Avevo scritto una poestrocchia per questo giorno, una cosa carina con le rime azzeccate a disegnare un pensiero di gioco e amore per i tuoi undici anni. A un certo punto faceva così : “hai già tanti tuoi ricordi, eppure se li pesi sono ancora lordi, non sai più bene  la formula vero? Te lo dico con un tono più severo che però dura un momento, vieni qui senti cosa mi invento, io sono la tara e tu il peso netto, mettimi toglimi e vedi se è corretto.

E qui, niente, qui mi si è aperto la ferita dei ricordi, quella che ha la crosta sottile e che non guarisce mai. Davanti al foglio bianco ho visto la mia pancia enorme, smisurata, sopra a cosce piene come due boccioni dell’acqua nel corridoio aziendale su due piedi irriconoscibili, privi di una forma umana. Io la tara. Tu il peso netto.

Undici anni sono abbastanza: non li conti più su due mani, devi astrarre per vederli, o farti prestare una mano. La mia è ancora disponibile. Sono più dei comandamenti e meno delle vertebre della colonna che ti sorregge. Sono certamente pochi per avere rimorsi e pentimenti, sono abbastanza per  le incertezze e per sentire il cuore battere sotto l’incipit di seno che hai e che delinea la donna che sarai, quella che si sta affacciando con passo lieve, come quando fuori c’è la prima nevicata e non sai se i fiocchi si fermano o si sciolgono e la nonna dice sempre “speriamo non attacchi” e tu dici sempre “speriamo che attacchi”. Io spero che attacchi.

Sono abbastanza per attraversare la strada da sola, per organizzarti i compiti, per scegliere dal menu al ristorante, per nuotare oltre la boa. Per farti dare il resto e controllarlo prima di uscire, ma forse è meglio non approfondire, altrimenti è come con la formula del peso lordo, scopro che hai dimenticato tutto, mi arrabbio, parto con la predica e ti incupisci poi ti giri e mi fai il verso.

Io me li ricordo tutti, sai, questi undici anni. Ogni giorno, anche quelli uguali a tanti altri e quelli che hanno segnato dei passaggi o dei cambiamenti dai quali nessuno di noi è tornato lo stesso di prima. Ricordo chi c’è stato, chi è solo passato, chi non si è mai visto. Ricordo chi ha detto cosa e quando e se mi è piaciuto o no. Ricordo la tua faccia viola e schiacciata e gli occhi di tuo padre sgranati talmente tanto che ci vedevo tutte le foglie che ha lì dentro e che fanno quel verde,le foglie che sono la mia ombra ristoratrice e che poi si agitano forti per il vento e i temporali e allora arrivo io che se li sgrano ci vedi solo un nero senza uscita come un impermeabile di cerata spessa e copro le foglie, tutte, anche quelle che cadono, perché nessuno osi calpestarle. Tu hai gli occhi con una corteccia forte e una chioma verde che quando li sgrani ci vedo lui e quando li serri fino a farli sparire ci vedo un impermeabile, verde, ma di cerata spessa. Mi dispiace. Perché so cosa vuol dire avere quello sguardo lì e poggiarlo addosso agli altri.

Undici anni sono abbastanza per lasciare stare qualche raccomandazione, per decidere se indossare la felpa, se tagliare i capelli o lasciarli crescere ancora. Per avere dei segreti. Per stare nella tua stanza. Non sono troppi per l’altalena, come ieri sera. Per farti sbucciare la frutta dal nonno, io ancora lo faccio fare a lui.

Sono abbastanza per alzare lo sguardo impermeabile di foglie sul mondo e alzarti anche sulle punte dei piedi se non vedi dove vuoi vedere, senza sgomitare ma non sono troppi per farti prendere in braccio, magari da papà, che io non riesco più. A volte anch’io, sai, vado dal mio papà, non per farmi prendere in braccio ma per un abbraccio che mi rimette nel mondo con la giusta sensazione dello spazio che occupo e magari non serve per vedere davanti cosa c’è ma per sentire dietro cosa c’è stato. Lui la tara, io il peso netto.

Undici anni, Cri, undici anni di te e ieri sera ho mandato la tua foto a papà e gli ho scritto che ti abbiamo fatta noi insieme, che a me sembra sempre una cosa incredibile, ti guardo, ti guardavo undici anni fa oggi che era sempre un sabato, e  mi sembra di compiere i miracoli, di averti creata, fatta, fabbricata, costruita, cellula dopo cellula, in settimane passate a letto, ferma immobile che non scivolassi via dalla ferita nella placenta, aperta , e lo spavento, il sangue, le telefonate, le giornate a guardare il soffitto crescendoti con il pensiero che altro non si poteva fare che non fosse sperare e giocarsi il 50% di possibilità che tu, lieve come la nevicata, decidessi in quel mese di dicembre di attaccarti e restare.

E papà mi ha risposto, sai, al messaggio. Mi ha scritto “ è lei che ha fatto noi”. Tu la tara, noi il peso netto. Come sarà, un giorno. Quando la somma di tutti i giorni diventerà una matassa indistinguibile toccherà a te ricordare. Per noi e soprattutto per te. Per sapere di te che arrivi da un amore libero, ma libero davvero, libero di testa e nel corpo, un amore che ha avuto paura e l’ha superata, un amore che si è sollevato sulle punte e ha guardato oltre, ogni giorno, anche quando sembrava seduto a piangere. E arrivi da giorni di attesa e speranze, da un inverno con la neve, e hai visto il mondo un sabato pomeriggio di afa torinese dopo esserti girata a faccia in su rendendo necessario il bisturi e scatenando un temporale negli occhi di papà, che tutte le foglie hanno preso il volo e io ero occupata non potevo coprire e lui si è arrangiato lì fuori, sai, ha pianto e ha lasciato fare al temporale e poi ti ha vista e si è visto, se lo conosco un po’, si è visto intero per la prima volta. Lui la tara, tu il peso netto.

Il medico che ti ha fatta nascere nell’urgenza, sua,  e nella concitazione, mia, quando ti ha  tirata fuori ha detto “allora sei tu, che sorridevi sotto la linea del taglio”

Undici anni sono abbastanza per sapere che sei nata a faccia in su,con gli occhi aperti, affamata, strapazzata e sgualcita, con i pugni chiusi pieni di futuro. Sono abbastanza per sapere che quel futuro è tutto tuo, che vorrei che tu scivolassi e ti rialzassi restando sempre una persona per bene.

Io ti prometto che non interferirò, che non dirò cose tipo “da te questo non me lo sarei mai aspettato” , che aspetterò sempre te, ma non mi aspetterò mai qualcosa da te che non sia la tua libertà e la tua felicità. Ti aspetterò, Cri, ancora e sempre, e quando scenderà la neve spererò sempre che attacchi.

Buona vita, Koala.

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