettersi di portare i propri figli a un funerale. Brava, stai lavorando bene”. Erano di nuovo nostre, me le aveva restituite.

La botta è stata fare i conti con il fatto che sai della morte da sempre ma non sapevi che arriva sempre, a qualsiasi età, anche alla tua.

Pepe ha chiesto se hanno dato la notizia al telegiornale, perché un ragazzino che se ne va così, in pochi mesi, per una serie di cellule impazzite nel sangue è una notizia che al telegiornale va detta.

Cri ha partecipato all’incontro di preghiera su zoom, anche questo su zoom, tutto su zoom. Lo yoga e la veglia funebre.

Non se n’è andato in pochi mesi, è andato in un attimo, i pochi mesi sono quelli in cui le cellule hanno combinato il disastro di cui nessun organo di stampa ha riferito, ma la morte, quella, arriva sempre in un attimo.

Come la vita, penso. Non lo so. Lo penso. Io penso, penso sempre, penso e basta e non so mai niente. Tutto questo pensare e poi mai niente da sapere. Quando ero piccola a volte sembrava che avessi il broncio, il musone. Mio padre mi chiedeva sempre “So’ che hai?”-  Niente, dicevo io, penso -” E come pensi brutto, So’”.

Penso brutto, con il labbro superiore che sporge, me lo vedo sotto la punta del naso. Penso e non so niente.

Non so com’è che sono arrivate queste due, per esempio, proprio loro intendo, loro due e solo loro due. Ero una pessima studentessa di scienze,anatomia, biologia, zero. Mi sembra di ricordare che siamo, tutti, una combinazione sola tra miliardi di possibilità. L’ovulo e lo spermatozoo si incontrano, ciascuno porta quel che ha, la metà di quel che serve, e da quell’incontro nasce qualcuno, uno e uno solo, con determinate caratteristiche e senza altre caratteristiche che non erano nelle metà portate in dotazione dalle cellule, da quelle cellule.

Io mi ci amminchio con questi pensieri.

Non so nemmeno com’è che sono arrivata io, poteva essere chiunque altro. Uno spermatozoo più veloce, l’ovulo del mese prima. Gli occhi bovini di mia nonna, il neo sullo zigomo dell’altra. Gli occhi verdi di mio nonno, i capelli lisci dell’altro. Io sono io perché il mio spermatozoo è arrivato in anticipo, di sicuro, al solito mio. È arrivato, non c’era nessuno, è entrato per non aspettare. Eccomi qui. Il corredo a quel giro prevedeva occhi neri e malfunzionanti. Capelli sottili e denti forti. Malinconia diffusa per il tramite dell’apparato circolatorio. Sarcasmo inappropriato. Cistifellea debole.

Le nostre figlie, invece. Cri è arrivata insieme a tutti gli altri che si ostinavano a entrare e facevano ressa, lei si è defilata infastidita dalla confusione e ha trovato una fessura come una crepa e ci si è infilata, un po’ per curiosità e un po’ per necessità. A quel giro la comunione dei patrimoni ha stabilito la dominanza di quello paterno, il mio mezzo apporto è stato messo da parte per i tempi duri, sarà quello il momento in cui userà il mio corredo. Pepe invece ha convinto gli altri a seguirla, ecco perché è arrivata prima. È andata avanti e li ha fregati, ce l’hanno mandata gli altri davanti, brava, brava -le hanno detto- seguiamo lei che sa cosa fa. Lei, al contrario di sua sorella, il mio corredo lo usa da subito, non lo tiene da parte, non ha paura di sciuparlo, quello di suo padre lo tiene per dopo, come scorta, come patrimonio solido da non intaccare finché proprio non si può fare diversamente.

Ogni tanto vedo che ci si misurano, con il resto, ciascuna con il suo, ogni tanto viene fuori, a una tutto ancora largo, all’altra tutto ancora estraneo e poi tornano loro, per come sono, per come le so che ancora nessuno le sa come le so io, perché non so, non so nemmeno di loro, non so nemmeno loro, perché io le penso e loro sono.

Sono vive.

In alcuni giorni le nostre figlie sono le mie figlie e basta, che mi viene da dire anche a lui ma che cosa vuoi, ma chi saresti tu, scusa qualificati, cosa rappresenti. Che ne sai tu di come si pensa l’amore, tu che ami e basta. Che ne sai tu di come si pensa un risveglio, tu che ti alzi perché è giorno e dormi perché è notte e la vita inizia, gira e non finisce, tu che ne sai di come si pensa la cena da preparare, tu che cucini perché è divertente, che ne sai di come si pensa il dolore di quel che non hai tu che se non ce l’hai significa che non devi averlo. Sono mie, mie, passate da me, e tirate fuori a forza come le parole durante un’interrogazione quando non hai studiato.

Mie. E io non avevo studiato. E tu nemmeno, ma eri stato attento e suggerivi e un po’ improvvisavi, tu, tu che improvvisi sempre, che ne sai tu di come si pensa quando non sai improvvisare e devi faticare più di altri, più di tutti, che bastava un’altra cellula che avesse in sé l’informazione della faccia da culo di mio padre e invece no.

I giorni in cui le nostre figlie sono mie sono sola. E loro non sono più piccolissime o piccole o medie ma sono già grandi e allora mi mancano e le guardo e racconto cose che non c’entrano niente solo perché le tengano lì e le sappiano o le pensino. E le mie figlie mi dicono dai mamma ancora oppure dai mamma basta se quel che racconto fa ridere oppure è imbarazzante, per loro che ora che sono grandi si imbarazzano anche per poco, pure per niente e quando erano piccole invece no.

I giorni in cui le  nostre figlie sono mie Lui le usa come argomento a piacere, perché sa che sono sola e che non avrei la forza di rivolgere domande e nemmeno l’interesse a farlo allora si offre volontario e inizia a parlarmi di loro e mi risveglia in un posto assopito, allora rispondo controvoglia ma lo faccio perché sono mie e non voglio che sia lui solo a parlarne. E Lui allora mi chiede qualcosa che forse so solo io perché loro sono mie e nessuno le sa, solo io, anche se non le so e le penso, sono mie e le penso solo io. E allora gli rivelo quel che so o che penso, come un segreto, che non lo dica a nessuno e Lui non lo dice a nessuno perché altrimenti io non gli rivelerò altro, mai più. E alla fine di quei giorni io non sono sola e le mie figlie sono di nuovo le nostre figlie e alla fine di quei giorni arriva la notte anche se non pensi la notte lei arriva solo perché finisce il giorno e ci sono notti in cui io e Lui parliamo di Loro, le nostre figlie, mentre dormono su, ciascuna nella propria stanza, e noi invece siamo svegli ciascuno per i fatti propri e Loro sono il terreno di gioco, di incontro, di scontro e penso che tutti i genitori a un certo punto si trovino svegli nella notte a parlare di Loro e allora immagino alcuni che conosco messi così, seduti a metà nel letto, con il cuscino dietro la schiena e chissà cosa si dicono ma lo faccio per poco perché in fondo mi annoiano tutti e poi ho già le cose mie alle quali pensare, le cose nostre, Loro, queste due che non so da dove sono arrivate e non so niente e penso che a sceglierle tra miliardi di possibilità non avrei saputo lavorare così bene.

Le nostre figlie hanno occhi nocciola e verdi, dita lunghe e piedi paffuti, denti forti e capelli sottili, amano senza pensare, amano perché sono amate, si svegliano perché le chiamo con i baci sul collo che non dovrei dirlo perché è imbarazzante, le nostre figlie vanno ai funerali e in auto fanno battute sarcastiche sull’abbigliamento poco opportuno di alcuni presenti, hanno silenzi nei quali non si deve entrare e passioni che non sanno nascondere. Le nostre figlie io le racconto di notte e le penso di giorno, non le saprò mai e mai loro sapranno di me ma mi penseranno e lì sarà il mio respiro.

quadro di Matteo Cancedda