Seriamente

 

No, no, non prendetemi sul serio.

Io inizio le frasi con le negazioni e allo stesso modo, tante  volte, le termino. Io inizio le frasi con le invocazioni  a un dio che non so e allo stesso modo, tante volte, le termino. Io inizio le frasi  e tante volte non le termino, poi. Le lascio svolazzanti stracci appesi ad asciugare.

No, no, non prendetemi sul serio, no. Io sono una specie di pagliaccio, con annosa malinconia nello sguardo, con la voglia di fare dispetti prima di tutti a me stessa e solo dopo a voi, a tutti. Io sono una pasticciona travestita da mammamoglielavoratricefigliasorellaamica, ad ogni strato l’attitudine che più si addice. No, non  prendetemi sul serio, io vengo male in foto e incolpo la macchina fotografica. Sono sempre in anticipo e aspetto, io mi annoio, io non mi basto in alcuni momenti e in altri io, io sono troppo. Mia madre, tempo fa, mi ha detto “ però, con te, è impossibile, sei diventata troppo…” non ha terminato la frase, non ricordo per cosa stessimo discutendo, ma lei non ha terminato, l’ho fatto io dicendo si, si, sono troppo.

Non prendetemi sul serio. Sono troppo.  Pignola, rigida, polemica, distaccata. Sono troppo, prima di tutto per me stessa.

No, davvero, non prendetemi sul serio. Io non lo faccio mai, da un pezzo oramai. Ho smesso in un’altra epoca, le lire avevano corso legale, l’art.117 della Costituzione non era stato modificato, c’era un Papa sciatore, il futuro era lontano, io mettevo su i miei strati con l’applicatore del fard, aprivo frasi, invocavo, negavo ma soprattutto affermavo e facevo dispetti. A me stessa, prima di tutti.

A prendermi sul serio si corrono troppi rischi, niente di grave ma di fastidioso si, assicuro io che ne so qualcosa di me. A prendermi sul serio finisce che ci si offende, ci si resta male perché, pare, che io sia ruvida o affilata o tagliente o caustica o amara o indigesta o tragica o melodrammatica  o priva di diplomazia o antipatica o poco empatica o stronza o cinica. Non ha senso prendermi sul serio, se pensate che parli di voi andate oltre, non è vero. Parlo di me, io parlo solo e sempre di me. Non siate così sensibili.

Allora no, è meglio non prendermi sul serio.  Non ne vale la pena, garantisco. Io sono una che si fissa piantata come un chiodo e che poi, in un certo momento, viene giù e nessuno se lo aspettava, come quella storia dei quadri, quella di Baricco, che i quadri fanno fran e nessuno pensa possa accadere  eppure questo è: un quadro resta lì per anni poi a un certo punto, in un momento che sembra un momento qualunque, cade. Fran. Viene giù, perché il chiodo non è più fissato. Mi fisso sulle parole, odio come vengono adoperate, amo il suono di alcune, e mi fisso, mi fisso e allora detesto l’uso che si fa della parola “sensibile”, inadeguata semplificazione riferita a certe persone invece dell’espressione “viziata egocentrica con smania di ragione e supremazia che se non le dai ragione sbatte le porte e allora via per non romperci tutti quanti le palle facciamo finta di non sentirla e facciamo si si con la testa”. Mi fisso. E amo come viene usato il condizionale, con quale grazia, da alcune persone che ci mascherano un comando, un ordine. Non si può prendere sul serio una che si fissa su queste cose.

Non prendete sul serio una specie di pagliaccio multistrato che non finisce le frasi e che fa fran. Io faccio fran. Roba da uscire pazzi o restarci secchi.

No, non prendetemi sul serio, ancora canticchio la filastrocca porta fortuna che mi ha insegnato mio padre, quando avevo sette anni, ogni volta che cerco parcheggio, ogni volta che aspetto qualcuno che non arriva e mi importa che arrivi. È una canzoncina che gli aveva insegnato sua nonna, tradizioni di famiglia, adesso la canticchiano anche le mie ragazze.  Ero seduta in auto, sedile posteriore, senza cintura né seggiolino, tutto in regola comunque, lui guidava in direzione scuola di mamma, borgata Lesna, noi abitavamo in Santa Rita, era sempre sera ed era sempre inverno ma forse no, sarà pur capitato di andare a prenderla in primavera ma non me lo ricordo , per me era sempre inverno. Nessuno conosce le scuole quando sono chiuse, i cortili delle scuole quando i cancelli sono chiusi e si deve citofonare per farsi aprire. Rimane una sola bidella, con il camice azzurrino, fa l’uncinetto in genere e sbuffa un po’ ”non hanno finito”, dice. Nessuno sa come è fatta una classe, mettiamo una seconda elementare, quando non c’è nemmeno uno dei venti, venticinque, bambini che siedono lì ogni mattina. Sembra che dorma, come il castello della principessa Aurora dopo che si è punta il dito con il fuso dell’arcolaio. Non lo sa nessuno, tranne le maestre quando hanno collegio docenti e i figli delle maestre quando le loro madri hanno collegio docenti. Non prendetemi sul serio, davvero, io restavo in una classe che non era la mia quando la scuola era chiusa senza toccare niente, guai lasciare il segno del proprio passaggio, e aspettavo canticchiando “e che mamma venga venga e nessuno la trattenga se qualcuno la trattiene un mal di pancia ora gli viene”.  Mal di pancia. Proprio così. Va ripetuta per tre volte di seguito, funziona, sul serio. Sostituendo la parola mamma si può fare con tutto, dal parcheggio al ragazzo che piace alla fermata del pullman per fare un pezzo di strada insieme. Non prendete sul serio una a cui hanno insegnato una filastrocca che augura il mal di pancia. E che a sua volta l’ha insegnata alle sue figlie al posto delle preghiere.

Vedete , sono tanti i motivi per i quali no, non vado presa sul serio. Io rido in modo dissacrante, non mi importa di scherzare su tutto, su tutti, su me stessa prima di tutti. Rido a colori, rido alle lacrime, rido delle storture e delle linearità. Rido il futuro vicino. Rido per dare fastidio. Rido troppo. Io divento di ghiaccio, fredda, irremovibile, inaccessibile, indifferente. Fran.  Io piango, piango in bianco e nero, piango che non si veda, per non dare fastidio,che non resti il segno del passaggio e allora piango quando sembra che stia dormendo, piango quando la scuola è chiusa, piango e nessuno lo vede, piango il sentire, quello, che mi hanno messo in mano tutto come una tradizione di famiglia  e poi richiesto indietro, piango il passato lontano. Piango tutto quel che ho trattenuto  e il mal di pancia che ne è conseguito. Piango troppo. Inizio a piangere e non smetto, a volte con uno straccio svolazzante asciugo quel che riesco. Ed allora termino. Fran.

IMG-20180622-WA0023.jpg

Guarda dove ti arrivo

 

Deve essere stato di notte, mentre dormiamo, la lavastoviglie in funzione e il cane che si mordicchia le unghie, sdraiato dietro la porta della camera da letto. Si, deve essere successo durante la notte, le notti, nel silenzio imperfetto della nostra casa, le ciabatte lasciate sotto il divano, le tazze della tisana vicino ai telecomandi, fogli libri e pennarelli, tutto fermo a raccontare di noi, del nostro disordine e di quanto è stata lunga la giornata prima di finire.

Forse è successo mentre tu eri a scuola e io a lavoro. In uno di quei giorni, tutti i giorni, in cui guardavo l’ora dicendo si, faccio ancora questo. In uno di quei giorni, tutti i giorni, in cui restavi seduta al banco e dicevi dai, quando finisce. In uno di quei giorni, tutti i giorni, in cui io non sapevo di te, delle tue espressioni durante l’ora di matematica, del tempo dei tuoi intervalli, delle tue scaramanzie mentre viene scelto sul registro il nome da interrogare. E in cui tu non sapevi di me, dei miei caffè nei bicchierini di plastica, dello sguardo che si solleva dal computer e si fissa sul nulla e resta lì, per un po’, e anche così sto lavorando. Delle telefonate con il tono gentile e le smorfie sul viso, delle mail spedite aggiungendo “e vaffanculo” a voce durante l’invio.

Oppure è accaduto ieri, solo ieri, tutto ieri. Tutto d’un fiato, un colpo solo. Per quello non ce ne siamo accorte, no? È stato repentino, è stato imprevedibile, è stato un lampo, il tempo di un amen. Allora così tutto si spiegherebbe. È accaduto ieri, solo ieri. Tutto ieri.

Invece no, invece penso sia successo prima di ieri. Deve essere stato mentre ti portavo alle lezioni di nuoto, dopo la scuola materna, il giovedì, e aspettavo di vederti andare su e giù per la vasca e di vederti tuffare e di vederti andare sotto con la testa e poi uscire e cercare il tuo accappatoio tra i tanti e, brava, non lo hai confuso mai,  e ti guardavo infilarti i vestiti da sola e le nonne in affanno accanto a noi, “non la veste lei signora che fa prima?”- “no, la lascio fare da sola” –“eh,ma così non si fa prima”- “no, così non si fa prima. Prima di cosa, mi scusi?” …

Si, deve essere stato prima, mentre non cercavamo di fare prima di nessuno ma solo di fare come ci veniva, che già andava bene.

Penso sia stato quando è nata tua sorella e tutti mi dicevano chissà come sei felice ora e io dicevo chissà. Chi lo sa? C’è qualcuno che sa? Perché non sono felice? Perché non c’è questo chissà che sa e che viene a dirmi come essere felice ora? E prendevano te e mi lasciavano tua sorella, per aiutarmi. E mi dicevano vai a lavorare, per aiutarmi. Ma io volevo stare con te e non mi aiutavano, non mi aiutavano per niente con tutto quel blaterare di felicità, tutto quel dire “nessun problema”, continuamente, un cazzo di mantra odioso e mi prendevano te e deve essere stato anche in quel momento, soprattutto in quel momento. Quando mio padre mi ha portata da un signore con la barba e mi sono sdraiata su un lettino per parlare e ho detto chissà. Per aiutarmi. E non ti ho lasciata e ho preso anche tua sorella e siamo diventate, insieme, siamo diventate noi e io sono diventata felice. Senza mantra.

È successo quando volevi solo vestiti da maschio. E te li compravo. Quando volevi solo scarpe da maschio. E te le compravo. È successo quando una commessa mi ha detto “poverina, chissà che cruccio” e le ho detto “guardi che mia figlia è sana, che cazzo me ne frega se vuole le scarpe da maschio”. È successo quando ho detto al tuo maestro, in prima elementare, che quelle quattro smorfiose glitterate che ti eri ritrovata in  classe ti avevano detto che dovevi andare nello spogliatoio dei maschi, visto che ti vestivi così, e tu non avevi capito come si potesse dire una scemenza simile. È stato quando hai scelto un pantalone, sportivo, da femmina. E te l’ho comprato. Quando hai preso un paio di scarpe mie. E te le ho lasciate. Brava, non ti sei confusa mai, sei stata sempre te stessa. È successo quando facevamo come ci veniva, che già andava bene.

Mi sa che è capitato dall’ultima volta che abbiamo fatto il gioco di “mamma guarda dove ti arrivo”. Tu ti metti davanti a me, attaccata a me, appiccicata come due fogli del dizionario e con la mano piatta passi sopra la tua testa e vedi dove mi arrivi.

Mi sei arrivata all’ombelico, si vede. Sembra una serratura forzata, un nodino sciolto, un occhiolino sghembo. Mi sei arrivata al seno, si vede. Ti ci aggrappavi con le mani mentre mangiavi, vorace, svuotandolo soddisfatta. Mi sei arrivata alle spalle, le hai trovate larghe e forti da non crederci, capaci di farti da scudo ogni volta che la cattiveria e la stupidità e qualche inutile mantra ti ha sfiorata. Mi sei arrivata alla bocca e hai sentito sempre sincerità, che conta di più della verità. Mi sei arrivata agli occhi e lì hai visto, sollevando appena il capo, che sei in ogni mio sguardo.

Ed ecco, è successo.

La mano piatta sopra la tua testa ha superato la mia testa.

Adesso tocca a me, il gioco diventa “Cri guarda dove ti arrivo”.

E allora ti arrivo all’ombelico, che ti ho medicato e pulito e che racconta di noi per come ci siamo conosciute. E ti arrivo al seno che spunta e subito lì dietro, lì dentro, nel tuo cuore e lì sto e lì resto e lì mi troverai in ogni battito anche quando non mi cercherai.  E ti arrivo alle spalle, per coprirtele ancora e sempre, per scendere con te in battaglia, per essere la tua armatura. E ti arrivo  alla bocca e ti ascolto se vuoi e se non vuoi ci metto l’indice davanti e facciamo silenzio e facciamo come ci viene, che già va bene. Senza confonderci mai. E ti arrivo agli occhi e lì vedo, sollevando appena il capo, che sei in ogni mio sguardo.

 

20180618_175949-1-1.jpg

Facciamo che ero

 

Facciamo che io ero la smania di scrivere, si, ma quando è ora di preparare la cena e le ragazze reclamano e i cani aspettano nel loro angolo di casa e il tavolo è vuoto e le parole quelle non si mangiano, pare.
Facciamo che io ero la pioggia quando piove in un giorno di pioggia che non si lavora e non si va a scuola e non si va al mare e non è vacanza è solo un giorno di pioggia e io ero la pioggia mentre scende, proprio in quell’attimo, non prima che cada quando ancora non è e non dopo, sul terreno, ormai rovinata in una pozza. Facciamo che ero la pioggia per chi ama la pioggia e per chi odia la pioggia e quelli che amano la pioggia sono felici e guardano fuori dalla finestra con un senso di compiutezza e quelli che odiano la pioggia sono infastiditi, non arrabbiati, ma pungolati, irritati, nervosi e facciamo che quelli che amano la pioggia poi amano anche il sole perché amare la pioggia non significa odiare il sole mentre per quelli che odiano la pioggia, per quelli, non c’è speranza perché amano solo il sole e sono soli quando piove e sono soli anche quando c’è il sole perché il sole, tanto, non è tutto loro e sono soli perchè devono sempre scegliere e far scegliere tra il sole e la pioggia.
Facciamo che ero mia madre il giorno in cui mi ha trovato i pidocchi in seconda elementare e me li aveva attaccati lei dopo averli presi da una sua allieva, una bambina con le unghie nere di sporcizia e che mangiava un pasto intero solo a scuola, a cui dava i miei vestiti smessi perché io ero piccola, bassa, magra ma lei di più, lei che aveva solo mia madre a farle da madre qualche ora al giorno, lei a cui mia madre riempiva due volte il piatto di nascosto dalle bidelle, lei che aveva mia madre quando mia madre era smessa da me, lei che le attaccava i pidocchi mente imparava a far di conto, io che mi prendevo i suoi pidocchi mentre le prestavo mia madre.
Facciamo che io ero il tempo lento sui banchi di scuola, le finestre sulla strada, il pullman delle sette, l’abbonamento nella tasca alta dello zaino, Invicta, il controllore che controlla, la professoressa che interroga, il dolore che non esplode, resta come si resta in silenzio per giorni per mesi in attesa e non esplode e vorrebbe e non lo fa. Dolore di cosa, poi? Dolore e basta, poi. Facciamo che io ero il dolore di un corpo i cui confini sono incerti e inesplorati, il dolore di una quotidianità dove nulla cambia e tutto si vorrebbe diverso. Il dolore che si dice sordo ma è solo muto e non trova le sue parole e non trova come passare.
Facciamo che io ero una canzone che diceva “Milady, milady sei vecchia e sembri una bambina”, facciamo che io ero ad occhi chiusi e ascoltavo in silenzio.
Facciamo che io ero mio padre il giorno in cui è morto mio nonno e mettevo un bouquet di nove rose tra le sue mani composte con il rosario tra le dita e c’era una rosa per ciascuno di quelli che lo salutavano e mio padre diventava orfano e io pensavo che mancava la parola per me, per la mia perdita, per il mio dolore. Di nuovo.
Facciamo che io ero la timidezza quando è invincibile. Facciamo che io ero il vaffanculo incorporato, lo sguardo duro, il muso lungo. Facciamo che io ero una risata irrefrenabile per qualcosa di irripetibile.
Facciamo che io ero una lista di difetti elencati in ordine di importanza, facciamo che li lasciavamo stare fermi lì, ciascuno per quel che è, che i difetti sono come le colonne portanti di una casa, non si buttano giù senza pregiudicare l’intera stabilità della costruzione.
Facciamo che io ero te. Nel giorno in cui ti hanno chiesto di scegliere tra me e il resto del mondo. Ma era un mondo che valeva poco, quello che chiede di scegliere vale sempre poco.
Facciamo che io ero la tempesta dello sturm und drang.
Facciamo che io ero me. Nel giorno in cui ho scelto te. Nel giorno in cui ho scelto me, dopo, molti giorni dopo aver scelto te. E quel giorno valevo moltissimo, quando si sceglie se stessi si vale sempre moltissimo.
Facciamo che ero un animale e che volevo dire cane perché amo i cani, amo i cani senza limiti e freni e condizioni. Ma facciamo che io non potevo essere un cane. Facciamo che ero un gatto. Che non ti aspetta, che non ti cerca, che sta da solo, che gli dai forse anche noia, che si acciambella su un termosifone o in una cesta e se si muove è sempre per se stesso. Facciamo che ero un gatto, io, che odio i gatti. Facciamo che tu eri un cane. E ti amavo senza limiti e freni e condizioni.
Facciamo che ero una poesia. Di pochi versi, quasi frammenti. Facciamo che ero scritta in un libro appoggiato sul comodino, con un’orecchietta a segnarmi, come un occhiolino di compiacimento. Facciamo che mi leggevi in un giorno di pioggia.
Facciamo che ero un film ma mi addormentavo prima di finirlo, prima della metà, prima dell’inizio.
Facciamo che ero un foglio sottile infilato sotto la porta per salutare. Facciamo che ero lo scotch marrone per chiudere i pacchi e andare via. Facciamo che ero un racconto di Buzzati, un quadro con le vele in tempesta. O con le foglie che cadono in terra. Facciamo che ero Dio e nemmeno così ci credevo per davvero.
Facciamo che ero mia figlia appena nata e solo così ci credevo per davvero. Facciamo che ero le urla di incomprensione. Facciamo che ero l’incomprensione che sfilaccia i rapporti e occlude le arterie e uccide. Facciamo che ero la terapia intensiva e la riabilitazione, la cura e la fisioterapia, l’accudimento e la dedizione. Facciamo che ero la caposala severa e burbera che impedisce le visite fuori orario. Facciamo che ero il senso di giustizia quando è violato, il buongusto quando è oltraggiato, il senso della misura quando è superato. Facciamo che ero la cauterizzazione sulla pelle di un butterato. Facciamo che ero la terapia allopatica all’ingerenza altrui.
Facciamo che ero felice, ogni tanto.
Facciamo che ero sfinita, ogni tanto.
Facciamo che ero in silenzio. Spesso.
Facciamo che ero impassibile. Anzi, impossibile.

Facciamo che ero lì accanto quando succedeva. Facciamo che ci pensavo io. Facciamo che non mi perdevo mai, in un parcheggio alla ricerca dell’auto, in un posto affollato alla ricerca di un viso conosciuto, tra i miei pensieri alla ricerca della parola che definisce un nome, magari il tuo nome, il nome di mia figlia, in casa mia tra una stanza e l’altra. Facciamo che ero al sicuro. Facciamo che ero presente. Facciamo che ero tutto, tutto quel che basta, tutto quel che si sente, tutto quel che occorre a te, a me, a loro, alle rose che restano tra le mani. Le mie. Facciamo che ero la pioggia anche dopo che è caduta, quando la pozzanghera si riempie e dici ai bambini di non saltarci dentro ma loro ci saltano lo stesso e poi arriva il sole e asciuga tutto e chi ama la pioggia ama anche il sole ed è felice, invece chi ama solo il sole si è perso il divertimento di saltare e dice di essere felice ma nemmeno così ci crede per davvero.

 

Dire, fare, baciare, lettera o testamento?

 

Dire

Speravo, speravo sempre di pizzicare il dito di dire. Il pollice, più corto e tozzo, sembra facile da prendere ad occhi chiusi ma mica lo è. Dire o lettera. Che per me era uguale, ma mica per tutti lo era, c’erano quelli che volevano baciare, a me faceva ridere che baciare fosse collegato al dito medio. Speravo dire o lettera, pollice o anulare. Dire. Qualcosa, di scemo, di furbo, di vero, di strano, di oggi, di ieri, di mio cugino, di te, di falso. No, di falso no. Dire anche se mi hanno sempre detto di non dire che non è come dire stai in silenzio e solo come dire: non dire. Non dire, non ne vale la pena, lascia stare, cosa perdi tempo, in fondo “chettene fotte”. Dire perché mi hanno sempre detto che di un bel tacer non fu mai scritto , questo il vessillo  che mi sventola sulla testa dalla più tenera infanzia, da prima ancora di iniziare a parlare e da ancora prima di iniziare a dire, al posto della girandola di apine gialle e nere sulla culla color frassino, quando ancora mi limitavo a sentire questo è quello che sentivo cosicché mi si scolpisse nitidamente nell’amigdala, nel subconscio, nel profondo del sistema limbico, negli strati più interni delle emozioni di modo da rispuntare fuori a distanza di decenni per confondermi e distrarmi. Dire perché chi ti diceva di non dire intanto diceva e allora non vale, allora non è giusto, alloro dico. Dico anch’io. E mentre dico gesticolo. E mentre dico osservo. E mentre dico sento. Ma se non dico più allora non va bene perché vuol dire che sono tornata laggiù, nel fondo, nel doppiofondo, nello spazio celato tra me e me, nello strato sottile che c’è tra prima e dopo. Quando vado lì non va bene, non perché ci stia male ma perché non si sa mai se torno. Quando vado lì mi serve che qualcuno imbrogli un po’ allungando il pollice, portandolo accanto alle altre dita, mi suggerisca come pizzicarlo. E  mi dica che si può dire.

Fare

No, fare no. Una capriola, una flessione, qualcosa che mi rivelasse quanto ero scoordinata e impedita, no grazie. Fare no e questo dito indice sempre lì, puntato come la canna di una pistola e tutti che invocano la legittima difesa e invece è solo bestialità questa cosa di indicare, di additare e di obbligare a fare e di obbligare a essere quel che si fa che può anche essere, anche se non mi convince. Siamo quel che facciamo ed allora io ho fatto un brutto sogno, ho fatto i compiti ma non sempre, ho fatto due figlie come se fossero di argilla, le ho modellate e le ho cotte bene che non si crepassero e le ho decorate con colori che resistano al tempo. Ho fatto quel che ho detto e ho detto che avrei fatto, non ho detto che avrei taciuto e non ho fatto silenzio, ho fatto il castigo, ho fatto tardi e invece ero in anticipo, ho fatto l’imitazione di chiunque mi passasse a tiro, ho fatto ridere ma ancora non basta, ho fatto tremare la terra come Demetra quando hanno puntato l’indice sulle mie creature d’argilla, ho fatto piangere e forse non basta, ho fatto una deviazione e invece era il percorso. Ho fatto paura, ho fatto innamorare, ho fatto disinnamorare e l’ho fatto con me stessa anche  ed è come farlo più forte e ho fatto l’amore e ho fatto un giuramento, uno, uno solo ma l’ho fatto a me stessa ed è come farlo più forte, ho fatto il bello e anche il brutto tempo, ho fatto la guerra, non faccio la pace, ho fatto un sogno ed era bello e alla fine ho fatto una capriola e anche una flessione. Ma non mi convince.

Baciare

Il dito medio è sempre lui, con la sua fascinazione, con quel rimando facile allo schema stimolo-risposta. Se pizzichi il dito medio allora la tua penitenza è baciare. Io non volevo, più la vergogna della curiosità. Più il desiderio di baciare, il sogno di baciare, il silenzio di baciare che di un bel baciar non fu mai detto. Andrea aveva quindici anni ed era di Vipiteno, io ero più piccola ed ero di Rivoli. C’era il mare, l’estate, nessuno a guardare, nessuna penitenza e se c’era una canzone l’ho scordata, ma l’indirizzo di casa sua no. Desiderio e sogno, con quel rimando facile allo schema stimolo-risposta. Poi era Avigliana, il lago, il parcheggio di una discoteca che oggi forse non esiste più, la canzone era Serenata Rap, gli occhi erano neri, i miei, i suoi, il profumo era buono misto di Marlboro, le speranze tutte lì, tra quattro occhi neri e il silenzio del lago nel casino di una discoteca. E di nuovo era Sardegna, il curvone della strada per arrivare al parcheggio del villaggio, una mano dentro l’altra come i nodi delle reti dei pescatori che li fanno in fretta, abili, e nessuno li sa sciogliere e infatti nessuno l’ha sciolto, in fondo, quel nodo è sempre più piccolo si ma sempre lì e la canzone era quella di un vento selvaggio  e del profumo del mirto ed eravamo così noi che sembrava di sognare. A Milano ci si bacia sotto la pioggia, invece, prima di salire su un motorino, con le dita a pizzicare lo scatto della chiusura del casco, con la pancia sulla schiena e la canzone è dei Lunapop e racconta di vespe truccate, sa di estate appena finita e trattenuta, un pezzo, un pezzetto che sta lì, tra la pancia e la schiena, dove batte il cuore, dove si chiude lo stomaco, a Milano ci si bacia anche a Torino che sembra Milano, sotto la Mole nella sera dei miei ventidue anni, “vedi, qui è dove vengo all’Università, si chiama Palazzo Nuovo”- “no, vedo te, preferisco”.  In una macchina bianca sportiva ci si bacia di nascosto. È aprile, è tardi, è fidanzato. Ma è aprile, è tardi, è qui che voglio stare, che è come baciare più forte. È come giurare.  Per chi non si ritrova in queste descrizioni c’è il dito medio.

Lettera

Si, lettera si, va bene. Posso decifrare i messaggi sul palmo della mano, sulla schiena. Un cuore, un’iniziale, una frase. Basta pizzicare l’anulare, facile, subito prima del dito corto. Facile. Come scrivere una lettera, come scrivere una lettera addosso e saperlo. Vai a saperlo. Vai a capirlo, quello che scrivi addosso agli altri quando scrivi , quando lasci scorrere il dito che sembra facile. Lettera va bene. Ma la scrivo io. È una lettera d’amore. È una lettera di addio. È una lettera mai spedita, lunga otto pagine, scritta a mano. È una lettera mai ricevuta, ma so che è stata scritta, lo so, occhi neri. È una lettera arrabbiata, offesa, imbucata come se fosse un’arma, arriva e morirai. No, non sei morto e Milano non sembra più Torino. È una lettera come una mail per dirvi che siete maleducati, per giocarmi la carta, odiosa, del “non hai figli non puoi capire”. Sarà odioso ma è vero. È una mail nella quale vi dico che mia figlia è immensa, voi piccoli, e mentre lo dico sono Demetra. È una lettera in una bara, chiusa lì dentro e spinta in fondo a un loculo con sopra una lapide con sopra un’incisione che è il mio cognome nella pietra in un giorno di aprile ed è stato come giurare. È una lettera ancora, una sull’altra, sempre diverse, sempre per la stessa persona, buttale via un giorno che sai, solo che scrivere a te è come scrivere più forte.

Testamento

Non si è mai capito. Non penso di aver mai preso un mignolo, nemmeno per sbaglio. Non ero nemmeno capace di inventarmi penitenze particolari. C’era chi diceva dieci, fiducioso, io ho un’indole prudente e non avrei mai superato il due. Non sono avida, potevano essere carezze o sberle, nel dubbio sceglievo la morigeratezza. No, testamento non era per me. E poi sapevo già cosa significava la parola, persino cosa fosse il testamento olografo e quella formula che mi piaceva “nel pieno possesso delle mie capacità…”.  Oggi, nel pieno possesso delle mie capacità mentali (?), disporrei solo di ciò che non può essere diviso. Lascerei tutte le mie lacune perché venissero colmate per me. E la mia assoluta incapacità di perdonare che mi rende così vera e soprattutto così poco superba, perché, dai, quanta superbia e spocchiosità c’è in chi perdona? Infinita. Il perdonante si sente moralmente superiore al perdonato. Odioso. Lascerei i quaderni di appunti con la mia grafia incomprensibile e il compito di trovare una nuova stele di  Rosetta, chiamatela stele di Benedettadettapepe. Lascerei le lacrime versate come antidoto alla banalità. E le risate smodate come kryptonite. Lascerei la libertà di scelta per la quale mi sono battuta sempre. Lascerei ogni problema risibile perché di quelli è fatta la vita. Lascerei i ricordi di me cristallizzati per non vedermi trasformare dopo, raccontare in modo inesatto, impreciso, lascerei ciò che sento in un punto perché venga visto non più con i miei occhi ma attraverso i miei occhi. Che è come dire di me, ma più forte.

Consigli non richiesti

 

Sei nata nel nostro villaggio, 16 mesi fa oggi. Sei contata in mesi, ancora. Sei contata in versi di animali che impari, quanti ne sai adesso? Il cane, il gatto, il pesce, ieri sera mi hai fatto il pesce che schiude le labbra e resta muto. Sei contata in sedute vaccinali che mancano al compimento dell’obbligo. Stamattina ne avevi ancora una. Sei contata in laringiti invernali, le tue cugine erano contate in otiti e broncospasmi, ciascuno ha le sue. Sei contata in risvegli notturni, in denti che spuntano, in rigurgiti in auto alla prima curva, prima della prima curva, quando vedi la prima curva.

Sei nata nel nostro villaggio e poteva andarti molto meglio. Ma anche molto peggio. Sei nata nel nostro ecosistema osmotico e qualcosa significherà. Qualcosa comporterà, nella tua vita, nel modo in cui funzionerai, nel modo in cui sceglierai, nel modo in cui reagirai. Qualcosa non ti piacerà di tutto quanto ti sarà stato passato insieme al nutrimento in questo villaggio sgangherato e strano. Qualcosa ti mancherà per sempre quando sarà finito. Qualcosa chissà. Mi racconterai il tuo qualcosa, un giorno tra tanti, quando ci conteremo come si contano i superstiti, quando saprai cosa conta, cosa conta per te e solo quello sarà importante da tenere a mente. Spero che me lo racconterai.

Fino a quel giorno, tra tanti giorni, tocca a noi contarti e raccontarti. E lo facciamo per come siamo capaci, sai. Tocca a noi darti e prenderti, sollevarti, guardarti, lasciarti. Facciamo tutto con il ti in fondo ai verbi, ogni azione del villaggio prevede questa particella al fondo, il ti che sei tu, il ti che è per te, il ti che è a te. Siamo strani. Scoordinati, a volte impacciati. Mica per i tuoi 16 mesi, figurati. Ti. Ci impaccia e ci impiccia la salita degli ultimi tempi, le scelte degli adulti che ti riguardano. Quanti ti anche qui, li senti. Ti. Ci faremo una canzoncina, sai, con questi ti. Li infiliamo tutti in una sequenza di parole stonate e ci inventiamo un balletto, di quelli stupidi. Ti va?

E allora ti tocca il villaggio e quel che c’è. Una volta si diceva quel che passa il convento, porta pazienza con me, il mio agnosticismo mi fa ripiegare su una scelta verbale  che sia  a metà tra i cartoni animati della mia generazione e le vacanze da ragazza, con gli animatori e il gioco aperitivo. Innamorati di un animatore nella vita, almeno una volta. Non del capo animazione, troppo esposto. Nemmeno di quelli degli sport in spiaggia, sempre circondati da smutandate accaldate. Io avevo puntato tutto sul maestro di tennis. In campo dalle 10 alle 12, libero quando tutti erano a pranzo. Io mi ero innamorata della sua voce, prima di tutto il resto. Non lo avevo ancora visto, lo avevo solo sentito parlare, dietro di me e avevo sentito qualcosa spostarsi, dentro di me. Comunque, guarda Dirty Dancing appena potrai. Io mi ci sono formata.

Metti la crema solare, metti la protezione alta in viso, quasi lo schermo totale. Non è una metafora, questa. Davvero. Proteggi la pelle e abbine cura. È la prima sensazione che diamo, è la prima cosa che siamo. “A pelle” è una motivazione validissima da addurre. Ti diranno che non è scientifica, che non è corretto, ti diranno che hai delle manifestazioni uterine, che sei in preda agli ormoni e non hai capacità di discernimento. Stronzate. Vai di crema solare e poi via a pelle.

Qualche pelo tienilo. Non sulla lingua, però. Tienilo dove non vuoi lasciar correre, scivolare, dove vuoi l’attrito che ti fermi un po’ nella velocità che tanto tutto è nella resistenza, sai. Non serve essere più veloci. Serve resistere. Tieni qualche pelo sullo stomaco, non tanto e non solo per avere coraggio ma per mantenere la capacità di non far scendere giù qualunque rospo. Vomita. Appena vedi le curve, vomita. Non è un problema come penserai, a un certo punto lo penserai. Il problema è trattenere.

Non accumulare, vivi senza risparmiare. Non ti servirà niente di quello che metterai da parte. Il vestito più bello, indossalo appena lo compri. La borsa più elegante che avrai usala tutti i giorni. Vivi senza risparmiarti. I patrimoni sentimentali non maturano interessi. Fatica tutta la fatica, ama tutto l’amore, odia tutto l’odio, bacia tutti i baci, ridi ogni risata e versa ogni lacrima e poi inizia di nuovo tutti gli inizi e fatica tutta la fatica, ama tutto l’amore, odia tutto l’odio, bacia tutti i baci, ridi ogni risata e versa ogni lacrima e poi inizia di nuovo tutti gli inizi.

Sii onesta quando ti mentirai da sola. Riconosci che lo stai facendo. Fallo, tu fallo lo stesso. Poi scopriti da sola, rimproverati, ammonisciti. Ti. Cantati la canzoncina del ti, sorridi pensandomi,se te la ricorderai. Altrimenti chiamami. E se me la sarò scordata anch’io la reinventeremo da capo. Quel ti sarai tu a farlo. Solo che sarà un mi. Sii onesta con tua madre e tuo padre quando dovrai vederli per quello che sono, che saranno. Riconosci che sono persone, persone e basta. Che hanno preso la loro strada e che non c’erano altre strade. Le strade che prendiamo sono le sole da prendere, il resto fa parte delle ipotesi e vanno bene per farci una serata di chiacchiere. Riconosci che sono stati la tua fortuna. Riconosci che la fortuna è solo la sorte, poi siamo noi a decidere se quella fortuna è buona oppure no. Spera, comunque, in una botta di culo ogni tanto.

Non copiare, a scuola. Inutile. Hai il mio dna mitocondriale, la furbizia non ti è stata data in questa vita. Saresti beccata subito e proveresti vergogna. Studia anche le note a piè di pagina, non saltare capoversi o paragrafi e men che meno capitoli. Il nonno si presentò a Diritto Privato senza aver studiato la rappresentanza e fu quella la prima domanda. Io ho fatto una cosa simile all’esame di Diritto Commerciale e ovviamente l’esito è stato simile. Quindi, lascia perdere, Gigi. Studia tutto lo studio.

Usa il tuo nome per intero, ma non a casa, non nel villaggio. Non ti capiremmo. Prenditi questo Gigi come Pepe si è presa Pepe, come tua madre si è presa Kia o Barabba ma non dirglielo tu che sono cose tra lei me e zio, come io sono So’. Usa il tuo nome dal sapore romantico e foriero di speranze per stringere le mani che troverai nella vita, accompagna la stretta con un sorriso e poi via a pelle, per decidere se stringere ancora o lasciare e passare il palmo sul pantalone ripulendoti. Ti. Usa il tuo nome per intero ma non lasciar credere a nessuno che sia un diritto pronunciarlo. Il tuo nome deve essere una conquista per chi lo fa suo, per chi lo inserisce nei suoi pensieri. Non sei un diritto di nessuno. Al “per sempre” preferisci il “per niente”. Scegli quello a cui non rinunceresti per niente al mondo, e poi via a pelle. Il per sempre è una follia degli uomini. Siamo presuntuosi, Gigi. Pensiamo che ci sia qualcosa per sempre. O siamo bugiardi. Pensiamo che ci sia qualcosa per sempre.

Gira nel mondo come un punto interrogativo, con quella forma ad uncino rovesciato- ?- come un amo di quelli che il nonno usa per pescare. Gira nel mondo per fare domande, per essere una domanda, tante domande, contati a domande se possibile. Incontra altri punti interrogativi, trova il punto interrogativo. Il. Quello che quando sarete uno di fronte all’altro sembrerà di veder un cuore e non due punti interrogativi. Poi guardalo come si guardano i punti interrogativi. Indagalo come si indagano i punti interrogativi. E non pensare alla forma del cuore, quella è una cosa che si vede da fuori. Contano i punti interrogativi, nessun punto interrogativo è mezzo cuore, capito? Nessuno è mezzo. Uno è uno, che sia un punto interrogativo o un uncino, o un amo o un cuore. Tu sei un punto interrogativo, tu sei un cuore, tu sei un uncino. E un amo. Chiedigli come fa il pesce. E buttati. Come un amo, buttati. Ti.

Che sia una buona fortuna, la tua, Gigi.

 

gigi.jpg

Quel che so

 

Quel che so oggi non conta. Questa settimana, di questo mese, di questo anno che già mi sta sui coglioni.

Quel che so poco importa, tanto lo dimenticherò. In parte. A pezzi. Alopecia della conoscenza, sarà brutto da vedere, sarò brutta da sentire con il mio sapere frammentario, quoziente di una vita divisa per episodi. Chissà se darà il resto, l’operazione. Trattandosi di me penso di si. Darà il risultato e pure il resto.

Quel che so oggi mi irrita. Mi prude. Mi “crude”, dicevano le mie figlie da piccole. Mi fa vomitare. “Gomitare”, dicevano le mie figlie da piccole. Quel che so, oggi, è crudo, crudele, molesto come una gomitata su un fianco, lì dove dovresti trovare accanto quelli che vuoi accanto e, invece, spesso ci trovi uno che ti rifila un colpo per superarti. O per rallentarti e basta, che è ancora più meschino.

Quel che so è tutto vero. Quel che so non è vero per niente. Tutti i Cretesi mentono. Achille non raggiungerà mai la tartaruga. Quel che so è un paradosso. Quel che so è che non so abbastanza. Quel che so è che non so niente. Pepe l’altra sera si è arrabbiata con suo padre, non so per cosa, qualcosa, a lei capita di arrabbiarsi, prendere fuoco e spegnersi e in genere nel farlo scaraventa per il mondo una qualche rivelazione. L’altra sera gli ha detto “tanto tu non sai neanche di non sapere”. Quel che so è tutto scaraventato.

Quel che so qualcuno me lo ha insegnato. Hanno messo un segno nella mia mente. Hanno lasciato un’ impronta. Qualcuno mi ha insegnato qualcosa. Qualcuno mi ha insegnato a guidare, a svoltare a sinistra dando la precedenza a chi arriva da davanti. Qualcuno mi ha insegnato le divisioni, cos’è il dividendo, cos’è il divisore. Il quoziente. Il resto, se c’è. Qualcuno mi ha insegnato la costruzione di una frase in greco,il verbo, dannazione il verbo dove va messo, così lontano. Qualcuno mi ha insegnato a mettermi in fila, ad aspettare, a dire grazie prego buongiorno buonasera il padre nostro e l’eterno riposo. Quel che so qualcuno me lo ha insegnato mettendosi davanti a me. Accanto a me, dove c’è la curva del fianco. Dietro di me, con la mano che prende la mia e ricalca la lettera h in corsivo maiuscolo, dannazione come si fa.

Quel che so l’ho imparato. Io mi sono procurata quel che so, questo è imparare: apparecchiare, predisporre, procacciare da sé. Ho imparato a parlare davanti a un gruppo di persone di quel che so. Improvvisando quel che non so. Ho imparato a riconoscere il pianto di fame e distinguerlo da quello di pannolino da cambiare. Ho imparato a consolare. Gli altri. Ho imparato a non fare domande quando lo sguardo è scrostato. Ho imparato a farne quando è incrostato. Ho imparato ad abitare la mia vita dandomi il diritto di superficie così ho imparato a costruire. Sopra, edifici, stanze, palazzi. E sotto, cantine, autorimesse, locali di sgombro. Soprattutto sotto. A mettere sottosopra. Ho imparato a dire Grazie. A pregare preghiere nuove. Ho imparato ad allontanarmi, non prestando il fianco. Ho imparato che chi scegli di avere accanto a volte è lo stesso della gomitata. Ho imparato che il problema della gomitata è di chi la dà.  Ho imparato a distinguere gli infelici dai felici. I felici sono belli e si fanno i cazzi loro. Gli infelici sono brutti e si fanno i cazzi miei. Tra chi mi legge ci sono tanti felici. Belli che siete. Grazie. Qualche infelice. Li distinguo da come prendono queste parole. Queste parole riguardano me o riguardano te? Se parlo di me e tu te la prendi sei felice o infelice? Se parlo di me e tu pensi che io parli di te sono io brava bravissima a trascinarti nei miei locali di sgombro facendoteli credere tuoi o sei tu egoico e infelice, quindi brutto? E’ il paradosso dell’infelice. Ho imparato che mica mi devi stare accanto per forza. Ho imparato che si può cambiare idea e si può cambiare strada e si può cambiare e basta.

Quel che so l’ho ereditato. Quel che so l’ho guadagnato. Quel che so l’ho inventato. Quel che so è reale. Quel che so è tutto inutile. Buttate via tutto. Quel che so è fondamentale, non si può stare senza, non si può vivere senza. Quel che so lo dico a tutti. Quel che so me lo tengo per me, figuriamoci se do le perle ai porci. Quel che so è prezioso. Quel che so vale niente. Quel che so è tutto qui. Tra le mani, le mie. Nelle dita, le mie. Dietro gli occhiali, i miei. In mezzo ai capelli, i miei. Tra le pieghe degli abiti, nelle tasche interne delle borse, sotto le scarpe, le mie. Quel che so è tutto lì. Fuori, nel mondo, scaraventato lontano da andare a recuperare. Da lasciar perdere. Quel che so oggi, ma oggi proprio no. Questa settimana lasciamo perdere, di questo mese. Quest’anno, poi, che già mi sta sui coglioni con i suoi casini che si sono ossificati in un attimo e ci vorrebbe qualcuno che mi insegni come si fa. A non tornare. A frantumare. Quel che so è scomodo e se potessi non lo vorrei indossare. Quel che so è ruvido e se potessi non lo vorrei sfiorare. Quel che so è accogliente e se potessi mi addormenterei. Quel che so è liscio e se potessi vorrei scivolarci su e giocare. Ci vorrebbe qualcuno che mi insegni come si fa.

Quel che so mi basta. Quel che non mi è sufficiente. Quel che so fa ridere, quel che so è tremendo. Quel che so riguarda me. Quel che so riguarda il mondo. Riguarda te. Quel che so dipende da me. Quel che so prescinde da me. Come il cuore. Quel che so è tutto nel cuore. Quel che so è tutto nel cervello. Quel che so è sotto i piedi, oggi. Questa settimana, di questo mese, di quest’anno che già mi sta sui coglioni. Quel che so è aulico, intenso, vibrante. Quel che so è rozzo, banale e deludente.

Quel che so sono io. Sei tu. La mia felicità, la tua infelicità. La tua felicità, la mia infelicità. Quel che so lo insegno. Quel che so non lo impari. Quel che so te lo racconto in silenzio, sotto, qui sotto, dove tutto è sottosopra.

h

Non c’è mai solo quello che si vede

 

Bimbe mie belle, ora mi spiego.

Diffidate da chi inizia a parlarvi dicendo “ti spiego”. Come se foste voi a non capire. È molto più probabile che stia prendendo tempo per trovare il modo di rivendervi una versione stazzonata della realtà. Non accettate verità stropicciate e sappiate che non dovrete guardarvi dagli sconosciuti, purtroppo. Non sono mai gli sconosciuti. Rifuggite dalle spiegazioni non richieste, dalle premesse, dai preamboli che distraggono dal fatto e da chi ha fatto quel fatto e che si sofferma troppo sull’antefatto.

Tutto ciò premesso, bimbe mie belle, ora mi spiego.

Voi lo sapete, lo so che lo sapete, non c’è mai solo quello che si vede, anzi. Dietro ogni maschera c’è un volto, su ogni volto almeno due facce e tra quelle pieghe trovate impresso il segno di cosa è successo, di cosa ha sconvolto per sempre una faccia su un volto dietro una maschera. Non è detto che riusciate a trovarlo subito, non è detto che si veda da lontano, ma voi cercatelo e abbiate cura, quando entrate nelle vite altrui, di quel segno strano. Abbiate la cura che si ha con un neonato. Abbiate la tenerezza che si ha con un cane abbandonato. E poi cercate ancora. Il posto dove stanno i presagi. Ognuno di noi li mette da qualche parte, cercate quel punto e cullatelo nello sguardo, che sia uno sguardo rispettoso.

Bimbe mie belle, ora mi spiego.

Siamo tutti il prodotto di un diniego. Abbiamo tutti il marchio di un rifiuto, di chi ci ha scartati senza cura, di chi ci ha dimenticati. Siamo tutti feriti, abbiamo tutti una cheloide che indica dove la trama è diventata riassunto, che rivela quanto è durata la suppurazione. Io ce l’ho sullo sterno, dietro lo sterno, dentro lo sterno. È stato un pugno, come una spinta, forte da togliere il fiato e lasciare i sospiri, storie che tolgono il sonno e lasciano i deliri. Ha fatto così male perché avevo la corazza, strano, vero? Eppure è così. Avevo la pelle spessa e ostile e quando sono stata colpita sembrava niente e invece sotto la scorza c’era un dramma, ma non si vedeva. Voi lo sapete, però, non c’è mai solo quello che si vede.

Bimbe mie belle, ora mi spiego.

Il solo modo di non avere un’armatura che amplifica i danni, celandoli, è toccare, toccarsi, farsi toccare. Vi accarezzo e vi stringo e vi coccolo e vi bacio perché siate morbide e lisce e non vi venga la pelle ruvida. E tolgo anch’io ogni giorno un pezzo, lascio andare ogni volta un brandello spesso e mi preparo e la mia mano si fa sempre più tenera sui vostri corpi sempre più alti e sempre meno incerti e siete così vere e così vive che vedrò il vostro segno del diniego quando arriverà e non potrà uccidervi e nemmeno tramortirvi e nemmeno impedirvi di respirare perché vi attraverserà senza trovare impedimenti, vi abiterà come si abita una casa comoda e poi occuperà un posto, piccolo e le vostre cicatrici resteranno chiare e lisce. E non farà male per sempre.

Bimbe mie belle, ora mi spiego.

Io trascorro le notti dondolando parole. Alternandole e ripetendole. E sono parole che quasi mai confrontano ma sempre più spesso confortano. E sono parole che mi servono a mettere in luce quei pensieri che non voglio chiarirmi. Bimbe mie belle, sono i pensieri che nessuno vede. Voi lo sapete, però. Non c’è mai solo quello che si vede. Io trascorro le notti a cercare dei posti dove appoggiare tutto quello che sento. Il dolore dietro lo sterno. Il brusio di sottofondo. Le ferite ricucite. I sogni. Le paure, al plurale come i sogni. E come le ferite.

Bimbe mie belle, ora mi spiego.

Sono tante le cose alle quali non credo. Non mi basta mai solo quello che vedo. Sono infilata in strane emozioni, non nutro grandi speranze mai, in generale, verso nessuno, per niente, mi srotolo tra dispetti e ironie indecifrabili. Osservo. Mi gingillo tra le vite passate e per ciascuna mi trascino dietro una scatolone come da traslochi approssimativi. Ci ritrovo una canzone, più di una, una cartolina, delle fotografie, un brandello di corazza. Non ci ritrovo le carezze, per quelle ho aspettato voi. Non ci ritrovo il modo di stare al mondo di oggi, ma so che devo guardare con più attenzione perché è sicuramente tra quelle pieghe, tra quelle piaghe. Anche se non lo vedo, non significa nulla. Voi lo sapete. Tra una carezza e l’altra voi lo sapete già. Non c’è mai solo quello che si vede.

Bimbe mie, ora mi spiego.

Tra tutto quello che non si vede voi cercate.  Cercate me, anche me. Quando non mi vedete, quando non sapete. Aspettate con gli occhi chiusi, come il mattino quando apro le porte delle vostre stanze. Sapete che ci sono, sapete già anche se non mi vedete. Tra tutto quello che non si vede voi cercate. Un segno, un graffio, un presentimento, lo stupore, il rumore. Il pentimento. Il perdono. Tra tutto quello che non si vede voi cercate. E abbiate cura di essere chi siete. E abbiate cura di dove poggiano le vostre mani. Accarezzate, non aspettate. Non abbiate paura degli sconosciuti, il dolore è sempre ambito di chi ci conosce. E abbiate cura di me, quando mi troverete dentro di voi, senza vedermi, in un punto che saprete. Voi lo saprete. Non c’è mai solo quello che si vede.

A casa tutti bene

 

Gigi ha quindici mesi e i riccioli nuovi, un vocabolario stentato di sillabe facili, gambe magre e ancora rigide che sembrano montate in un secondo momento al suo corpo smilzo, si muove a scatti di corsa sempre sull’orlo di una caduta e non cade o se cade si rialza. Gigi ride e piange. Gigi squittisce gridolini allegri e imita come una scimmietta pelosa, il dito sulla guancia per dire è buono, batte le mani per dire sono brava, le braccia intorno al collo di sua cugina quasi dodicenne per dire voglio stare con te, le carezze tra i capelli della cugina col nome di sillabe facili, Pepe, per dire voglio che tu stia con me. Gigi ripete mammamamma e questo non cambierà per molto tempo, chiama nonnanonna e scappa con movimenti da piccolo robot, batte sulle finestre, aspetta vicino alla porta, cresce ogni giorno come si cresce nelle foreste o tra i boschi o nei villaggi, un pezzo da ciascuno, un pezzo ad ognuno, Gigi che non deve sentire le cose tristi, Gigi protetta, Gigi che verrà su tra le risate in questo villaggio che oggi sembra quello dei Puffi. Gigi sta bene. Noi stiamo tutti bene.

La ragazza con i capelli color dell’ebano e la pelle bianca come la neve, di cui ho detto appena cinque mesi fa, sempre più sola nel suo bosco, senza Principe, senza bussola, senza luce deve salvarsi da sola. Lei pensa che non ci riuscirà. La strega sa che ce la farà. Ma quel che pensa la strega non conta niente, o solo poco, no forse niente. La ragazza con i capelli color dell’ ebano uscirà dal bosco e riderà, imparerà a venir su tra le risate, anche lei. In questo villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi.  Quel bosco che una manciata di settimane indietro  sembrava l’anticamera di una vita è diventato la sala d’attesa di quel che non si sa, inutile parlare per metafore. Pensava che il Principe fosse lì nei paraggi ma lui era già lontano, troppo lontano e quando qualcosa, o qualcuno, diventa così lontano, che devi strizzare gli occhi e anche così non riesci più a vederlo, allora significa che non devi più sforzarti. Pensava che sarebbe uscita da lì con lui. Ha scoperto che deve stare lì, ancora un po’. Senza di lui. Ha scoperto che il Principe è solo un signore qualunque, con il suo carico di vita e di errori, con i suoi pregi solo che sono anche quelli lontani, troppo sforzo per rivederli. La ragazza con i capelli color dell’ebano e la pelle bianca come la neve ora sta male. Ma starà bene. Noi staremo tutti bene.

Mia madre non è più figlia adesso, alza lo sguardo appena un po’ sopra la cima degli alberi che vede dal terrazzo mentre fuma le sue Diana rosse. Li vede entrambi, o forse no, dura poco. Li saluta e si concede un pezzo di commozione poi si volta perché Gigi batte sulle finestre all’urlo di nonnanonna. Perché la ragazza con i capelli color dell’ebano ora sta male, perché è ora di merenda per Pepe, perché c’è una quasi dodicenne con un nodo nei capelli che non si scioglie se non con la sua spazzola, nel suo bagno, con la sua mano. Perché qui nel villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi c’è sempre qualcuno che la richiama indietro dalla sua commozione e la riporta giù, come il fumo delle Diana rosse quando lo inspiri. Perché entrambi, lassù, stanno bene. Anche lei sta bene. Noi stiamo tutti bene.

Mio padre ha braccia grandi che ci sta il mondo lì dentro, forse no, ma ci sta il villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi. Ha le ginocchia malandate, è colpa del peso che porta e dell’incapacità di piegarsi di fronte alla banalità. Mio padre trattiene tutto e tutti, getta reti con le maglie strette per non farti andare via, ti lascia credere che puoi cadere ma non ti lascia cadere mai. Mio padre piange di tristezza, io lo so. E di delusione, io lo capisco. E mi guarda con gli occhi buoni e lì c’è il colore degli occhi di Pepe, di mio fratello, delle nocciole nelle torte e ci capiamo solo così, basta solo questo. Mio padre è una roccia levigata, ha qualche chiodo piantato perché noi ci siamo arrampicati e ogni volta è stata una sfida da vincere ed è capitato anche di perdere e scivolare. Ma lui non ci ha mai lasciato cadere. Mio padre ha le braccia grandi che ci stanno tutti i suoi figli e tutti i suoi nipoti e lui sente che quello è il mondo intero e allora sta bene. Noi stiamo tutti bene.

Cristina vuole tagliare i capelli, ma solo fino alle spalle, tra otto settimane toglierà l’apparecchio con sei mesi di anticipo rispetto a quanto previsto e preventivato. Perché è stata brava, diligente, scrupolosa. Per merito suo. Ha vinto un bronzo nella sua ultima gara, pur avendo perso due incontri. Ma ha combattuto, ha ascoltato la sua istruttrice e si è presa uno spazio sul podio. Tiene Gigi al suo collo e la fa dondolare, fa finta di lasciarla cadere e non la fa cadere, la fa ridere e vengono su così, come gli alberi nella foresta, ognuno con le sue radici ma vicini, come giovani abitanti di un villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi. Cristina sta bene. Noi stiamo tutti bene.

Pepe è venuta su ridendo che non ci avrei scommesso. Pepe non vuole tagliare i suoi capelli, Gigi si perde con le dita lì in mezzo. Pepe ha gli occhi nocciola, occhi buoni, ed è una roccia piena di spuntoni che sono parole e graffi ma poi basta lo sguardo e ci capiamo così. Pepe allarga le braccia e il mondo cambia, Pepe ride e il villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi ride. Pepe va a cena con suo padre, indossa la gonna con le stelle di brillantini e mette il profumo. Suo padre le regala una rosa. Io non ci sono ed è giusto così. Pepe sta bene. Noi stiamo tutti bene.

Mio fratello si prepara. A diventare roccia levigata, a sentire addosso i chiodi di chi sta solo cercando la propria strada. Mio fratello si prepara ad avere braccia forti come quelle di nostro padre e chissà se lascerà la rete con nodi un po’ più larghi perché per tutto quello che non fai scappare c’è tutto quello che non lasci  entrare. Mio fratello si prepara eppure non sarà pronto al mondo che cambia, ma spero abbia dalla sua l’eco delle risate del nostro villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi. Mio fratello ha Roby, che si prepara all’amore solo per amore. Mio fratello sta bene. Noi stiamo tutti bene.

Lui ha fatto sapere ai suoi errori che sono pari, adesso. Che il conto è chiuso. Porta sua figlia a cena fuori, le regala una rosa, lei è bella come non è lui, è altro da lui come un albero in una foresta ma ha quelle radici che sono le sue. Ridono, entrambi. Lei lo sfiora con gli occhi nocciola e lui guarisce in un punto che non sapeva malato. Non si capiranno mai con lo sguardo, loro. Dovranno sempre sfiorarsi per sapersi. Lui ha braccia forti ma non stringe e non trattiene e non tiene. Ha ginocchia che si piegano se serve. Ha occhi verdi come la figlia che vuole tagliare i capelli, si guardano e il mondo cambia in un punto che non sapeva andasse cambiato. Lui ha me, sempre ogni giorno, un passo indietro, uno avanti, uno accanto. Una danza senza musica, una danza tra le risate del villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi. Lui sta bene. Noi stiamo tutti bene.

Io rido. A volte piango. Ma soprattutto rido. Ho quarant’anni di cose addosso, qualche chiodo infilato, il segno di qualche scivolata, ho quarant’anni di delusioni e ripicche, di poesie imparate a memoria, di articoli di codice, di posologie di nurofen, di amori finiti e ripensati, di errori e braccia strette al petto. Ho occhi da guardare, capelli da far tagliare, saluti da mandare. Ho una danza sempre ogni giorno da ballare. Ho silenzi. Ho parole con sillabe facili da pronunciare, il dito sulla guancia, le mani da battere per dire brava, le mani da far battere a tutti, nel villaggio che oggi sembra il villaggio dei Puffi, che non dobbiamo dire cose tristi perché io sto bene. Noi stiamo tutti bene.

Fenomenologia dello sputtanamento

Lo sputtanamento è una componente della vita umana, un modo di manifestarsi del karma, un’arma del tempo. L’esistenza usa lo sputtanamento come strumento di riequilibrio delle forze e ridimensionamento dell’ego ipertrofico. Questo è lo sputtanamento, quello buono. Come il colesterolo, quello buono. Questo è lo sputtanamento che rivela al mondo o a parte di esso che no, non sei un genio. Che si, hai fatto una robaccia.

Lo sputtanamento ha una funzione sociale e una dimensione etica: colloca lo sputtanato sul gradino che merita, quello che si è davvero conquistato con la sua condotta, strappandogli il sorriso beffardo di chi pensa di avercela fatta. Lo sputtanamento rivela che non ce l’hai fatta. Ad agire di nascosto e scorrettamente. A mentire. A simulare. A fingere. A nascondere. Lo sputtanamento dichiara che no, non sei superiore a nessuno. Ti toglie il mantello di Superman e ti ricolloca più correttamente raso terra come Ciccio nella fattoria di Nonna Papera.

Lo sputtanamento si rende necessario quando dal cosmo arrivano segnali di superamento dei livelli di hubris per troppi giorni consecutivi, allora si rende indifferibile la soluzione drastica e con effetti nel lungo periodo. Perché, comunque, lo sputtanamento non è definitivo. Tende a un periodo medio lungo a seconda dell’evento dal quale scaturisce e al quale deve rimediare. Ma comunque c’è una riabilitazione che passa attraverso l’esercizio della dimenticanza. Si lascia dimenticare, ci si lascia dimenticare.

Lo sputtanamento richiede preparazione da parte dell’agente sputtanante. Un lavoro più o meno di lungo di attesa e appostamenti per colpire una volta e una volta sola. Lo sputtanamento non ha due colpi a disposizione, deve avvenire in un’unica soluzione, altrimenti si confonde con la vendetta che ha in sé qualcosa di volgare, poverina, mentre lo sputtanamento ha un fine volto alla cessazione di una condotta tracotante.

Lo sputtanamento è democratico, inclusivo, antirazziale, apolitico, aconfessionale. Lo sputtanamento non discrimina per età o genere, inclinazioni sessuali o stato di salute. Lo sputtanamento è progressista. È liberale. Interviene solo  in caso di tracimazione, quando lo sputtanando esce dal limite e non è più in grado di reggere, da solo, il peso delle sue architetture. Lo sputtanamento tende verso uno stato di equilibrio, è la mano invisibile nel mercato delle azioni deplorevoli.

Lo sputtanamento è un atto dovuto, quando si supera il limite consentito di malefatte e pochezza d’animo, lo sputtanamento ha un’operatività di ufficio. Agisce e basta. Non è ammessa l’invocazione delle attenuanti, nemmeno le generiche. Non c’è spazio per invocare l’infermità. Lo sputtanamento lo sa che è solo un tentativo di salvare la faccia. Perché si, lo sputtanando si rende conto che quello è. Un problema di faccia. Ecco perché l’unica moneta che lo sputtanamento riconosce per il pagamento del conto che presenta è la vergogna. Altrimenti detta scuorno. In napoletano si dice “mettersi scuorno”. Traducibile con provare vergogna. I napoletani te la fanno indossare la vergogna. Come le orecchie d’asino dietro la lavagna. Come un segno che ti resti appiccicato quel tanto che basta a farti togliere la faccia impudente. Strunz’.

Lo sputtanamento è personale. Non ha niente a che vedere con la famiglia, gli avi o gli eredi. Ecco perché l’agente sputtananate proverà tenerezza verso una madre che si scusa per il comportamento del figlio adulto. E non ne proverà alcuna verso chi tenta di far ricadere le responsabilità in capo ad altri. O verso chi si servirà di soggetti, strumentalizzandoli, spingendoli a comportamenti da sputtanare. Lo sputtanamento sa individuare le responsabilità precise di ciascuno di noi. Non colpisce alla cieca. Sa distinguere i principi del foro della serratura dalle cameriere della bettola di paese, l’uomo stanco che si spaccia per integerrimo invece di dichiararsi finito e finto. Lo sputtanamento non spara sulla croce rossa. Lo sputtanamento riguarda chi si dichiara innocente ma ha le mani sporche. Mica per forza di sangue. Mica lo sputtanamento interviene per fatti cruenti. Lo sputtanamento ha giurisdizione per i delitti dei balordi. I balordi siamo noi. Tutti noi. Quando pensiamo di aver agito senza lasciare tracce e invece abbiamo lasciato la scia con il nostro nome, abbiamo mandato un messaggio di troppo al nostro complice per paura e quello sparisce, puf, senza pensare che la fuga dell’indiziato è una prova. I balordi siamo noi, tutti noi. Quando guardiamo un profilo social all’insaputa del titolare di quelle foto e commentiamo e raccogliamo informazioni e poi così, dall’alto della nostra intelligenza, ops, ecco che lasciamo il segno del nostro passaggio clandestino. I balordi siamo noi. Tutti noi. Quando ci dicono “vai a vedere cosa scrive, vai a leggere” e andiamo, curiosi e leggiamo ma non capiamo perché tanto nessuno ci ha chiesto di capire, ma solo di leggere e di vedere se c’è spazio per lo sputtanamento e lasciamo traccia del nostro passaggio che volevamo segreto. Siamo noi, i balordi. Quando pensiamo che lo sputtanamento sia roba per tutti. Quando pensiamo che siamo noi quelli che possono sputtanare gli altri. Gli altri chi? Gli altri balordi.

Lo sputtanamento non è reciproco. Lo sputtanamento non ha, sempre, bisogno di chiamare per nome e cognome. Quella è l’esecuzione. Lo sputtanamento è diretto, si rivolge all’interessato, lo sputtanando. Senza necessità che nessun altro capisca, senza enfasi e attenendosi sempre all’evidenza dei fatti per come sono realmente accaduti. Altrimenti è calunnia. Lo sputtanamento è colto, usa le parafrasi, ha proprietà di linguaggio, non si serve di iperbole, predilige la litote. Lo sputtanamento sorride del balordo che cerca la parola litote su Google. Lo sputtanamento è ironico e universale. Ci riguarda tutti, tutti noi balordi.

Lo sputtanamento arriva. E non ci si può fare niente, davvero, possiamo solo farci trovare con le mani alzate.

Pare che sia tu

Tu te ne sei andata per davvero, pare. E io ho male da qualche parte ogni tanto. Pare che tu sia, finalmente, libera. Senza più letto con le sponde, pannolone, sguardo fisso. E io ho male da qualche parte ogni tanto. Pare che sia tu. A farmi male da qualche parte ogni tanto. Per esempio tra le costole sento una fitta. È il tuo abbraccio che stritola sulla porta, il casqué obbligatorio per entrare in casa tua, la tassa di soggiorno  insieme a tutti quei baci schioccati sulla guancia come se vederci fosse, sempre, una festa . Per esempio la bocca dello stomaco che si chiude e stringe. È che non so se dirti che voglio prima la pasta e non la carne perché tu mi chiedi, io ti dico pasta e tu mi dici carne perché sono come mia madre e poi, dopo la pasta, la carne non la mangio. E sono le tre del pomeriggio. Sai che non mangio la carne da quasi quattro anni? Anche mia madre, solo che è lei che ha fatto come me, questa volta.

Allora, sei andata via definitivamente, dicono. Pare che tu abbia, finalmente, tutti i tuoi ricordi di nuovo, senza più nebbia e buio e vuoti che occupano spazio. E io ho male da qualche parte ogni tanto. Pare che sia tu. A farmi male da qualche parte ogni tanto. Per esempio le tempie che scoppiano. Sei tu che mi dici che ho una gran testa io, che devo scrivere, studiare, fare la giornalista. Io ero quella con la gran testa. Le belle erano le altre, le mie cugine. Ed era pure vero. Adesso, quella testa che pulsa è piena, forse adesso, sai, vorrei essere bella anch’io per un attimo e contare su quello. Per esempio il nodo stretto in gola, come un sacchetto pieno, le interiora del polpo, sei tu che canti mentre mi pettini e sciogli i nodi ma hai la mano pesante e voglio scappare ma non scappo mai perché io non scappo, non mi hanno insegnato che si scappa, resto, ubbidiente, calma, mentre tu canti, disobbediente e impaziente.

Sei andata via per sempre, ora. Pare che siate, finalmente, di nuovo insieme tu e lui senza più attese e speranze. E io ho male da qualche parte ogni tanto. Pare che sia tu. A farmi male da qualche parte ogni tanto. Per esempio le mani mi formicolano, come se avessi problemi di circolazione. O voglia di picchiare qualcuno. Si, ce l’ho. Come se ci avessi dormito sopra con tutto il peso del corpo. Sei tu che mi fai giocare con Barbara a pulire il bagno, perché una volta i bambini si potevano far giocare così, a pulire, a fare le cose dei grandi, eppure sai che noi ci divertivamo davvero. Le piastrelle tutte, non solo quelle in mezzo alla parete, non abbiamo mai potuto fregarti. Ci avevano già provato le nostre madri, sapevi già il trucco e allora controllavi la fila più alta, compito di Barbara, la più grande, e la fila più bassa, compito mio, la più piccola. Per esempio gli occhi mi bruciano, soprattutto uno. Il destro. Sei tu che mi passi la mano sul cerotto che lo copre il giorno in cui me lo hanno appiccicato addosso. La benda. La chiamavamo così. La benda. Sei tu che mi cuci il vestito da fatina per carnevale. Sono io che ti dico che non si è mai vista una fatina con la benda come un pirata e piango. Ed è un casino piangere con la benda, la colla diventa fastidiosa sulla pelle, le lacrime ristagnano e sembra che non si asciughino mai e forse è così se dopo 36 anni sono ancora lì. Sono le stesse di allora. Sei tu che mi piangi nell’occhio destro.

Sei andata via e non ti vedrò più. Pare che, finalmente, tu potrai rivedere me e le mie figlie, i baci con il casqué che rifilo loro e tutto quel toccarle sempre e accarezzarle e farle ridere e farle giocare. E io ho male da qualche parte ogni tanto. Pare sia tu. A farmi male da qualche parte ogni tanto. Per esempio le guance mi si infiammano e tirano, prudono. Sei tu che ridi fino alle lacrime, sei tu che imiti le facce strane dei cristiani (= qualunque appartenente al genere umano del quale si ignora o si dimentica il nome), sei tu quella volta in macchina sola con me, io guido, tu parli e dici cose che mi sfiorano le guance e io non so quando. Quando è stato che tu, svagata, distratta, innamorata prima di lui e poi dopo solo dopo molto dopo di tutti gli altri, che pure noi davanti a lui diventavamo cristiani e basta, quando è stato che tu mi hai capita tanto e conosciuta tanto. Per esempio le spalle, mi pesano, come se portassi un mantello enorme e faticoso mentre vorrei il mantello dell’invisibilità e invece no, non si è mai vista una fatina con il mantello dell’invisibilità. Sei tu, con la pelliccia e la spilla di rubini, che chiami l’ascensore e cerchi di aprirlo prima che si accenda la luce verde, ancora con il rosso. Lui che ti dice, ogni volta, aspetta, questa fretta che hai è mai possibile. Impaziente, disobbediente. Sei tu che vai da lui, per sempre. E sulle spalle il peso di aver visto così tanto amore da non sapere come si vive senza.

Sei andata via, Cocò. E io ho male da qualche parte ogni tanto. Pare sia tu. Qui. In fondo, nel centro, dentro, nascosta dove non si vede. Dietro il nero degli occhi. Lo stesso nero, io e te. Pare sia tu a farmi male da qualche parte ogni tanto. Pare sia tu. Che resti, sai,che mi imiti, disobbediente, qui dentro me che ti imito. E non scappo, io non scappo.

Ciao Cocò, nonna bellissima e giocosa.

trin.jpg