Benedetta scrive lettere al suo migliore amico Edo ed Edo scrive lettere alla sua migliore amica Benedetta, Benni, a scuola e per i suoi compagni è Benni. È una novità di questa estate, si sono scambiati gli indirizzi l’ultimo giorno di scuola e hanno deciso di raccontarsi il tempo trascorso lontani in questo modo, che ha un retrogusto bellissimo e poetico, secondo me, di tempo dedicato, di attenzione leggera e delicata, di ricerca e attesa. Benedetta ha imparato a scrivere l’indirizzo sulla busta, ad affrancare (i francobolli sono adesivi, non si leccano più, ho scoperto) a cercare una buca delle lettere e a sperare. Che il postino legga bene l’indirizzo, che non piova proprio sopra la sua lettera e si sbiadiscano le parole, che arrivi sana e salva dal suo amico che sta aspettando.

 

Cristina sta aspettando la lettera da Hogwarts. Fa sorridere, lo so. Ma questa è l’estate dei suoi undici anni (mancano otto giorni) e lei è certa di non essere una Babbana. Lei si aspetta la lettera di ammissione alla prestigiosa scuola di magia frequentata da Harry Potter. Anche se nel frattempo ha preso una cotta per un ragazzino austriaco biondo e con il caschetto, porta il reggiseno, dice che la Baby Dance è da sfigati, dice proprio “ma ti pare che a undici anni vado a fare quelle robe che non le facevo nemmeno a quattrooooo?”, proprio così, è da sfigati. Praticamente vive, viviamo, vivo sulle montagne russe dei suoi ormoni, e passa, passiamo, passo dal giocare con la sabbia al ridacchiare giuliva se il giovane prussiano è nei paraggi, dal mangiare un cono gelato con due gusti seduta su un muretto al guardare il cellulare senza spiccicare parola con nessuno. Speriamo parta per Hogwarts.

 

Io ho mandato una mail, lunedì scorso. Con un allegato. Una mail con un allegato a tutti i miei clienti. Non ho fatto un invio generale, mettendo me come destinataria principale e tutti gli altri in ccn. No. Ho preso ciascun indirizzo di ciascun cliente e ho scritto. Ho allegato il documento. Ho cliccato su invio con un attimo di esitazione, breve, brevissimo, meno di una frazione di secondo e via. Proprio via. Nell’allegato c’è scritto che dal 9 luglio sarò sostituita da un collega, ottimo professionista e bla bla bla. In ciascuna mail inviata a ciascun cliente c’è scritto qualcosa di unico. Un riferimento, un ricordo, un pensiero. Unico. Un ringraziamento. Dopo dodici anni. Di giornate trascorse nelle aziende degli altri a sentire cosa non va, cosa va, cosa servirebbe, cosa proprio no, a sentire che la fattura la pagano subito, che non l’hanno ricevuta, che non la pagheranno prima di non si sa e bla bla bla.

Mi hanno risposto quasi tutti, solo oggi ho trovato il coraggio di guardare le mail. Ho scoperto alcune cose di me che mi hanno fatto piacere. Altre le conoscevo già, ma è stato comunque piacevole leggerle  per mano di altri. Nessuno mi ha chiesto cosa farò adesso eppure tutti si sono detti certi che avrei raggiunto la mia soddisfazione professionale. L’ho trovato strano. Interessante, curioso. Come dire non importa cosa farai, quello che scegli andrà bene. Credo sia l’augurio più bello, in fondo, in fondo importa cosa fai o come lo fai? Importa cosa fai o chi sei mentre fai qualcosa? Io non ero più chi sono in quel lavoro. E molti lo avevano già capito e io, ormai, non facevo niente per nasconderlo e quindi doveva accadere questa lettera, l’esitazione prima dell’invio, il clic, il magone in gola, la notte di lunedì con una dormita di filata come non succedeva da anni e non esagero, doveva accadere adesso o sarei rimasta intrappolata ancora, doveva accadere adesso che ci ho infilato il mare di mezzo per sentirmi lontana e inespugnabile, per sentire che non c’era spazio per cambiare idea e ripensarci ancora una volta ma che lo spazio era solo questo, qui, ora di fronte al mare, io e le ragazze e il cane e nessuno a cui spiegare cosa faccio, chi sono, cosa facevo e perché ho deciso di mandare una lettera e dire basta. Adesso che sono solo una mamma al mare con le sue figlie, una mamma come tante mamme a luglio, la telefonata della sera, ragazze vi passo papà, il gelato, il caffè al bar, dove lo fanno buono e nessuno, nemmeno qui che chiede cosa fai, mica importa, anzi se sei qui è perché sei anche tu di quelle che non lavorano, fortunate, che stanno al mare, fortunate. Adesso che va bene così, nessuno che chiede. Perché così ho il tempo di cercare una risposta. Per quando tornerò e qualcuno vorrà sapere, adesso, cosa faccio.

Che poi, in realtà, un altro lavoro l’ho sempre avuto. Un lavoro di scorta. Dai, su, sono una donna concreta, sono mamma, mica lascio il lavoro così? Ovvio che c’è già dell’altro che diventerà la mia attività principale, adesso. Non proprio adesso. Perché io qualche giorno, qualche settimana così, me la prendo. Qualche settimana che non so. Che non so cosa faccio, che resto sospesa che adesso ci penso, che faccio un anno sabbatico e poi decido, che non so cosa mi piace,che alla vigilia dei quarant’anni sarebbe la prima volta in cui tra me e quello che va fatto ci infilo del tempo come conchiglie dentro il filo per fare una collanina. Solo un po’ di tempo, solo un po’, quel tanto che basta per decidere cosa fare o per decidere cosa rispondere a chi lo chiederà, perché tanto tra poco qualcuno che me lo chiederà lo troverò davanti a me, anche solo così, per buttare lì un argomento, per non chiedere il segno zodiacale che alla mia età fa ridere, per sapere.

Quel po’ di tempo che mi è necessario per guardare il mio interlocutore e dargli la risposta giusta. Per lui, per rassicurarlo che il mondo va come pensa lui e non accade che uno poi non ce la fa più a fare quello che fa e smette. Perché negli altri  cerchiamo solo noi stessi e le conferme di cosa siamo, che siamo giusti, che andiamo bene. Negli altri, nelle risposte che ci danno non cerchiamo una soluzione ma un’assoluzione a noi stessi. Vogliamo essere bravi. Ecco perché devo avere il tempo di trovare le risposte adatte, perché, di mio, di istinto, di pancia, io do sempre e solo le risposte scomode. Quelle che nessuno vuole sentire. Non so dare l’assoluzione, mai.  Per esempio, se mi dovesse porre la fatidica domanda una mamma, una di quelle brave, di quelle che sanno il numero di compagni di classe e quale posto sul registro occupa il proprio pargolo, una di quelle che sanno sempre come i propri figli si comporterebbero in qualunque circostanza e giurerebbero che mai, mai, mai, i propri eredi possano essere capaci di usare il turpiloquio, ecco a quelle mamme brave, capaci, attente, sicure,io direi che faccio la mamma. Che le mie figlie sono le ultime del registro, mangiano le verdure, hanno buoni voti e praticano sport. Facile. Tutti contenti. Nessuno con dei dubbi, nessuno che pensa che fare la mamma sia qualcosa che si può, anche, a volte, certi giorni, avere voglia di smettere e mandare una lettera per dire che si verrà sostituiti da un ottimo professionista e bla bla bla ringraziando per il tempo trascorso insieme. Eppure, eppure certi momenti così ci sono.

Può capitare che la domanda me la faccia una di quelle che lasciano la scia di profumo in ascensore. Una di quelle con la valigetta di pelle un po’ vissuta, sformata di fascicoli inseriti da riguardare a casa, dopo il sushi in centro, una di quelle con  il braccialetto tintinnante di  Tiffany, regalo di tanti anni fa, una di quelle che indossano la giacca del tailleur con il jeans e i hanno capelli con lo shatush uguale a un’ altra con la giacca del tailleur con il jeans e con lo shatush che ha una valigetta di pelle sformata e siede accanto a lei e ordina lo stesso mix royal di sashimi e pensa che l’uniforme è quella del cameriere che gli serve il Bellini nell’attesa perché non si è guardata, non si è guardata intorno, così uguale a chiunque altro compri quel profumo e lasci la scia . A lei direi con aria professionale, un po’ annoiata e un po’ da secchiona, da una che ha studiato e quindi ti dai una regolata, l’aria di una che dopo la laurea ha fatto anche due figli tornando a lavorare dopo venti giorni e a fatturare dalla sala parto, quindi dai su cosa mi vuoi raccontare, gioia mia ,che mi sorprenda, ecco a lei direi che mi occupo di amministrazione, finanza e controllo di due aziende. Ti basta?! Gestisco soldi, l’argomento che piace a tutti, tutti quelli con una valigetta sformata. Un lavoro di altissima responsabilità e pieno di gratificazioni. E che si può conciliare benissimo la professione e la maternità, esperienze vitali, entrambe per una donna. Per me una tartare di tonno, grazie. Facile, tutti contenti. Sia mai di dire che la conciliazione è una pratica utopica, tanto in sede giudiziale quanto in sede stragiudiziale. Soprattutto in sede familiare. Concilia tu la febbre con broncospasmo della domenica notte con l’appuntamento del lunedì mattino presso l’azienda cliente.

Vorrei, però, che la domanda me la facesse  qualcuno che ha l’aria stanca e voglia di sedersi un momento. Una donna come tante, una che non sembra. Non sembra che sia niente di che, non sembra che abbia pensieri, non sembra abbia anche lei i suoi temporali e le sue schiarite, i suoi drammi e le sue pretese. Una che non lascia la scia. Una che non segue la scia. Le direi che sono un’operatrice shiatsu, che studio medicina cinese, che amo osservare le persone. Amo guardare come si muovono nello spazio che occupano, da che parte piegano la testa mentre parlano, con quale mano portano il cane al guinzaglio, il tono di voce che hanno se sembra una lama, come quella di un coltello o se sembra un ramo quando si spezza. Se si arrabbiano o se sono più inclini alla tristezza. Se preferiscono un gusto dolce o un gusto aspro, magari amaro. Qual è la stagione preferita e se hanno male, perché tanto tutti abbiamo male. Io amo l’autunno. E amo le voci che sembra di infilarti un guanto morbido. E i cibi salati. Che hanno a che fare con l’acqua e con la paura, in medicina cinese. E si, ho male. Sempre piano, sempre di sottofondo.

Però. se questa domanda dovesse farmela una di quelle classiche vecchie rompipalle (non sono politicamente corretta, le anziane le chiamo vecchie, ripeto non sono politicamente corretta ma soprattutto le vecchie rompipalle sono una categoria che, tendenzialmente, detesto) e con questo intendo il seguente fenotipo: dato che sono anziana so tutto, tu non sai niente e se dici il contrario non hai rispetto, fine della descrizione, ecco, io a una così direi che faccio quella che prende tutte le certezze delle vecchie rompipalle e le trasforma in compost. Io a una così non la do la soddisfazione di sentirsi dire quello che vorrebbe. Io a quelle così parlo di pancia. E con il pugno alzato.

Se potessi scegliere vorrei che questa domanda me la facesse una bambina. E vorrei che mi chiedesse cosa voglio fare da grande, che secondo me è una domanda molto più interessante e allora,ecco, non dovrei nemmeno pensarci.

Farò il patologo legale, come Quincy. Ah, già, cara bambina che ignori gli anni ottanta e il fatto che ci lasciassero guardare telefilm americani dove si usavano parole come “negro”, tu non sai che Quincy era un  anatomopatologo fenomenale che risolveva dei casi di omicidio difficilissimi e io lo adoravo. E volevo risolvere qualcosa anch’io.

Farò la giornalista, non di quelle della televisione, no, la giornalista con la macchina da scrivere, ah, già cara bambina che ignori gli anni ottanta, tu non sai che cosa sono le macchine da scrivere e il rumore dei tasti che sembrano tanti piccoli petardi che esplodono uno dopo l’altro, ma io scriverò di cronaca per un grande quotidiano e vedrai, risolverò qualcosa, qualche mistero, qualche caso senza spiegazione.

Farò la scrittrice, scriverò il romanzo più bello che si sia mai letto, ma non di quelli che vincono i premi più di quelli che tutti lo leggono e lo capiscono e la gente mi dirà che il mio libro li ha aiutati a capire, a vedere, a risolvere qualcosa.

Farò la libraia, in un negozio tutto mio, con la boiserie in legno che scricchiola quando prendi un volume e ci sarà un angolo dedicato ai bambini, con laboratori di lettura e scrittura, e una sezione dedicata ai gialli, ah, già bambina che ignori gli anni ottanta, non sai che i thriller si chiamavano gialli. In italiano. Gialli. E avevano anche la copertina gialla. Adoravo i gialli, perché riuscivo sempre a risolvere qualcosa, capivo sempre chi era stato, perché ho questa abilità di mettermi sempre dalla parte del torto, perché chi abita la ragione è sempre così sicuro di sé che mi mette a disagio, perché chi abita la ragione occupa tutto lo spazio, perché il torto non è mai facile e a me piace così.

E invece chissà da chi arriverà la domanda, chissà se sarò pronta a rispondere nel modo adeguato.

Non penso perché io ho già parlato con ognuna di quelle donne più volte, senza muovermi, da ferma, davanti allo specchio. Ho parlato con la mamma devota, con la stronza professionista angosciata dal fatturato, con la donna sfinita che non lascia traccia di sè, con la bambina che, si, li ha abitati gli anni ottanta, e a volte, persino con la vecchia rompipalle in un gioco di specchi deformanti che accelerano il tempo e proiettano quello che non vuoi vedere. Di te. Perché vedere è sempre vedere di se stessi. Anche quando guardi gli altri, vedi te stesso.

E non ho mai detto loro niente di adeguato,niente di consolatorio, niente che volessero sentirsi dire. Dovrei cominciare a farlo, a prenderne una per una e a dedicare a ciascuna di loro un pensiero, un immagine, un ricordo. Tranne che con la vecchia, però.

Adesso gli scrivo. Magari risolvo qualcosa.

Tranne che alla vecchia, però.

 

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