Quelli che mi dicevano “goditele adesso che poi…” sono spariti. Non si fa così, non si va da uno che si è appena seduto a tavola per dirgli che l’antipasto è una meraviglia e conviene riempirsi di quello che poi… io non lo faccio e se l’ho fatto mi scuso, magari qualcuno che mi conosce personalmente mi dirà guarda che a me l’hai detto e allora ne approfitto e mi scuso se è successo. Se a qualcuno ho detto di godersi il figlio finché è piccolo l’ho fatto perché non sapevo cosa dire, perché non ci ho pensato, perché fanculo ve l’avranno detto altri cento beccatevi anche il mio. Se l’ho detto sappiate che non ci credo nemmeno un po’. Se proprio dovete godervi qualcosa che sia un massaggio total body o un calice di Donna Fugata. I figli si crescono, si accudiscono, si amano sempre di più con il passare del tempo, si capiscono sempre meno con il passare del tempo e allora vuol dire che stanno diventando qualcuno che non sei tu. Ed è cosa buona e giusta.

Non godeteveli che non serve a niente.

Appena dormiranno tutta la notte filata dovrete iniziare a svegliarli per portarli all’asilo. Vi sentirete delle merde, loro avrebbero dormito e non hanno voglia di fare colazione ma l’asilo è bello, l’ingresso è fino alle nove. Se non siete di quelli con il cartellino da timbrare l’asilo è poco snervante. Fino alle 16 stanno lì, con le pantofoline e il riscaldamento al massimo, pranzano e imparano un’infinità di canzoncine. Cristina mi cantava sempre “era la sera battaglia di magenta i cavalieri tornavan dalla guerra, cavalieri!” oppure “le ranocchie son partite con la gioia nel cuor loro avevano dei progetti dei progetti d’amor”, solo che non diceva la erre, la saltava proprio e alcune consonanti le considerava inutili e quindi diventava tutto un “ea a sea battaia di magenta, i cavaiei tonnavan da guea, cavaiei e le anocchie son pattite con la gioia nel cuo looo avevan dei pogetti dei pogetti dammoooo”. Comunque si capiva abbastanza, conosco adulti che si esprimono peggio.

L’asilo ti lascia liberi i fine settimana, non ci sono compiti e nemmeno feste di compagni perché le organizzano in settimana in locali con nomi come Saltimatti dove c’è una ventenne con le calze colorate che trucca le bambine e un bolso studente universitario che gonfia palloncini a forma di cane e seduti sullo sfondo tanti, tanti nonni. Perché l’asilo è una questione di nonni. Alle 16 se siete di quelli con il cartellino da timbrare non riuscite ad arrivare. Dovete trovare un asilo che ve li tenga fino alle 17 o alle 18. Imparate già la frase, è proprio uno slang: “me lo tiene”. Sceglierete sempre in funzione di chi ve lo tiene di più, anche meglio per carità, ma capirete che la quantità conta di più. E allora arrivano loro, i nonni.

Quelli che mi dicevano che fortuna avere i nonni li ho fatti sparire io, uno per uno, a piccoli calci in culo, ritmici e costanti, come le ranocchie che sono partite con progetti d’amor. Io sono dell’avviso che i nonni debbano fare i nonni e che in forza del principio di effettività se vengono incaricati di mansioni diverse ne assumeranno in concreto i diritti e i doveri che ne derivano. In altri termini poi pensano di avere voce in capitolo. E questo ha un prezzo troppo alto. A me viene l’orticaria.

Il mio amico Fabri, al quale voglio un gran bene, mi ha raccontato che, quando è nato, sua madre ha chiesto aiuto alla nonna, la propria madre, perché doveva tornare al lavoro. Ne ha ricevuto un rifiuto netto ma argomentato, no, cara figlia, perché se viene su bene non mi riconoscerete alcun merito ma se viene su male sarà colpa mia. Immensa e geniale.

All’asilo i nonni sono compresi nell’arredamento. Si informano su quanto del pranzo è stato davvero mangiato, si confrontano sulla qualità del cibo, parlano male delle nuore e/o dei generi incuranti del fatto che la creatura ascolta e anche la mamma accanto a loro sente tutto e poi riferisce, si preoccupano del sudore dietro la nuca del nipote ma non tolgono il cappotto per rivestire i bambini quindi sudano copiosamente. La cosa più fastidiosa che i nonni dicono è: “il mio/il nostro“, inanellando una serie di luoghi comuni subito dopo. Il mio mangia poco, il mio dorme con la luce accesa, il nostro è vivace. Rivendicano la proprietà. E questo è male.

Alle elementari l’ingresso è tra le otto e le otto e un quarto, si è tutti un po’ più disgraziati. Se c’è un fratello minore arriverà all’asilo insieme alla bidella e così per il resto della vita scolastica, anche alle medie dove l’ingresso è alle otto. Man mano che si va avanti con gli ordini e i gradi di istruzione i nonni sfoltiscono, alcuni muoiono altri vengono dismessi o comunque si fa più ricorso al doposcuola, alla mamma che ne prende due o tre perché li porta a calcio o a tennis o a danza o a nuoto o a far merenda a casa sua perché, segnatevelo, un bambino da solo è pesante, a volte pesantissimo, in due litigano soprattutto se sono fratelli ma in tre è quasi libertà di lasciarli in una stanza da soli e respirare. In quattro è la situazione ideale ma dovete avere un’indole buona, essere proprio brave persone nel cuore. Quel che capita, però, andando avanti è che alcuni genitori vengano scambiati per nonni, data l’età media sempre più alta nella quale ci si gode la genitorialità, quelli che mi fanno pensare ma porca puttana l’avevi quasi scampata e invece no, ti ci sei voluto infilare in questa roba, ma perché? Perché? Cosa ti hanno detto? Guarda che la gente dice un sacco di cazzate.

L’adolescenza fa schifo.

I nonni diventano abbastanza antipatici, si sentono rifiutati, di fatto lo sono, e allora invece di essere un conforto o un supporto (comunque cari nonni sareste ancora i genitori dei genitori di un adolescente) ti danno addosso. Ti trattano, di nuovo, come se l’adolescente fossi tu. Non fai abbastanza. Sei troppo accomodante. Sei troppo rigido. Sei troppo presente. Troppo assente. Permetti al pargolo baffuto dalla voce inascoltabile e alla fanciulla con reggiseno scoordinato che spunta dalla maglia troppo corta sulla pancia di rispondere male, di stare sempre al telefono, di non aiutare in casa.   

Durante l’adolescenza i nonni vanno evitati, bisogna passargli il minimo delle informazioni, inventare qualche palla credibile. Ci sono anche quelli che non dicono, tacciono e parlano una volta sola, per dirti che ti sta bene, che te lo meriti, perché tu sei stato un adolescente pessimo e adesso è il tuo turno. Quelli sono i sadici. Ci godono, ecco il poi… che ti veniva profetizzato, goditeli finché sono piccolissimi perché poi saranno i tuoi genitori a godere quando arrancherai per scalare le vette del silenzio musone, quando ti schianterai contro la parete liscia di una porta chiusa e busserai chiedendo permesso in casa tua, dove tu paghi le bollette, le utenze, il mutuo, dove ti verrà detto che le tende che hai scelto fanno cagare oppure non ci si accorgerà che hai scelto delle tende, dove ti verrà contestato l’invito a cena dei tuoi amici perché a loro non piacciono. Ai tuoi figli non piacciono i tuoi amici. Ai tuoi genitori non piacevano i tuoi amici. Hai qualche dubbio sulla tua capacità di scelta.

Infine, ci sono i nonni negazionisti. Non è adolescente, l’adolescenza non esiste, è un ingorgo della mente, una convenzione sociale, un inutile rifugio per gli incapaci. Non vedi che è sempre il bambino di sempre? Non vedi che è bravo, giudizioso, diligente? Non vedi che se fa un po’ lo sciocco è perché c’è gente e si mette in mostra? I nonni negazionisti hanno la cataratta e guai a squarciare quel velo.     

L’adolescenza dovrebbe valere come master per un genitore o almeno come corso di Alta Formazione.

Io sono stata una adolescente tremenda, lo so, scusa mamma, scusa papà. È durata poco ma quel poco è stato intenso e violento, odiavo tutto quello che mi circondava, mi sarei tolta la pelle per il dolore che mi provocava quella vita appiccicata addosso, la sveglia alle sei senza sveglie solo gli occhi che automaticamente si aprono, mio fratello che dormiva nel letto accanto al mio, la colazione da sola in cucina con le tapparelle a metà, il freddo sotto la giacca mentre andavo a prendere il pullman, il peso di essere invisibile anche per il controllore che a me l’abbonamento non lo chiedeva, avevo la faccia di una che non sarebbe mai salita senza biglietto, la sensazione che se fossi sparita sarebbero passate ore prima che qualcuno se ne accorgesse, la non voglia di tornare a casa, la non voglia di andare a prendere mia sorella all’asilo, la non voglia di apparecchiare e sparecchiare ogni giorno tutti i giorni perché anche tua madre lo fa, si lo fa, è vero tu la vedi e vi fa sempre trovare il pranzo pronto anche quando è a scuola, si alza prima e prepara cose che potete scaldare e mangiare da soli, tutti fanno qualcosa, tuo padre lavora, tua madre lavora, tutti devono fare qualcosa e tu non hai voglia di stare qui. Il piccolo mondo dei parenti, delle visite obbligate, il broncio esasperante e più mi dici di toglierlo più lo tengo perché voglio darti fastidio, lo stesso fastidio che provo io addosso per il solo fatto di essere al mondo e di essere costretta dalla gravità. E non parlo di fisica.  

Quelli che spariscono dovrebbero prima dirti che puoi fare quel che vuoi, con i figli. Puoi goderteli, puoi viverli con ansia e affanno, puoi organizzarti o improvvisare. Tanto non serve.

Fai quel che vuoi, questo dovrebbero dirci.

Fai quel che sei, perché, i figli ti fregano così. Ti impediscono di dimenticarti chi sei stato. Ti costringono a rivivere tutto come un film nel quale però gli attori sono diversi, un remake di qualche storia della quale conosci la trama però questi ti sembrano più bravi.

Fai quel che vuoi, perché poi finisce.

4 pensieri su “Scusate se ve lo dico

  1. “Fai quel che sei, perché, i figli ti fregano così. Ti impediscono di dimenticarti chi sei stato”. Ammappa quanto sei saggia, amica mia bella! E’ proprio così. E ora che i miei due pargoli sono in quegli anni indimenticabili che sono la fine della scuola/l’inizio dell’università, quegli anni che restano fissi impressi nella memoria, in cui vorremmo (almeno io) continuerei a vivere per sempre, ti accorgi delle distanze. delle distanze tue con loro, delle distanze del tu di oggi da quello di ieri. E non c’è rimedio. No, non se ne esce mica.

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  2. Magistrale.
    Io ho cercato di risolvere il conflitto nella maniera più idiota ma comoda possibile: sono rimasto adolescente anche io, indefinitamente.
    Con mia figlia adolescente ho fatto quello che mi faceva lei: litigato, urlato, ignorato, così, da pari a pari, non per una educazione “flipped”, come si usa dire adesso, ma proprio perché ero incapace di fare diversamente.
    Adesso sono guai, perché l’adolescenza di mia figlia è finita da un pezzo, ma la mio no. E adesso vengo semplicemente compatito e sopportato.

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