Succede che mi incanto. Succede che le cose belle ancora mi stordiscono. Succede che, io , le cose belle quando le vedo me le prendo. Forse le rubo. Certamente non chiedo il permesso di farle mie. Quel che ci faccio non lo so, una specie di collezione o forse mi servono solo per restare in pari con la delusione del disincanto .

Così ho preso le lacrime di una ragazza sgualcita, alla stazione di Udine. Aveva gli aloni di sudore sotto le ascelle per il caldo di una domenica di luglio, un gonnellone ampio e distratto, una borsa di tessuto a tracolla e il mento in giù accartocciato sulla gola.  Piangeva senza singhiozzare,  con pudore e teneva per le mani, con tutte e due le mani, un ragazzone grande e grosso  ed erano una davanti all’altro, la fronte di lei sul petto di lui all’altezza del cuore strizzato sotto la maglietta stretta da cui spuntava un tatuaggio colorato. Lui sussurrava qualcosa di incomprensibile e lei piangeva. Il treno stava arrivando, bisognava allontanarsi dalla linea gialla dei binari e staccarsi, partendo dal torace dove i due cuori battevano a un solo ritmo, poi le fronti dove i cervelli pensavano gli stessi pensieri, infine le quattro mani appiccicose di sudore per tornare ad avere ciascuno le proprie, tirare su con il naso, scollarsi e salutarsi. Si sono abbracciati forte,  lui le ha appoggiato il mento sulla testa e ho visto anche le sue lacrime. Non ho resistito e ho preso pure quelle.

Sono salita sul treno e mi sono seduta con aria indifferente, guardando fuori, sul binario tutto lo strazio e la sconfinata dolcezza di questo saluto  e in silenzio ho parlato a questi due ragazzi tanto belli, tanto giovani, tanto innamorati ,tanto, tanto di tutto, vi vedete?! Vedete cosa siete?! siete questo pianto, questa afa insopportabile, l’attesa del  prossimo incontro, siete ogni promessa che non sarà mantenuta o che lo sarà, siete tanto ,siete ventanni detto tutto d’un fiato e siete tutti i tatuaggi e gli orecchini improbabili, siete  questo bacio che non si stacca e tutti i baci dell’universo, siete tanto, tanto di tutti i messaggini con i cuori e le faccine che ridono lacrime e lacrime senza risate e questa idea che esistete solo insieme , solo in combinato disposto, siete una poesia d’amore imparata al liceo, siete una canzone,siete tutte le poesie d’amore e tutte le canzoni, siete tanto di tutto, siete tutto, siete l’amore che deve stare insieme e non lasciarsi mai perché ancora non lo sapete che l’amore è lasciare, nient’altro che questo. L’amore è lasciare. Lasciare perdere, lasciar correre, lasciare andare. Lasciare l’ultima porzione nella teglia, lasciare la luce accesa per guardarsi e sentirsi, lasciare in pace, lasciare il tempo di fare le proprie scelte. Lasciare accadere, lasciare le chiavi al solito posto, lasciare la tavoletta del cesso abbassata, lasciare un biglietto con un cuore sulla scrivania, lasciare la lista della spesa sul frigo. Lasciare che l’altro sia se stesso da solo per come è. Lasciare prendere un treno prima che sia tardi, lasciare raccontare una storia che si conosce già una sera a cena con gli amici che, lascia stare, fa sempre ridere.

Ma voi adesso non lasciatevi, c’è tempo. Non prendere questo treno, giovane donna dall’abbigliamento bislacco, prendine un altro, non prenderlo proprio, resta qui per sempre o almeno per il tempo di farmi credere che possa finire così, che possa durare il pensiero  di voi come due parti di uno stesso essere meraviglioso e mitologico, forte, indistruttibile, restate così voi e peccate di tracotanza e vivete questa separazione come un affronto perché questo è, come una lacerazione perché questo è, un dolore fisico che non trova consolazione, voi che, in questa domenica boia di afa, in questo posto desolato,  siete i 20anni di tutti noi su questo treno, di quel signore sudaticcio e triste che torna a casa nella casa di una madre che lo ha soffocato e ipernutrito togliendogli la voglia di vivere, della signora anziana con le sfumature azzurrine nel bianco dei capelli e la doppia fede all’anulare, rimasta sola dopo anni passati a lasciare l’amore ogni giorno, un pezzetto alla volta che così lui troverà la strada come Pollicino quando sarà ora di tornare a prenderla , di quella mamma poco più che trentenne che non ha visto la vostra bellezza perché non ha il tempo nemmeno di accorgersi della sua, troppo occupata a dimostrare che riesce ad essere quella di prima meglio di prima e resiste al cambiamento ed ecco perché soffre ma lei ancora non lo sa.

O anche solo i miei 20anni tutti di un fiato, lontani 20 anni passati senza fiato e scivolati chissà dove e chissà se qualcuno ne avrà trovato pezzi da qualche parte e li avrà conservati per tirarne fuori qualcosa che sia qualcosa di buono o anche solo qualcosa purché sia, una storia da raccontare, un ricordo da custodire e chissà se mai qualcuno mi avrà rubato, come oggi rubo a voi, una lacrima di cristallo ferma a mezza guancia per farne un amuleto contro la mala sorte o una risata rumorosa infranta come uno specchio rotto che mica ci credi per davvero alla mala sorte, chissà se questo è successo quando anch’io ero tanto, tanto di tutto.

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