Nella vita di Stefano le cose importanti erano capitate velocemente. Le cose importanti per lui, certo, che sono poi quel tipo di cose importanti per un uomo. Anche lei, Nina, era capitata così velocemente da non capire cosa stava accadendo. Era stata la sua voce a cambiarlo in un punto, che non sapeva, ma quello era stato, aveva pensato che si trattasse di un momento, pensava che quella voce fosse arrivata lì in quel punto che non sapeva e poi andata via e invece gli si era infilata dentro. Aveva pensato alle monete perse in tasca, nel cappotto, quando la fodera è bucata e tra la tasca e la stoffa capita che scivolino giù e poi non le recuperi più. Le hai addosso e non le puoi prendere. Questo era quel che raccontava lui, se doveva, perché qualcuno gli chiedeva altrimenti no, Stefano non parlava di sé o di Nina o di quell’azienda tirata su dal niente come una figlia che gli somiglia e no, non parlava nemmeno di quella figlia sgusciata fuori da Nina, all’improvviso anche lei, da non capire quando fosse successo davvero tutto, tutto questo.

“Papà?”

Stefano alzò lo sguardo in direzione della porta, si vedeva la polvere in controluce, a guardare bene.

“Si, Bimba Bella. Si.”

“È tutto pronto, papà. Quando vuoi.”

La figlia era ferma sulla soglia, si vedeva la bambina che era stata, a guardare bene.

Lei aspettava e allora lui si alzò, perché non si può fare diversamente quando qualcuno ti fissa aspettandosi di vederti alzare. Le mise una mano sulla spalla, lei ci si appoggiò solo per un momento e andarono.

La valigia di Nina era pronta, niente abiti né scarpe. Niente intimo, viene fornito tutto, li avevano rassicurati, anche i prodotti per l’igiene personale, sua moglie sarebbe stata lavata e cambiata, avrebbe indossato una tuta comoda, senza cuciture o bottoni che si staccano e finiscono nella trachea, capita, gli avevano detto.

Erano finiti i giorni buoni e poi erano finiti anche i giorni meno buoni ed era arrivato il tempo dei giorni bastardi, così, come finiscono le scorte, come finiscono le speranze dopo un naufragio, che ci metti in un po’ prima di arrenderti e provi ad organizzarti e ci credi anche e poi basta.

La valigia di Nina senza gli abiti di Nina, senza le borse di Nina e su quella sedia a rotelle il corpo di Nina senza Nina, senza la risata di Nina, senza la voce di Nina.

Nina partiva e lui l’avrebbe accompagnata. Bimba Bella aveva preparato tutto, con ordine aveva organizzato gli oggetti personali, quelli che serviranno a farla sentire come se fosse a casa mentre a casa non è, gli avevano detto, solo che lei a casa non ci sarebbe più tornata e forse nemmeno lui, non nello stesso modo, non chiamandola casa, a guardare bene.

Lo avevano deciso da subito, dalla diagnosi, dieci anni prima. Avevano ascoltato le parole del medico, le avevano capite. Lei le aspettava perché sapeva che da certe cose non si scappa, dall’ereditarietà, dall’irreversibilità, dalle sentenze, dalle condanne. Lui le rifiutava, tutte, tutte quelle stesse cose che Nina aspettava lui le rifiutava e le allontanava e le bestemmiava e non ci credeva e si era opposto, aveva chiesto, cercato i migliori e anche i migliori scuotevano la testa e allora si era fermato e così era stato e così avevano deciso. Quando sarebbe arrivato il momento Nina sarebbe andata in un Istituto, con un bel parco e senza l’odore di cibo rancido nei corridoi, avrebbe avuto una stanza tutta per sé, come una scrittrice o una nobile o entrambe le cose e gli orari di visita sarebbero stati flessibili, l’assistenza qualificata e Bimba Bella non avrebbe dovuto lavarla o cambiarla ma avrebbe continuato a vivere la sua vita, che quello si fa con la vita, si vive e basta.

Eccolo il giorno, il momento. Eccolo il corpo di Nina, sulla sedia a rotelle con il freno tirato giù, il corpo di Nina senza Nina.

“Ho messo la foto del matrimonio, papà. E un pacchetto di sigarette, aperto, e un accendino. Scarico, non si sa mai. Ci pensi? Che si dimentica di essersi dimenticata che fumava e ricomincia proprio lì e fa suonare l’allarme antincendio. Ci pensi?” rideva nell’immaginare la scena, si portava la mano aperta sulla guancia e rideva, come Nina, rideva come sua madre che si vedevano le lacrime, a guardare bene.

Stefano si sedette sul letto, prese la mano di sua moglie- Nina zampe di uccellino caduto in volo- l’accarezzò con la punta dell’indice.

“Le sigarette vanno benissimo, Bimba. Una foto dei bambini non l’hai messa?”

“Si. Quella al mare, anche se.”

“Anche se?”

“Non ricorda nemmeno i nomi, niente. È più facile che biascichi il paradigma di fero quello non lo ha dimenticato.”

“Quello non si può dimenticare.”

“Questa cosa l’avrebbe detta lei.”

“Si, avrebbe.”

Sua figlia guardò fuori dalla finestra per sapere se il mondo esisteva ancora, se il mondo lo sapeva cosa succedeva quando si naufraga, guardò fuori perché dentro non riusciva più a farlo. Stefano si alzò, passò le dita tra i capelli di sua moglie- Nina testa di pulcino– la baciò, inspirò, espirò e pensò che respirare è facile se non ci pensi.

“Io e mamma andiamo, è arrivata l’auto dell’Istituto”

 “Sei sicuro di voler andare da solo?”

“Non sono solo, c’è mamma.”

“Papà. Possiamo ancora cambiare idea, ci organizziamo qui, troviamo un aiuto in più, venite a stare da me. Lo troviamo un modo, un modo diverso.”

“Questo è il modo che ha trovato lei. Facciamo come vuole mamma, dammi solo una mano con la valigia fino al cancello.”

L’auto aspettava parcheggiata, Stefano prese posto accanto alla moglie, un cenno all’autista che partì, un sussurro all’orecchio della donna “se ti accendi una sigaretta vengo a riprenderti.”

Si vedeva tutto quello che erano stati, a guardare bene.

 

mani

disegno di Cristina Vico.

Un pensiero su “A guardare bene

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