Lui guarda qualche programma in tv, Pepe gli si sdraia accanto sul divano, non si toccano, non c’è coccola, lei è lì e Lui è lì, sono lì insieme ma ognuno per sé, io lo so anche se non li vedo. Li sento. La porta della mia stanza è socchiusa, Lui cambia spesso canale, lei si innervosisce, anche a me fa innervosire questa incapacità di silenziare e lasciare lì, togliere il volume e basta. Lui no, non vuole vedere la pubblicità, non gli basta non sentirla. Discutono. Poi riprendono a guardare il loro programma, lo commentano, ridono a volte, a volte Lui le spiega qualcosa, lei annuisce anche se non la vedo. Scrivono la loro storia mentre parlano, mentre si parlano. Poi Lui si alza, toglie il filtro dall’acqua calda, travasa la tisana nelle tazze, quattro, e inizia il giro, chiama Cri dal primo gradino della scala che va in mansarda, lei non risponde, Lui la chiama di nuovo, lei non risponde, lui toglie le ciabatte e sale con la tazza tenuta saldamente così da non rovesciare nemmeno una goccia sulle scale, per non sentirmi dopo. Le tazze, sua e di Pepe, restano sul vassoio accanto al divano, Pepe chiede se si può già bere o se è ancora troppo calda, “prova” le risponde il padre. Suo padre le dice sempre prova. Io le dico sempre “aspetta che provo e ti dico”. Poi viene in camera nostra. Io leggo, sul comodino non c’è spazio per appoggiare la tazza, troppi libri, troppi amuleti, se ne lamenta un po’, sorridendo. “Leggi piano- mi dice sempre- leggi con un po’ di pane altrimenti non ti sazi” facendo il verso a suo padre e anche al mio, che non si sono mai incontrati e che dicevano le stesse cose, seduti a tavola. Io, a volte, gli chiedo di portarmi qualcosa di nascosto da me stessa, allora Lui va di là e torna con un biscotto, “è troppo-gli dico- metà”. “Ma smettila-risponde- è di nascosto, non ti scoprirai mai”. Se ne va, da Pepe, hanno un discorso da ultimare che è la loro coccola, è la loro storia, quella che lei si porterà via da questa casa insieme a qualche abito e qualche foto e qualche libro. Lui è la casa. Mio padre era la casa. Lui è una casa con un portico ampio, è un gazebo strutturato, fissato al terreno, con pali solidi, non c’è vento, non c’è nevicata, non c’è temporale che possa abbatterlo. Ma sei all’aperto, vivi così, coperto, protetto ma esposto, c’è l’ombra per mangiare senza fastidio se fa caldo ma ci sono gli insetti, c’è riparo dalla pioggia ma devi coprirti bene, altrimenti prendi freddo. Mio padre era un appartamento al quarto piano con ascensore, dove c’è spazio ma si deve condividerlo, aveva mobili di legno con zampe leonine, sedie foderate di ciniglia e qualche oggetto antico che sembrava vecchio, mobili classici che non stancano, diceva. I padri sono case. Le madri sono cose. Cose di uso comune. Una somma di piccole cose.

Io sono un colino, servo da filtro e setaccio per modiche quantità, do respiro al lievito nell’impasto di una torta, trattengo la parte più spessa della spremuta d’arancia la domenica mattina. A me restano i grumi, i gropponi, tutto quello che non scorre agevolmente residua su di me. Sono un rimedio casalingo, l’aceto per il calcare, il borotalco contro le formiche, la buccia di patate per le macchie di ruggine, il dentifricio per lucidare l’argento, il sale sulla macchia d’olio. Sono una bacinella di plastica con un manico deformato, vecchia ma la più comoda per lasciare in ammollo lo sporco ostinato, fatto di sangue o terra rossa, sono l’orologio sulla parete a cui non viene aggiornata la data, il togli pelucchi elettrico da passare sotto le maniche di certi maglioni, nel cavo dell’ascella o più giù, sui gomiti. Sono un vocabolario dei sinonimi e contrari impolverato, il dispenser del sapone che non viene ricaricato, il rotolo di carta igienica esausto sul termosifone del bagno. Sono la lucina accesa di notte per non aver paura, quella che a un certo momento, invece, disturba e basta. La penna sui cui alitare perché riprenda a scrivere, sono l’acchiappa polvere dimenticato su un ripiano della libreria, l’acchiappa colore, salvifica invenzione che consente di mischiare senza incidenti i panni sporchi, dubbio di ogni lavaggio, l’avrò messo? Sono il foglio di carta velina che separa le pagine negli album, lascio intravedere la foto successiva, mi sollevo leggera, mi strappo con niente ma non importa, basta passarci la mano liscia sopra, con il palmo ben aperto, che sembri una coccola, sono la memoria prima che si perda, sono tutte le volte, tutte le volte come quella volta.

Come quella volta che Cri ha chiesto di fare la lezione di prova a catechismo, pensando si trattasse di uno sport che andava di moda tra i suoi compagni in quel momento. Come quella volta che una delle due era soprannominata la Signorina Cacapietre e non dico chi perché ho promesso. Come quella volta che ho dato per l’ultima volta un bacio a pizzicchillo, era il 1996, era una casa in affitto, una casa disordinata ma felice, una casa che era stata bombardata durante la guerra, abitata da demoni che pasteggiavano su tavoli verdi, una casa dove il venerdì non si mangiava carne, mai, una casa dove ci si baciava così, con il bacio a pizzicchillo e ci si commuoveva per i cartoni animati dove gli animali restavano orfani, una casa che non esiste più se non dietro la carta velina di un album o dentro qualche ricordo. Come quella volta che Pepe durante l’interrogazione su Martin Lutero lo ha chiamato Juan Martin Lutero, come Juan Martin del Potro, il tennista, perché ognuno ha le sue strategie di mnemotecnica, come quella volta che Cri, a due anni, chiedeva a tutti quelli che incontrava “come chiama tua mamma?” A tutti, poi, rispondeva: “ah”. Solo ah. Cosa si può rispondere? Niente, si dice ah. E solo a sua sorella appena nata aveva chiesto “come chiama tuo papà?” Ah.

Sono i vestiti da dare via accatastati sul fondo di un armadio, sono un classico della letteratura letto in un’estate, al liceo, con il prezzo in lire e le pagine scricchiolanti ma disponibile al bisogno improvviso, una domenica sera per il lunedì mattina, pronto a tappare i buchi di una dimenticanza. Sono la molletta che chiude i sacchetti così da non disperdere la freschezza e la fragranza, sono i Tupperware senza tappo, il cesto della roba sporca in bagno, riempito fino al colmo e che si spera sia sempre qualcun altro a svuotare.  Sono le frasi ripescate, la notte, è di notte che si va a pesca, è quello il momento. Sono l’affanno del restare in balia della bonaccia, quando tutto è fermo e calmo e ti chiedi quando arriverà la fregatura. O la tempesta. “Non si chiama la tempesta” dice sempre Lui che per mare ci sa andare davvero, guai. Ma è della tempesta che le persone poco coraggiose hanno bisogno per cambiare. Sono la poltrona nell’angolo accanto allo specchio, in camera da letto, dove poggio tutto quello di cui mi spoglio a fine giornata, i pantaloni, pochi, le gonne lunghe e plissettate, molte, i maglioni morbidi con il collo ampio, le giacche del tailleur, la tuta per i lavori di casa, le scadenze bancarie, i colloqui con i professori, il doppio cognome alla fine di ogni comunicazione che riguardi le ragazze, le telefonate dalla macchina, il tratto di tangenziale in cui, ancora, il cellulare non prende, l’idea ingenua di meritare qualcosa solo perché ci si è comportati bene, tutti i non fa niente indossati  a strati nel corso della giornata, sono la Regina dei Non Fa Niente, quando invece fa tutto, le lacrime, poggio sulla poltrona un ingente quantitativo di lacrime da versare, quelle che se non versi poi te ne dimentichi. Non di piangere, no, ti dimentichi il motivo e finisci a piangere per niente e invece volevi piangere questo, volevi piangere per questo.

Come quella volta che ho vestito un corpo vecchio e morto che sembrava una mummia e pensavo di vestire una malattia e invece la stavo spogliando, la malattia, e la stavo poggiando sul comò e temo di essermi dimenticata di buttarla via perchè è così che ti frega quella malattia, che ti dimentichi. Come quella volta che Cri, piccolissima, mi ha chiesto cosa fosse il suicidio e dopo la mia spiegazione ha detto “oh, no, no, io aspetto di morire da sola” e ho pensato a come muoiono gli animali, dopo aver vissuto e basta, come quando le donne della famiglia parlavano in cucina e si interrompevano all’improvviso all’ingresso di qualcuno e all’improvviso riprendevano appena usciva di nuovo , come tutti gli anni in cui mio padre ha lavorato come trasfertista e tornava il venerdì sera e ripartiva la domenica sera e io andavo e tornavo per prenderlo e portarlo in aeroporto e quando guidava lui mi rilassavo e quando guidavo io mi concentravo e intanto parlavamo ed era la nostra storia, quella che avrei potuto portare via, come quando durante la settimana mia madre ci chiedeva “cosa volete per cena che siamo solo noi?” Ed eravamo quattro, comunque, mancava solo lui e per lei eravamo solo noi senza di lui e lei era tante cose, tutte di uso comune, una somma di piccole cose stipate lì a riempire la casa, che era lui anche se non c’era. E lei ripescava frasi lontane e storie passate, non so da dove, non so se andasse a pesca di notte anche lei, non ci siamo ancora incontrate nella nostra navigazione.

È la somma che fa il totale, diceva spesso. Insegnava matematica, pensavo parlasse di quello ma io la matematica non l’ho mai capita e nemmeno lei. Invece parlava di sé. E di me.

4 pensieri su “Una somma di piccole cose

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