Cristina è uscita con le sue amiche, ieri pomeriggio. Si sono date appuntamento davanti a scuola dopo tre mesi, per fare una passeggiata, mangiare un gelato, parlare, fare quel che fanno delle ragazzine di tredici anni. Io ne ho approfittato per andare in ufficio dopo tre mesi, Pepe è venuta con me perché aveva lezione online alle 16 e tennis alle 17.30 e così ci siamo armate di cartella, racchetta, notebook, alimentatore del notebook, acqua, mascherine, gel disinfettante, cialde del caffè che le avevo finite e siamo partite direzione scuola-ufficio-tennis come ai vecchi tempi.

In macchina abbiamo ascoltato le canzoni su Spotify secondo uno schema ormai consolidato, una canzone a testa mamma esclusa e io ho imbastito alcune raccomandazioni, perché ieri Cristina è uscita con le sue amiche.

Per la prima volta.

Allora a un certo punto, più o meno all’altezza del campo volo, poco prima delle baracche degli zingari, ho abbassato il volume della voce di Achille Lauro e ho iniziato a parlare di scatti di fiducia e passaggi di crescita e ne è venuto fuori qualcosa che sembrava il regolamento per la raccolta punti della spesa da Borello, cosa che non faccio, non ho tessere, non raccolgo punti perché tanto mi dimenticherei di richiedere il premio o di ritirarlo o comunque per avere quello che vorrei dovrei aggiungere cinquanta euro alla tessera completa. Cristina ha capito, penso. Se mi dimostri ogni volta che posso fidarmi di te io continuerò a fidarmi di te e aumenteranno le dimostrazioni di fiducia e finché toccherà a me darti il permesso di fare le cose, la maggior parte delle cose che vuoi fare, potrai avere vita facile perché io saprò che posso fidarmi di te e tu saprai che potrai contare su di me e questo idillio sarà come l’Eden.

Ma se sgarri, se tradisci la mia fiducia, se succede qualcosa che incrina, storce, strozza il libero fluire della fede che nutriamo l’una verso l’altra hai finito di chiedere, di volere, di desiderare, di esistere. Partorirai con dolore, anche tu.

Poi, arrivate a destinazione, volevo dirle di stare attenta quando attraversa, alle auto, alle persone, alle bici, alle moto, ai mezzi matti che circolano che vedono tre ragazzine da sole e magari le avvicinano, al resto in gelateria se paga con un pezzo da dieci euro, ai cani senza guinzaglio, alle cacche per terra, alle schegge di legno delle panchine, ai semafori se lampeggiano. Però era troppo lungo e così dopo che è scesa ho abbassato il finestrino e le ho detto “Cri, mi raccomando, non morire.”

Sua sorella mi ha presa in giro, mentre mi affacciavo dalla finestra del mio studio per guardare in direzione del cancello della loro scuola, se le amiche erano arrivate, se lei era ancora lì, Pepe mi ha sorpresa e mi ha chiesto “è viva?” e poi è scoppiata a ridere, come ride lei, che senti caldo.

È andata molto bene, ha trascorso due ore bellissime, Pepe ha fatto lezione e poi è andata ad allenarsi, lei che può, decretando la superiorità del suo sport rispetto a qualunque altro sport, il tennis è lo sport migliore da praticare durante una pandemia, cari atleti di karate che vi afferrate per la giacca alitandovi in faccia e poi vi scaraventate in terra, per voi la strada è ancora lunga, lunga almeno quanto il suo servizio con la pallina che vola alta, elegante e felice.

A cena hanno raccontato il pomeriggio al padre, la piccola con termini tecnici che appartengono solo a loro in qualità di frequentatori di terra rossa, la grande con l’aria vissuta di chi è sempre uscito da solo e se la cava nel mondo.

Io ho bevuto il mio vino rosso, compiacendomi dell’Eden.

Abbiamo anticipato il regalo di compleanno a Pepe di qualche mese. L’abbiamo dotata di cellulare. Perché le sue amiche ce lo hanno e no, questa non è mai stata una motivazione valida a muovermi, però la rottura di coglioni è un’argomentazione che subisco sempre un po’.

Usava il mio telefono quando voleva chiacchierare con le compagne, da quando la scuola è stata chiusa non si sono viste, niente più attesa in corridoio alle otto, sulla porta della classe, niente spogliatoio a ginnastica o nuoto, niente intervalli in cortilone che in cortilino vanno le prime e le seconde, loro sono in quinta, dovevano spadroneggiare in cortilone e invece no, niente pranzi insieme a mensa, solo il mio telefono per fare delle videochiamate. E dalle videochiamate a due siamo passati a quelle di gruppo, fino a quattro. E poi magari scarichiamo Hangout, che la sua amica ce lo ha e anche lo altre lo installavano e allora l’abbiamo fatto e l’ho sentita parlare con un’altra compagna e suggerirle di scaricarlo anche lei e poi dire “no, non è difficile, guarda se ce l’ha fatta mia madre” e allora ho preso nota e poi, la sera, le ho detto “scusa, non ho capito, cosa vuol dire se ce l’ha fatta mia madre?” e niente, lei ha riso, come ride lei che senti caldo e comunque non voleva dire niente, era un modo di dire.

Un modo di dire del cazzo, le ho detto.

E da Hangout siamo passati all’inserimento in un gruppo tipo “il meglio della VB” e da lì il passaggio al contro gruppo “il vero meglio della VB” e poi naturalmente il contro gruppo del contro gruppo “il vero meglio segreto della VB” e il gruppo privato “VB misteriosa” e tutti i contro gruppi derivanti e allora basta. Non ho più retto.

Io che ho tolto la suoneria al telefono da anni, che ho silenziato tutti i gruppi, che ho tolto le spunte blu- ma così non le vedi nemmeno tu quando mandi un messaggio– ma sai che me frega se hanno visualizzato penso, io che non ascolto i messaggi vocali tranne quelli di Stefano ma solo perché Stefano mi allena e ha la responsabilità altissima di farmi sentire figa e tonica e non si sa mai se deve dirmi qualcosa di fondamentale per il mio metabolismo allora la sola deroga è per lui. Io che ho tolto la possibilità di visualizzare il mio ultimo accesso perché non sono affari tuoi quando io accedo, io che cerco di evitare tutte le scocciature perché so di non avere una dose sufficiente di diplomazia a disposizione prima di replicare con insulti o comunque malamente, non potevo rischiare di maltrattare il meglio della VB. Allora abbiamo deciso di regalare a Pepe il suo telefono, il padre è andato a comprarlo, le ha attivato la sim, le ha scaricato WhatsApp e le ha detto: “hai uno strumento in mano, mi raccomando a come lo usi, altrimenti con mamma poi vediamo”.

Con mamma.

Poi vediamo. Cosa? Niente, non si sa.

Ho pensato alla mia amica Cri, che non so se legge, se legge si ricorderà sicuramente, quella volta che sua figlia da piccola, forse in prima o seconda elementare a cena ha chiesto “cosa sono i preservativi?” e lei è rimasta con la forchetta per aria mentre il marito diceva “non lo so” e per un attimo anche lei ci ha creduto che lui non lo sapesse perché lo ha detto proprio così, che dovevi crederci, con che candore vedessi, mi aveva raccontato.

La prima persona alla quale Pepe ha mandato un messaggio è stato mio fratello e da quel momento hanno iniziato a sentirsi, a mandarsi vignette divertenti, sono dovuta intervenire qualche volta perché lei deve seguire le lezioni e finire i compiti, lui è indisciplinato e poi mi dice “ha iniziato lei”. Dopo due settimane, Pepe ha silenziato i gruppi, spegne quando va a giocare a tennis e si dimentica dove lo ha appoggiato. È diventata me.

Linkedin mi avvisa che il mio profilo sta avendo successo. Io non ci credo. Mi sembrano messaggi di nostalgia, c’è un trucchetto, come nei giochi della Chicco 12+ o 18+, quelli sonori, tu li accendi e loro fanno lucine e musichette, impari il ritornello e schiacci il quadrato giallo e il triangolo verde, poi te ne vai, lo lasci da parte, fai altro, giochi con un’altra cosa e dopo un po’ il maledetto Chicco si illumina e dice “Ciao Ciao”. Ti richiama, si ripropone. A me il mio profilo su Linkedin che sta avendo successo mi sembra quel ciao ciao e non mi distrae comunque, non ci casco, non vengo a controllare perché ho dimenticato la password e ogni volta devo ammetterlo cliccando su hai dimenticato la password e mi dà fastidio e devo fare la procedura  di ripristino e alla fine scopro che la nuova password che digito è uguale alla precedente, magari mi dimenticavo solo un carattere maiuscolo o speciale e comunque non c’è niente di speciale . Ma poi che successo potrà mai avere un profilo? Cosa vuol dire? La parola successo, in fondo, è già disturbante di suo. È un participio passato, c’è poco da nutrire speranze. Il passato si ricorda, non si spera.

La storia di Nina e Stefano, quella che sto scrivendo, riemerge ciclicamente. Ho mandato la seconda versione a Mara, non le è piaciuta, ma nemmeno a me. Però abbiamo convenuto che lei non può farmi da lettrice di prova perché è come se mi leggessi da sola, non vale. Gira e rigira, la storia non trova l’azione, resta sempre lo sfondo, questi due che hanno attraversato la vita e non riesco ad acciuffarli per fargli fare una cosa, una sola, quella. Aspetterò ancora un po’, ma no, la seconda revisione verrà cestinata. Meglio sullo sfondo che a fondo.

Mi sono fissata con le tre ceste per la roba sporca che ho in lavanderia. Ne ho una sola per la roba da stirare, mi sembra strano. A volte penso di avere la meglio ma è un’illusione ottica, sono sempre tutte piene. Ho ipotizzato che si fosse trasferito qualcuno da noi, qualcuno che non so, non conosco ma che mette a lavare di continuo. La lavanderia è il mio ufficio, a casa. Quando lui rientra la sera spesso non lo sento arrivare, mi chiama e poi chiede alle ragazze “dov’è mamma?”, in ufficio, rispondono loro e allora lui arriva in lavanderia e mi trova seduta su uno sgabello che smisto biancheria, colorati, bianchi, intimo, sportivo, lenzuola e asciugamani. Secondo lui lavo troppo, cioè non ci sarebbe la necessità di lavare sempre e tutto, lo rassicuro che no, non è una mania, dormi tranquillo gli dico e lasciami lavorare. La lavanderia è mia. Le ceste mi guardano e mi sento come un assessore lombardo di fronte a due infetti contemporaneamente, anzi peggio, perché loro sono tre e io una da sola.

Ho comprato mascherine bellissime, alle ragazze le ho fatte ricamare, per me ne ho presa una con la stampa della Notte Stellata e un’altra con un mandorlo in fiore, Pepe dice che è un ciliegio ma no, è un mandorlo, l’altro giorno ha detto albero di fichi ma poi si è messa a ridere, come ride lei, che senti caldo e ho capito che mi stava prendendo in giro.

Scrivo moltissimo, cancello, riscrivo. Prendo appunti, moltissimi appunti, su quello che penso, come lo penso e quando lo penso e gli appunti non li riscrivo mai.

Scrivo moltissimo e lascio riposare, non ho fretta. Distinguo tra urgenza e fretta e allora mi accorgo che scrivo per l’urgenza di farlo ma senza la fretta di farlo, lascio stare tutto dopo che è venuto fuori, quando è lì, sul foglio, come se dovesse asciugare e aspetto. Quando torno scopro se mi piace, se è ancora urgente e pungente e stringente o se si è risolto in un niente. Scrivo moltissimo e senza un motivo che non sia la scrittura, sembro Forrest Gump con la corsa, scrivo moltissimo e sono felice.

Le ragazze hanno riscoperto un gioco che avevamo inventato quando erano piccole. La fanno questa cosa, loro, ogni tanto, ritirano fuori da qualche cassetto della memoria avvenimenti o situazioni lontane e me le ripropongono. Forse hanno imparato guardandomi tirare fuori dal baule della loro bisnonna giochi messi via perché inutilizzati e che magicamente dopo mesi sembravano nuovi. Adesso hanno rispolverato il gioco “Vediamo quanto mi conosci”, inventato da me molti anni addietro quando per intrattenerle mi ingegnavo con le sole abilità che ho e che non sono certo di natura manuale. Niente lavoretti con il pongo, niente pasta di sale, niente pittura o lego o costruzioni. Noi si andava via di scomposizione delle parole, di numero di parole trovate con la stessa iniziale, di nomi di persona cose e animali.

“Vediamo quanto mi conosci” funziona così: io ti chiedo cosa mi piace di più tra due alternative e tu rispondi. Se è giusto mi conosci bene, altrimenti no. Facile.

Esempio: tra il gelato al cioccolato e quello alla menta? Menta! Giusto!

Tra il mare e la montagna? Mare! Giusto!

Questa era la versione base. Adesso l’abbiamo elaborata, andiamo a fondo, le alternative sono sottili e a volte perfide, scavano, non sono scontate e rivelano sorprese. Comunque, ogni volta che tra le alternative metto Justin, il mio cagnolino, loro lo sanno. È come quando l’istruttore di scuola guida mi aveva detto che se nei quiz avessi trovato “tromba bitonale” sarebbe stata sicuramente falso. Non ho mai verificato. Ma sono passati ventitré anni non so ancora cosa sia una tromba bitonale.

Per la Festa della Mamma ho ricevuto regali molto belli. A me non frega niente della Festa della Mamma, né come figlia né come mamma, ma le ragazze sono state davvero brave, quest’anno, senza la costrizione dei lavoretti a scuola, senza negozi dove andare a comprare si sono inventate qualcosa.

Pepe mi ha regalato una capsula del tempo fatta con un barattolo di marmellata vuoto, lavato, ridipinto e decorato con miei smalti di diversi colori. All’interno quel che servirà, sempre. Pezzi di vita che parlano di me, di loro, di noi, dell’Eden, di questa età strana che stiamo vivendo, un viaggio di cui loro sono le protagoniste e io a volte un compagno di avventure, a volte un controllore, a volte l’inserviente che igienizza i cessi, a volte solo il punto di partenza, di certo mai la destinazione. Nella capsula del tempo ci siamo noi per come vorrei ricordarci.

Cristina mi ha dipinto una tela con una scritta dedicata, mi è piaciuta moltissimo, la voglio appendere in studio, quello vero, non in lavanderia, l’ho dovuto specificare perché appena l’ho detto Pepe ha subito pensato alle ceste dei panni sporchi, alla mia postazione di lavoro lì, nel bugigattolo tra detersivi e scope poi si è messa a ridere, come ride lei che senti caldo.

Per ora entrambi i regali sono sul comò della mia camera da letto, li guardo ogni mattina e ogni sera. Come quando erano piccole vengono nel lettone, qualche minuto, di mattina appena sveglie e la sera, prima di andare a dormire, quando io sono lì, con i miei cuscini tirati su, a leggere e prendere appunti su di me, come per ripassarmi da capo, prima dell’interrogazione e allora chiedo:

“Tra me e voi?”

“Noi.”

Si, dico. Noi.

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6 pensieri su “Aggiornamento

  1. C’è un autore che dovresti leggere, ma forse lo conosci già, ed è Michel Onfray.
    E’ un filosofo un po’ strano che, tra tante opere realizzate, ha scritto “Cinismo – Principi per un’etica ludica”.
    Mi ha fatto capire come usare il cinismo solo contro chi se lo merita, e ai pochi altri riservare il meglio. Ma forse a te nemmeno serve, perchè lo sai già fare.

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