Mia madre parlava da sola, in casa, mentre faceva da mangiare, mentre divideva i panni del bucato, gli scuri di là e i bianchi  qui, i delicati accanto ai bianchi, i colorati accanto agli scuri.  Anche mentre stirava o smontava le tende della sala dopo essersi arrampicata e io sotto a tenerle la scala. Mentre correggeva i compiti, i temi, i problemi, gli esercizi con le frazioni dei bambini, scuotendo la testa seduta al tavolo della cucina ricoperto da tutti quei fogli, la sigaretta sempre tra le dita della mano sinistra e la penna rossa tra quelle della mano destra. Bastava seguire il suono, basso, appena percettibile come una litania o un rosario per trovarla, in casa, da una stanza all’altra. Mio padre la prendeva in giro per questo, un po’ anche io e mio fratello. Non so se lo fa ancora, forse si, adesso è molto più sola in casa di una volta e quando vado da lei a volte mi sembra di sentirla parlare nella stanza accanto a quella dove sono io, allora le dico a voce alta, senza muovermi, “cosa hai detto, mamma?” e lei mi risponde “no, niente”. Perché non sta parlando con me, né con nessun altro. Parla da  sola. Non l’ha più fatto per un  periodo, tantissimi anni fa, oltre trenta, quando non è stata bene. Penso, oggi, che avesse la testa troppo piena di echi e rimbombi per far uscire dei suoni, per articolare frasi di senso compiuto rivolte a nessuno o solo a se stessa. Le teneva tutte dentro, le parole, le sentiva ma non le diceva, chiudeva gli occhi come a seguire un discorso senza interlocutore, che poi non sapevi se ascoltava davvero o no, come il preside della scuola delle mie figlie, che tu gi parli, lui chiude gli occhi, incrocia le braccia sulla pancia e sorride. E non saprai mai se è estasiato dai tuoi commenti o se sta pensando che tra pochi minuti finisce il colloquio e ti toglierai dai coglioni.

Quando è stata meglio, mia madre, il preside fa tutt’ora così, ha ricominciato a parlare da sola. Mio padre ha smesso di prenderla in giro.

L’anno scorso, un giorno qualunque, ero da sola in casa, sono entrata in lavanderia per avviare la lavatrice, ho acceso la luce e mi sono diretta al cesto della biancheria. Parlando da sola. Dicevo cose, proprio cose, non parole e basta. Dicevo parole che le toccavi, parole che erano cose con una forma, una dimensione, un colore, un peso. Enorme.

E il giorno dopo, un giorno qualunque, mentre rifacevo i letti nelle camere delle ragazze, ho parlato ancora. E ancora il giorno dopo, altro giorno qualunque, in ufficio, al computer mentre i numeri correvano sullo schermo. E così via. Da sola. Non me ne sono accorta subito, no. Non ho pensato alla storia di mia madre, figuriamoci. Non ho pensato che parlavo da sola. Non ho pensato. Stavo parlando. Niente di più naturale, come un cane che abbaia, che quanto mi fanno incazzare quelli che al cane in giro dicono “e non abbaiare”,già, miagola magari. Come si fa a dire a un cane di non abbaiare? Come si fa a dire a una persona di non parlare?

Poi, un giorno qualunque, davanti al mare, lontana dal lavoro e dai numeri sullo schermo e dalle scadenze da ricordare, tutte sempre, lontana da casa, lontana mesi e mesi nello spazio da quel giorno in cui ho sentito che parlavo da sola, lontana decenni nello spazio da mia madre che parla da sola e che poi non parla più, dal suo silenzio e dal rumore che aveva nella testa, lontana anni dall’uomo con la barba, la voce dietro la testa del venerdì all’ora di pranzo, l’uomo con la barba che dopo la nascita di Pepe mi ha tenuta per mano aiutandomi a vedere a fondo, il fondo, il gorgo scuro che spaventa e invece no, bisogna vederlo perché esiste e si deve saper accogliere e gestire, dopo la psicanalisi che è stata il mio autan contro le zanzare, il mio antistaminico contro le punture di insetti,  la ricetta per cucinare sulla base delle mie intolleranze,lontana da tutto questo ma consapevole della sua esistenza, consapevole di ogni giorno qualunque, quel giorno seduta davanti al mare che oltre con lo sguardo non potevo andare e allora restavo a guardare laggiù il mare calmo e quaggiù il mio gorgo agitato ho capito di aver iniziato a parlare da sola dopo l’ultimo incidente, l’ultimo in ordine di tempo, quello dello scorso anno. Quando sono rimasta a terra. E ho pensato che non avrei trovato il modo di alzarmi di nuovo, ho pensato che sarei morta, ho riso perché nessuno muore per questo, ho pianto perché una parte di me sarebbe morta di questo. E mentre lo pensavo lo dicevo. A nessuno. A me. Alle mie orecchie, perché le parole erano rimaste incastrate in gola e faticavo, mancava il respiro. Ero a terra, dopo l’incidente. Dopo la mandria di bovini che mi aveva investita. Scappati dal recinto, mio marito non lo aveva elettrificato o non lo aveva chiuso bene, lui entrava nel recinto, le bestie erano le sue, ne era responsabile lui. Doveva fermarli ma non ha pensato che dei bovini fossero pericolosi, infatti non lo sono, ma sono grossi, ingombranti, quando si muovono sono pesanti e poi cagano dappertutto, vanno tenuti nella stalla e bisogna mandare qualcuno a pulire. Quando la mucca più vecchia e ormai inutile, non buona per il latte e troppo anziana per il macello aveva dato segni di instabilità e malessere nei mie confronti gli avevo detto che bisognava fare qualcosa, ma lui aveva sottovalutato. Così è avvenuto l’incidente. La mucca vecchia e gli altri bovini, mucca figlia, nipote vacca e altri capi di bestiame, cornuti e meno, sono usciti. Rumorosi, sporchi e maleodoranti. Li ho visti con la coda dell’occhio, ero troppo vicina per evitare l’impatto, ho fatto in tempo a buttare di lato le mie figlie, una da una parte, una dall’altra e dentro di me dicevo “lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo “ e poi non lo dicevo più dentro ma fuori, a voce bassa, e poi sempre più alta, e poi basta perché mi sono passati sopra e ho protetto il viso che non mi facessero male agli occhi e ho protetto la testa che non mi facessero danni alla scatola cranica che lì dentro ho tutto, tutto e mi sono ritrovata a terra. In attesa dei soccorsi. Non sentivo più le gambe e avevo freddo. Piangevo, perché avevo letto che sono i sintomi di quando ti rompi la colonna, non senti dolore ma torpore alle gambe e freddo. E pensavo che non avrei più camminato. Per colpa dei bovini. Ho pensato che dovevo verificare in letteratura medica quanti casi di paralisi sono riconducibili a investimento da bestiame. Ho pensato che dovevano, lui doveva, catturarli tutti e macellarli tutti.

Ho guardato il cielo, gli occhi erano a posto, ho sentito le ragazze dire che stavano bene e ho sorriso perché loro mi fanno sorridere, loro mi fanno felice, ho pianto ancora un pianto acido e dicevo a bassa voce, a me, dicevo  adesso le lacrime mi corrodono, mi divorano, mi lasciano segni permanenti. E attendevo i soccorsi. Rimanendo ferma perché, avevo letto, che non bisogna muoversi finchè non è accertato il danno. Sapevo di averlo subito, sapevo di essermi rotta, avevo paura che i bovini tornassero indietro ma poi mi sono detta no, non lo faranno, sono stupide mucche non sanno nemmeno cosa hanno fatto, vanno dritte, mica sanno, mica sanno niente. Allora stavo ferma, con gli occhi aperti per lo spavento, con le lacrime inarrestabili, con i pensieri che diventavano suoni gutturali e profondi, ma non era vero, non parlavo, non ancora, sentivo le mie parole ma non le dicevo, credevo di dirle, ho creduto di dirle per tanto tempo e invece le avevo sempre e solo pensate e ora avevo un grumo in gola e speravo che fossero le parole e non il mio stesso sangue che poteva soffocarmi e non potevo nemmeno mettermi in posizione laterale per cercare di vomitare ma poi mi dicevo , o pensavo, non so, pensavo a voce alta con la voce solo nella mia testa che anche le parole mi avrebbero soffocata se non fossero uscite e che sarebbe stato meglio usarle per annegare gli altri che non tenerle per soffocarmi da sola. Ecco il gorgo, che tornava ad agitarsi e non era il momento, ma il tempismo non è il mio forte, ecco le Gorgoni che arrivano, eccole, una dopo l’altra che risalivano dal mulinello con il loro sguardo di pietra e ho pensato, oppure ho detto, che erano i soccorsi. I primi. Arrivati per dirmi che non ero fuori pericolo, che i bovini potevano tornare, anche non volutamente, ma potevano. E che avrei dovuto guardarli. E pietrificarli. Tutti. E sono arrivati i fantasmi, i miei fantasmi, subito dopo e mi hanno detto che era tutto sbagliato e che potevo aggiustarmi. Io, senza preoccuparmi del bestiame altrui, e mi hanno detto che era finito il tempo di farmi piccola piccola per non dare noia o fastidio o chissà che altro, per tararmi sulle mucche, per non far sentire ai bovini di essere bovini, che ipocrisia, come dire a un cane che non è un  cane, come quelli che trattano i cani come bambini, dai insomma, le mucche vanno trattate da mucche, io non sono una mucca e non dovevo far credere alla mandria di appartenere alla stessa specie . Ed è arrivato mio padre che mi ha sollevata e messa su una barella e aveva le mani calde sulla mia testa e sapevo che era la sola cosa giusta. Poi sono arrivati  dei sorrisi inaspettati, parole buone da persone che non dovevano dirmi nulla ma che volevano farlo, anime belle, di quelle che hanno graffi anche loro, e segni e dolori misti a momenti di felicità e non mi hanno mai chiesto perché zoppicassi, da quale incidente mi stessi riprendendo o quanto sarebbe stata lunga la mia convalescenza, no, ma non hanno fatto finta che non zoppicassi, che non ci fosse stato alcun incidente. Che non fossi convalescente.

Poi sono arrivate le parole, come alla fine di un sogno o come all’inizio di un sogno, quando tutto ti è chiaro e sai dove sei e cosa fai e chi sei. Ed erano parole nella testa che non bastava più a contenerle, ed erano le poesie imparate e dimenticate ma non scordate, ed erano versi, suoni, lamenti, ed erano la ninna nanna lontana e la cantilena contro il mal di pancia e la filastrocca per trovare parcheggio, suoni nuovi e giochi ritrovati sul fondo di un baule e uscivano e basta e il fiato asciugava le lacrime, tutte, e restavano i segni ma non i solchi come avevo temuto, e i segni andavano bene lo stesso, un memento sul volto a dire che non dovevo farmi piccola piccola mai più, ed era l’ elegia funebre di quel pezzo di me che era morto sotto gli zoccoli bovini  e canto di vita nuova per quel che di me rinasceva a ogni parola detta a voce, con la voce, a nessuno, a me, al mare, al gorgo, alle Gorgoni custodi della mia integrità e del mio rigore.

Infine sono arrivate le mie ragazze, mi hanno abbracciata e rimessa in piedi. Sempre loro, sempre per loro. Mi sentono parlare e sanno che parlo da sola.

 

2 pensieri su “Io parlo da sola

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