Ho compiuto quarant’anni, lunedì scorso. È stata una bella giornata di auguri, regali, pensieri e sorrisi. Mi sono sentita felice. Ho fatto fare la torta, io, l’ho ordinata il venerdì precedente e io non mi sono mai interessata di avere una torta per il mio compleanno, ma questa volta si. Ho chiesto che scrivessero “Sonia 40 ! ”
Il pasticcere mi ha chiesto, per conferma, se volevo il punto esclamativo dopo il numero. Gli ho detto di si, che non era l’enfasi con cui ordinavo la torta, volevo davvero il punto esclamativo. In realtà le mie parole precise sono state “per i 40 faccio una pausa dai punti interrogativi”.
La torta era buona, ho espresso il mio desiderio soffiandolo via lontano e vedremo, ho brindato alla mia e a quella di chi era lì a un passo da me, ho brindato al compimento di quanto è stato e al punto esclamativo con cui terminavo la giornata e il mio quarto decennio. Ho brindato al tempo, generoso, alla vita vissuta tutta anche nei giorni vuoti, a me, a Sonia, il nome che mi porto addosso e che nessuno mai usa, non per chiamarmi almeno, il mio nome è una delle cose che mi piace di più, di me. Le fonti riportano che fosse il nome di una bellissima ragazza con i capelli scuri che abitava nel palazzo dove mia madre viveva con i miei nonni, prima di sposare mio padre. La bella Sonia dirimpettaia esercitava un fascino particolare su mio nonno, pare e mia madre in sala parto, presa alla sprovvista perché non si erano preparati davvero un nome da femmina, lei aveva la pancia a punta e in un’epoca senza ecografie questa era condizione sufficiente a soddisfare la curiosità legata al sesso del nascituro, quindi lei in quel momento richiesta del dare un nome alla creatura ha detto Sonia, senza punto esclamativo, credo, ma ha detto Sonia. Perché pensasse alla vicina di casa che flirtava con suo padre durante il parto non lo so ma siccome le piaceva anche il nome Samuela, nessuno me ne voglia, ma è andata benissimo così. Da punto esclamativo. Non so quanto tutto questo sia vero ma trovo sia comunque una bella storia da raccontare. Mio nonno, per la cronaca, mi ha sempre chiamata Ninni. Ma nella mia famiglia nessuno usa, davvero, il proprio nome. Come in certe tribù o in alcune culture in cui il nome resta segreto fino a un certo momento o non viene attribuito finché non si manifestano delle peculiarità che rendono chiara la scelta. Da noi il nome viene dato e poi dimenticato per il resto della vita. Se va bene viene abbreviato e non vale la regola del nome corto, abbreviamo anche quello, lo tronchiamo alla prima sillaba, zac, una circoncisione del nome, un rito iniziatico. Ho un cugino che si chiama Pasquale, chiamato Nino da quando è nato, diventato Nì dopo dieci minuti dalla nascita. Dal resto nostra nonna è nonna Cocò. Il suo vero nome si è perso con le fonti che potevano ancora testimoniarlo.
Io sono So’. Mio fratello è Die. Mia sorella è Chia.
Ma io sono anche, soprattutto, Kibu. Da quasi due decenni, ormai. Lui mi chiama così e allora io sono così. Il perché non posso raccontarlo ma è anche quella una bella storia.
Però, per chiudere i miei primi quarant’anni (!) ho voluto brindare come Sonia, a nome intero. A figura intera, a faccia scoperta, a mani alzate. Disarmata. Senza filtri, nomignoli, riduzioni o sconti. Non ne ho avuti, di sconti. Li ho compiuti tutti e volevo che tutti fossero lì, tutti e quaranta, pieni e usati, logori e sfilacciati, belli, recenti o impolverati, tutti, tutti compiuti, finiti e alcuni ancora mi sembrava dovessero arrivare e invece se ne sono già andati.
Qualcuno mi ha detto “benvenuta negli anta”. Io ho pensato all’armadio, all’anta dell’armadio. Colpa del mio emisfero cerebrale dominante, il sinistro. Se dici anta io immagino l’ anta dell’armadio. Perché penso in modo lineare e analitico. Ho pensato che nel mio armadio c’è un casino, abiti di tutte le stagioni e di tutti gli anni, i jeans di quando andavo all’università, l’abito comprato per il matrimonio di mia sorella, sabato scorso, il maglione che mi ha regalato il mio primo amore che si chiama Stefano ma io lo chiamavo Voga, i costumi della vacanza in barca del 2006, tutto insieme lì dentro, chiuso dietro l’anta. Io sono come il mio armadio. Ho chiuso tutto dentro e c’è davvero tutto. Di tutto. C’è Sonia intera, c’è So’, Kibu, Soso’, Ninni. Mamma. Mami. Ma’.
C’è un casino ma nel mio disordine trovo tutto. Di tutto. Senza cercare troppo, vado a colpo sicuro e ritiro fuori quel che è stato, il tempo passato, le frasi e le parole, il senso compiuto e il senso del compiuto, quell’aria che assumono le cose quando diventano irreversibili e la patina che cade sopra le persone quando diventano irraggiungibili, la tristezza dell’amore quando finisce e la stretta al cuore quando vai via e sai che ti sta osservando di spalle e speri di non cadere e speri di non voltarti e sai che quella scena è irripetibile anche se la ripeterai infinite volte nella tua testa, di notte, soprattutto di notte, quando tutto fa più male. Ritiro fuori la fatica di essere. Di capire. Di andare avanti e basta, spostatevi tutti, vi avviso, ho scagliato la pallina come un proiettile e fate attenzione vi avviso, non ho il controllo, lancio e vado avanti, vi avviso, abbiate cura di voi che io devo badare a me, al mio gioco e mi dispiace, non abbiatecela con me.
E la gioia quella che dura un secondo, un lampo di genio, l’intuizione che ti svolta la giornata, il significato che muta se giri la carta, la sorpresa senza il fiocco che il fiocco è tra i capelli, un cane che si piscia addosso dalla felicità di vederti, un cuore che batte sopra il tuo allo stesso ritmo e sai che è il cuore giusto, quello che conosce il tuo tempo e nulla sarà come il dolore di perdersi, poi. Ritiro fuori la paura di non piacere, la certezza di non essere adatta, le scarpe belle ma strette, il dolore di camminare facendo finta di niente, la speranza che finisca, il senso di vuoto che non si placa e non si dà pace, l’idea e la realtà, il risultato e il rapporto costo beneficio, la scomposizione logica, l’analisi della situazione, le motivazioni valide. Gli anni vissuti come uno sherpa, il carico da portare, le intemperie e nonostante tutto il sorriso, o la paresi ebete, che questo è il compito di una madre, portare il peso sorridendo, perché la vetta è sempre e solo una conquista altrui.
Tutto, tutto qui, o lì, dipende. Tutto dentro, dietro questi “anta” che proteggono dalla polvere e dagli sguardi.
Qualcuno, invece, mi ha detto che è tempo di bilanci. No. Ho risposto. È tempo di bilancia. Non mi interessa guardare la mia vita e farne una questione di attivo e passivo, di stato patrimoniale o conto economico. No, io no. Io voglio pesare gli anni, i mesi, i giorni, i minuti, le parole, i baci, le lacrime, gli sbuffi di fastidio, le parolacce, Dio, quanti chili di parolacce ho detto, i silenzi, le rappresaglie, i dispetti, la ferocia, l’insicurezza, il sudore, i libri di Diritto Costituzionale, le gonne troppo corte e i rossetti troppo rossi, le risate urlate, i singhiozzi quando non si sente. Le serate fumose e futuribili, il senso della vita trovato e perduto in fondo alla borsa tra le chiavi e gli occhiali.
Le persone che mi hanno amata, tutti, tutte, imprecise e strane, imperfette e folli ma creative e istintive che per amare me devi avere l’emisfero destro dominante altrimenti non puoi farcela, e quelli che mi hanno odiata, a ragione oppure no ma non importa, che una ragione si trova sempre e se c’è bisogno di cercarla vi do anche una mano e le persone che mi hanno raccontata e non erano capaci di farlo e si sono incasinate a metà della narrazione e adesso sono lì aggrovigliate tra i fili storti di una trama che non regge e se volessi io potrei tagliarli, i fili, come una delle Parche però e no, non lo farò. Perché peso anche il piacere sottile che mi dà vederle strette in quella ragnatela di menzogne che si sono creati.
E le persone che mi hanno disegnata, modellata, raccontata, cantata e sapevano farlo. E sapevano incantare e meravigliare, trasformare il sogno, cambiare la direzione e riempire l’aria di un odore buono come una benedizione, un unguento, un sospiro di sollievo. Quelli che mentre io guardavo le differenze trovavano le somiglianze, quelle persone che hanno avuto cura di loro e di me con loro.
Io voglio pesare le mie pance enormi, il dolore della nascita e la pancia quella che non si è mai vista ,occupata da un battito di ali per poco e il dolore dell’aborto.
La felicità che se non sei abituato stordisce. E se sei abituato non è felicità.
Voglio pesare ogni no. Tutti i si. I punti interrogativi, tanti, piccoli aghi nascosti tra le pieghe degli abiti quando prendi le misure. Le certezze barattate per un posto nell’incavo del collo. Gli occhiali con la montatura spessa, le vacanze al mare, la voglia di sparire, le canzoni che svegliano la nostalgia e il bisogno di sentirsi fragili. Le scene che fanno ridere. Gli anatemi scagliati, l’ira degli dei, il rifiuto offeso, le ritirate nella torre d’avorio, i mai più mantenuti per sempre.
I punti esclamativi, accompagnati da un gesto preciso della mano che sembra scriverli a mezz’aria, con il pollice che si richiude sull’indice ed è così!
Ecco, non mi serve un bilancio, mi serve una bilancia. Per pesare tutto questo e tanto altro, la mia vita sino ad oggi e quel che pesa di più è ciò che vale di meno. È ciò che posso lasciare qui, a questo punto del cammino, senza rimpianti che quelli soprattutto pesano e impacciano. Infilo tutto alla rinfusa in un cartone e sopra ci scrivo Sonia, 40!
E vado avanti. Felice.

 

torta

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