Caro Dottor R.,

vorrei chiederle un modo non banale per iniziare una lettera. Che scema. Come se si potesse iniziare una lettera in modo non banale, come se avesse senso scrivere una lettera al proprio psicanalista dopo anni dalla fine della terapia.

Quanti?

Tanti, ma non li ho mai contati perché non mi sarebbe servito a sentirmi guarita. Non li ho mai contati perché, in realtà, non lo so. Non ricordo come fossi vestita il giorno del nostro ultimo incontro, se avevo il cappotto che appoggiavo sulla poltroncina prima di sdraiarmi sul lettino, allora era inverno. Forse non avevo le calze, allora era tra aprile e ottobre. So che eravamo commossi entrambi, lei aveva usato una mia frase per salutarmi, se la ricordava, mi aveva detto che ora toccava a lei guardarmi mentre staccavo le mani dal bordo e iniziavo a nuotare. Le avevo raccontato di Cri, quando aveva tre anni e in piscina l’avevano promossa dalla vaschetta alla prima corsia, il giovedì. Io restavo seduta in tribuna, restavo in maniche corte, mi sedevo centrale rispetto alla lunghezza della vasca e la guardavo fare lezione. C’è stato un giorno, è sempre un giorno che arriva così senza avvisare, che tutti dicono che le cose quando finiscono non avvisano che stanno finendo, io non lo so, a me tante volte avvisano. A me è quando arrivano le cose che mica mi avvisano e allora è facile che io sia impreparata, distratta magari. Quel giorno ero lì ed ero concentrata e lei ha staccato le mani dal bordo e via. Ha iniziato a nuotare. Dove non toccava. Da sola. O comunque senza di me che a tre anni significa da sola. Quando lei, Dottore, mi ha salutata così, dicendomi che adesso toccava a me staccare le mani dal bordo ho avuto paura. Una paura opposta a quella di quando abbiamo iniziato.

Il nostro primo incontro lo ricordo. Era in autunno. Per telefono mi aveva dato le indicazioni e aveva ripetuto due volte che se davanti alla sua porta c’era il segnale rosso non dovevo bussare ma attendere. Due volte. Mi ero irritata, profondamente. Non sono stupida, non c’era bisogno di ribadire, con me è buona la prima e per come sono io figuriamoci se busso con un segnale rosso. Io resterei ferma al rosso anche in mezzo al deserto. Ma lei non poteva saperlo. Avevo con me il foglietto della psichiatra con scritto cosa avevo, guai dirlo a voce alta, e che avevo rifiutato le pilloline perché allattavo- post partum lo si aggiunge per giustificare, quasi, per rendere più tollerabile la diagnosi. Era la mia lettera di presentazione insomma, quella che rigiravo tra le dita mentre salivo a piedi i due piani per arrivare al suo studio, in Asl, quella che ho infilato in borsa velocemente una volta arrivata davanti alla porta del reparto con il cartello “Centro di Salute Mentale”.

Sono salita ancora di un piano. Per la vergogna di oltrepassare quella scritta, non me lo aspettavo, non era meglio un Dottore con lo studio privato magari, con la segretaria e con le piante nella reception? Non potevo entrare e se qualcuno mi avesse vista- chi? – chiunque.  Ma l’incapacità di arrivare tardi ad un appuntamento è stata più forte della vergogna. Sono tornata al piano corretto, ho indossato gli occhiali da sole, ho aspettato che non passasse nessuno e comunque poteva sembrare che andassi via non che arrivassi e sono entrata.

Ho finto di essere lì per caso per molti mesi, come se quel posto non mi riguardasse e fossi lì per accompagnare qualcuno e in un certo senso è stato così. Venivo in metropolitana, troppo caotico il centro, la vicinanza con la stazione di Porta Nuova rendeva impossibile trovare parcheggio, camminavo pesante all’andata- se la prossima auto che passa ha una targa pari allora morirò– devastata al ritorno – io urlo, urlo forte ma urlo sott’acqua e mi bruciano i polmoni.  Non mi piaceva venire da lei, non c’è stato un solo venerdì nel quale io sia stata felice di entrare o sollevata uscendo. Anzi. Ogni volta pensavo che sarebbe stata l’ultima. Mentre passavo davanti alle vetrine chiuse per la pausa pranzo pensavo a come dirle basta, a come lasciarla che non  sembrasse che stavo rinunciando ma nemmeno che non mi trovassi bene con lei, insomma che non fosse colpa di nessuno dei due e non trovavo mai la formula giusta, la frase, il momento, poi arrivavo, salivo, entravo, semaforo rosso, sedie in corridoio, la coda dei matti fuori dalla stanza accanto alla sua, quelli che venivano a prendere le medicine, tutti in fila con i loro versi, con i loro pianti, con le risate inopportune, le frasi oscene, la bava schiumosa agli angoli della bocca, con gli elastici colorati e gli anelli di plastica, con lo smalto rosa  da bambina su unghie attaccate a mani di un corpo vecchio e flaccido, con i sacchetti del Pam e dentro le analisi, le ricette, le impegnative, le esenzioni dal ticket. I matti, Dottor R., i matti veri. Mica quelli come me, con la borsa elegante, con la taglia 38 dopo due gravidanze, con le unghie pulite e il mascara senza nichel. I matti, quelli veri. Quanto li ho invidiati in quel corridoio, i matti, che possono dire quello che vogliono, Dottore. Che possono piangere e chiederti “che cazzo hai da guardare” contemporaneamente, i matti che fanno paura anche se non li conosci, i matti. I matti la formula, la frase giusta la trovano sempre.

Questa cosa della paura opposta, poi, andrebbe capita meglio. Perché ho una paura e il suo opposto? Come in questo periodo, per esempio. Ho paura, come tanti, ho paura per il lavoro, che i clienti chiudano, non paghino e poi ho paura che ci dicano ok, da domani ricomincia tutto. Scuola, sport, impegni, agenda della settimana. E ho paura di dire che a me, in realtà, sta bene così, ancora un po’ se possibile. Che no, non c’è nessuno che mi importi vedere fuori di qui. Che no, non mi interessa andare in ufficio. A scuola dalle ragazze. Lo so, lo so che c’è chi non riesce a stare in casa, che c’è chi non ha entrate e non sa se ne avrà, che c’è chi sta lavorando su di sé e chi invece sta solo rompendo le palle a tutti gli altri. Non lo dico, Dottore, che ho paura che finisca questa quarantena, questo tempo in cantilena, i miei cani sdraiati ai miei piedi, le mie figlie in giardino, non lo dico perché mi sento in colpa a stare bene da sola, a non volere altro che non sia qui, a portata di mano, la mia mano con le unghie pulite.

Si ricorda come è nato il mio senso di colpa?

La leggenda narra che una volta dimessa dall’ospedale dove sono nata, all’età di cinque giorni mia nonna materna nel cambiarmi le fasce ciripà si accorse di un graffio che mi attraversava la nuca. Qualche buttana infermiera non si era tagliata le unghie, decretò.

Magari se l’è fatto da sola. I neonati hanno lamette al posto delle unghie. Quell’idea entrò dal graffio e venne trasportata fino al mio cervello, come una lettera di presentazione. Penso sia andata più o meno così. Magari è colpa mia. Tutto.

Nel mezzo di una pandemia io mi sento in colpa se sto bene, se vivo in campagna e le mie figlie hanno la possibilità di uscire senza uscire. Nella normalità se troviamo posto in un ristorante senza aver prenotato ed era l’ultimo tavolo e subito dopo si crea la coda -c’è da aspettare almeno mezz’ora- ed è ovvio che non devo essere io a lasciare il posto eppure mi sento così, che è colpa mia se qualcuno aspetta. Io mi sento in colpa se Pepe vuole fare la ricerca di informatica con suo padre che è un informatico e prende un voto del cazzo perché- dice lui- questa roba comunque non c’entra niente con l’informatica e le lezioni però sono online perché c’è la pandemia e cosa stai a spiegare al maestro e poi comunque no, non c’entra un cazzo con l’informatica ma pure tu però, lei ci teneva a farla con te, altrimenti avrei fatto io come tutto il resto, che tu cosa ne sai delle guerre puniche, di Cartagine, che ne sai dei verbi servili o della forma riflessiva.

Però, Dottore, non mi sento, più, in colpa per tutto.  Per tutti.

È successo a un certo punto, quasi tre anni fa ormai. Le mie figlie mi hanno soprannominata mamma orsa in quel periodo. Lei sa perché si dice mamma orsa e non papà orso? Se fossi sdraiata sul suo lettino, con la sua voce alle spalle- che espressioni assume, Dottore? Dalla voce si capiva ma non l’ho mai saputo davvero, l’ho annoiata Dottore? Si è distratto mentre parlavo? Ha guardato l’ora? – con il quadro astratto davanti- ce l’ha ancora Dottore? Erano linee rette e spezzate, curve e semicurve- lo sa che ieri ho studiato la differenza tra poliedri e solidi di rotazione? E ho detto a Pepe perché mai uno dovrebbe far ruotare un rettangolo o un triangolo? Adesso guardo un quadro dove ci sono io, Dottore, solo che nessuno lo sa che sono io, lo so solo io, come sempre, come per tutto, e in questo quadro io non so se vado o se vengo e mi piace per questo, posso decidere se andare o tornare, invece lui, lui che l’ha dipinto è il solo che lo sa se vado o torno ma non me lo dice- se fossi sdraiata sul suo lettino e non sul mio divano le chiederei se lei lo sa perché si dice di non toccare i cuccioli alla mamma e mai al papà.  O se ha mai pensato che i papà possono prendere le pilloline perché non allattano. Lei sa perché si dice mammiferi e non papiferi? Lei sa che un papà può indossare la stessa taglia senza che nessuno si stupisca? Poi le racconterei di quando tre anni fa un orrendo butterato e una culona senza qualità hanno strumentalizzato mia figlia servendosi di pietre aguzze come gli uomini primitivi prima della scoperta del fuoco. Ma non tanto l’episodio in sé che è una storia noiosa di gente stupida quanto quello che ne è derivato. L’intensità che ne è scaturita. Il numero di pixel con il quale sono arrivata a vedere la realtà. I pensieri nuovi che ho inaugurato.  Le parole, Dottore, le parole che ne sono arrivate– che cazzo avete da guardare?

 

Comunque, continuo ad accendere le luci del terrazzo. Ogni sera. In tutti questi anni, che non ho contato, penso di non averlo fatto meno di dieci volte, molte di queste durante il periodo di mamma orsa. Quando era meglio così, spegnere, trattenere, chiudere, contenere. Si ricorda, Dottore, quella cosa che mi ha spiegato che fanno le madri, contengono, ci abbracciano e ci fanno sentire fin dove arriviamo, ci fanno sentire chi siamo e arginano, limitano e sono le prime a spezzarsi, come le rette, Dottore, le madri. Se non ci abbracciano non sappiamo chi siamo, le madri.

Lui arriva la sera e trova le luci del terrazzo accese. Lei mi aveva detto che avrei messo in discussione tutto durante la terapia, intendendo tutto quando diceva tutto. Me stessa, troppo facile, mia madre soprattutto e per prima e fino all’ultimo, mio padre, la mia forma, la mia storia per come l’avevo sentita fino ad allora, per come la raccontavo. Gli uomini che avevo amato. Gli uomini che mi avevano amata. Quelli che solo un po’. Quelli che qualcosa di simile. Quelli che non è amore però mi piaci. Quelli che almeno toccami. Quelli che basta. Quelli che ti prego. Lui. Lui che avrebbe preferito sapere che avevo un tumore, in quel momento. La rimozione sarebbe stata chirurgica. In un certo senso è stato così. La cura sarebbe stata lunga e avrebbe prodotto segni visibili sul mio corpo. In un certo senso è stato così. La guarigione sarebbe stata dichiarata con la remissione, dopo il periodo di recidiva. Non può essere così.

Durante un litigio lui aveva detto che sapeva cosa aspettarsi la sera quando rientrava a seconda delle luci del terrazzo. Se le trovava accese allora io avevo avuto una buona giornata. Se erano spente allora tratteneva il respiro un attimo prima di scendere dall’auto ed entrare. Si ricorda Dottore? Glielo avevo raccontato. Piangevo senza singhiozzare, piangevo come si suda, senza volontà. Lui mi conosceva bene, profondamente. Mi aveva detto così, che lui mi osservava, lui stava attento a quello che facevo, lui guardava come mi comportavo. Lui era interessato a me. A quello che io sentivo.

Ogni sera accendo le luci del terrazzo e so perfettamente cosa sto facendo mentre schiaccio l’interruttore, so profondamente il senso di quello che faccio. Lo so davvero. Ci siamo sposati, lo so che dicevo di no, Dottore. Invece si. Un venerdì mattina, alle dieci. In municipio, non abbiamo neanche una foto decente perché avevamo dato la macchina fotografica a un idiota che le ha sbagliate tutte. Sappiamo di esserci sposati, avevo un abito color oro e un mazzo di tulipani, li ha scelti Cri, sappiamo di esserci sposati, Dottore ma non abbiamo nulla che lo ricordi. La data l’abbiamo scelta chiedendo a un nostro amico numerologo, ci ha detto quali numeri assolutamente no e quali si, abbiamo trovato quelli si e prenotato la sala del Comune.

Lei lo sa perché si dice scelte calcolate, Dottore?

Dopo la fine della terapia ho provato a dare un esame, una roba importante, mesi di studio matto e disperato come piace a me. Mica per lavoro, figuriamoci. Non mi vestirei mai come quelli che esercitano quella professione e non farei il bagno in quel profumo nauseante, tutti uguali. No, Dottore, non parlo di prostitute. Però sembra, è vero. Ma per quello non c’è un esame di abilitazione o se c’è non ne ho informazione. L’ho fatto perché ne avevo paura. Era il mio bungee jumping, volevo la maglietta con la scritta i did it. L’ho fatto perché mi hanno operata d’urgenza e ho pensato che potevo morire e non volevo morire senza averci provato. L’ho fatto perché non studiavo più da un pezzo, perché ho bisogno di sentire il cervello che lavora, che fatica, perché era un tassello da infilare, una figurina che mancava per finire l’album e conservarlo per poi buttarlo al primo trasloco. L’ho fatto perché non pensavo di passare gli scritti e quando me l’hanno detto ho pensato cazzo cazzo cazzo cazzo e l’ho detto a mio nonno, l’ho chiamato che era in azienda per dirglielo e alla sua segretaria ho detto passamelo, passamelo per favore e dopo quindici giorni gliel’ho ripetuto, sussurrandolo appena, nella terapia intensiva dove stava morendo e non so se mi ha riconosciuta tutta bardata come questi che si vedono in televisione adesso, Dottore. Che strazio il rumore di quel reparto, Dottore. Lo penso ogni sera, tolgo l’audio al telegiornale e guardo le immagini e poi guardo il quadro e non so se vado o se torno. Ma forse torno.

Perché si dice di uno che muore che è mancato?

Io non lo trovo giusto, Dottore. Uso il verbo morire quando uno muore e anche quando spoilero a qualche deficiente quel che sarà. Se dico muori non sto augurando mica la morte, sto rivelando una cosa che accadrà. Nonostante questa considerazione, Dottore, pare che non stia bene dire “muori”. Eppure, la gente muore. La luce manca. Il respiro manca. Il sale manca. La gente prima muore, solo dopo, forse, solo alcuni mancano. Nel dopo. Bisognerebbe dire “è morto Tizio mancherà all’affetto dei suoi cari ogni volta che…”.  Lei cosa ne pensa? Non me lo direbbe, comunque. Lo so. Però ci pensi, adesso che gliel’ho detto. O lo chieda a qualcuno che sa se è giusto oppure no. Ai matti, Dottore, lo chieda ai matti.

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2 pensieri su “Lettera al mio psicanalista

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