Sono tornata a casa da due giorni esatti. Quarantotto ore durante le quali mi sono ributtata nel lavoro disperato e folle per recuperare la settimana trascorsa a Londra con te, da te, con le ragazze, per la prima volta nella vita e da quando tu sei lì, dodici anni.

Non sono arrivata nemmeno alla porta girevole dell’aeroporto, sai, senza piangere. Avevo su gli occhiali da sole, da brava italiana, come mi hai detto tu tanti anni fa, quando hai iniziato a fare questo lavoro girovago che ti ha portato in tutto il mondo e che ti ha insegnato a riconoscere i connazionali da questi segni particolari, eccomi, mettici pure me nel conto, si, ho sempre gli occhiali da sole. Per fortuna, ormai. Perché capita che inizio a piangere, difetto della nuova adolescenza che vivo, che mi umidifica gli occhi per niente e con niente e lucida il nero delle pupille che poi vedono offuscato e bruciano. Pepe se n’è accorta, mi teneva per mano, come sempre, ha alzato lo sguardo verso di me, come sempre, e mi ha chiesto cosa avessi. Le ho detto che ero triste perché ti avevo salutato. Ha capito, ha stretto la mano più forte, ho capito anch’io. Perché, vedi, quando io ho bisogno di essere stretta, lei mi chiede un abbraccio, quando io ho bisogno di un sorriso lei mi chiede di raccontare una scenetta buffa. Lei rannicchia la sua mano nella mia così io la stringo. Ma è lei che mi accoglie rannicchiata e ristretta e mi stringe.

Così è stato anche questa volta.

Ho pianto. Mentre imbarcavamo la valigia, mentre controllavano i documenti, non ti ho detto che ci sono stati problemi prima del gate ma me la sono cavata con il mio non inglese. È che non so mai come si dice in inglese quello che voglio dire. Classica italiana, è vero.

Ho pianto mentre aspettavamo che aprissero l’imbarco, sai, davanti al negozio di Chanel. Avrei pianto comunque lì. Ma ho pianto di più. Poi ho riso, perché avevo in spalla la borsa che si è distrutta nel corso della settimana, quella che abbiamo ribattezzato “la borsaccia”, maledetta, che si è sgretolata, come me. Ti ho mandato la foto della vetrina e ho riso perché mi hai scritto che tanto non mi facevano entrare da Chanel con la borsaccia addosso.

Poi ho pianto di nuovo, in silenzio, sempre in silenzio, sempre con gli occhiali da sole. Perché? Per tutto, per niente, chi lo sa. Perché mi sto facendo vecchia e mi commuovo, perché sono finalmente una ragazza e mi emoziono.

Perché tu sei tornato a casa tua e io a casa mia. Perché per una settimana siamo stati noi. Perché non ho mai pensato a noi come a due  adulti, perché non ho mai pensato a noi in realtà. Fuori da casa nostra, quella di papà e mamma, fuori dai posti a tavola, tu sempre di fronte a me seduto dal lato dei fornelli io sempre di fronte a te dal lato del muro. Tu con papà a destra, io con mamma a destra. Non ho mai pensato che siamo diventati adulti. Che tu hai una casa, bella, bellissima, in un altro Paese, parli un’altra lingua tutto il giorno, guidi al contrario e non ti incasini. Io adesso occupo il posto a capotavola, nella mia cucina. Sono alla destra di Cristina, che è di fronte a Pepe che ha suo padre sulla destra.

Ma per una settimana siamo stati noi. Da adulti oppure no, seduti al tavolo, in giro, fermi, vicini, uguali, diversi. Abbiamo riso per niente, abbiamo parlato di mattina presto, a bassa voce per non svegliare nessuno, davanti al caffè, con la tua allergia e i fazzoletti di carta sul tavolo, chè certe cose non cambiano mai, con le mie smorfie a definire la portata di quello che ti devo raccontare, tutto uguale e tutto diverso, noi come per anni, noi come mai da anni.

Ho pianto perché sono stata bene, sono stata me, con te, con le mie figlie che tra loro iniziano ad essere complici, a prendermi in giro, te ne sei accorto, vero?!  Come noi, dopo che ci siamo detestati e picchiati, combattuti e offesi. Come noi che siamo cresciuti, sì, ma lo abbiamo fatto insieme e che è stato meglio che farlo da soli. Perché saperti nel letto accanto al mio non mi ha mai fatto sentire sola, perché sentirti rientrare di notte nella stanza accanto alla mia non mi ha mai fatto sentire sola, perché anche adesso, che dormi lontano ma sotto il mio stesso cielo mi fa sentire comunque meno sola, se penso a noi, che non ci penso ma che se poi ci penso sono felice di noi, delle cose che non ricordi e ricordo io anche per te, del linguaggio in codice che tanto è inutile nessuno ci capisce, del tempo passato e dei giorni che lo hanno abitato, del cestino di vimini con i puffi e dei pomeriggi bambini di giochi inventati, delle serie tv da guardare insieme, del non dirlo a mammaepapà tutto attaccato, delle estati a Porto Corallo e tutto ciò che non possiamo raccontare, del piede sbattuto per terra quando perdo la pazienza, del tempo passato senza che facessimo altro che non fosse vivere, senza pensare a noi come a qualcosa che è destinato a cambiare, diventare altro, diventare grande fuori dal guscio, fuori da casa, senza papà che si affaccia  in terrazzo, quella domenica mattina che siamo rientrati da chissà quale letto (tu, io lo so dov’ero) e  lui che ci guarda dall’alto mentre parcheggiamo ciascuno la propria auto , e lui serio che ci dice “la prossima volta fatevi anche la doccia calda dove dormite, non che l’acqua la pago io” e se non te lo ricordi mi incazzo, perché abbiamo riso come due scemi e lo abbiamo preso in giro per settimane…

Comunque, quando sono salita sull’aereo ho smesso di piangere. Ero più preoccupata di sopravvivere. Dopo il decollo, quando Pepe mi ha lasciato la mano perché eravamo più tranquille, ho pensato che non so come si dice in italiano. Siamo fratelli, ok, quindi, si dice fratellanza questa cosa che piango e rido e ricordo e ne inventiamo ancora una nuova che poi ci farà ridere così, solo a ripeterla, un giorno, la prossima volta? Come si dice in italiano che siamo cresciuti insieme diventando grandi e  poi a tavola da mamma ancora ci sediamo ai nostri posti? Come si dice in italiano ? Non lo so. Fratellanza è brutto, è poco, è roba diversa. L’aereo era più o meno su Parigi quando ho pensato che in inglese c’è la parola: brotherhood. Ecco, forse loro, con la loro lingua così poco articolata, così meno raffinata della nostra (sai che ho da sempre grandi riserve nei confronti di un popolo che ignora il bidet), forse loro, gli inglesi, popolo di individui liberi, patria dei principi giuridici sulla liberta personale inviolabile, forse loro hanno saputo cogliere cosa significa sapere di non essere soli per il solo fatto che uno che sorride come te e con il queale giocavi con i puffi è al mondo.

Allora, facciamo così, che adesso quando ti dirò “broderudd” tu penserai alla cassetta di Battiato nella strada verso il mare, a “valentinafalacaccaognimattina”, a Narciso quella sera che non è venuto a prenderci, al tuo amico quello che imitava Anna Oxa che doveva farmi un favore, ai macchiaioli che dipingono a macchie e senza contorni, alla vecchia con la mano tranciata in pronto soccorso, a quella con la voce assurda al funerale di nonna che ci ha fatto scoppiare a ridere come due matti e tutti ci guardano e noi diciamo che “vogliamo ricordarla ridendo”, cioè io lo dico e tu ridi ancora di più, a mamma che dice “Sonia smettila”ogni volta che tu ridi , a me seduta di fronte a te a tavola che poggio i piedi sulla tua sedia e ti arrabbi. A me. Che non ti lascio solo.

 

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