Non sopporti più le canzoni dei Pinguini Tattici Nucleari, basta, era partita come una cosa leggera, una ogni tanto, li ha scoperti la grande, ci ha tappezzato i muri della sua stanza con le facce stampate in bianco e nero e con le frasi ricopiate di fretta e strappate senza cura. E poi ha convinto anche la piccola, anche lei li ascolta, una canzone a testa e ormai solo loro, a te non tocca mai, tu aspetti che loro scendano dall’auto e poi dici a Spotify fai un po’ cosa vuoi, lo dici a tutti ormai, fai cosa vuoi. E non è mica per arrendevolezza, o forse un po’, è per libertà. Questo hai capito un giorno che non sai, che la libertà è la risposta più difficile da dare, che le persone non sanno gestirla, ne hanno paura, le persone preferiscono sentirsi dire cosa fare, entro quanto, come fare, per poterti dare la responsabilità delle loro azioni. E tu invece te ne arrivi con il tuo “fai cosa vuoi”.

Spotify sa cose di te che non ti capaciti.

Per lui dovresti essere una ragazzina. Secondo il suo algoritmo hai meno di sedici anni.

Invece appena restate soli e gli dici fai cosa vuoi lui mette canzoni vecchie, vecchie come te, come è possibile? L’altra sera mentre andavi a prendere la grande ti ha proposto Toto Cutugno, come ti permetti, gli hai detto ma lui si è permesso e tu la conoscevi quella canzone, eri sul bordo del letto dei nonni, l’anta dell’armadio da parte di nonna era aperta, lo specchio ti mostrava a te stessa, tua cugina voleva giocare con i biberon dei bambolotti, quelli con il latte dentro che quando li giravi il latte non si vedeva più. Via di qui, via di qui, andate a giocare di là.

Spotify lo sa.

Hai comprato dei mocassini in stampa cocco, li indossi senza calze, hai deciso che basta calze, anche se è inverno, sotto i pantaloni non le porti più. Non è igienico, ti hanno detto. Si, se con i piedi ti abbraccio o ti imbocco, ma siccome con i piedi ci cammino i miei passi e basta è igienico hai detto, li lavi, sono i tuoi piedi e non vogliono più le calze. Sia la grande che la piccola ti hanno detto che sono scarpe da vecchia. Allora va bene, allora stiamo andando bene, ti sei detta soddisfatta allo specchio in bagno mentre ti lavavi i denti con lo spazzolino elettrico in equilibrio su una gamba per l’arcata superiore e sull’altra per quella inferiore. Allena l’equilibrio e tiene sveglio il metabolismo.

La distanza generazionale è segnata, è importante, ti dici, che non si crei confusione. Tu mamma loro figlie. Tuo ruolo, loro ruolo. Loro canzoni tuo scassamento di coglioni.

Hai comprato i ricambi a righe e quadretti per i quadernoni delle tue figlie e hai fatto il giro più lungo a piedi. Cammini per tenere sveglio il metabolismo, questa è la tua missione, non lo sa nessuno non perché tu non lo dica chiaramente ma perché nessuno te lo chiede. E poi i passi, tutti quei passi ti servono per far scendere i pensieri, se scatta il rosso cambi strada per non fermarti e anche se allunghi non ti importa perché tenere il ritmo è più importante, per te, in questo momento. Più importante del tornare prima in ufficio, del freddo, più importante di tutto quello che è importante.

Lo incontri, capita, avete lo studio a pochi isolati di distanza, prima che mettessero la sosta a pagamento vi incrociavate in auto, sperduti nelle vie a cercare un posto, lui ha la macchina più grande della tua ma tu sei uno schifo a parcheggiare e alla fine il posto che serve a lui è simile a quello di cui hai bisogno tu. Vi vedete e non riesci a dirgli che ti dispiace per sua moglie. Anzi, che ti dispiace per lui e per le bambine. Anzi, che ti dispiace per te, perché pensi che possa capitarti e mentre lo pensi fai le corna nelle tasche del giaccone, come quando la nonna di quel compagno della grande ti chiedeva come stavano le tue figlie, se avevano preso l’influenza o quel virus intestinale che girava nei corridoi dell’asilo e tu dicevi no, no, tutto bene e giù di corna nelle tasche e lo stesso quando quella lontana parente, corvo maledetto, ti diceva che eri fortunata perché le tue avevano una salute forte mentre le sue nipoti erano delicate. Ti dispiace per te, cammini e guardi altrove sperando di non incontrarlo. Lo incontri. E non riesci. La prossima volta, sussurri, ma sai già che no.

Nei piani alti dei palazzi le finestre non hanno quasi mai le tende, c’è meno la possibilità che qualcuno guardi dentro. A te non piacciono le tende, a tuo marito sì. Arredano dice, è vero hai ammesso. È che vuoi vedere fuori e vivi in una situazione per cui non possono vederti dentro. Solo chi è dentro può vederti dentro. Acceleri il passo. C’è ancora un tuo vecchio cliente a quell’angolo, due vetrine fronte strada, annunci immobiliari di zona. Li chiamavi bovini, seguivi tutto il gruppo, decine di affiliati a Torino e provincia, tutti che ti chiedevano cosa dovevano fare con quelle informative che avevi dato. Nessuno che capiva subito. Molti erano tuoi coetanei, si sentivano imprenditori per qualche provvigione incassata in nero, soldi, soldi veri visti subito, con un po’ di parlantina veloce, forti dei loro diplomi di geometra senza la calce sulle mani come i loro padri. Di quella generazione, la tua, i più bravi hanno preso anche la laurea, i primi in famiglia, garantendosi l’adorazione perpetua dei nonni e l’invidia perenne dei cugini scemi. C’è sempre un cugino scemo, ti dici.

Tua madre ti ha sempre detto che non c’erano alternative alla laurea. Tuo padre è laureato, sei mica più scema di tuo padre tu.

Alle tue figlie lo hai sempre detto, dovranno frequentare l’Università, con assoluta libertà di scelta della Facoltà. Così dici, che tu hai la laurea, come una cosa che hai e non una cosa che sei. Sono mica più sceme di te, loro. Senza adorazioni, che non siete gente che adora.

Le targhe di ottone sono aumentate, non te ne ricordi così tante, lo studio legale davanti al tuo ufficio si, è lì da sempre. E anche quello della via dietro la tua, al piano rialzato, certe sere vedi i praticanti seduti vicini, ancora non hanno finito. C’è il nome di una tua compagna di corso, avete dato Procedura Penale insieme e anche Diritto del Lavoro, ha il cognome prima del tuo, veniva interrogata un attimo prima di te e ascoltavi, a volte se quello prima viene promosso pensi che sarai bocciato, come se non ci fosse posto per tutti. E se invece va male pensi che hai una possibilità. Non ti ricordi se è stata bocciata o promossa, ti ricordi di lei, paffuta. Tua nonna avrebbe detto accippata. Non grassa e non magra. Non bella e non brutta, le belle son fatte diversamente, avrebbe detto. Ogni anno dopo la sessione di esami di stato controlli la targa, non è mai cambiata, sempre Dott. prima del suo cognome, mai Avv., ti verrebbe da chiederle perché, perché questa ostinazione, dopo quindici anni. Magari lei ti chiederebbe perché, perché questa non ostinazione?

Perché non ti interessa, le diresti. Perché ci avevi provato solo per tenere attivo il metabolismo, per sentire i pensieri nella testa, prima di imparare a sentirli altrove. Perché vendevano la libreria del corso, quella in legno, con il retro in boiserie e avresti voluto ma non l’hai fatto, perché avevi i tuoi bovini che comunque ti hanno fatta ridere moltissimo con le loro approssimazioni e le scarpe di cuoio con la fibbia dorata. Quel gruppo non esiste più, qualcuno ha chiuso la propria attività fronte strada con due vetrine, altri continuano perché sanno fare solo quello, mica per ostinazione e hanno nomi tremendi in cui mettono sempre la parola casa, tanto per non sbagliare.

Ti ha telefonato l’agente immobiliare da cui hai comprato tu, hai subito pensato a un problema, in meno di un secondo ti sei annotata mentalmente di chiamare il notaio per risolvere.

Voleva proporti una casa. Nella via dove è casa tua.

Incredula le hai detto che avevi comprato.

A lei sei sembrata acida e non incredula.

Ti ha detto, calma, la tolgo dalle nostre ricerche allora.

Ma ho comprato con voi, le hai detto cercando di sembrare ancora più incredula ma si sentiva che eri delusa. Ma come, cretina, perché sei cretina. Sei la cugina scema di qualcuno, vero? Ecco, questo è quello che è risuonato e non hai fatto nulla per mascherarlo. Dall’altra parte hanno chiuso.

L’hai raccontato alla grande e anche alla piccola, ma chi, quella che quando ci ha fatto vedere la casa ci diceva questa cucina è la cucina, questa camera è una camera, questa sala è una sala, questa rampa è una rampa? E giù a ridere, si, lei.

Uno dei bovini aveva una moglie, l’avevi soprannominata Moira. Aveva i capelli e il trucco come la Orfei. Anche le unghie. Lui era uno di quelli con i pantaloni appesi sotto la pancia che spunta, quegli uomini che non riescono a indossare alcun tipo di pantaloni senza sembrare Poldo di Braccio di Ferro. Ma lo chiamavi l’Onanista, comunque con la O maiuscola, come un nome proprio.  Una volta ti aveva detto che lei, la moglie, a un cliente che aveva ritirato la proposta di acquisto aveva detto “ti strappo il cuore e me lo mangio”. Da quel giorno la chiamavi Signora e le davi del lei volutamente, in un mondo dove passano al tu prima che tu scenda dall’auto. E cercavi di farla sentire intelligente. Era tanto che non pensavi a Moira e all’Onanista, chissà che fine hanno fatto, se hanno ancora quel bugigattolo in quel quartiere dove il più bravo ha la rogna. Chissà la madre di lui, speravi fosse morta prima di vedere la nuora.

Tua madre te lo diceva sempre, l’uomo ideale è orfano e figlio unico. Almeno una volta a settimana, per tenerti sveglio il metabolismo. Tu non lo dici alle tue figlie, non ha senso. Dirlo, la frase ne ha, è forse la cosa più sensata che lei ti abbia mai detto, superata solo dal “sarai un’ottima madre”, pronunciato quando la grande aveva dodici giorni, prima di partire per il mare lasciandoti sola con la neonata e il padre della neonata. Non ha senso dirlo, ciascuno ha i suoi ideali, la distanza generazionale è segnata, non ti ascolterebbero, tu hai i mocassini in stampa cocco, cammini veloce per stare dietro ai pensieri, hai fatto l’amore in una 127 tanto tempo fa, lui aveva gli occhi azzurri e una laurea, tu i compiti delle vacanze da finire e l’Università da progettare o sei vecchia o hai iniziato a far l’amore troppo giovane, no, ti dici, nessuna delle due, non te n’è mai fregato niente delle auto, ridi, una ragazza ti guarda, guarda i mocassini, non hai le calze.

Faccio come voglio, le dici. È la libertà.

2 pensieri su “Confesso

  1. Spotify, come tutte queste piattaforme sanno più di quel che noi sappiamo di noi, facciamocene una ragione! Sui Pinguini ti capisco, ma guarda che poi sarà peggio (i miei ascoltano e vorrebbero farci ascoltare roba che ti fa riconsiderare il rumore del gesso sulla lavagna). Riguardo poi alla cugina scema, non ho dubbi…è sicuramente tifosa della Roma! 🙂

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  2. Credo che il tuo metabolismo sia molto ingeneroso con te, con tutte le pretese che ha.
    Una botta di calendula e lo mandi a farsi fottere: i metabolismi sono così, arroganti ma poi codardi.

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