Caro Maestro, Allenatore, Istruttore, Tecnico, Coach o come vuoi tu. Caro tu, che al terzo tentativo di identificarti sembro mio padre quando chiama noi figli, si sbaglia sempre e se la prende con chi ha davanti, colpevole di non chiamarsi come ha detto lui. Caro Maestro, Allenatore, Istruttore, Tecnico, Coach o come vuoi tu, che al mio terzo tentativo sbagliato ti blocchi come il pin del bancomat, caro tu, non voglio sembrare mio padre che sa sempre cosa è meglio per noi anche quando non ci chiede cosa pensiamo sia meglio per noi.

Caro tu, che usi le maiuscole per scrivere il tuo ruolo, per favore, se ti riesce, usa la maiuscola anche per scrivere Allievo, Atleta, Sportivo o come vuoi tu. È più corretto, non trovi? O tutti in minuscolo o tutti in maiuscolo, e sì, lo so, che sono dettagli ma è nei dettagli che io mi incastro. Caro tu, usa la maiuscola per questi Ragazzi, che è come urlare. Ed è quello che fanno, sai. I Ragazzi. I Ragazzi urlano. Che siano Allievi, Atleti, Sportivi o come vuoi tu, loro urlano e non c’entra con il fatto di sentirli perché il più delle volte non li senti. Urlano con la bocca premuta sul cuscino, urlano con le mani spalancate sul viso, urlano per non essere sentiti perché poi gli si chiederebbero spiegazioni e i Ragazzi, loro, non è detto che le abbiano o che le vogliano condividere.

Toccherebbe a noi. Dare spiegazioni, se richieste. Toccherebbe a noi sapere come si urla quando non ci si vuol fare sentire. Toccherebbe a noi sapere che urlano.

Caro tu, che parli per ore delle tue imprese quando gareggiavi, quando eri Tu l’Atleta maiuscolo, caro tu qualcuno dovrà prendersi prima o poi l’ingrato compito di rivelarti che non frega niente a nessuno. No, non sarò io, figurati. Non ho ancora capito cosa sei, se Allenatore, Istruttore, Tecnico, Coach o come vuoi tu, non mi prenderei mai la briga di venire a dirti che non si parla più di te ormai, ma di Loro. Tocca a Loro, tu basta, fine, stop. Caro tu, non cercare la loro adorazione perché hanno già degli dèi e non sei tra quelli quindi puoi rilassarti, anche tu, come noi genitori, come noi adulti qualsiasi, capitati un po’ per caso a interpretare un ruolo improvvisando completamente, perché caro tu, dai, lo sai anche tu che qui nessuno sa come si fa.

Non perderti nel delirio di conquista, non aspettarti che pendano dalle tue labbra. Ho sentito questa affermazione da uno di Voi e mi si è bloccata la vena materna, che è quella che dall’ombelico porta le sensazioni al cervello, mi si è occlusa all’altezza della gola, appena in tempo per impedirmi di dire checazzodici, mi ci sono strozzata, tanto che mi hanno dovuto battere tra le scapole con forza e mi hanno praticato la manovra di Heimlich e alla fine ero troppo stanca per parlare e così sono stata zitta a fare la sola cosa che potevo: passare le dita tra i capelli delle mie figlie. Caro tu, io esigo che le mie figlie non pendano dalle labbra, o da qualsiasi altra cosa, di chicchessia. Men che meno di uno che si nasconde dietro il dettaglio di una maiuscola usata per sé.

Caro tu, è il momento di parlarci con sincerità. Come Atleta non hai concluso un cazzo di niente o comunque molto poco o comunque per un lasso di tempo minimo, altrimenti non saresti lì, dove sei, dove ti abbiamo trovato, in una qualche strada di periferia dalla quale ti vanti di aver tolto giovani vite. Evviva. Come Maestro, Allenatore, Istruttore, Tecnico, Coach o come vuoi tu, qual è l’unità di misura del tuo successo? L’Atleta talentuoso? Troppo facile, non trovi? Se l’Atleta talentuoso lo porto in un’altra strada di periferia cosa succede? Io penso che arriverà comunque sul podio. Caro tu, se alzi lo sguardo e muovi la testa da sinistra a destra e viceversa vedrai un piccolo mondo di Ragazzi che vengono lì, in quella strada di periferia, non per salvarsi ma per amore. E l’amore non c’entra la vittoria, anzi. Caro tu, se li osservi vedrai che vogliono essere corretti quando sbagliano, che vogliono imparare, anche vincere, certo, ma perché non dirgli che imparare è già vincere?

Caro tu, che usi frasi mal pensate, come puoi dire ai genitori che i ragazzi devono imparare ad accettare la sconfitta? Cosa vuoi? Cosa vuoi da noi? Vuoi che gli mostriamo noi come si fa? Mi sembra quella vecchia storiella che gira tra gli avvocati: quando la causa viene vinta si chiama il cliente e gli si dice abbiamo vinto, quando a causa viene persa si fa chiamare il cliente dalla segretaria per dirgli che lui ha perso.  Caro tu, i Ragazzi pèrdono continuamente, è quello che fanno, sai. I Ragazzi. I Ragazzi pèrdono e questo, sì, che c’entra con l’amore.  E noi li rimproveriamo, come se non fossimo mai stati Ragazzi che pèrdono, come se non fossimo adulti improvvisati che pèrdono ogni giorno. Caro tu, è compito tuo insegnare a un Atleta come si perde una gara. Altrimenti devo pensare che sia tu quello che non ha ancora imparato e in questo caso toccherebbe a te chiedere perdono. Il loro.

Caro tu, sono delusa. Non c’è un altro modo per dirlo e forse è anche meglio, per me, se non c’è un altro modo devo usare questa parola. Delusa dalla vanità di sedicenti Maestri o quel che sono, autoreferenziali e noiosi, verso i quali vorrei provare tenerezza o compassione ma mi manca la vena apposita dove lasciarle scorrere e allora sono costretta alla delusione e, in fondo, al disprezzo per il quale sono dotata di arteria bella grossa dalla nascita. Caro tu, qualcuno dovrà pure prendersi prima o poi l’ingrato compito di rivelarti che nella sigla A.s.D. la D. indica i dilettanti, e no, non è detto che sia riferito agli Atleti. No, non sarò io, figurati, cosa ne so io, che pensavo significasse Ascolta ‘sto Deficiente. Ma in maiuscolo.

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