C’è una ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve. Non si chiama Biancaneve, no e non è una principessa . Non c’è alcun cacciatore che deve pugnalarla e nemmeno dei nanetti poco avvezzi all’igiene personale che l’accolgono. Però c’è un bosco, quello si. La ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve ci si è infilata e adesso è lì dentro, con sé ha la sua bambina, creatura magica e perciò perfetta in un bosco. La ragazza è seduta su una ceppaia ricoperta di muschio e forse le fa un po’ senso appoggiarcisi però non c’è altro e allora va bene così. Non è felice di essere nel bosco, ha paura ma non lo vuole dire, teme che qualcuno- chi, in un bosco?!- possa sentirla e giudicarla, non sa, però, che nel bosco a nessuno importa di condannarla, assolverla, valutarla. Nel bosco importa solo prendere la luce quando c’è, creare scambi, appoggiarsi a chi è più saldo, intrecciare le radici sotto terra dove non  si vede, come amanti che si stringono le mani di nascosto e connettersi gli uni agli altri per davvero, crescere, morire, rinascere, offrire riparo e chiedere in cambio di portare un seme più in là dove possa diventare quello che già è, in fondo.

C’è un principe, un ragazzone grande e grosso con tanti capelli e la barba ed è meglio non immaginarlo in calzamaglia.  C’è anche lui, nel bosco, ma non è vicino a lei, ha preso un suo sentiero che non è distante ma in questo momento, sulla ceppaia, lui non c’è. Si ritroveranno, prometto, quando farà chiaro, tra poco. Perché, non avevo detto, che adesso nel bosco è scuro. Lei è impaziente, è proprio lei così, il bosco ha solo accentuato questa caratteristica. Ma quando è buio è bene fermarsi e aspettare. E guardare. Sentire. Annusare. Toccare. L’attesa come un ulteriore organo di senso e da quelli ripartire senza altri condizionamenti, senza pensare di sapere, senza credere di conoscere. Nel bosco si impara per esperienza, per osservazione, per imitazione,almeno in questo bosco è così. Ci sono i sentieri  tracciati, vuol dire che qualcuno ci è passato prima e chissà se quel tronco su cui la nostra ragazza è seduta , se potesse parlare quante ne racconterebbe. Ci sono le indicazioni, non è un labirinto. Ma ciascuno deve fare per sé, ecco perché il principe hipster  non è accanto a lei, in questo momento.

C’è una ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve seduta impaziente su quello che, una volta, era un albero, in un bosco  di sera mentre tiene in braccio una bambina, la sua, che però non ha alcun timore perché nessuno le ha ancora detto che il bosco fa paura . Non è felice, abbiamo detto. Io ho detto. Non ha il coraggio di alzare lo sguardo e osservare, abituando gli occhi all’oscurità e affinando ogni percezione diversa da tutto quello che fino ad oggi ha sperimentato o ha creduto di sapere. Se lo facesse, cosa vedrebbe? Cosa sentirebbe? In un bosco pieno di sentieri? Vedrebbe altre ceppaie e sentirebbe la presenza di altre ragazze sedute impazienti. Sentirebbe i passi di quelle che si sono alzate e hanno ripreso il proprio sentiero  e le foglie secche si spezzano al passaggio e si accorgerebbe, perché lo percepirebbe, che nessuna di loro ha un passo leggero, è come se portassero tutte un peso, un fardello, un carico, un figlio addosso che prima era dentro e pesava sulla pancia adesso è fuori e schiaccia come la forza di gravità e pesa ovunque, ma questo nessuno lo dice e forse chi ci prova ad avvisare viene visto come un eretico, un pazzo capace di scrivere fardello e figlio nella stessa frase. Vedrebbe quelle che ci sono riuscite e capirebbe che sono uguali a lei, sono entrate nel bosco,  si sono sedute, hanno atteso e nell’attesa hanno tolto dai propri zaini il carico inutile, le mappe, il gps, le raccomandazioni, i pediatri, i logopedisti, la cultura personale, internet, il sapere diffuso e l’ignoranza dilagante, le maestre e le suocere e, si, pure le madri e tutto l’esercito di sapienti che invece di dirti che adesso hai un fardello ti raccontano che la vita è meravigliosa e ciascuna di quelle ragazze che si è alzata dalla ceppaia ci aveva creduto e ciascuna di loro si è sentita sbagliata ogni volta che ha pensato che per lei era troppo pesante, troppo difficile e non si è sentita in grado di farcela, perché non riusciva ad aderire a un’idea di realtà sbagliata, falsa, come dire che il sole gira intorno alla terra e chi dice il contrario o è pazzo o è eretico.  E potrebbe chiedere, se volesse, se dal suo zaino togliesse la presunzione, potrebbe chiedere come funziona. Non la creatura magica, piccolo elfo buffo, ma la vita con una creatura magica e pesante che rallenta tutto il tuo cammino ma che allo stesso tempo lo indirizza, lo raddrizza a volte. E si stupirebbe di accorgersi che quelle ragazze si fermerebbero a dirglielo. Perché nel bosco ci si aiuta, ci si sostiene, nel bosco la conoscenza è soffusa come un sussurro di incoraggiamento, il tempo è prezioso, la diversità è ricchezza.

Ah, c’è anche una strega. Va detto. Non è una matrigna, non ha il desiderio di essere la più bella, non ha mele avvelenate da offrire. È una strega scontrosa e ruvida così trattiene solo chi vuole ma conosce bene il bosco, è inciampata in radici sollevate e ha preso qualche ramo in un occhio, ha tentato con le scorciatoie e ha capito di non potersele permettere, mai.  Conosce bene anche la ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve, l’ha accudita per tanto tempo, un po’ per gioco un po’ per dovere, in forza di quei dodici anni che le separano e che ne hanno fatto protagoniste diverse della stessa storia, che ne hanno fatto sorelle lontane.  Quando la strega si specchia a volte vede riflessa l’immagine sfocata di una ragazza impaziente seduta in lacrime sulla ceppaia con due bambine, creature magiche; il più delle volte vede riflessa l’immagine nitida di una donna senza più zaini che ride e cammina accanto a due fanciulle, creature magiche.

C’è una ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve seduta in un bosco, con la sua bambina , che tra  quarantotto ore si sposerà con il principe pieno di capelli. Sarà una grande festa che  si svolgerà nel bosco perché  non sono ancora usciti da lì, si incontreranno in un punto del sentiero, poi proseguiranno il proprio cammino ma si sentiranno più vicini con il cerchiolino dorato all’anulare, sentiranno di essersi promessi la felicità reciproca e chissà che non sia davvero così facile, chissà che non basti questo davvero, chissà che non sia questa la vera eresia, assumersi l’impegno di esserci anche se lungo un sentiero diverso . C’è di bello che il bosco ha ombra e un buon profumo,  non ti mette fretta e ti conduce sempre in posti meravigliosi.

La strega non farà auguri speciali, non compirà incantesimi o magie, non penso che alle streghe piacciano i matrimoni ma ci sarà e siederà alle spalle della sposa dai capelli di ebano, subito dietro una donna dai capelli grigi e lo sguardo severo. Anche lei ha esplorato il bosco tanti anni prima, quando era una ragazza con i ricci ramati e lo sguardo severo che stringeva una bambina scontrosa e ruvida e poi, tanti anni più tardi, teneva per mano una bambina con la carnagione bianca come la neve.

Solo un attimo prima che tutto finisca, o inizi, in fondo il matrimonio inizia, un momento prima se la sposa vorrà voltarsi potrà specchiarsi anche lei nello specchio delle brame, custodito dalla strega. E vedersi pronta a diventare ciò che è, senza paura. In quello specchio, in quello sguardo, in quell’abbraccio l’augurio di essere, ogni giorno, se stessa.

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