Quando ero piccola i miei genitori mi chiamavano “madre coraggio”.

Da ragazzina pure. Dicevano che non sopportavo il male, che avevo la soglia del dolore bassissima. Sono cresciuta con questa etichetta appiccicata addosso. Sembrava che il male, quello vero, fosse solo degli altri, perché tanto io avevo la soglia del dolore bassissima. Non credo che sia mai venuto il dubbio che il dolore altrui parli sempre a un volume più basso del nostro, che il dolore altrui essendo altrui in realtà non ci tocca e quindi non lo sentiamo e allora non possiamo mettere una tacca su una qualche scala graduata per determinare quanto è doloroso il dolore di un altro.

Io, però, per onore di cronaca e amor di verità, ammetto che facevo delle scene niente male. È epica quella del dentista: era l’estate dei miei 11 anni, eravamo in Sicilia. Posto meraviglioso. Mi fa male un dente, non ricordo quale. Talmente tanto male che smetto di mangiare e mi portano in fretta da un dentista, in un tempo senza internet e senza recensioni e stelline anche per i medici, un dentista con la targa di ottone fuori dallo studio e basta, senza pagina facebook. Il dottore mi fa aprire la bocca, tocca il dente dolente e puf, quello cade. Il mio ultimo dente da latte. Caduto. Il resto della bocca era in perfette condizione, non una carie, tutto bene grazie. Parcella. Cari saluti e buone vacanze nella nostra terra baciata da ogni dio.

Mio padre ancora ricorda la cifra. Non per il dato economico ma perché fa da corollario alla storia, che ormai è diventata  parte della miscellanea che porta il mio nome, tirata fuori e rivenduta per più di quel che vale durante le feste comandate, le cene di famiglia o, peggio, per raccontare alle mie figlie le imprese materne, sulla spinta di quel desiderio insano che coglie i genitori quando diventano nonni di sputtanare i propri figli.

Allora, si, confesso: mi lamentavo. Ma sentivo il male, eccome. Solo che veniva frainteso, confuso, misconosciuto.

Perché poi ci ho pensato e ripensato come solo io so fare che prendo un aspetto microscopico e ne tiro fuori un pippone  infinito e scavo, indago, analizzo, smonto e rimonto, ricomincio, ci penso, ci ripenso, scrivo e cancello, avvito e svito, insomma da un niente tiro su una teoria che vacci a capire come si fa a vivere male così, comunque, si io ci ho pensato e ricordo, cavolo se ricordo, ricordo bene ogni volta che avevo male. Ogni volta che raccontavo il dolore che sentivo. Ogni dolore che sentivo. Come lo sentivo. Attraverso la pelle che tirava e prudeva anche senza ferite e lacerazioni, quel bruciore diffuso di chi è ferito e non sa spiegare come è successo, non sa nemmeno dove è ferito, ma sa di esserlo. Attraverso gli occhi, deboli, infermi, impotenti, con una benda feroce sul solo occhio funzionante, lo chiamano occhio dominante e lo rieducano tacitandolo. Chiuso quello per stimolare l’altro, quello che chiamano pigro. Dalla benda marrone non filtrava la luce, ma il dolore passava senza resistenze e si depositava subito dietro, nel canale che dagli occhi va alla gola. E lì il dolore faceva male. E le parole non uscivano con il suono che avrebbero dovuto avere. Incespicavano. Ridicole, stupide, imbarazzanti parole balbettate che nella testa sono chiarissime e poi vengono fuori  in quel modo che fa male. Stupidi occhi, stupide parole, stupida balbuzie, stupido mio zio ragazzino che mi prende in giro, stupida mia nonna che non lo sgrida, stupida mia madre che non si incazza e non mi protegge. Stupidi tutti. Stupida io che dopo 35 anni ancora sento quel male se chiudo gli occhi. Senza benda. Stupida io che quando devo dare la parola a quella bambina ancora balbetto. Stupidi tutti.  Tutti quelli che misurano il dolore altrui. Tutti quelli che credono che il male sia un male, sia una questione fisica, misurabile e valutabile o, peggio ancora, ridimensionabile.

Crescendo ho imparato a non dire quando fa male quanto fa male. È come se avessi imparato a prendere le misure anche con il dolore. Non  a misurarlo, ma a prendere le misure. Un passo indietro e metto a fuoco . Un passo avanti, sulla soglia a guardare che fa, se entra o se esce. Il più delle volte ancora entra ma adesso ho imparato ad accoglierlo, tanto a respingerlo gli si dà solo forza.  Allora lascio che faccia. Che attraversi quello che trova, la testa, la pancia, gli occhi o un ricordo, un soffio nelle orecchie come un pensiero che sbuffa per uscire. Poi lo accompagno di nuovo lì, sulla soglia e se ne va. Magicamente è caduta l’etichetta di madre coraggio. Come dimenticata, come qualcosa di lontano, tanto lontano, riferita a un tempo che non esiste più nel quale ho imparato che ciò che senti non può essere spiegato. Mi aprono la pancia con un bisturi e dopo una settimana sono in piedi senza lamentele.  Mi si scuce un pezzo di cuore, come il golfino con gli inserti di lamè quando si è tirato un filo e stava male a vederlo, e lo sistemo. Il cuore, il golfino è ancora così. Fa male rammendare il cuore. Ma non si dice. Non si dice quanto. E allora nessuno si preoccupa della tua soglia del dolore.  E va bene così, in fondo. Perché anche le etichette fanno male e da staccare sono fastidiose, rimane sempre un residuo di colla che appiccica le dita quando le ripassi su per sentire come va o anche solo per una carezza, che prima o poi arriva, lì, dove fa più male, dove ha fatto più male, quando finalmente chiudi la porta e quel che non serve rimane fuori. Dalla tua soglia.

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