A volte mi vien da piangere ma non piango. Le lacrime prima di scorrere io le tengo in gola. Pepe le tiene già dietro gli occhi, perché da quando le viene da piangere a quando piange passa una frazione di secondo, le ha già lì a portata di dotti lacrimali, altrimenti non si spiegherebbe. Io no, le tengo in gola, è lì il mio serbatoio. Più o meno dove mi venivano le placche. Le lacrime prima di scorrere sono già salate, perché il sapore mi sale su fino alla bocca. E sono dense, non sono liquide, sembrano una sospensione, sembrano il bactrim che mi davano per le placche, ma anziché scendere questo grumo sta lì, fermo, grosso, strozza. Io avevo la tonsillite, lo ricordo, sempre senza febbre. Dicevano che era strano, mia madre, il Dott. Lugliengo, la maestra, era strano perché le placche fanno venire la febbre, non a me. A me viene da piangere e non piango.

Mica sempre, mica per tutto, mica per motivi tragici. Mica si piange sempre e solo per il dolore, per il lutto, per l’amore o per una perdita.

Mi vien da piangere di stanchezza, a volte. Di sveglia presto, di giornata che inizia, di giornata che finisce e in mezzo tanto, tanto lavoro, tanta concentrazione, tanti tempi silenziosi, tanto sentire, no, non con le orecchie. Di lavatrici da programmare alle 7 del mattino con la partenza ritardata dopo dieci ore per consentirmi di stenderle al ritorno senza che la roba stia lì, che poi puzza e tutto è inutile. Di peli dei cani da raccogliere sempre e ovunque. Di polvere. Di macchina da caricare e scaricare, cartelle, zaini, cani, borsone del Karate, borsa del tennis, borsa della palestra, la clavietta per il prof di musica, lo zaino di  nuoto, la borsa del pranzo, la cartellina di disegno. Di libro lasciato sul comodino come una promessa da mantenere, di documenti infilati in borsa che quello è il mio dovere, gli occhiali, ricorda gli occhiali altrimenti è tutto inutile, i sacchetti per la cacca di Justin nella borsa usata ieri sono da mettere in quella di oggi,cambiare borsa, i trucchi per il dopo allenamento. Le ciabatte in salotto, i calzini per terra, i pigiami sulla vasca, le ricariche blu delle penne, i peli, i peli dei cani, la verdura da pulire. Mi vien da piangere di normalità. Non è dolore, non è sacrificio, non è niente che non ho voluto. Ma la stanchezza c’è.

Mi vien da piangere di intolleranza. Come reazione allergica, come risposta a un agente urticante. Mi vien da piangere ma non piango, mi tengo il groppo dove lacrime insofferenti sono avviluppate a parole, parolacce, che non pronuncio a voce alta ma le infilo, subdola, nel tono, nella prossemica, nello sguardo. Questo groviglio è un serbatoio che si alimenta di maleducazione, di prepotenza, di risposta superficiale e vaga a una domanda precisa. Mi vien da piangere, mica per gli altri, mi vien da piangere per me che ancora dopo quarant’anni penso che per parlare si debba essere sicuri di non rovinare il silenzio.

Mi vien da piangere, a volte, di nervoso. Mi prende il nervoso con un movimento che sale e gira. Mi sale dalla pancia, mi gira nelle mani che non si fermano, mi girano le idee, le parole, le palle, il movimento vorticoso come un mulinello in mezzo al mare e chi ci capita dentro è spacciato. Non piango, no, nemmeno in questo caso.

Mi vien da piangere di stupidità. Mia. Altrui. Quella roba che ti fa pensare che nessuno ha capito e di  non avere capito. Nulla. Non hanno capito che se dico no, ho detto no. No. No vuol dire che no, quella cosa no, quel discorso no, quel giorno no, quella persona no. Non hanno capito che non mi manca nulla. Non ho bisogno di prendermi del tempo, non ho bisogno di fare qualcosa che mi piaccia, non ho la necessità di svagarmi. Non hanno capito che il torto è una ragione letta all’incontrario. Che io sto bene. Sto bene con la mia stupidità, con la mia intelligenza, con le mie ragioni, con il mio guardare gli altri come se fossero animali dentro delle gabbie, oppure come se fossero visitatori dello zoo e quella in gabbia fossi io. Non cambia. Non cambia il mio punto di vista che continua a essere diverso, continua a essere mio. Ultimamente mi viene spesso da piangere di stupidità. Allora, vorrei tranquillizzare i signori visitatori che io non ho bisogno di essere convertita, guarita, aiutata, spronata. Io non ho bisogno. Ho voglia, oppure non ho voglia. In genere, fortunatamente, quel che voglio lo faccio, quel che non voglio non lo faccio. O lo faccio poco.  I ritmi che conduco sono stati scelti e programmati come gli spostamenti che includono, gli orari gli incastri e le peripezie. Le mie figlie occupano la maggior parte del mio tempo libero dal lavoro, anche questo è stato voluto. Stabilito a tavola, una sera di tanti anni fa, davanti a della frutta secca e a un bicchiere di cabernet sauvignon, quando abbiamo firmato un armistizio e abbiamo suddiviso territori e competenze secondo una nuova strategia.

Mi vien da piangere di storie banali, ma non piango. Mi viene anche da ridere di storie banali e allora rido. Le risate prima che ridano le tengo nelle righe intorno alla bocca e agli occhi. Pepe le tiene nelle pieghe del naso che si arriccia appena inizia a ridere e giù, via, le libera tutte le risate che ha. Pepe ride come suo padre, a scoppio. Dal naso. Mi vien da piangere per la signorina dell’accettazione agli esami di laboratorio che mi ricorda tre volte la stessa cosa. Che ho già fatto prima che me lo dicesse la prima volta, presuntuosa saputella che sono. Mi vien da piangere per la signora con la gonna troppo corta e gli stivali troppo lunghi (questa l’ho rubata, a Chantal, grazie amica mia) che prende i figli a scuola pensando che osare sia vestirsi così. Mi vien da piangere per chi cerca di essere quello che non è più. Per chi vuole essere quello che non è ancora. Per me per tutte le volte che non ho cercato di essere. Allora, mi metto il rossetto rosso come a venticinque anni, la gonna no, è più lunga, i capelli sono sempre corti e spettinati. E bacio lo stesso ragazzo di allora, con più amore di allora. Lui ride a scoppio, io rido come la rana dalla bocca larga. Questo è osare.

Mi vien da piangere di pensieri e non piango. Pensieri misti, come un potpourri che c’è sempre il fiore che copre gli altri, quello con l’odore che lo riconosci subito appena versi il sacchetto nella ciotola, il petalo leader. Il mio, quello che mi viene da piangere, è sempre lo stesso. Ha a che fare con la nostalgia, con le persone che amo da lontano, con l’essere madre e anche figlia. A volte, mi vien da piangere un grumo di lacrime spesse e pesanti, come pesa la valigia di qualcuno che sta da un’altra parte, il suo abbraccio l’ultima volta, ogni volta di più, come una madre quando non la capisci, come una madre quando non è capita.

Mi vien da piangere di rabbia. E piango. E urlo. E spacco quello che ho a tiro. Lancio anatemi, scomodo gli dei, i Lari e i Penati, i santi, i diavoli. Travolgo, esondo. Non sono io violenta, sono gli argini che comprimono. Piango di rabbia. Scoppia così la riserva di lacrime dense accumulate in gola. Piango di rabbia sempre dopo la rabbia. Sempre dopo aver preso fuoco, piango per spegnere l’incendio, piango per irrigare quello che ho devastato, piango per dondolarmi mentre piango e cullarmi da sola, piango, piango per dirmi che va bene, che tutto va bene, adesso. Piango ed è la mia febbre, quella che dice che il corpo ancora funziona, che il corpo si protegge. Attacco, devasto. Poi mi proteggo. Piango e non sono più strana come chi ha le placche senza febbre, piango ed è il mio antipiretico. Malattia e cura insieme. Piango e la rabbia ha ragione lei e torto tutti gli altri, piango e lo so che fa male ma se la trattengo fa più male, piango e lei si scioglie, si spegne, si allontana, si ricompatta dietro le mura difensive, torna un seme che metterà radici perché lo so, perché io sono la mia rabbia, il mio motore, il comburente della mia energia. Piango di rabbia, piango dopo la rabbia, come un animale che è triste dopo il coito, come uno sforzo che finisce, come il sollievo che c’è chi lo sospira e chi lo piange. Io sono strana, lo piango.

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