Faccio io

Lunedi.

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che fosse accesa, che fosse programmata. Ho contato le ore e i minuti che mi restavano.  Ore 6. Mi alzo, mi chiamo Sonia e aspetto una mail, una sola, quella. Dalla app del Liceo autocertifico l’assenza di sintomi Covid per Cri, Pepe mi lancia la borsa da tennis dalle scale, se per favore le do una mano a caricarla in auto. Tangenziale direzione Caselle, uscita Corso Regina, limite dei 70, corso Lecce, Via Medici e poi giù di lì. Notifiche degli insoluti bancari, analisi delle causali, gestione del recupero: nuova emissione per le insufficienze fondi, contatto con il cliente per ogni altra motivazione fornita dalla banca debitrice. Non è difficile, solo noioso. Cerco tra gli annunci una libreria in vendita, Google mi avvisa che ho visitato questa pagina molte volte, lo so, niente di nuovo, solo una Mondadori in un centro commerciale per carità. Tanti bar e ristoranti, non mi interessano i bar e i ristoranti, un laboratorio di sartoria. Causa trasferimento. Una panetteria. Alberghi. Un elettrauto. Causa trasferimento. Dove vanno, tutti?

Caffè con Gabry, organizzato da quindici giorni, io posso, lei può. Non succedeva da luglio. Mia figlia, suo figlio, mia figlia l’altra, suo figlio l’altro. Il basket, il karate, il tennis, gli stessi professori del fratello il suo piccolo, meglio così, non tutti quelli della sorella la mia piccola, meglio così.

Arriva Pepe.

Arriva Cri.

Pepe a tennis. Cri studia.

Aspetto una mail, una sola, quella e non arriva. Cri mi chiede se è arrivata. No. Ritiro Pepe, mi chiede se è arrivata, no. Perché cambi sempre canzone in macchina, mamma? Non lo so. Lasciamo scorrere la playlist? Ok, bimba bella.

Cri ad allenamento. Sei felice? Ti piace la nuova palestra? Viene papà a prenderti, io scaldo la cena.

Pepe dall’oculista, cambiamo le lenti, cambiamo la montatura, la ragazza accomoda, spasmizza. Mi augura Buon Natale, guardo la data.

Martedì

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che fosse accesa, che fosse programmata. Ho contato le ore e i minuti che mi restavano.  Ore 6. Mi alzo, mi chiamo Sonia e ho 43 anni, potrei essere orfana senza che questo desti stupore ma non sono orfana, i miei genitori hanno 65 e 68 anni, se morissero questo desterebbe stupore.  Dalla app del Liceo autocertifico l’assenza di sintomi Covid per Cri, Pepe mi lancia la cartellina di Educazione Artistica, se per favore le do una mano a caricarla in auto. Tangenziale direzione Caselle, uscita Corso Regina, limite dei 70, corso Lecce, Via Medici e poi giù di lì. Fatturazione del mese, prima i nuovi contratti e poi le ripetizioni. Controllo degli addebiti degli F24. Verifica di chimica per la grande, riconsegna delle tavole di arte corrette per la piccola, non so nulla di quello che hanno fatto. Telefonata con Betti, dice che Stefi è felice per il suo daimon mentre lei è felice per il suo diamond e ride soffiando il fumo della sigaretta che mi arriva attraverso il telefono, bene, le dico, io sono felice con il mio Dyson. Ride ancora di più. Il miglior acquisto di sempre, mi soffia all’orecchio. Pepe ha il rientro fino alle 16.30, Cri esce alle 15. Stasera io e lei andiamo al Carignano, è la prima di Orgoglio e Pregiudizio, le dico che forse mi addormenterò, mi chiede della mail, scuoto la testa, cerco un posto, quasi piango, impreco, uno uno solo, a me basta un posto solo. uno, uno solo. Niente. Eccolo. Sotto un ponteggio, c’è il divieto. Torino è tutta un ponteggio. Si potrebbe attraversare la città senza mai toccare terra, passando da un cantiere all’altro, guardando nelle case di tutti, battendo alle finestre. Lo dico a Cri, sorride, si potrebbe. Avviso Lui, non so se troverò la macchina, forse dovrai venire a prenderci o possiamo chiamare un taxi, uno che accetti il bancomat perché non ho contanti, ci costerà un po’ dal Carignano a Rivoli, amen, poi dovremo recuperare l’auto se ce la portano via, se me la portano via. Non mi addormento, lo spettacolo è bellissimo, Cri ha gli occhi felici, io metto gli occhiali perché ho mal di testa, l’auto è sotto il ponteggio.

Mercoledì

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che fosse accesa, che fosse programmata. Ho contato le ore e i minuti che mi restavano.  Ore 6. Mi alzo, mi chiamo Sonia e ho una laurea in Giurisprudenza. Dalla app del Liceo autocertifico l’assenza di sintomi Covid per Cri, Pepe si lancia giù dalle scale saltellando perchè oggi è il suo giorno alle ATP, se per favore ci muoviamo tutti. Le accompagna Lui perchè è mercoledì. Io torno a letto un po’, con il cane piccolo, il cane grande si sdraia sulle mie ciabatte, non mi riaddormento, aspetto una mail, una sola, quella, ho ginnastica con Stefano perchè è mercoledì, ho bisogno di ciabatte nuove, inizio la riconciliazione bancaria. Cri ha la prima interrogazione di diritto, è una questione personale, abbiamo ripassato insieme, le ho spiegato quel che non le era chiaro, sa tutto, è preparata, per chiarirle la posizione della consuetudine tra le fonti giuridiche ho preso una sedia, tolto le ciabatte, sono salita e ho afferrato dalla libreria il Trimarchi, Manuale di Istituzioni di Diritto Privato, copertina blu, quello con la copertina rossa era di mio padre, ma lui a Scienze Politiche mica aveva portato il mio programma. Ti voglio vedere se non spacchiamo tutto, all’interrogazione. Cerco tra gli annunci una libreria in vendita, Google mi avvisa che ho visitato questa pagina molte volte, lo so, niente di nuovo, solo una Mondadori in un centro commerciale per carità. Tanti bar e ristoranti, non mi interessano i bar e i ristoranti, un laboratorio di sartoria. Causa trasferimento. Una panetteria. Un negozio di ottica. Un centro estetico con solarium. Causa trasferimento. Dove vanno, tutti? Cri ha lezione di teatro, Lui e Pepe vanno alle Atp, sono undici mesi che hanno i biglietti, ordino cibo cinese, io e Cri lo mangeremo sul divano, di cosa sono fatte le nuvole di drago, mamma? Non so se vuoi saperlo, bambina. Dai dimmelo. Gira il video della spiegazione, lo pubblica tra le storie, i suoi amici impazziscono, è simpatica tua madre, è troppo forte tua madre. Abbiamo preso 9 di diritto. Spacchiamo. Guardiamo la partita di tennis in tv, cercando di vedere se inquadrano gli altri due, i nostri.

Giovedì

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che fosse accesa, che fosse programmata. Ho contato le ore e i minuti che mi restavano.  Ore 6. Mi alzo, mi chiamo Sonia e sono la mamma di Cristina e Benedetta. Dalla app del Liceo autocertifico l’assenza di sintomi Covid per Cri, Pepe mi lancia la borsa da tennis dalle scale, se per favore le do una mano a caricarla in auto. Tangenziale direzione Caselle, uscita Corso Regina, limite dei 70, corso Lecce, Via Medici e poi giù di lì. Programmazione dei pagamenti, verifica degli effetti fornitori, ricerca delle fatture che non corrispondono, gestionale bloccato, imprecazioni, gestionale sbloccato, funziona.

Pepe a tennis. Cri studia.

Ritiro Pepe.

Porto Cri ad allenamento. Sei felice? Ti piace la nuova palestra? Viene papà a prenderti, io scaldo la cena.

Apro Facebook, compare un annuncio sponsorizzato da una società di psicologia, c’è un seminario per psicologi, compare la foto del relatore e il nome del relatore e guardo il nome e leggo la foto, al contrario, proprio al contrario. Il mio psicanalista. L’Uomo con la Barba. Ha ancora un nome e un cognome e la barba e gli occhiali. Esiste ancora. Anch’io esisto. Lui non mi può vedere dall’annuncio sponsorizzato, solo io posso, solo io so che lui esiste ancora ma anch’io esisto ancora e mi chiamo Sonia, ho 31 anni e sono la mamma di Cristina e Benedetta, Cri sorride e Pepe piange. Cri ha tanto catarro e Pepe ha le coliche. Io sto male, forse muoio. L’uomo con la barba apre la porta e mi cura, io sto meglio ma non guarisco. Faccio vedere la foto a Lui e gli dico eccolo, esiste ancora e Lui mi dice me lo immaginavo diverso. Se l’era immaginato.

Venerdì

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che fosse accesa, che fosse programmata. Ho contato le ore e i minuti che mi restavano.  Ore 6. Mi alzo, mi chiamo Sonia e non riesco più ad ascoltare alcuna canzone fino alla fine. Dalla app del Liceo autocertifico l’assenza di sintomi Covid per Cri, Pepe mi lancia la borsa del nuoto dalle scale, se per favore le do una mano a caricarla in auto. Le accompagna Lui, perché è venerdì. Io torno a letto un po’, con il cane piccolo, il cane grande si sdraia sulle mie ciabatte, non mi riaddormento, leggo, finisco un libro che non so se mi è piaciuto, aspetto una mail, una sola, quella, ho ginnastica con Stefano perché è venerdì, imposto il lavoro dei Sepa Direct Debit, compro il mangiare del cane piccolo, avviso Lui che bisogna comprare il mangiare del cane grande. Oggi Cri ha la prima interrogazione di Latino, è una questione personale, abbiamo ripassato insieme, le ho spiegato quel che non le era chiaro, sa tutto, è preparata, per chiarirle perché quel Romae significa stato in luogo ho preso la mia grammatica latina del ginnasio, ti voglio vedere se non spacchiamo tutto, all’interrogazione. Pepe torna alle Atp, doppio e singolo, mi ricorda di registrare le partite, registro le partite. Il vicino raccoglie le foglie secche nel vialetto, ha tempo perché è in pensione. Aspetto una mail.

Cerco una libreria.

Non finisco una canzone.

Prima piango poi impreco. Funziona.

Tranne che per la mail.

Voglio ascoltare quante più canzoni possibili ecco perché salto di continuo, non le lascio finire. Ho un problema con l’organizzazione. Con l’ottimizzazione. Su Facebook vedo il mio psicanalista. Stefano dice che ho la mentalità da atleta. Io penso di essere un asino da soma. Io e Cri andiamo dal parrucchiere, lei taglia e io coloro, la vedo gesticolare con il ragazzo che si occuperà di lei, gli fa vedere con le mani la lunghezza, poi agita le dita per chiedere un po’ di volume, fa segni per spiegare, anch’io faccio segni, sbuffo. Come segni di fumo. Quando sbuffo sanno che no, non farò il tonalizzante perché non ho più tempo, la prossima volta. Abbiamo preso 8 di Latino. Spacchiamo. Ci facciamo una foto all’uscita dal parrucchiere anche se è buio. Lei sembra più grande, io sembro sua madre.

Sabato

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che non fosse accesa, che non fosse programmata. Mi riaddormento. Sogno di tirare l’acqua dopo la pipì ma qualcosa non funziona e resta un brandello di carta igienica, ci provo ancora ma lo scarico non funziona. Mi sveglio. Mi alzo. Mi chiamo Sonia e ho una migliore amica da quasi trent’anni.

Pepe si allena poi va a casa di Ceci, bisogna prendere un regalo. Cri si allena e domani andrà da Auri, bisogna prendere un regalo. Andiamo a prendere i regali. Andiamo ad allenamento. Lascio una prendo l’altra prendo l’altra e ritiro una. Mi sforzo di non cambiare canzone. Mi impongo di non cambiare canzone. Guardo quanto manca alla fine della canzone. Abbraccio Torino lungo la tangenziale, da Mirafiori a Corso Grosseto, ci stanno tante canzoni intere, aspetto che finiscano, sono brava ma mi costa fatica.

Casa di Ceci.

Cerco la via.

Cerco il civico.

Cerco parcheggio.

Rifaccio il giro.

Piango.

Impreco.

Funziona e trovo parcheggio. È arrivata la mail, mamma. No, bambina del mio cuore.

Suono, salgo, saluto, ringrazio, sorrido, ho la mascherina, divertitevi, va bene alle 22.

Ceniamo in tre. Pepe non c’è e si vede. Dico che voglio svenire per la stanchezza. Svuoto la lavatrice, carico l’asciugatrice, stendo. Male. Non sono una di quelle donne che stende bene e appaia i calzini, non lo sarò mai.

Domenica

Ho controllato la sveglia dalle 4, che fosse lì, che fosse accesa, che fosse programmata. Ho contato le ore e i minuti che mi restavano.  Ore 7. Mi alzo, mi chiamo Sonia e non ho mai praticato sport. Cri oggi deve dare l’esame per la cintura nera I Dan. Lo aspetta da tre anni, quando è diventata cintura marrone. Ho un rigurgito di memoria. La cerimonia di cintura blu rovinata da una persona orrenda che le si avvicina, io che dico non è il momento, questa che fa la scena madre: mi dispiace per te, mi dispiace per te mi ripete, come se potesse permettersi di rivolgermi la parola. Da allora il muro. Lontani da mia figlia o sparo. Lontani da mia figlia o uccido.

I documenti. Il green pass. La carta di identità. La licenza federale. Fai piano, non svegliare tua sorella, Cristo, controlla tutto, se non importa a te deve importare a me? Come stai? Mangia, che la mattina è lunga, arrivi alla fine che non hai le forze, non questo cappotto non vedi che è leggero, ci sarà la coda per entrare, fai come vuoi ma poi ti ammali. Prima l’ingresso degli atleti. Poi i genitori. Fumano, alle 8 del mattino. Puzzano alle 8 del mattino. Raccontano brandelli di vita, io sono cattiva e penso che abbiano la vita a brandelli come la carta igienica nel mio sogno. Tutti bravi. Tutti che sanno cosa è meglio. Tutti che hanno capito. In Austria da domani c’è l’obbligo del vaccino. No, c’è il lockdown. Sì, ci sono tutti e due. Chiusi dentro e vaccinati. È giusto. Ma che cazzo giusto. Allora non è giusto. No. ci arriveremo anche qui. No, qui no. Vedrai. Ma la nebbia e il freddo che sono arrivati tutti insieme? Bastarda miseria. A me il vaccino fa paura perché diventi sterile. Sorrido. Il mio amico Andrea sostiene che questi non saranno mai sterili, perché la minchia non vuole pensieri. Vorrei interromperli per dirglielo.  Non lo faccio.

Consegno l’autocertificazione, sì, sono un genitore. No, non ho sintomi, non questi. Vedo il mio psicanalista su Facebook, sa come quelli che vedono Padre Pio, mi sforzo di ascoltare una canzone fino alla fine, conto quanto tempo mi resta per dormire, aspetto di presentare il conto a un paio di balordi che ancora non me l’hanno pagata, cerco una libreria e aspetto una mail ma no, altri sintomi non ne ho.

Esame. Ultima, per via del cognome, inizia con la V. Idonea. Cintura nera, piango, impreco, funziona. Lui la guarda orgoglioso, scatta le foto, sorride mentre lei cammina sul tatami, devi amare molto qualcuno se sorridi mentre cammina e basta, penso. 

Controllo la sveglia per domani.

Lunedi.

Ore 6. 

Mi chiamo Sonia.

Lettera aperta, anzi chiusa. (Uso personale del, mio, blog)

Caro Maestro, Allenatore, Istruttore, Tecnico, Coach o come vuoi tu. Caro tu, che al terzo tentativo di identificarti sembro mio padre quando chiama noi figli, si sbaglia sempre e se la prende con chi ha davanti, colpevole di non chiamarsi come ha detto lui. Caro Maestro, Allenatore, Istruttore, Tecnico, Coach o come vuoi tu, che al mio terzo tentativo sbagliato ti blocchi come il pin del bancomat, caro tu, non voglio sembrare mio padre che sa sempre cosa è meglio per noi anche quando non ci chiede cosa pensiamo sia meglio per noi.

Caro tu, che usi le maiuscole per scrivere il tuo ruolo, per favore, se ti riesce, usa la maiuscola anche per scrivere Allievo, Atleta, Sportivo o come vuoi tu. È più corretto, non trovi? O tutti in minuscolo o tutti in maiuscolo, e sì, lo so, che sono dettagli ma è nei dettagli che io mi incastro. Caro tu, usa la maiuscola per questi Ragazzi, che è come urlare. Ed è quello che fanno, sai. I Ragazzi. I Ragazzi urlano. Che siano Allievi, Atleti, Sportivi o come vuoi tu, loro urlano e non c’entra con il fatto di sentirli perché il più delle volte non li senti. Urlano con la bocca premuta sul cuscino, urlano con le mani spalancate sul viso, urlano per non essere sentiti perché poi gli si chiederebbero spiegazioni e i Ragazzi, loro, non è detto che le abbiano o che le vogliano condividere.

Toccherebbe a noi. Dare spiegazioni, se richieste. Toccherebbe a noi sapere come si urla quando non ci si vuol fare sentire. Toccherebbe a noi sapere che urlano.

Caro tu, che parli per ore delle tue imprese quando gareggiavi, quando eri Tu l’Atleta maiuscolo, caro tu qualcuno dovrà prendersi prima o poi l’ingrato compito di rivelarti che non frega niente a nessuno. No, non sarò io, figurati. Non ho ancora capito cosa sei, se Allenatore, Istruttore, Tecnico, Coach o come vuoi tu, non mi prenderei mai la briga di venire a dirti che non si parla più di te ormai, ma di Loro. Tocca a Loro, tu basta, fine, stop. Caro tu, non cercare la loro adorazione perché hanno già degli dèi e non sei tra quelli quindi puoi rilassarti, anche tu, come noi genitori, come noi adulti qualsiasi, capitati un po’ per caso a interpretare un ruolo improvvisando completamente, perché caro tu, dai, lo sai anche tu che qui nessuno sa come si fa.

Non perderti nel delirio di conquista, non aspettarti che pendano dalle tue labbra. Ho sentito questa affermazione da uno di Voi e mi si è bloccata la vena materna, che è quella che dall’ombelico porta le sensazioni al cervello, mi si è occlusa all’altezza della gola, appena in tempo per impedirmi di dire checazzodici, mi ci sono strozzata, tanto che mi hanno dovuto battere tra le scapole con forza e mi hanno praticato la manovra di Heimlich e alla fine ero troppo stanca per parlare e così sono stata zitta a fare la sola cosa che potevo: passare le dita tra i capelli delle mie figlie. Caro tu, io esigo che le mie figlie non pendano dalle labbra, o da qualsiasi altra cosa, di chicchessia. Men che meno di uno che si nasconde dietro il dettaglio di una maiuscola usata per sé.

Caro tu, è il momento di parlarci con sincerità. Come Atleta non hai concluso un cazzo di niente o comunque molto poco o comunque per un lasso di tempo minimo, altrimenti non saresti lì, dove sei, dove ti abbiamo trovato, in una qualche strada di periferia dalla quale ti vanti di aver tolto giovani vite. Evviva. Come Maestro, Allenatore, Istruttore, Tecnico, Coach o come vuoi tu, qual è l’unità di misura del tuo successo? L’Atleta talentuoso? Troppo facile, non trovi? Se l’Atleta talentuoso lo porto in un’altra strada di periferia cosa succede? Io penso che arriverà comunque sul podio. Caro tu, se alzi lo sguardo e muovi la testa da sinistra a destra e viceversa vedrai un piccolo mondo di Ragazzi che vengono lì, in quella strada di periferia, non per salvarsi ma per amore. E l’amore non c’entra la vittoria, anzi. Caro tu, se li osservi vedrai che vogliono essere corretti quando sbagliano, che vogliono imparare, anche vincere, certo, ma perché non dirgli che imparare è già vincere?

Caro tu, che usi frasi mal pensate, come puoi dire ai genitori che i ragazzi devono imparare ad accettare la sconfitta? Cosa vuoi? Cosa vuoi da noi? Vuoi che gli mostriamo noi come si fa? Mi sembra quella vecchia storiella che gira tra gli avvocati: quando la causa viene vinta si chiama il cliente e gli si dice abbiamo vinto, quando a causa viene persa si fa chiamare il cliente dalla segretaria per dirgli che lui ha perso.  Caro tu, i Ragazzi pèrdono continuamente, è quello che fanno, sai. I Ragazzi. I Ragazzi pèrdono e questo, sì, che c’entra con l’amore.  E noi li rimproveriamo, come se non fossimo mai stati Ragazzi che pèrdono, come se non fossimo adulti improvvisati che pèrdono ogni giorno. Caro tu, è compito tuo insegnare a un Atleta come si perde una gara. Altrimenti devo pensare che sia tu quello che non ha ancora imparato e in questo caso toccherebbe a te chiedere perdono. Il loro.

Caro tu, sono delusa. Non c’è un altro modo per dirlo e forse è anche meglio, per me, se non c’è un altro modo devo usare questa parola. Delusa dalla vanità di sedicenti Maestri o quel che sono, autoreferenziali e noiosi, verso i quali vorrei provare tenerezza o compassione ma mi manca la vena apposita dove lasciarle scorrere e allora sono costretta alla delusione e, in fondo, al disprezzo per il quale sono dotata di arteria bella grossa dalla nascita. Caro tu, qualcuno dovrà pure prendersi prima o poi l’ingrato compito di rivelarti che nella sigla A.s.D. la D. indica i dilettanti, e no, non è detto che sia riferito agli Atleti. No, non sarò io, figurati, cosa ne so io, che pensavo significasse Ascolta ‘sto Deficiente. Ma in maiuscolo.

Noi

Non ce li avevamo i morti, i nostri morti erano lontani e quindi stavano sui comodini o sul cassettone in camera da letto, dentro cornici spesse senza polvere, bianchi e neri da non sapere di che colore avessero i capelli o gli occhi. Bisognava chiedere.  I morti sepolti qui erano pochi, uno o due, non di più. Venuti su e morti in esilio, noi eravamo la prima generazione nata qui, ci mancava la prima generazione di morti.

Troppi fiori per poche lapidi, i fiori avanzati mio nonno li distribuiva tra le tombe dimenticate, quelle in evidente stato di abbandono, sulla strada del ritorno verso l’uscita, gli metteva tristezza che non ci fosse nessuno a ricordarsene. Lui, qui, morti suoi non ne aveva e nemmeno foto, solo una un po’ lisa, consumata con gli occhi, sua madre morta per un’infezione dopo il parto, il suo. Mi fai rivedere la foto, come si chiamava? Carolina, lavorava, nessuna donna lavorava lei invece lavorava, aveva le palle mia madre. Guardala, guarda la bocca, è come la tua. Ma che ne sai, non l’hai mai vista. Ma l’ho sognata ogni notte e a te ti vedo, siete belle uguali. Con suo padre non si parlava più da anni quando è morto, è morto giù. La mamma di mia nonna, invece, è morta qui, otto mesi dopo la mia nascita: “lei ti ha conosciuta e tu non hai fatto in tempo a conoscere lei”. Era contenta di diventare bisnonna? Non lo so, quando le abbiamo detto di te ha commentato chi va per mare di questi pesci piglia. Io ero il pesce? Sì. Com’era? Aveva gli occhi verdi e la pelle chiara. Allora nonna non le somiglia. No, nessuna figlia. Assomigliano tutte al padre.

Il padre di mia nonna è morto qui ma è sepolto giù. Ha voluto così, tornare accanto alla prima moglie. Era vedovo, la nonna con gli occhi verdi era la seconda moglie, gli ha fatto cinque figlie, tutte femmine. Gli prendevano i nervi ogni volta. Tutte uguali a lui. Stava nella foto sul comò, con la camicia arrotolata fino ai gomiti, le mani appoggiate su un bancone, le bretelle. Aveva un emporio, non si è patita la fame in guerra anche se c’era il razionamento. Quanti anni avevi, nonna? Otto, nove, dodici quando è finita. Dov’era l’emporio? In piazza Carlo III, vicino alla stazione. In centro? Abbastanza, noi abitavamo sopra e l’emporio stava sotto. Di cosa è morto? Un trombo, pure tuo padre se lo ricorda. Era brutto, e pure stronzo, per quella cosa delle femmine, lo penso ma non lo dico. Ho conosciuto tuo nonno lì,dietro a quel bancone, era soldato con mio fratello, fratellastro, il solo maschio, figlio del primo matrimonio. Avevano fatto un patto, il primo dei due che tornava a Napoli avvisava la famiglia dell’altro, si presentava, andava a portare notizie. È tornato prima tuo nonno, è entrato, ha parlato con mio padre. Com’era? Bello. Profumato.

Mia nonna zoppica, cammina a fatica, percorre il cimitero sottobraccio al nonno, dritto e ben vestito, stando ai miei calcoli se io ho quattro anni lei ne ha quarantanove. Mio padre ventinove. Mia nonna è vecchia e grassa, si lamenta sempre, sulla tomba di sua madre piange, si bacia la mano sulla punta delle dita e le poggia sulla foto e ancora e ancora. Capisco che suo padre si sia fatto seppellire lontano da questo teatrino.

Noi eravamo la prima generazione nata qui da matrimoni misti ma ben visti. Matrimoni tra meridionali, nessuno del nord e pace se sposi un napoletano con la pancia o se questa ragazza tutta occhi e ossa è palermitana, pace se ci porti in casa uno di Brindisi. Basta che non sia del nord. Quelli mangiano presto, che ancora c’è luce, mangiano agli orari dell’ospedale. Mangiano aglio, puzzano. Non si può prendere l’ascensore con quello del terzo piano, facciamo finta di guardare nella buca delle lettere finché non sale e poi andiamo a piedi perché resta la puzza. Quelli mangiano cose che non conosciamo. Dicono neh. Non li capiamo quando parlano. Sì, sì, siamo noi qui, è vero, a casa loro, sarà pure così, ma non ci mischiamo. Ognuno per sé, noi a loro non piacciamo e loro a noi non piacciono. A noi tocca stare qui, con il freddo, con la nebbia, con la pioggia. Sai perché ci sono tanti portici? Perché piove e fa un cazzo di freddo, allora questi si sono fatti i portici, così possono camminare per strada lo stesso.

Cosa ti manca di più? Ci andavi al mare? No, ma quale mare. La luce. Il profumo delle arance nel giardino della villa dei miei genitori, le porte sempre aperte, i miei fratelli. Chi è questo? Mio padre. Com’era? Secco secco come un ramo, quando sono nata io lui aveva cinquantasei anni, era nonno, sono nata che già ero zia, mi amava così, che potevo fare quello che volevo. Mia madre no, era severa. Ora tu la vedi così, nel letto, ma la nonna vecchia era un generale, sai, ci teneva tutti a bacchetta. Perché lo tieni qui? Perché la notte lo guardo prima di addormentarmi, gli dico le preghiere, ci penso. Dov’è? Giù. È sepolto giù. E lui chi è? Mio fratello Andrea, il più grande, quando è morto sono quasi impazzita per il dolore. Come si impazzisce per il dolore? Ciascuno a suo modo.  Perché ha questa forma il portafoto? È un albero, come l’albero genealogico, sai cos’è? No. È la famiglia come se fosse un albero, ognuno è il frutto di qualche ramo. Gli spazi vuoti sono per quelli che non sono ancora morti? Sì. Non mi piace, nonna, mi fa pensare a chi è il prossimo. E tu non ci pensare. Come si fa? A fare cosa? A non pensare più una cosa che pensi?

E la mamma del nonno? Ha una pelliccia nella foto? Sì, era una gran dama, lei, sempre curata, suonava il pianoforte ma lo detestava, cucinava benissimo tranne quando nonno aveva le versioni di greco o gli esami al ginnasio, in quei giorni no, scriveva sul taccuino oggi Fanino ha gli esami, non si cucina. Quando è morta? Quando il nonno aveva sedici anni. Perché? Una malattia. E il nonno? Non ne parla. Nemmeno con te? Ogni tanto, poco. Era molto amato da sua madre, poi quando quell’amore non ce l’hai più non ti va di nemmeno di ricordarlo. Suo padre? Ha distrutto tutto quello che riguardava la moglie, ha venduto le proprietà, le case, i terreni, ha licenziato i domestici, ha venduto tutto quando i soldi non valevano più niente invece di comprare e così nonno si è trovato senza niente, un po’ di greco e latino e le buone maniere. Come fanno i soldi a non valere più niente,i soldi sono soldi, valgono sempre. No, a volte non valgono niente. Lui lo vado a trovare al cimitero ma non mi piace perché si chiama come mio zio. Anzi, mio zio si chiama come lui e io non vorrei mai chiamarmi come uno che è morto e sta scritto lì il mio nome, non vorrei leggere il mio nome su una tomba. Penso che a mio zio non sia mai importato. Ha chiamato suo figlio come mio nonno, che poi è morto, così adesso abbiamo più morti, anche noi, anche se non ci andiamo. Forse loro ci vanno, non lo so. Mio zio ha avuto il primo matrimonio misto malvisto. Poi mia nonna ha perso la memoria.

Il mio matrimonio l’ha intuito, quando vedeva Lui storceva un po’ la faccia, lei era la regina delle espressioni facciali, aveva una mimica notevole. Ogni tanto mi ha suggerito di trasferirmi giù. Io ho avuto il secondo matrimonio misto malvisto, a quel punto l’Alzheimer aveva già vinto. L’hanno cremata e non c’è un posto dove andare, l’urna ce l’ha un mio zio, un altro con un’unione mista malvista ma lei ormai non può farci più niente, nemmeno lo sa di essere a casa loro. Non ci andrei, comunque. Dalla mia unione mista ho imparato che qui, al nord, partono delle spedizioni di pie femmine armate di detergenti per sanificare le tombe prima della ricorrenza dei Santi o dei defunti o di quel che è. Giorni prima, vanno a pulire le tombe. Perché, ho chiesto a Lui. Perché non si dica che sono trascurate durante l’anno. Chi lo deve dire? Quelli che vanno per la ricorrenza. Ma sono trascurate durante l’anno? Sì, ma non si deve dire. Non capisco. Non puoi capire. Ma tu capisci? No, non come pensi tu che vadano capite le cose, le capisco perché le so. Le capisci perché le contieni? Forse sì, qualcosa di simile. Non ti fa senso andare da tuo nonno e leggere il tuo nome? No. Gli somigli pure adesso. Trovi? Sì, dalla foto, sì. Stessi occhi, anche la fronte. A me farebbe senso leggere Sonia Laezza su una lapide. Non ci ho mai fatto caso. Forse perché non l’hai conosciuto, tuo nonno. Forse. Comunque sarete pure del nord ma anche voi che usanza del cazzo dare il nome dei nonni, io sono del sud e mi hanno chiamata come hanno voluto e tu sei del nord e ti sei beccato il nome in eredità, strano, tua nonna aveva l’alberello dei morti? No, che orrore. Ma no, io ci giocavo, ogni portafoto pendeva da un ramo, era ovale, tipo un frutto appeso e con i miei cugini capitava di farli dondolare, gli davamo un colpetto con la punta dell’indice, e sapevamo i nomi che non erano i veri nomi, voi usate solo i veri nomi? Quali sono i veri nomi? I nomi veri, io Sonia, mia nonna Maria, mio nonno Stefano. I nomi veri. Sì, certo, che nomi dovevamo usare? Eh, belli, facile così. Noi sapevamo i nomi usati famiglia anche per i morti quando erano vivi, anche per quelli dell’alberello. Una specie di Indovina Chi dei morti. Dai, che macabro. Ma figurati. Nonno Turè, tu dici da Salvatore, no, si chiamava Domenico ma era detto Turè come suo padre, morto quando lui era piccolo. Vabbè, mio nonno Fani o Fanino, ma lui era vivo ai tempi, poi c’era zio Pinè e così via. Un giorno abbiamo dato un colpo più forte ed è caduto l’ovale con la foto del papà di nonna, sul comodino. Abbiamo cercato di riagganciarlo ma abbiamo sbagliato ramo e lei se n’è accorta. Si è arrabbiata? Sì. Dovete lasciare stare mio padre. Ma quello non è tuo padre, è la sua foto, mica è lui. Zitta tu, che sai sempre tutto. Ero io. Parlava a me, ero io la sapientina. E poi? Poi ci ha proibito di giocare con l’alberello e non ci abbiamo più giocato, non ci interessava più e lei se n’è scordata. Stando ai miei calcoli io avevo setto o otto anni e lei cinquantatré o cinquantaquattro, mia madre ventinove o trenta. L’alberello adesso? Non lo so. Non so che fine abbia fatto. Lei ti manca? No. Un po’. Ogni tanto, un po’ più degli altri. Mi manca dirle alcune cose o sentirmele dire ma per il resto no, io sono così, ci ho fatto pace, me lo diceva lei, a volte. Cosa? Che ero sprucida, però con la erre palermitana lo devi pronunciare, e la c suona quasi come una sci. Sprucida, come una del nord, diceva, mica come noi.