Questioni esistenziali

 

Pare che la vergine sia il segno favorito del 2020. Me l’ha detto lui, mio marito, la sera del 30 dicembre, in montagna, mi stavo asciugando i capelli e lui dal salotto, davanti alla tv,  mi ha urlato che l’anno nuovo sarebbe stato il mio anno. Io faccio sempre la doccia dopo cena, da sempre, da quando vivevo con i miei e andavo a scuola. La doccia di sera, lo shampoo, significano che la giornata è finita. Alcuni preferiscono farla di mattino, invece, dicono che così hanno la carica per uscire. Solo quando vado in palestra derogo, ma mi asciugo in fretta perché devo tornare in ufficio, ho fretta e non è rilassante. Ho conosciuto una ragazza, Giuli, che scriveva oroscopi, anni fa, subito dopo la laurea e non ne sapeva niente di astrologia però, diceva, dava maggiori possibilità ai segni di sua madre, della sua amica del cuore, del fidanzato. Forse anch’io li scriverei così e alla bilancia non darei speranze perché ho difficoltà con quelli della bilancia, sarà la vicinanza, come tra siciliani e calabresi, mio nonno non parlava bene dei calabresi ma nemmeno dei catanesi, perché era palermitano e forse i palermitani parlano bene solo dei palermitani ma almeno era del capricorno. Invece la buona sorte la distribuirei tutta tra il toro e lo scorpione, il toro perché le persone che amo di più, da sempre, da quando vivevo con i miei e andavo a scuola, sono del toro e lo scorpione solo perché mi sembra onesto già nel nome- sono uno scorpione è nella mia natura pungere. Quindi, alla luce di cosa mi ha detto lei, Giuli, la notizia che aspettavo da almeno un decennio, che la vergine finalmente se la vedrà girare bene, non ha sortito l’effetto bomba che avrebbe meritato, però il 3 gennaio mi sono arrivati due sms per avvisarmi che le pratiche per un rimborso richiesto a novembre sono state accettate.

C’è qualcuno di insistente che viene qui con la regolarità intestinale di un compagno della scuola materna di mia figlia che tutte le mattine alle 8.30 andava in bagno e poi chiamava la maestra Sabry per farsi pulire e con rigore calvinista solo per trovarsi tra le mie parole, poi fa spallucce perché non trova il nome. Vuole il suo nome o quello di qualcuno della sua banda, per sbraitare. Non lo scriverò mai quel nome per un semplice e unico motivo: non sono scema. Non lo ero nel 2019, nemmeno nel 2018. Nemmeno nel 2017. Nemmeno quando ancora vivevo con i mei e andavo a scuola, quindi: no. Non conto di essere scema nemmeno nel 2020. E, sorpresa, non diventerò nemmeno empatica. O compassionevole. O paziente. O pietosa, nel senso di dotata di pietas. Io potrei mettere, anzi, io vorrei mettere una targhetta al collo, al mio, a quello di tutti gli altri, ma fondamentalmente al mio, una targhetta che fornisca subito le indicazioni basilari, quelle ritenute essenziali. Non sarebbe tutto più semplice se avessimo, ciascuno, una targhetta così? Come la lista degli allergeni, come la composizione e le avvertenze di lavaggio, come le frasi di rischio sulle etichette dei prodotti chimici? Mica dei pipponi eterni, bastano informazioni schematiche, che arrivino subito a chi ci è di fronte e cerca di avvicinarsi. Ognuno dovrebbe scriversi la sua, con onestà, e invece a me sembra che abbiamo tutti un’etichetta addosso, scritta da altri con indicazioni non fornite da noi e che non siamo in grado di leggere perché ce l’abbiamo sulla fronte in un mondo privo di specchi. Come quel gioco in cui tu sei al centro della stanza, seduto, ti mettono una fascetta in testa con il nome di un animale, di una città, di un film, gli altri te lo mimano e tu devi indovinare e che finisce sempre con te che non indovini e gli altri che si sono agitati inutilmente.e dopo ti dicono che era facile. Io vorrei scrivermelo da sola e metterlo in vista, tipo una collana, ti avvicini e leggi : non cercare di muovermi a compassione perché mi irriteresti, non toccarmi mentre mi parli, non dirmi “non è vero” perchè sarebbe come darmi della bugiarda e poi perché è vero, se te lo dico è vero. Al massimo non ti piace, ma è vero.

E poi, in piccolo ma leggibile, scriverei cat. Moglie, dove cat.significa categoria.

Osservo la gente, sempre. Se sono in un locale, per strada, a scuola dalle ragazze, in palestra, ovunque, tranne che in ufficio da me perché lì sono da sola e allora osservo me e basta, io osservo e penso che le persone si possano suddividere in tre grandi categorie: madre (padre per uomini)- figlio/a- moglie (marito per uomini). E non c’entra con il fatto di essere sposati o di avere figli o di avere genitori viventi e funzionanti. C’entra con quello che si è. Con chi si è. Chi si è per davvero, chi si è quando nessuno guarda, quando nessuno ci guarda. Chi si è per il solo fatto di esistere, di respirare, di camminare per la strada, di dormire su un fianco o a pancia sotto, di fare la doccia il mattino o la sera. Chi sei. Chi sei? Io sono una moglie. Lo sono da sempre, da quando vivevo con i miei e andavo a scuola. Mio padre è un padre, per esempio. È proprio un padre, lo era prima che nascessimo io e i miei fratelli, lo era nella relazione con sua madre, che era una figlia, con tutti, una figlia piagnucolosa e a volte capricciosa che amava sentirsi dire che era brava e che stava facendo bene e poi era pure della bilancia.

Avevo un fidanzato, più di vent’anni fa ormai, aveva quasi sedici anni in più di me. È stato colpito dalla damnatio memoriae, so di averlo amato, anche, ma non so perchè. Non ricordo niente di buono, di davvero buono, o di brutto, di davvero brutto, accanto a lui eppure la nostra storia è andata avanti, in modo altalenante, per quasi tre anni. Lui era figlio. Io ero moglie. Due categorie che non dialogano, impossibile. Una moglie e un figlio non hanno niente da dirsi e forse niente da darsi. Lui aveva bisogno di essere accudito, io avevo progetti da condividere. Ho amato un uomo, prima e dopo questo fidanzato figlio, forse l’ho amato più dopo che prima, comunque, era un uomo della categoria padre. Voleva proteggermi, indirizzarmi, guidarmi, aiutarmi. Io volevo sentirmi libera e non mi ci sentivo, quando ho capito che lo stavo deludendo e che iniziava a scuotere la testa come faceva mio padre quando vivevo ancora con i miei e andavo a scuola allora mi è stato chiaro che no, nemmeno le categorie moglie -padre possono funzionare insieme.

Le categorie che hanno buone possibilità di convivenza sono: madre-figlio (padre-figlia, padre-figlio, madre-figlia nella variante arcobaleno), marito-moglie (marito-marito, moglie-moglie nella variante arcobaleno). Due figli insieme no, litigano, si fanno i dispetti, escono dalla relazione per cercare qualcuno che gli dia ragione e mentre escono lasciano aperta la porta e tante volte dalla porta aperta entra qualcuno e la relazione finisce. Comunque non è destinata a durare, due figli insieme non hanno futuro. Come padre e madre, troppa forza, troppa potenza, troppe regole e nessuno a cui farle rispettare, si passa all’imposizione, finiscono con implodere.

Ho un’amica, una brava ragazza. È una figlia di quarant’anni con un matrimonio riuscito, che conta più di un matrimonio felice, perché ha sposato un padre. Lei ogni tanto fa le cose di nascosto, lui fa finta di non accorgersene, lei dice una cosa o fa una cosa e lui la guarda ammirato come se fosse un progresso, un vanto per lui. Un’altra mia amica, lei è una madre. Non ha figli. Ma ha sposato un uomo figlio. A cena lei sceglie per lui, cioè, lui vorrebbe prendere i tagliolini 40 tuorli con i funghi porcini ma lei gli dice, no, è meglio che tu prenda un secondo, magari il carrè di vitello arrosto. E il dolce no. E poco vino. Niente amaro. Il caffè a quest’ora? Lui è felice. Io non potevo capirlo, non riuscivo a crederci. Poi ho iniziato a inserire ciascuno nella propria categoria e allora mi è stato chiaro. Soprattutto che non so farmi i fatti miei e poi che siamo ciò che siamo e che è molto più onesto dichiararlo subito, anche agli amici, anche a lavoro. Io vado volentieri a pranzo con la mia amica madre ma la posso sopportare a mala pena il tempo del pranzo proprio come con mia madre quando vivevo con i miei e andavo a scuola anche se mia madre è figlia. E infatti, io, le mie figlie le amo e le adoro ma non è che proprio sono una madre di quelle che useresti per descrivere una madre in un catalogo, ipotetico, di madri. Perché io faccio la madre ma la verità è che non lo sono. Mio marito è un marito. Non è figlio, non è padre. Non cerca di educarmi, di crescermi, non mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Non cerca in me alibi, comprensione a tutti i costi, non teme il mio giudizio, anzi, me lo chiede perché sa che non è un giudizio ma solo un’opinione però è la mia ed è quella che trova più interessante, non si aspetta che io gli chieda se ha bisogno, preferisce fare la doccia il mattino così me la lascia libera la sera ma non per quello, lo preferisce per sé non per me. E poi è del toro e anche se non è palermitano non è calabrese, quindi per me siamo a posto così. Anche per il 2020.

 

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Cose del 2019

 

Mi lascio sorpassare, anzi, adesso agevolo il sorpasso. Mi sposto proprio, metto la freccia e via, scivolo a destra e poi con la mano sinistra che si veda bene dal finestrino indico la strada al sorpassante, sembra un augurio. Nessuno me ne voglia, oppure si in fondo non mi importa, ma nove volte su dieci si tratta di qualcuno al volante di un’Alfa che arriva sparato in direzione della mia piccola auto fucsia quasi a toccarla, quasi a toccarmi. Prepotenti. Ecco perché non li facevo passare, perché a me la prepotenza irrita a livelli da ricovero, mi trasfigura proprio, mi cambia i lineamenti, il tono di voce. C’è questa strada che percorro sempre, è una variante che mi porta da qui, da casa mia a ovunque: Torino centro, la tangenziale, il paese accanto, di rotatoria in rotatoria come punti tra un segmento e l’altro, ogni tanto qualcuno fa un sorpasso azzardato, si dice così per dire che te la giochi, si legge così sulla cronaca cittadina quando perdi. Adesso li faccio passare e aspetto, li guardo. Un mio amico ha questo atteggiamento nella vita. Non ti dice niente, non cerca di darti consigli, non esprime giudizi su quello che fai, non ti rimprovera nulla. Aspetta che ti schianti. Lo fa con la moglie che ogni settimana inventa un nuovo lavoro, una nuova intolleranza, una nuova malattia. Lo fa con la madre che ogni settimana si aspetta che lui dica qualcosa, pensato da lei, alla moglie, ai figli, a quella del primo piano, lo fa con i dipendenti che ogni settimana si lamentano gli uni degli altri a gruppi, a grappoli come le emorroidi, dice. Li lascia fare, tutti, aspetta che si schiantino.  Si schiantano sempre. Io quest’anno ho smesso di osteggiare la prepotenza, ho iniziato a spostarmi, a scansarla provando comunque irritazione e disgusto. Mi metto di lato e aspetto che si schiantino.

Guardo le facce di quelli che caricano le prostitute. Di segmento in segmento di rotatoria in rotatoria tutti i giorni passo in questo corso, alle spalle di un grande parco della città, mia figlia gioca a tennis in un circolo che affaccia lì, è la strada che percorro per andare e tornare dal lavoro e ci sono diverse prostitute. Quando c’è una macchina ferma e la signorina è affacciata verso l’interno per la trattativa, immagino, il preventivo insomma, ecco io se capita guardo la faccia del conducente. Non so perché, non ho mai pensato al perché lo faccio, lo faccio da poco, anzi, prima non lo facevo proprio per scelta, adesso guardo la scena e i personaggi. Stamattina sono passata per andare in libreria e dovevo girare sulla destra al semaforo, subito prima c’era questa auto blu, una jeep, ferma con il finestrino abbassato, ho sorpassato piano, guardato dentro, e poi mi sono rimessa nella corsia per svoltare. Dallo specchietto retrovisore ho visto che la ragazza è salita. Sono stata in libreria trentacinque minuti, quando ho ripreso la macchina e svoltato nuovamente nel corso ho incrociato la stessa auto andare via, la signorina era di nuovo al suo posto. Ci abbiamo messo lo stesso tempo ma penso di aver speso di più io.

Mi riposo. Quando è tempo, quando ne ho bisogno, mi fermo e mi riposo. E lo dico, dico no, adesso no perché sto riposando. E dico anche penso che mi riposerò un po’ oggi, più tardi. Poi magari non lo faccio però lo dico e mi piace dirlo, che si senta che no, non posso, perché ho intenzione di riposare. Mi riposo perché mi sveglio presto e alle 7.55 accendo il computer in ufficio poi tante volte lì davanti mangio a pranzo. Mi riposo perché se non ho niente di urgente da fare posso anche fermarmi, adesso. E dirlo a voce alta. Sembra una stronzata e forse lo è. Ma quando ero in ospedale per la nascita della mia seconda figlia io non volevo che le infermiere mi trovassero addormentata perché sembrava che fossi in vacanza e mi costringevo a restare sveglia nonostante l’anestesia da smaltire. Quando l’ho raccontato alla mia amica Betti eravamo all’angolo tra via XX Settembre e via dell’Arcivescovado, circa dieci anni fa, e lei mi ha detto “Sonia, datti tregua”. Ed è come se lo avesse scritto con una bomboletta sul muro di quel palazzo alle nostre spalle, cosa che lei non farebbe mai, ma è come se lo avesse fatto perché io lo vedo chiaramente ogni volta che ci passo e rivedo la sua espressione incredula davanti a questa mia ammissione e l’assoluta incapacità di capire cosa significasse per me. Mi riposo quando è tempo ed è la mia tregua, da me stessa, dal lavoro incessante che mi frulla in testa sempre.

Mi occupo di una bambina balbuziente, non fingo che sia cresciuta o che non sia esistita. L’ho scovata, tutta impolverata e con i capelli sottilissimi e me ne occupo. La porto con me, le racconto delle storie, vere, le chiedo di lei e aspetto che parli senza guardarla in modo insistente, girata di lato che non si imbarazzi e se proprio le parole incespicano troppo le dico che va bene così, che non è vero che deve dare il tempo alle idee di chiarirsi prima di parlare come le dicevano, perché lo so che ha le idee chiarissime, molto più di tanti adulti o sedicenti tali. Le dico che è il cuore che batte forte che le fa scivolare male le sillabe. Ma il cuore che batte così mica ce lo hanno tutti, anzi. Le passo la mano tra i capelli biondi, le sistemo gli occhiali dietro le orecchie e le dico che va tutto bene, lei è diffidente. Ma l’adulta sono io, devo essere io alla sua altezza, non lei alla mia. Me la porto dentro e la coccolo ogni giorno, sapendo che non crescerà mai, ringraziandola per questo. E per il cuore che abbiamo in comune, che mica ce lo hanno tutti.
Mi affido a chi sa, apertamente. E imparo da chi sa cose che non pensavo di imparare e nemmeno che mi importasse sapere. Bisogna bruciare settemila calorie per smaltire un chilo di grasso, o qualcosa di simile, pare. Per calcolare la massima frequenza cardiaca la formula è 220 meno l’età, grazie Stefano. soprattutto per la faccia teneramente incredula quando ti dico la mia età.  Quando descriviamo qualcosa non utilizziamo mai il senso dell’olfatto o del tatto ma prevalentemente la vista e l’udito, grazie Emiliano. La differenza tra colori caldi e freddi nelle tinte per capelli, per anni li ho confusi dicevo freddo e volevo caldo, grazie Gabriele, grazie.
Trattengo parole e frasi come una volta tenevo da parte la carta dei regali o i biglietti dei concerti, i tappi delle bottiglie di birra alla fine di serate speciali. Quest’anno vince quello che mi ha detto una signora con un maglione a collo alto:”non è vero che la gente vuole bene, lo dice, ma non è vero, perché chi vuole bene certe cose non le fa”. Dedico scaffali ai libri letti nello stesso periodo ma ho il mio preferito, quest’anno è Dolcissima abitudine, perché anch’io ho occhi importanti e non posso sprecarli con le bugie.

Non mi aspetto più che gli stupidi facciano cose non stupide, non mi stupisco quando gli intelligenti fanno cose stupide. Faccio cose stupide.
Assaggio vini nuovi e dimentico subito l’etichetta tanto c’è chi la ricorda per me e lascio fare, leggo con voracità e con tristezza per tutto quanto non riuscirò a leggere, vado a teatro di nuovo dopo decenni, progetto viaggi di famiglia, penso di più, penso più in basso che quasi mi sporco per quanto vado giù e penso più in alto che quasi non mi va di tornare, penso più lentamente ma con maggiore onestà. Mi difendo di meno e mi proteggo di più, indosso orecchini pendenti per una cena con amici, mi strucco ogni sera, quasi. Ho un nuovo mantra, sticazzi, perché sta bene con tutto, se qualcosa va bene, se qualcosa non va bene, se mi arrabbio, se mi spavento, se sono felice, se sono stanca. Recito anche ho-oponopono da metà ottobre ma sticazzi funziona di più.

Con il Natale ancora non ho fatto pace e penso che non succederà mai completamente, continuo a far finta che non debba arrivare o che non mi debba riguardare, compro i regali assegnati a me il 24 come se la cosa non mi riguardasse perché in fondo non mi riguarda. Poi lui arriva, veloce, quasi a toccarmi, prepotente. Ma la novità è che mi sposto, guardo sul sedile accanto a me la bimba bionda, aspettiamo che si schianti, tanto si schianta sempre. E sorridiamo senza dire niente, che ci è tutto chiaro.

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Per me

 

Per la cassiera del mini market vicino al mio ufficio io sono una casalinga svogliata con problemi di ciclo mestruale, una che compare sulla porta scorrevole solo dopo le 12.30, compra banane, insalatone e tonno, focaccia o pane già pesato e insacchettato, a volte delle polpette pronte in gastronomia incellofanate  in un contenitore adatto al microonde, assorbenti per  l’appunto e di tanto in tanto qualche biscotto  per cani. Mi vede solo durante i giorni feriali e pensa che il sabato o la domenica vada a fare la spesa in uno di quei supermercati grossi, magari con mio marito-porto la fede all’anulare- e così lui mi dà una mano con le casse dell’acqua, perché lì non le compro mai. O con i detersivi, che ingombrano. Le chiedo sempre un sacchetto e mi incasino per aprirlo, lo sfrego tra il pollice e l’indice, ci litigo sempre un po’, a volte le chiedo aiuto, a volte me lo offre lei. Svogliata e imbranata, pensa. E senza attenzione verso l’ambiente, invece di comprare una delle borse riutilizzabili che sono lì accanto alla cassa apposta, belle gialle resistenti e catarifrangenti.

Ne ho il bagagliaio pieno, è che mi dimentico di prenderle. E il sacchetto mi serve, lo uso per la spazzatura in ufficio, per la plastica. Bevo quasi due litri d’acqua al giorno, poi schiaccio le bottiglie nel senso della lunghezza e tolgo la carta,che butto in un enorme sacco di carta che svuoto nel bidone condominiale della carta, e poi inizio un’altra bottiglia. Si, l’acqua la compra mio marito, il sabato o la domenica, poi mi mette una o due casse in macchina e io il lunedì la scarico in ufficio. Va da solo, io non lo accompagno e nemmeno scrivo la lista da quando gli ho raccontato che Umberto Eco diceva che c’è una sola cosa che si scrive per se stessi ed è la lista della spesa e lui mi ha risposto che no, io nemmeno quella. Perché la scrivo per lui. È vero, non vado a fare la spesa, non ne  ho voglia. Però non ho problemi di ciclo, ancora. È che lui si dimentica di comprare gli assorbenti. O sbaglia la tonalità di viola che intendo.

Per la custode della scuola delle mie ragazze sono una mamma che da dieci anni varca quel cancello alle 16, difficilmente in altri orari. Pochi colloqui, poche dimenticanze a cui porre rimedio, magari la clavietta per musica prima che il maestro si accorga che è stata dimenticata e attribuisca un meno, dopo tre meno c’è la nota e lui è uno che con le note ci vive. Le mie ragazze per fortuna non fanno raccolta punti di meno. Nemmeno di più, ma va bene così. Poche uscite prima dell’orario, poche telefonate di quelle che generano ansia sempre a ridosso del fine settimana quando sai che trovare il pediatra sarà difficile.  Una mamma che saluta sempre ma non dà confidenza, quando deve chiedere un’informazione inizia la frase con “buongiorno”. Una mamma che esce con le ragazze accanto, una a destra e una a sinistra, e le ascolta contemporaneamente senza dimenticarsi mai di salutare anche quando va via.

Per la nonna sempre sorridente dell’amica di Pepe sono una ragazza che potrebbe essere sua figlia, anzi, persino più giovane, tanto cara e gentile.  Per la mamma invadente e rumorosa che lascia la macchina sempre sulle strisce sono una  spocchiosa che non saluta e con figlie con problemi di socialità perché non vanno alle feste, ovvio con una madre così, mica come i suoi figli che per fortuna hanno lei da cui imparare.  Per  gli allenatori di Karate sono una che non capisce niente di Karate ma purtroppo ne capisce di organizzazione e di lavoro per obiettivi e fa le facce quando qualcosa non funziona. Per gli allenatori di Tennis forse non esisto. Forse sono una macchina fucsia dalla quale Pepe viene scaraventata davanti all’ingresso del circolo all’urlo di “aspetta papà dentro se non lo vedi alle setteeeeee”. Per i ragazzi della scuola di windsurf di Cri sono una stordita con pareo colorato capace di presentare le proprie figlie con un grande enorme sconsiderato sorriso dicendo “loro sono Cristina e Benedetta, come le sorelle Parodi ma non lo sapevamo quando abbiamo scelto i nomi”. Che perché mi è venuto di dire una cosa così io non lo so. E quante possibilità avevo che delle tre persone presenti una fosse la figlia di una delle sorelle Parodi?  Per il calcolo delle probabilità io sono quella probabilità.

Per la mia migliore amica sono la sola a cui poter raccontare certe cose. Per Pepe sono la sola a cui non poter raccontare certe cose, solo che lei ancora non lo sa. Per mio padre sono quella dei tre che più gli somiglia, per fortuna dice, purtroppo pensa. La più facile e la più complessa, irriducibile barricadera. Lui me lo porto addosso come un tatuaggio, nella macchia di caffè uguale alla sua, nel sorriso quando c’è, nelle parole sempre ruvide ma sincere. Per mia madre sono quella dei tre che meno le somiglia. Niente. La più difficile e la più complessa, irriducibile barricadera.  Con le mie parole ruvide e sincere ai limiti dell’irriverenza, ma chi la vuole tutta questa sincerità?  Con l’aria di chi sa tutto e sale di un gradino, due , tre… mia madre che non so quando capirà che non so niente e ne sono sempre più sicura. E che non si tratta di salire sui gradini più alti ma di mettersi al riparo dove è più difficile che ti urtino mandandoti in pezzi. Niente.

Per Cristina sono  the best mum in the word.  Mi ha mandato un collage di foto che mi ha scattato, alcune veramente inguardabili, una in particolare, eravamo nella sala d’aspetto del loro oculista, avevo un pantalone giallo, non come la borsa del market, però giallo, si, direi indubbiamente giallo e in foto si vede proprio che ho questo pantalone giallo e non so se lo rimetterò mai più , e niente in questo collage ha messo i cuori e poi questa frase, the best mum in the word. Hai sbagliato, le ho detto ridendo. Io rido quasi sempre quando le faccio notare degli errori, mi sembra che pesino di meno così. Allora ha riso anche lei per quella elle dimenticata, prima però ha detto, no, dove? Lei fa così, sbaglia nega e nello stesso momento chiede dove tutto senza prendere fiato. World. Word vuol dire un’altra cosa, le ho detto. Qui. Qui, non hai messo una elle.

Per Cristina comunque non si tratta di un errore  a pensarci bene. Quindi, le ho chiesto, sono la mamma migliore a parole, così, in teoria, una mamma fuffa insomma? No, la migliore mamma nella parola, mi ha risposto, dentro la parola.

Per lui sono la libertà di essere se stesso in cambio della reciprocità.  A volte io urto contro i suoi spigoli e mi spunta un livido, a volte lui evita le mie risposte chirurgiche e prova con l’omeopatia ma  sa che non funzionerà. A lui spaventa la chirurgia, io sbatto sempre nello stesso punto, non la prendo più larga, non giro intorno, punto dritta allo spigolo, ogni volta. Tanto poi i lividi passano. E anche lo spavento.

Anni fa la psichiatra mi disse che i figli sono i nostri biglietti da visita nel mondo. La frase era calata in un contesto più ampio, non era buttata così, come la sto dicendo io adesso.  Il contesto un po’ l’ho perso di vista con il tempo, ma questa frase me lo sono portata addosso come un tatuaggio. Io per me sono la somma delle ore trascorse da sola. Sono mia madre quando mi costringo ad alzarmi alle sei ogni mattina, a fare colazione, a lavarmi ma sembra sempre che non sia abbastanza. Sono la mia migliore amica quando mi guardo allo specchio per dirmi quella cosa lì, quasi in silenzio che nessun altro senta. Sono mio padre, quando mi corazzo per uscire e mi controllo sempre un po’ a distanza,  sono mia figlia quando mi dico va bene, puoi farlo. Sono mio fratello quando rido senza controllo che sembra stia piangendo. Sono dio quando non penso che la vita mi punirà se non provo affanno in quello che faccio. Sono lui quando mi vedo ancora bella e sono me quando invece no. Io per me sono un biglietto da visita vecchio, qualcuno ha tirato una riga sul numero di telefono che nel frattempo è cambiato, ha aggiunto a penna un indirizzo mail, forse non ricorda dove l’ha messo ma in fondo non c’è più nessuno che lo chiede. Io però ho un biglietto da visita pieno di cuori. Non c’è il mio nome, quello che conoscono tutti perchè non serve,  ma c’è il posto dove trovarmi in giro per il mondo, tra le parole, nelle parole.

 

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Alla fine

 

Alla fine Pepe non l’abbiamo fatta operare alle caviglie. L’avevo portata da un ortopedico, gran professore, primario, che mi aveva detto assolutamente si, assolutamente si signora. Va corretta. Una vite nella caviglia destra, una vite nella caviglia sinistra. E allora l’abbiamo portata da un altro ortopedico, gran professore, primario, che mi ha detto assolutamente no, assolutamente no signora. Ciascuno mette i piedi come vuole, non c’è alcun difetto da correggere. E alla fine niente, siamo andati da un fisioterapista e osteopata e così è. Una via di mezzo tra intervenire e fare niente, qualcosa che ci consenta di dirle tra vent’anni quando verrà a chiederci conto del suo piede cavo e valgo che non è vero che non abbiamo fatto niente o che non abbiamo scelto e deciso per lei, pensando e cercando di fare sempre il meglio.

Come si fa a decidere per un altro? Come si fa a sapere cosa è giusto e cosa no? Io non sono medico, non sono ortopedico, non sono maestra, professoressa,  maestro di tennis, istruttore di karate, psicologa psicoterapeuta, dietista, parrucchiera. Come si fa? Questa è la piega della genitorialità che più mi disturba perché io, alla fine, ho sempre paura di sbagliare e penso finché si tratta di me non importa ma adesso, adesso che si tratta di loro, finché si tratterà di loro, io come faccio? Così faccio, faccio per tentativi. Sbaglio, chiedo agli altri, riprovo sperando di non fare casini enormi.  Ma due viti nelle caviglie no, non me la sono sentita. È che io ancora non ho capito come fare a mettere una sciarpa senza che mi ci si impiglino gli orecchini ogni volta che muovo leggermente la testa, magari mentre parcheggio . Io ancora confondo la riviera di ponente con quella di levante, ieri di nuovo, ho studiato la Liguria con Pepe e ho finto di sapere dov’è una e dov’è l’altra e invece no, ho guardato la cartina di nascosto. Anche con Cri due anni fa, uguale. È ovvio che io devo procedere per tentativi. E non è vero che ho sempre cercato di fare il meglio. Per dire, quando Pepe era piccolissima aveva paura dell’aspirapolvere, in generale di tutti i rumori improvvisi,quello del frullatore, del tritatutto e scoppiava in pianti inarrestabili ogni volta che azionavo un elettrodomestico rumoroso e allora dovevo avvisarla, farglielo vedere spento e dirle vedi, adesso mamma lo accende, sentirai un rumore ma dura poco e non è niente, è solo rumore. Però lei era davvero faticosa, lei piangeva sempre, tanto, per niente o comunque per qualcosa che io non sapevo e sembrava che non ci capissimo mai io e lei e che fosse tutto sbagliato e più sembrava così più mi si attaccava e veniva a cercarmi ma io non stavo bene, comunque, ero in analisi e mi sembrava di non sopportare più niente e allora io a volte accendevo l’aspirapolvere senza usarlo. Le dicevo vedi, mamma adesso deve usare questo, tu stai in camera da brava, quando finisce puoi uscire.  È capitato,anche, che iniziasse a piangere disperata e disperante in macchina, mentre guidavo, con quel pianto quello che penetra direttamente nel cervelletto e allora io accostavo e scendevo. Restavo lì, accanto alla macchina, accanto alla portiera, la vedevo piangere, appoggiavo la mia mano sul finestrino e ci guardavamo. Lei in lacrime e io anche. Le mie scendevano silenziose e per questo mi spaventavano. Il dolore quando mi riguarda è sempre muto. Poi mi guardavo intorno e fingevo di essere un’altra. La donna che entrava in panetteria, quel signore a passeggio con  il cane, la ragazza con lo zaino alla fermata del pullman, la signora che stende jeans da uomo . Alla fine, aprivo la portiera , la accarezzavo sulle guance rosse per lo sforzo e cercavo di calmarla, scendevo a patti con il mio male senza essere mai ricambiata.

Questa cosa delle caviglie mi è tornata in mente in questi giorni, in realtà è una vicenda dell’anno scorso, ma sarà che continuiamo a portarla dal fisioterapista, sarà che è dall’anno scorso che osservo le persone, tutte, con altri occhi dopo che il gran professore primario mi ha detto che ciascuno mette i piedi come vuole ed è vero, comunque, si, è pieno di gente che secondo me cammina male, butta il piede destro in fuori, il sinistro in dentro, tutti e due in fuori,entrambi in dentro, poggia tutto il peso sulla punta o sembra che debba cadere all’indietro per il peso che mette sui talloni. A me sembra che camminino male e invece mettono i piedi come vogliono.  Io non lo so come li metto, mi hanno detto che quando sono stanca anch’io li metto male, come Pepe.  Ma io sono sempre stanca. Forse volevano dire quando sono più stanca o molto stanca o forse volevano solo dire che ci somigliamo anche in quello.  O sarà che adesso è il periodo dei dossier e allora recupero pensieri da anni passati. È dal 1998 che queste sono le settimane dei dossier, in ufficio. Sta finendo l’anno, inizia l’anno, devo togliere i faldoni vecchi e creare quelli nuovi e ogni anno succede che il vecchio e il nuovo si trovano a convivere pacificamente mentre l’anno ancora precedente viene portato in cantina. Quindi sto preparando il 2020, sui ripiani più alti, sto spostando il 2019 nei ripiani più bassi e sto salutando il 2018, verso il dimenticatoio. Le caviglie di pepe sono nel 2018, vediamo.

È dal 1998, non è poco. Mia madre aveva circa la mia età, penso sia nato uno dei miei ultimi cugini quell’anno, avevo tre nonni su quattro e tutti ancora funzionanti, la società per cui lavoravo era un’altra. E scrivevo a penna “fatture 1999”. Adesso uso l’etichettatrice, così il colpo d’occhio è più ordinato. Che poi io lavoro da sola, non solo non c’è chi deve avere il colpo d’occhio ma nemmeno chi sa che ho un archivio o dei dossier o le settimane dei dossier e la pacifica convivenza tra anni su scaffali con un colpo d’occhio curato. Però, penso, se mi capita qualcosa e qualcuno deve sedersi al posto mio e rispettare le mie scadenze allora è meglio che abbia un colpo d’occhio pulito. Così si orienta meglio, perché un conto è il metodo e un conto è l’ordine. Io ho metodo. In tutto quello che faccio. Ma non sono ordinata, per niente, mi ci devo costringere  all’ordine. Io è dal 1998 che penso mi possa capitare qualcosa all’improvviso. Non vivo bene, mi rendo conto, ma poi penso che se non lo faccio porta male. Mia nonna diceva “morire di subito” per indicare quando, niente, uno è lì che sta bene e però muore e nessuno se lo aspettava. Ecco,io è dal 1998 che mi organizzo nel caso capitasse qualcosa perché comunque ci vuole metodo anche per morire di subito.

La prima volta che ho iniziato a occuparmi di insoluti il relativo dossier non lo avevo preparato io ma una persona con una grafia peggiore della mia, se possibile, e priva sia di ordine che di metodo.  A colpo d’occhio mi sembrava ci fosse scritto insulti. E lo avevo trovato addirittura geniale, quasi un modo di sdrammatizzare l’amministrazione aziendale, in effetti, dai, se non paghi quanto mi è dovuto è come se mi insultassi. Invece no, niente genialità, solo disorganizzazione . Ci ho ripensato il mese scorso, quando è arrivato il volantino per la presentazione del percorso di catechismo fino alla Cresima, per Cri, e l’ ho appoggiato sulla mia scrivania prima di infilarlo tra i fogli di recupero perché era stampato su una facciata sola e potevo riutilizzare per gli appunti quella in bianco, tanto era ovvio scontato e pacifico che Cri non avrebbe frequentato. Non farà la cresima. Non finché sono io che devo decidere e soprattutto organizzare il relativo pranzo visto che ancora aspetto si riformino le mie cellule epatiche morte per la comunione in seguito a fulminanti attacchi di rabbia.  Quindi, se vorrà, da adulta, in piena libertà di scelta, potrà accostarsi al sacramento della Confermazione. Comunque lei ha visto il volantino, e dopo un colpo d’occhio rapido mi ha detto che no, non le interessa la Cremazione. Poi dice che non mi assomiglia. Alla fine,uno i sacramenti li mette in ordine come vuole.

Dal 1998, non è poco, però questo è il primo anno in cui ho dubbi sulla pacifica convivenza tra i dossier. A me il 2019 sembra inconcluso. Non so, ho questa sensazione di un anno che mi resterà appiccicato addosso, ho la sensazione come di colla. È stato un anno faticoso, oltre la stanchezza, quella che mi fa storcere i piedi. Un anno in salita senza mai una discesa e senza nemmeno la vetta, ecco perché mi dà questa sensazione,noiosa, di non essere finito. Un anno nel quale ho iniziato a parlare di qualcuno  usando il passato e sapendo che sarà così per sempre: un passato per il futuro. Ho fatto le prove generali della morte di mio padre e non sono andate bene, mi hanno mostrato la solitudine che mi attraversa come una crepa di assestamento nonostante i miei fratelli, proprio per la loro presenza, la ferita di sentirsi figli unici davanti alla perdita, davanti al dolore.  Ma ho anche  conosciuto una donna che mi ha dedicato tempo quando ne ho avuto bisogno senza averne nulla in cambio e mi ha spiegato cosa significa non accettare a qualunque costo qualcosa solo perché lo desideriamo purché sia e poi ho conosciuto una ragazza che si è preparata una sigaretta davanti alla mia macchina, in una sera fredda,lei con i capelli rasati e piena di tatuaggi e mi ha detto di continuare a impigliare parole tra le righe come gli orecchini nella sciarpa, senza cercare sempre una soluzione e io dopo ho pianto silenziosa, mentre tornavo a casa. Un anno che non mi ha fatto niente di che, che non mi ha portato via nulla che già non fosse finito e  proprio per questo mi sembra impossibile che termini così, senza strascichi.  No, non sono arrivata alla fine, c’è qualcosa, qualcosa che non so cos’è che non è ancora stato ma che è di competenza di quest’anno, non posso metterlo nel 2020, è come con le fatture, è come se non avessi fatturato tutto. Sicuramente non ho incassato tutto. Gli insoluti- e gli insulti-me li trascino nell’anno nuovo. Andrò per cassa e non per competenza. Non riesco a spostare i dossier nel ripiano più basso, so che dovrò usarli ancora e con frequenza, dovrò tenerli accanto a quelli etichettati 2020 e il colpo d’occhio non mi piace, quindi spero che non mi accada niente di improvviso e che nessuno debba sedersi qui al posto mio, anche se poi alla fine uno i dossier li mette come vuole.

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Io, da grande (Tardi)

Io da grande andrò a vivere al mare. In una città con il mare, in una casa da cui vedrò il mare e porterò il cane a passeggiare sulla spiaggia poi mi metterò seduta e magari gli slegherò il guinzaglio e lui giocherà con la sua ombra e poi avrò una caffetteria di riferimento, sempre la stessa, dove quando entrerò sapranno già: un caffè, normale, amaro, un goccio d’acqua, si grazie. Nella casa dove abiterò, al mare, ci saranno moltissimi libri, i miei, quelli che ho letto e quelli che dovrò leggere. E in quella città ci sarà una libreria, anche più di una, certo, ma una sarà quella dove andrò sempre e la libraia, una donna, mi chiamerà per nome  ma senza enfasi , con familiarità, non come gli infermieri o gli operatori dei call center o gli imbonitori, che ci mettono il “signora”, ti chiamano per nome con il signora davanti. Che stupidaggine. No, la libraia mi chiamerà Sonia, perché quello è il mio nome, e lo dirà come se quello fosse solo il mio nome, il solo modo per dirmi: ah, ecco, sei qui, ciao Sonia. Non saremo amiche, non come si intende l’essere amiche. Ma ci piacerà parlare insieme, a turno, prima una e poi l’altra, quando una parla l’altra ascolta e viceversa. E poi ci saluteremo, con familiarità, come se non ci fosse un altro modo di farlo, a presto, ci diremo. A presto. Senza un’indicazione ma sarà presto, non aspetteremo che sia tardi.

La città con il mare sarà in Sicilia. Io da grande andrò a stare lì. Perché vorrò sentire voci e suoni che a Torino non potrò più sentire. Starò così, davanti al mare, e finalmente starò. Starò nel mio dialetto come nella culla. Starò nel cibo come al tavolo dei bambini con i miei cugini la domenica a pranzo con i bicchieri tutti diversi e gli Scottex al posto dei tovaglioli di stoffa, che quelli erano per gli adulti. Starò nella luce del sole a pensare a Dio senza crederci. Starò nel vento senza opporre resistenza, chiuderò le persiane prima che sbattano e le finestre per evitare la corrente. Starò nella mia vita guardandola indietro e finalmente starò. Comoda. Io da grande starò nelle cose senza fatica. E starò nel futuro come si sta nel presente, senza pensare che sia tardi.

Le persone che mi conosceranno, da grande, penseranno che sono stata una bella ragazza ma io, da grande, non dirò a nessuno che, si,  lo sono stata. Penseranno che sono arrivata da lontano, ma io, da grande, non dirò a nessuno da quanto lontano arrivo, parlerò di Torino come se fosse il lontano da cui arrivo, rivalutandola, raccontandola più bella, come si fa di un amore finito quando ci hai fatto pace e ti rendi conto che dir male di un ex significa dir male di te e allora no, racconterò dei viali, della facilità di orientarsi, dei portici, delle fontane con il Toro verde, delle piazze e dei fiumi e di come ti può sembrare di essere a Parigi, a volte. E quando mi chiederanno perché dirò solo che era finita, che non ci appartenevamo più, non c’era più dialogo. Volevamo cose diverse, prima che fosse tardi.

Io da grande scriverò un libro che si intitolerà “Quello era un posto”. Sarà un buon libro, non un capolavoro, ma a qualcuno piacerà. A qualcuno no. Ma conosco già quelli a cui non piacerà e quindi non mi preoccupo, perché da grande non mi preoccuperò e  mi interesserà di più conoscere quelli che non conosco che riconoscere quelli che conosco che sono sempre gli stessi e fanno sempre le stesse cose e dicono sempre le stesse cose con le facce solo più invecchiate e il rancore solo più acuito. Non so cosa racconterà la mia storia, ma da grande lo saprò. Comunque niente che riguarderà quelli a cui non piacerà, quindi vi avviso già, non compratelo. Anzi, non lo so. Magari ci sarà qualcosa su di voi. Così, per dispetto. Nella quarta di copertina ci sarà scritto: questo è il suo primo romanzo. È la frase per la quale io compro oltre la metà dei libri che leggo e io leggo tanto, ne compro tanti. La libraia lo saprà, glielo avrò raccontato un pomeriggio verso sera  mentre starò lì a curiosare e da quella volta lei mi dirà: ciao Sonia, è uscito questo, è nuovo, pare sia una bella storia. O qualcosa del genere. Non so se farò scrivere altre cose, non quelle che scrivono tutti e che sembrano importanti: è nata a Torino, si è trasferita in Sicilia, è laureata in Giurisprudenza, questo è il suo primo romanzo. No, penso che io da grande non riterrò queste cose importanti. Non diranno niente di me.  Nella quarta di copertina del mio libro ci sarà scritto: ha la stessa migliore amica dal ginnasio, ama i cani e odia gli elefanti nel soggiorno, ha due figlie a sua insaputa, ha imparato a scrivere a quattro anni e a lasciarsi leggere oggi. Ché domani sarebbe stato tardi.

Io da grande parlerò chiaro. Non sarò mai fraintendibile. Dirò le cose  per come le vedo e  per come si chiamano. Per dire culo dirò culo, per esempio.  E mi ricorderò cose che non servono e mi dimenticherò quelle che servono e un giorno scoprirò che era il contrario e allora sarà stato utile non aver mai rimosso la metrica di Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi o il paradigma di fero fers tuli latum ferre e aver pensato quella volta, quella sera che lui ha rovesciato il tavolo della cucina che iniuria talis cogit amare magis sed bene velle minus.  E penserò che, invece, sarà stato salvifico aver dimenticato cosa non lo so, perché ora io non ho ancora dimenticato. Nemmeno i motivi per cui volevo andare via quando poi non sono andata via. O quelli per cui ho tirato su il tavolo, quella sera. Ma da grande li dimenticherò.  E dirò che non era importante. Che ho scelto, ho scelto sempre. E no, se mi avessero detto che, non ci avrei creduto, ma io non credo. E no, se mi avessero fatto scommettere che, non avrei scommesso, ma io sono una che non scommette. E dirò che si, ho guadagnato tutto quello che sono più di tutto quello che ho. Perché sono una che lavora. E ho imparato tutto quello che ho potuto da chi ho potuto, perché sono una che studia. Fino a tardi.

Le persone che mi conosceranno, da grande, penseranno che sono stata scostante ma io, da grande, non dirò a nessuno che no. Non era vero.  Penseranno che sono arrivata da chissà dove a sottolineare gli errori, ma io da grande non dirò a nessuno che no. La penna rossa è per sottolineare i miei di errori, soprattutto quelli lontani.  Parlerò dei miei sbagli e sarò indulgente, forse. Smetterò di essere la figlia della maestra, di ascoltare le storie di bambini che non conosco tutti i giorni e così tanto che alla fine dell’anno succede che li conosco e li posso riconoscere quasi nella foto di classe, lei di lato accanto al ragazzino della fila centrale, dietro di loro i più alti, sotto di loro i più bassi, lei che nemmeno con loro sorride all’obiettivo  ma si vede che è contenta, se la conosci si vede. Se non la conosci forse non ti importa. Io lo vedevo. Smetterò, da grande, di avere questi semi fratelli a cicli di  cinque anni ai quali avrei voluto dire che lei era la stessa. Con me, con loro. Avete avuto mia madre. Ho avuto la vostra maestra. E avrei voluto dire sapete quelle verifiche, quelle di logica, quelle del “prima e dopo”, delle sequenze? Alcune di quelle le ha preparate usando me come bambina di prova. Ero io l’unità di misura della vostra possibilità di superare una verifica. Scusateci per la severità, se non è troppo tardi.

Io da grande assomiglierò alle mie figlie. Da Cri prenderò la capacità di restare distante dal turbamento e da Pepe l’abilità di cercare riparo nelle ripetitività di alcuni gesti. E saprò stare senza di loro e loro sapranno stare senza di me perché per quello ci saremo preparate. Io da grande ogni tanto dirò cose sulla morte perché già le dico prima figuriamoci se non continuo e a loro darà fastidio perché già dà fastidio, ma una si allontanerà appena e l’altra mi dirà che mi ama come a ripetere un paradigma e quando sarà troppo allora io da grande lo saprò e andrò. Davanti al mare, a parlare da sola, magari giocherò con la mia ombra se non si sarà stancata anche lei di tutto quel parlare e, finalmente, aspetterò che sia tardi.

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So di te

 

So di te quel che tutti sanno. Che ti chiami come tuo nonno e ti sta bene così, quanti anni hai, il tuo segno zodiacale, il solo che attraggo da sempre chissà perché, il lavoro che fai, lo sport che non pratichi più e che ti è rimasto cucito addosso sul palmo della mano con cui impugnavi la racchetta. Che detesti l’aceto e tutti pensano sia colpa delle suore, all’asilo, invece no. E’ un’altra storia, una storia di mancanze e di mancamenti  lontani.

So di te quando non c’ero. Un gatto bianco sotto il collo, una torta di compleanno, la foto con i padrini. La moto, le uscite laterali, la tua capacità di scivolare su una discussione o su una tavola da snowboard come se fosse la stessa cosa, bastava andare via senza dar nell’occhio. Le vacanze  in Spagna quando lei ti ha lasciato, il treno per Napoli in divisa, i tornei di tennis e quel verso dietro le orecchie, la disapprovazione, un rimprovero che sa di aceto. Il tuo egoismo per non lasciarla, che non si facesse male per colpa tua, per carità.

So di te quel che nessuno sa. Che mi guardi la schiena e dove da sola non mi vedo e non ti fa paura mai. So  come ti chiama tua figlia, che poi è anche la mia, Pappo e come ti chiama mia figlia che poi è anche la tua, Papi . Come ti chiamo io, no, non lo dico.  Che ami guidare nella nebbia, guardare “Una poltrona per due” la vigilia di Natale, la chiesa di Santa Rita se sei di passaggio, la montagna quando arrivi in vetta e respiri rumorosamente come per ripulirti il naso che fa anche un po’ schifo e togli i guanti e metti le mani sui fianchi sorridendo che più su non potevi andare.

So di te che quando hai paura le mani ti diventano fredde e gli occhi ti si rimpiccioliscono e lo sguardo casca verso il basso anche se non abbassi il volto. So di te quando hai paura. E riguarda quasi sempre noi, me o loro e poi anche te, quando stai male e non sai cos’hai e non sai di te ma sai di me che banalizzo sempre, che poi è un esorcismo e niente più. So di te lo spazio che occupi nel letto, il passo lieve di notte quando ti alzi per pensieri pesanti che proprio non puoi fare diversamente, il piumone appena sollevato quando torni  dopo un po’, la domanda con cui inizi ogni mia giornata “hai dormito?” perché tu sai di me che a volte di notte vado molto lontano o che mi sveglio  e resto così, a raccontarmi parole fino al suono della sveglia e sono le ore in cui prende forma quel che scrivo o anche solo quel che sento ammesso che ci sia differenza. So di te cosa mangi a colazione e che il caffè lo prendi dopo, in ufficio. L’ultima cosa che indossi è l’orologio e a volte dimentichi il telefono.

So di te quando sono arrivata che non ci credevi a due occhi scuri così,  eri certo che fosse per un momento e basta e mica potevi cambiare i piani, deludere le aspettative per due occhi scuri così, impensabile, nessuno lo avrebbe fatto, per carità.  So di te che guardavi la mia bocca, sempre, ed eri certo che non fosse per un momento e basta una bocca che dice le cose come le diceva la mia, come se niente prima fosse stato importante, soprattutto i piani o le aspettative.

So di te le cose che non dici. Non quello che non dici ma che ci sono cose che non dici e te la lascio lì, come la biancheria pulita sul comò, finché non ti va di mettere a posto.  So di te le cose quando stai per dirle, l’espressione del tuo sguardo, dove lo appoggi, sulla mia bocca, niente di importante. Le mani, il pollice di lato, l’unghia da torturare. So di te le cose che dici. Le parole che ti appartengono, quelle che hai abbandonato, i periodi in cui hai una parola ricorrente. Quando sono arrivata dicevi “”oriundo”, mi faceva sorridere la tua capacità di infilarla in contesti impensabili. Poi c’è stato il momento del “confutare”. Adesso “il concetto”.  So di te le cose che hai detto. Non tutte, alcune sono sul comò. Quando vorrai.

So di te cosa ti ho preso, sai di me che è tutto al sicuro.

So di te che leggi più libri contemporaneamente e non so come fai. Due o tre libri sul comodino, un po’ uno un po’ l’altro, a sere alterne, la stessa sera a volte.  So di te che quando mi leggi lo fai tra le righe perché tu sai che è lì, lo specchio, la quota di verità che restituisco, il panno steso ad asciugare, il demone che vuole mangiare, l’esorcismo.

So di te quando non ci sarò. Avrai le mani fredde e ti spariranno gli occhi dal viso, ma solo per un momento, perché tu sai di me.

Sai di me. Hai il mio sapore, so di te che sai di me dalla prima volta della mia bocca sulla tua. Ecco perché niente è stato importante, prima.

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Un minuto e mezzo (a cosa penso mentre mia figlia combatte)

 

Sapete quanto dura un incontro di Kumite? Sapete cos’è il kumite? Word, per esempio, non lo sa e segna la parola come un errore. È il combattimento nel Karate. Ci si scontra su un tatami rosso e blu, si indossano le cinture anche quelle rosse o blu su un karategi, che poi è il kimono, bianco come il lenzuolo di un ospedale. Ci si mette uno di fronte all’altro, ci si inchina, ci si saluta, si salutano i giudici che sono quattro seduti agli angoli del tappeto che serve da ring, si saluta il pubblico, il quinto giudice resta in piedi tra i due avversari e dà inizio alla sfida.

Un incontro di kumite dura un minuto e mezzo. Novanta secondi. Con le pause si arriva a due minuti, due e mezzo. Le pause ci sono quando uno dei due si fa male, allora il quinto giudice interrompe il combattimento e verifica. Se è il caso chiama il medico. C’è sempre una barella del 118 sullo sfondo durante gli incontri. Alla fine vince solo uno come è normale che sia. Ci si saluta, si salutano i giudici, ci si rivolge al pubblico, si abbraccia il coach che ha passato il tempo a dare le indicazioni a bordo tatami. Il combattimento consiste in calci e pugni, ogni tecnica ha il suo nome giapponese e quelli no, non li so, non li ho imparati . Cristina lei sa tutto, invece. Perché lei fa kumite. Almeno tre allenamenti alla settimana e una gara quasi ogni sabato o domenica.

Io l’accompagno sempre. La sera prima della gara verifico che abbia il karategi pulito, le dico cento volte almeno di preparare già tutto, i guanti, i paratibie, il paradenti. Le due cinture, quella rossa e quella blu. Il giorno della gara ci presentiamo in tempo utile per la registrazione della presenza e la verifica del peso, perché ovviamente si combatte per categorie e per fasce di peso. Lei è un’esordiente -47 kg. Poi mi siedo sugli spalti, scambio due battute con il suo allenatore, controllo di averle dato l’acqua e il miele. Perché le si chiude lo stomaco quando deve combattere e allora abbiamo trovato questa soluzione, si porta dietro un flacone di miele e lo ciuccia come faceva quando ho smesso di allattarla e si teneva da sola il biberon, lo tiene ancora nello stesso modo e va indietro con la testa con lo stesso movimento di allora, la vedo dalla mia posizione, ogni tanto si avvicina al borsone e si attacca al miele.

E poi io aspetto.

Che la chiamino, che inizi, che finisca.

Mentre aspetto seduta dondolo il busto avanti e indietro, è lo stesso movimento che facevo quando la tenevo in braccio  e poi ero talmente abituata che mi capitava di dondolare mentre lavoravo, durante qualche sopralluogo dai clienti. Una volta una mia potenziale cliente, ero lì per fare il preventivo, mi chiese “Dottoressa, ma lei ha un bambino piccolo?”. Perché anche lei ne aveva uno e aveva riconosciuto quel barcollare ritmico. Poi accettò il mio preventivo.

Aspetto e dondolo. Sorrido agli altri genitori della nostra squadra, parlo un po’, ma solo un po’. E accarezzo i grani del mio bracciale tibetano mentre aspetto, dondolo, penso.

Aspetto, dondolo e penso.

Che dura novanta secondi, un minuto e mezzo. Se vince poi deve fare almeno un altro incontro e ne può venir fuori una giornatona. Se perde la giornata si trasforma in giornataccia. Un minuto e mezzo era la pausa da una contrazione all’altra durante il travaglio. Cristina non voleva nascere, il termine era passato da nove giorni e ormai non ci credevo più. Pensavo di essermela immaginata. Lei che stava scivolando via quando non era ora all’inizio della gravidanza  si era poi messa comoda e non si schiodava. Quando ho avuto il distacco di placenta sono rimasta immobile a letto, ho implorato il cielo, ho pianto tanto. Ho guardato robaccia in televisione, mangiato toast nel letto, visto piovere dalla finestra della mia stanza, aspettato dal mattino quando lui andava al lavoro fino a sera quando tornava, ascoltato mio padre che cercava parole di consolazione senza trovarle, visto mia madre accompagnarmi con delicatezza in bagno e controllare se il sangue era ancora rosso vivo, perché io avevo paura. E mi diceva che le sembrava più scuro anche se non era vero e poi mi riaccompagnava a letto, apriva le finestre e sentivo il profumo del giardino bagnato dalla pioggia di novembre e di dicembre, mentre aspettavo che quella ferita cicatrizzasse e che il mio bambino non scivolasse via. A questo penso mentre la vedo sul tatami durante quei novanta secondi.

Le contrazioni erano arrivate di notte, avevo letto che i mammiferi tendono a partorire con il buio, mentre i predatori dormono, per dare al cucciolo più possibilità di sopravvivenza. In ospedale non c’era un letto disponibile, mi avevano sistemata su una barella in sala visite, poi l’ostetrica che mi ha seguita nei mesi finali della gravidanza ne ha fatto spuntare uno. Così avevo un letto con le lenzuola bianche e avevo le contrazioni che mi davano tregua per un minuto, un minuto e mezzo, era ormai l’alba e i predatori non si erano ancora visti. In sala parto qualcosa si è complicato, dopo quattordici ore uno scambio di sguardi tra l’ostetrica e il medico chiamato a verificare. Cristina è nata con un cesareo d’urgenza, l’hanno tirata fuori in un minuto, un minuto e mezzo da quando hanno tagliato il mio addome,  alle 16.12 di un sabato. Una giornatona. Quando sono tornata in stanza con le flebo attaccate al braccio, coperta fino al mento dal lenzuolo,ero sola. Erano tutti al nido, a vedere lei. Ero sola per la prima volta dopo mesi.

Aspetto, dondolo, penso e sono sola.

Come quel giorno, lei fuori da me, nel mondo senza di me. La osservo combattere per restare dentro il tatami, per non prendere colpi mentre cerca di darne, girarsi appena ad ascoltare il coach che le urla qualcosa di incomprensibile, vorrei cercare con lo sguardo i genitori dell’altra ragazzina ma non riesco, penso solo alla mia, lì da sola penso solo a lei che sta combattendo da sola. Siamo sole entrambe. E mi viene da sussurrare appena “tenete, tenete, tenete tutto…” e forse lo faccio, lo sussurro, schiudo appena le labbra e forse sembro mezza scema in quel minuto, minuto e mezzo, ma va bene mi dico mentre la osservo e penso tenete, tenete tutto il resto, non ho altro, non ho niente che non sia questo.

Aspetto, dondolo, penso, sono sola e non voglio altro, tenete il resto, tenete il catetere che brucia, la morfina quando finisce, le infermiere che ti lavano a letto e mettono una cerata sopra il lenzuolo bianco e infilano i guanti blu, sono in due e si occupano di farti il bidet mentre parlano dei fatti loro, tenete il controllo della ferita, che non faccia infezione, tenete i punti da togliere e il rumore di metallo quando cadono nella vaschetta tenuta su da uno specializzando che osserva attento. Tenete il dolore, le lacrime, la paura, tenete le carezze sulla testa lanuginosa, il gioco delle somiglianze vinto in partenza da suo padre e la certezza che così smettere di amarlo sarebbe stato penoso semmai fosse successo. Tenete il vaccino quando hanno sbagliato qualcosa e le si è bloccata la gamba, la sua prima influenza intestinale era gennaio e avevo smesso di allattarla, tenete il verso che faceva che sembrava giapponese –okooo– e che forse era già una delle tecniche di combattimento, tenete le mani paffute, la frangia lunga, le mollette per capelli sperse dietro i cuscini del divano, tenete la sigla dei Barbapapà e il pupazzo di Barbazoo, tenete la masanetta di spugna per fare il bagno e se non sapete cos’è fate attenzione che vi può pizzicare con le sue chele.

Tenete. Tenete il resto, non mi serve più. Tenete tutto, lasciatemi lei, su quel tatami, per quel minuto e mezzo. Tenete anche il rancore e le frasi sbagliate e quelle cattive. Quell’incipit mostruoso “affidate a te diventeranno…”. Come se le mie figlie fossero di altri e io le avessi prese in prestito, in affido o peggio sottratte, rubate. Tenete, tenete tutto, lasciatemi la cicatrice che attraversa il mio addome e che prude e tira quando penso a quella frase come quando cambia il tempo e infatti il tempo è cambiato ed è diventato tempesta così i predatori restano rintanati. Tenete, tenete tutto, tenete il resto e lasciatemi lei che quando finisce si volta sempre a cercarmi.

Io aspetto.

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Lascio, sempre

 

Le mie figlie entrano a scuola da sole, parcheggio davanti al mio ufficio che è nella stessa via dell’istituto che frequentano, una al primo piano, elementari, l’altra al secondo piano, medie, e loro vanno. Cristina non mi saluta nemmeno, scappa veloce che nessuno veda che ha ancora una famiglia, Pepe mi dà la mano come consolazione fino al cancello e poi va, un ultimo bacio, la frase con la quale ci salutiamo è sempre la stessa “ci vediamo alle quattro”la sua battuta, “ci sarò” la mia battuta. Alle quattro io ci sono sempre.

Lascio loro così, frugo in borsa per trovare le chiavi, inutilmente, perché le metto nella bustina interna di ogni borsa eppure le cerco sempre, le tiro fuori, apro, interruttore sulla sinistra, cinque gradini e sempre sulla sinistra la porta della stanza dove lavoro io, fino alle quattro, poi lascio tutto com’è. Questo ufficio l’ho affittato tre anni fa, è stata una necessità e una gran botta di culo allo stesso tempo, fenomeno rarissimo nella mia vita (non lo stato di necessità ma la botta di culo). Dovevo andare via da dove lavoravo prima, nel senso fisico del termine, ero troppo vicina a persone che era meglio che non mi vedessero più. E così mi sono messa in cerca di qualcosa che fosse vicino alla scuola delle ragazze, per ottimizzare gli spostamenti. Ho trovato questo posto, piccolo e vivibile, i gradini all’ingresso mi sono piaciuti subito, ci ho messo delle piante finte prese all’Ikea, e ho lasciato qualcuno affacciato alla finestra ad aspettare invano di vedermi passare. Io ottimizzo sempre.

Lascio l’auto e mi muovo a piedi, da qui. Arrivo in centro, se voglio. Vado in palestra, meno di un chilometro, cammino e intanto penso,non è poco. Attraverso la stessa piazza che attraversavo da ragazzina per andare al liceo, è la stessa strada solo all’incontrario. La cosa che è rimasta uguale da allora è il bar tabacchi all’angolo, il resto è tutto diverso. Forse la farmacia, ma non sono sicura. E c’erano i semafori, prima, adesso c’è una rotatoria e le strisce per i pedoni e un pezzo di pista ciclabile. Non c’è più la cabina telefonica dalla quale chiamavo il mio ragazzo quando scendevo dal pullman, prima di prenderne un altro, alla fine della mattinata a scuola. Lui studiava all’Isef, io ero in seconda classico. Si diceva così, prima, seconda e terza classico. Terzo, quarto e quinto anno. Lui aveva altri orari, magari dormiva fino alle dieci, io lo chiamavo a casa, viveva già da solo a Milano, ricordo ancora il numero, gli dicevo non so più cosa, forse che mi avevano interrogata o come era andata la versione, che mi mancava forse, ma non sono sicura. Una volta lui mi aveva raccontato di un suo esame, ricordo, ero appoggiata con lo zaino alla porta basculante della cabina, aveva dovuto fare il quadro svedese, io avevo riso, mi sembrava assurdo che quella fosse un’università, lui si era offeso e mi aveva detto che quel mio atteggiamento così sicuro era fastidioso, forse aveva detto qualcosa che c’entrava con il fatto di sparare sentenze. Il casino era fare pace entro il credito della tessera telefonica. Non sono sicura di esserci riuscita quella volta. Vorrei dirglielo che no,  io non sono sicura sempre.

Lascio Cri da una compagna, più tardi. Devono fare una ricerca di musica, su un’opera lirica, non ho capito quale, il professore di musica dice che visto che i ragazzi, oggi, ascoltano musica di merda grazie a quel che passano i mass media allora lui dà questi compiti, così capiscono che c’è anche altro. Mi sembra giusto. A parte che ha detto “mass midia”, durante la riunione, e io ho visto la professoressa di lettere fare la bocca del disgusto e volevo abbracciarla o anche solo dirle che sembrava che sparasse sentenze ma che la capivo. A parte che la musica di merda la ascoltavo anch’io secondo il mio professore di musica e ancora l’ascolto secondo le mie figlie, quindi sono almeno trent’anni che per qualcuno io ascolto robaccia. Io, a volte, lascio la playlist delle ragazze in macchina, anche quando sono sola, perché è come la mano di Pepe sino al cancello, un po’ mi consola. Sono felice che Cri si organizzi con le amiche, che vada a casa di qualcuno, che voglia invitare altre ragazzine da noi, anche se questo mi genera un po’ di ansia, non so perché, forse perché poi pensa che le altre mamme siano meglio, che a casa degli altri ci sia più felicità o più libertà o più serietà perché io lo so che a volte non le sembro seria, a volte io non sono seria e che magari questo non le piace e allora magari invita poche persone per colpa mia, perché la imbarazzo ma poi penso porca puttana se la imbarazzo io allora non c’è davvero speranza per nessuno e però così mi pare che sono lì a sparare sentenze ma non vorrei mai colpire lei e niente alla fine lascio perdere che faccia come vuole, che vada dove vuole, che inviti chi vuole, che mi lasci stare che io ho l’ansia. Sempre.

Io andavo dalla mia amica Laura che aveva una casa bellissima, con il salone e la sala da pranzo, la taverna e la mansarda, i suoi genitori avevano il bagno in camera, era la prima volta che ne vedevo uno, che mi dicevano che si poteva avere il bagno privato, padronale, ecco. Lei aveva la nonna che viveva con loro e la tata tutto il pomeriggio. Mangiava partendo dal secondo perché per la pasta i tempi di cottura erano più lunghi rispetto alla carne allora la mangiava dopo. A me sembrava stranissimo. Anche mangiare primo e secondo nello stesso pasto, io a casa mia mangiavo la pasta a pranzo e la carne a cena. E poi aveva il telefono in camera, alle due del pomeriggio sua madre la chiamava dall’ufficio e le chiedeva della giornata a scuola. La mamma di Laura era una donna molto curata, fumava le sigarette sottili e lunghe, aveva lo smalto rosso e le calze velate, indossava decolté con il tacco a spillo e pellicce argentate. La mia amica Vale invece aveva due sorelline piccole e sua madre cucinava le polpette friggendole nel burro o nella margarina. A casa mia il burro non lo avevamo. Mia madre non lo usava, da noi solo olio, il burro era roba da piemontesi diceva e noi non siamo piemontesi, sottolineava.  Però anche da Vale c’era disordine come da noi ma sua madre era più allegra della mia, faceva battute divertenti, voleva che le dessi il tu e sembrava felice di avermi lì. Una volta si è arrabbiata con la figlia, io ero da loro e ho assistito, è stato imbarazzante. Ma era arrivata anche la nonna in visita, forse a riportare una delle sorelline e aveva difeso la nipote, a voce alta, quasi rimproverando lei la figlia. Le aveva detto “non ha chiesto lei di nascere, l’hai voluta, ricordatelo sempre”. Io a questa frase ci penso, ogni tanto. Quando mi arrabbio con le mie figlie o con mia madre o con me stessa. Ma con me stessa io mi arrabbio sempre.

Lascio da parte sempre qualcosa, non finisco del tutto. Lascio due pratiche per lunedì, potrei farle ma non le faccio. Perché così so già cosa devo fare, da dove partire, come devo iniziare.  Devo trovare un modo anche per finire, per sapere come finire. Pare che la fine sia più importante dell’inizio, in tutto. Che devi avere un’idea certa della fine per partire bene dal’inizio, in tutto. Per esempio, una storia, se sai già come finisce allora è più facile raccontarla dall’inizio perché la ricostruisci all’indietro, come il pranzo a casa di Laura insomma. Io ho problemi con la fine, con il finale, mi viene l’ansia e allora non finisco. Oppure finisco in modo brusco, tronco, lascio alla finestra ad aspettare di vedermi passare e non passo più, faccio il dito medio da qui, non dedico nemmeno un finale,  lascio tutte le ragioni che nemmeno saprei dove mettermele anche a volermele tenere. Lascio appunti sparsi, uso fogli di recupero in ufficio, un quaderno verde sempre in borsa, l’applicazione notes del telefono, i post it nel primo cassetto della scrivania. Li lascio scritti a mano, con la mia grafia illeggibile, se possibile peggiora di anno in anno, ormai faccio fatica a rileggermi da sola. Lascio idee come lascio capelli nel lavandino in questo periodo. Lascio ricordi e poi qualcuno mi chiede perché e io non so rispondere, non del tutto. E vorrei dire che così lascio me ma temo che non capirebbe cosa significa volersi lasciare e non poterlo fare, non saper scrivere il finale e allora lascio perdere, lascio correre, lascio stare.  Alla fine io mi lascerei sempre.

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Detto tra noi

 

Discuto solo per le cose di scarsa importanza. Per le altre, quelle importanti davvero, non può esserci discussione. Sono io che decido cosa è importante e cosa no, per me. E su questo possiamo discutere, va bene, non temo chicchessia, sono campionessa del Mondo di Disputa e me la cavo bene anche nelle gare di monologhi mascherati da dialoghi. Non mi preoccupa discutere, ho due figlie che cercano di vincermi per sfinimento dal loro primo vagito e io resisto granitica e indecifrabile. La frase base dell’approccio filiale è “mamma ti prego”, la risposta base è “inutile, non sono una divinità” anche nella variante “non sono la Madonna” ma il riferimento pagano mi piace di più. Sono la prima di tre figli, ho condotto vere e proprie trattative sindacali per ottenere venti minuti in più sul coprifuoco, ho espiato le pene più severe, le prime e quindi le meno flessibili e più improvvisate, comminate dai miei inesperti genitori che solo negli anni hanno rivisto il loro impianto sanzionatorio a beneficio dei miei fratelli, rei dopo di me e sempre meno di me. Sono rimasta nel gruppo whatsapp dei Fiordalisi l’anno in cui alla maestra, per Natale, è stato regalato un tapis roulant, scelta che ha generato un numero di messaggi tale che il mio amico Ivocci, fisico matematico e mago, non è ancora stato in grado di misurare.
Non temo le discussioni.

Le cose importanti le distinguo in tipiche e atipiche. La distinzione è intuitiva: è tipicamente importante tutto quanto attiene alla sfera della salute ma solo oltre un certo coefficiente di serietà, quindi un raffreddore non è importante. Però, però una verruca ha un’importanza atipica. Perché rimuoverla richiede un numero di sedute dal dermatologo intervallate da medicazioni casalinghe che rende preferibile il ricovero in lunga degenza. Il mio tempo è tipicamente importante. Su questo non si discute, anche perché la discussione me ne farebbe perdere e io ho paura di perdere tempo. Io so che non ne ho una quantità illimitata. Ovvietà, si può ribattere. E invece no, non è ovvio manco per niente. Io adesso lo so, prima non lo sapevo. Lo so proprio. Io sto ferma davanti allo specchio, mi guardo, e lo so. So che la clessidra è stata girata, che ogni giorno è un giorno in meno per il libro che non ho letto, per quello che non ho scritto, per trasferirmi al mare, per iscrivermi a Filosofia finalmente. Adesso io lo so davvero.
La libertà ha un’importanza tipica. Purtroppo la libertà di essere se stessi atipica, perché prima bisogna sapere quel che si è e questo richiede tempo, poi quando lo capisci ti ritrovi davanti a uno specchio con la clessidra girata e ti viene l’affanno.
L’amore, tipico. La restituzione dei libri prestati, atipica. L’educazione è tipicamente importante, la solitudine atipicamente. Il rispetto tipico. L’ironia, atipica.

Mia figlia Pepe mi ha detto che pensa che i suoi amici “non abbiano l’ironia” perché a volte lei fa delle battute o dice delle cose in quel modo che ha lei che gioca con i silenzi e ti aspetti che se ne esca con una roba gravissima o comunque molto seria e invece no, magari scoppia a ridere e loro non capiscono. In lei le risate sgorgano come il sangue da una ferita. Perché chi ride così da qualche parte si è fatto male. Una volta voleva raccontarmi qualcosa che era successo a scuola ma ha iniziato a ridere mentre la diceva e non riusciva a smettere e rideva in mezzo alla strada e allora ho iniziato a ridere anch’io che ancora non sapevo cosa voleva raccontarmi finché non mi ha fermata, ha preso fiato e mi ha detto “aspetta, aspetta, che metto da parte le risate per dopo”. Ha smesso, ha raccontato e ha ricominciato a ridere ancora più forte. Per lei l’ironia è qualcosa che si ha, non si acquisisce, non si sviluppa, non si prende da qualche parte come la sua dannata verruca plantare. Penso che abbia ragione.

Non dico sempre le cose in faccia. Quelli che ti dicono le cose in faccia, in genere, la sola cosa che ti dicono in faccia è che loro dicono le cose in faccia. Io non ho voglia di dire le cose in faccia a tutti e sempre. Mi ci sono arrovellata con il pensiero, in questi giorni, attorcigliando i capelli tra l’indice e il medio dietro l’orecchio sinistro. Ne sento tanti vantarsi, rifilano la predica a chiunque, che loro sono diretti, schietti, ecco, schietti e sinceri, dicono. Viene quasi voglia di crederci. A me no, però, non viene. E nemmeno la voglia di dire sempre le cose in faccia. Questa cosa della voglia sta diventando una componente sempre più rilevante della mia condotta. Ci misuro il tempo. Niente orologi o battiti di ciglia, niente sobbalzi del cuore o fogli di calendario. L’unità di misura del mio tempo è la voglia che ho dietro le palpebre: chiudo gli occhi e inspiro, apro gli occhi e se ho voglia faccio, dico, scrivo, penso, mangio, impreco. Quando dico che non ho tempo, in realtà, non ho voglia. Quando dico che non ho voglia è perché so che non ho tempo, non ne ho davvero, perché adesso lo so. Dico le cose in faccia a seconda della faccia, se è importante si, altrimenti no. Ma si può leggere come la penso sulla mia faccia. Oppure qui.

Ho dovuto descrivere un cuore di gomma chiuso in una gabbietta per uccelli. Era un esercizio, mi hanno fatta sedere lontana e da quel punto di vista ho dovuto scrivere. Avevo venti minuti di tempo. Come non averne, in pratica. Non ero nemmeno certa che fosse un cuore di gomma, sembrava anche un cervello, avevo il dubbio. Io ho sempre il dubbio, tanto. Tra cuore e cervello soprattutto, ma il tempo era poco e ho scelto il cuore, che poi è esattamente come vivo. Ho scritto un monologo che sembrava un dialogo su questo cuore portato via, lontano, sulla vita vissuta senza cuore chiedendomi come fosse possibile, in realtà, vivere con un cuore che sente tutto. Per farlo, per scrivere, ho rigirato le dita tra i miei capelli e sono andata lontano nel tempo, a quando ne avevo ancora tanto o per lo meno non sapevo, ancora non sapevo, di non averne abbastanza. Sono tornata alla prima volta che il mio cuore è andato via da me, ho pensato a un nome che mi piaceva pronunciare e che non chiamo più, a tutto quello che gli ho detto dritto in faccia come se fosse importante, alle risate che abbiamo mischiato come vino con acqua, come sangue in un patto scellerato. Al mio cuore che poi sembrava un cervello quando sono andata a riprenderlo e funzionava come funzionava un cervello e non un cuore e così è stato per tanto tempo o forse solo finchè ne ho avuto voglia.

Ho letto a voce alta questa storia del cuore lontano, mi sono imbarazzata, ho balbettato in due momenti, come da piccola, ho preso fiato, ho finito di leggere e mi veniva da ridere ma era per il nervoso, era la tensione, era il sollievo, era qualcosa di importante che non avevo mai più detto. Adesso io lo so davvero.

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La prima volta

 

La prima volta che ho visto un morto avevo sette anni ed era una morta. La nonna di mia madre, la madre di mia nonna. Era sdraiata nella bara al centro della sua camera da letto, attorno a lei le sedie su cui si alternavano mia nonna, sua sorella e la signora che se n’era occupata negli ultimi anni, Francesca,una donna che a me sembrava vecchissima anche lei e con un nome molto strano per una donna anziana perché, secondo me, ci sono nomi che non si adattano alla vecchiaia. La singora Francesca portava sempre un foulard colorato in testa, credo non avesse i capelli, e puzzava. Ogni volta che andavamo a trovare la “nonna Vecchia” dovevo baciare anche lei e lo facevo in apnea. Arrivavano i parenti, entravano commossi, io giravo per il corridoio, proprio nel senso che roteavo, piroettavo,giocavo, la casa era piccolissima, un bilocale con una cucina corta e stretta dove gli adulti fumavano, non c’era spazio per tutte quelle persone. C’era uno specchio, uno specchio mobile, a figura intera. La sorella di mia nonna era sarta, riceveva le clienti alle quali confezionava gli abiti su misura, in quel periodo, poi, lei e mia nonna avevano ancora  un negozio di abbigliamento in quella stessa via, di fronte a casa che all’occorrenza quindi serviva anche da magazzino e da atelier. Le clienti si svestivano veloci, provavano l’abito e mia zia, abilissima, prendeva le misure, infilava spilli che teneva in bocca senza paura, il metro giallo e morbido come una collana intorno al collo mentre berciava “ma quando mai questa lunghezza, non usa più, si vede in tutte le riviste, fai come dico io”. Lo specchio era ovale, marrone, forse nero, e mobile. Doveva essere d’ingombro nella camera da letto trasformata in camera ardente e allora era stato spostato in corridoio.  Girato verso la camera, però.

La prima volta che ho visto un morto era una morta e l’ho vista riflessa nello specchio mentre giocavo a fare la stilista, era agosto e avevo i sandalini, un pantaloncino corto e le gambe magre. Mia madre aveva i jeans azzurri e una maglietta bianca, i capelli rossi naturali, mogano diceva lei , ricci naturali anche quelli, non era ancora stata male di quel male che l’avrebbe resa sempre triste durante gli inverni successivi, era magra, dispiaciuta e fumava. Naturale.

Non ho avuto paura, a quel punto ho detto a mio padre che l’avevo vista e lui mi ha presa per mano e mi ha portata davanti alla bara aperta.

“E’ morta. Di vecchiaia”

Non era “andata in cielo”, non era successo nulla che non potessi capire. La nonna Vecchia era vecchia e quindi era morta di vecchiaia. L’abbiamo sempre chiamata così, c’era amore nel chiamarla così, c’era  rispetto. Adesso sento gente che si offende per l’uso della parola “vecchia” ma secondo me è il modo in cui viene detto. Il mio compagno di banco non aveva più il papà perché era morto investito mentre attraversava sulle strisce pedonali. Ho pensato che quello era peggio. Morire di vecchiaia andava bene. Se sei vecchio nessuno deve più portarti il regalo per la festa del papà, lui lo preparava comunque e lo lasciava davanti alla foto in salotto,aveva raccontato in classe. Se sei vecchio nessuno ti chiede di fare il bagno insieme in mare quando ci sono i cavalloni, lui doveva arrangiarsi e con la bandiera rossa restava fermo a riva. Io no, io il bagno lo facevo lo stesso. Se sei vecchio morire va bene, è giusto. Io attraversavo sulle strisce facendo sempre molta attenzione. Comunque, anche la nonna Vecchia finché è uscita faceva attenzione sulle strisce, attraversava veloce con passetti ravvicinati.

Al funerale non ricordo di essere andata, secondo me non mi ci hanno portata per risparmiarmi le lungaggini in chiesa e poi al cimitero, non per altro. Non c’è mai stato pudore nel raccontare la morte.

“rinascerà,papà?”

“io penso di si”

“anche il papà di Massimo?”

“si, penso”

“ma allora come fa a vederlo lo stesso se è già rinato? lui gli porta i regali perché la maestra dice che chi muore vede tutto dal paradiso, anche Don Sebastiano lo dice a catechismo”

“magari non è ancora rinato, forse aspetta che suo figlio sia grande”

“allora la nonna Vecchia può rinascere anche subito perché non deve più vedere nessuno”

“magari vede ancora te”

“non si ricordava nemmeno il mio nome, papà. Secondo me lei può rinascere subito.”

La prima volta che ho pensato di morire è stata la notte in cui ho compiuto trentatre anni, nel 2011.  Cri e Pepe dormivano nella loro stanza, avevano quattro e due anni appena compiuti. Avevo ultimato da poco un percorso intenso di psicanalisi che sintetizzo sempre nella frase ”per due anni ho spalato merda a mani nude”, perchè secondo me detto così rende l’idea di dove sono stata. Avevo -avuto- la depressione post partum. Esaurimento nervoso su base depressiva, c’era scritto sul foglio della dottoressa, una psichiatra. La morte era stato un tema fondamentale, toccato più volte, il mio approccio con la morte, la mia paura della mia morte, una novità per me. Ma era rimasta sempre una paura narrata, una paura intellettuale. Mettevo in conto per la prima volta di morire e temevo di lasciare le mie bambine orfane, così piccole, costrette a portare dei lavoretti di merda fatti a scuola davanti alla mia foto,io che in foto vengo malissimo, lavoretti di merda davanti a una foto di merda, affidate a persone che le avrebbero cresciute in un modo che non approvavo mentre il padre, disperato, avrebbe continuato a lavorare per mantenerle sentendosi ripetere che non c’era problema, mentre mi cercava anche lui, per fare una battuta che fa ridere ma solo se c’è l’altro, io, che la capisce subito, per guardarsi senza parlare e aver detto tutto che non è una cosa che fai così, con la prima che passa. Ecco, a me quel pensiero lì mi scatenava il terrore di morire. Dicevo allo psicanalista “mi basta arrivare ai loro diciotto anni”. Nel dirlo, con la bocca allappata, immaginavo la loro crescita senza di me e mi commuoveva il mio stesso funerale, sentivo la mia mancanza, piangevo per la mia morte come se mi riguardasse mentre in realtà avrebbe riguardato solo loro.

La notte in cui ho compiuto trentatre anni, invece, io ho pensato che stavo morendo. Il dolore all’addome era lancinante. In piena notte sul divano pensavo che lui doveva assicurarmi che si sarebbero laureate, in quello che volevano, ma che avrebbero finito tutti gli studi. Che le avrebbe cresciute usando la sua testa ma pensando sempre a cosa avrei detto io in ogni situazione. E poi pensavo ai miei genitori, a mio padre, non era giusto morire così, senza essere vecchia, senza che lui fosse abbastanza vecchio da dimenticarsi il mio nome. Il mio nome non è un nome da vecchi, però. Allora sto morendo. Pensavo. A mia madre. Ed ero triste di una tristezza straniante ma naturale.

La prima volta che ho pensato che sarei morta, poi, non sono morta. Mi hanno presa in tempo, un attimo prima che “la bomba nella pancia esplodesse”, hanno portato via quel che non funzionava più, messo due cerotti e mi hanno rassicurata, anche la pancreatite era stata evitata. Il chirurgo, amico di famiglia, nel dimettermi mi ha detto “eccoti come nuova, sei rinata”. Senza madre. Rinascere si fa senza essere partoriti di nuovo, rinascere si fa da soli, rinascere si fa perché sei già morto, da qualche parte, in qualche punto,in un certo momento.

La prima volta che mio padre mi ha restituito le mie vecchie pagelle, un mese fa, l’ho preso in giro:

“hai paura di morire? perchè mi dai questa roba?”

“perché è tua, sto facendo ordine nei cassetti, mica ho paura, morire si deve almeno hai già le tue cose “.

Continuiamo a non aver pudore nel parlare di morte.

La pagella di prima elementare riporta di una bambina disciplinata, logica, attenta, educata. Con una sorprendente proprietà di linguaggio per la sua età. In grado di riferire in modo preciso e puntuale un fatto realmente accaduto. Ero una piccola vergine scassacazzi che raccontava per filo e per segno quel che accadeva intorno a lei senza inventare nulla, mi mancava solo di berciare anch’io “ma quando mai, è andata come dico io, senti qui…”. Come faccio adesso.

Insieme alle pagelle mi ha dato anche il lavoretto per la feste del papà fatto nel 1986. Quell’anno mi era andata bene, niente lavoretti manuali, la maestra aveva optato per un libro fatto da noi venticinque, ciascuno dedicava una poesia o un pensiero al suo papà, tutto raccolto in questo florilegio della II C. Anche Massimo, che non si chiama davvero Massimo ma non mi va di scrivere il suo nome che comunque è un nome che secondo me da vecchio andrà ancora bene. Io avevo scritto una filastrocca piena di riferimenti alle passioni di mio padre, la pesca e il cibo fondamentalmente. Nemmeno tanto brutta, ho letto cose peggiori scritte dai miei compagni. E poi mi ha restituito anche la mia prima poesia.

La prima volta che ho scritto una poesia l’ho fatto in corsivo e con la replay blu. Era il 25 agosto del 1986, ho venduto l’opera al prezzo stabilito in 1000 lire, indicato sul retro della stessa. L’ha comprata lui, mio padre, si intitola La Brezza e recita così:

“oggi una  dolce brezza

fa oscillare quel piccolo

giglio in riva al lago.

Nell’aria

c’è un

profumo vivo , e io mi sento

rinascere”

La prima volta che io sono rinata l’ho scritto. Naturale.

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