Mi sono accorta che il silenzio è d’oro. Infatti non tutti possono permetterselo, non tutti sanno indossarlo. Li riconosci, sono quelli che parlano. Sempre. Male. Di ciò che non sanno. Sono quelli che non sanno. Niente.

Mi sono accorta che il mare mi fa bruciare tutte le ferite. Soprattutto quelle vecchie. E mi lascia le cicatrici bianche, come nei albini sulla pelle che ci indovini cosa è capitato se hai voglia di guardare. Il mare mi rompe, da qualche parte, e poi mi restituisce un pezzo levigato, con gli angoli arrotondati, un pezzo che non incastro più, un pezzo che sembra smeraldo e magari è solo vetro. Lo fa sempre, succede sempre. Mi rompe, mi smussa, mi cambia, mi costringe a guardare la distesa di acqua e a sentirmi a un volume diverso, più basso, più lento e mi agita in un punto dietro lo sterno.

Soprattutto un mare che non è il mio mare, quello con cui sono cresciuta e che sa come mi deve parlare, sa il pezzo che può prendere e come restituirlo. E allora mi sono accorta che non ci si dovrebbe mai scambiare i luoghi del cuore, dell’adolescenza, del tempo perduto. I luoghi che ci parlano secondo una familiarità e una consuetudine che non si può dire a nessun altro, non si può portare uno nel tuo mare e dirgli guardalo come lo vedo io. Non si può andare nel mare di un altro e cercare di vederlo come lo guarda lui. Questo non si può fare, non si può condividere. Nel tuo mare io vedo alghe e turisti con calzini bianchi nei sandali. Nel mio mare tu vedi silenzio e distanza.

Mi sono accorta che la montagna mi aggiusta. Così pragmatica, forte , raccatta i pezzi e li rimette insieme, sa come fare e non si lascia distrarre dai sentimentalismi del passato, perché io e lei passato non ne abbiamo. Perché io e lei ci siamo appena conosciute e abbiamo un rapporto maturo, di chi si è piaciuto a un’età in cui non devi stare tanto a pensarci e a rimuginarci e ad aspettare per vedere se funziona o come va. Finché  va ce la viviamo, io e la montagna.

Mi sono accora che ci sono persone a cui stanno male certe parole addosso, come abiti sbagliati,  quelli che indossano il colletto della polo alzato per far vedere la marca e che sono tarchiati, con la pancia, con le gambe storte accentuate volutamente per ostentare un passato calcistico senza futuro, senza talenti, nemmeno in quello. O peggio, si, c’è un peggio, quelli che cercano di rivendersi per più di quel che sono, per sembrare quello che non sono. Quelli che lo vedi che portano a spasso parole che non sono loro. E ti dicono “non è una scelta da fare repentinamente “oppure che hanno avuto difficoltà ma “Niente di trascendentale”, che si sente da come gli scivolano in bocca le lettere che non sono parole che sanno usare, che hanno anche guardato su google il significato, che se le sono ripetute tante volte, ma lo vedi che non è roba loro. Mi sono accorta che sono dispettosa e alzo la posta con sesquipedale accanimento.

Mi sono accorta che soffro per la lontananza, di tanto in tanto. Non soffro mai per l’assenza. Io l’assenza non la vivo, non l’avverto, non la sento. L’assenza non è il contrario della presenza ma una sua diversa forma. Sono contorta, lo so: me ne sono accorta da un pezzo. Ma la lontananza io la misuro, la sento, lo so che se io sono qui e tu sei lì allora c’è uno spazio che ci separa. E questo, talvolta, pesa. Affatica. Ma l’assenza non mi crea difficoltà, l’assenza è solo che non ti vedo non che non ci sei. L’assenza non c’entra con lo spazio, magari c’entra con il tempo ma comunque ci sei, anche in un tempo passato, ci sei, ci sono, siamo insieme e io questo lo sento e allora non mi pesa mai, l’assenza.

Mi sono accorta che non mi “sto più accorta”. Non faccio più attenzione. Così mi dicevano, da piccola, in dialetto suona così” statt’accuort”. Non lo faccio, più. Scusate. Soprattutto non mi sto accorta alle emozioni e, grazie Mara per il suggerimento, non mi sento più in colpa per quelle che provo, quando le provo, e no, non sto accorta a non mostrarle, nemmeno quelle più fastidiose. Per gli altri. Mi sono accorta che quello che non mostro poi si mostra, a me,  di notte, nei sogni ed è impossibile ignorarlo. E no, non mi sto accorta, accolgo tutto, respingo, mi incazzo, mi illumino, rido, amo, sogno leggerezza, mi incupisco, piango, sorrido, sbuffo, amo, odio, rido e ricomincio e sogno ancora leggerezza, occhi, incanto e assenze che non sono mai diventate lontananza.

Mi sono accorta della buccia d’arancia. Balorda. Nonostante la palestra. Nonostante i beveroni alla betulla che poi faresti la pipì in ogni angolo come un pincher incazzato. Nonostante la frutta, la verdura, le scale a piedi, le camminate. Maledetta. Me ne sono accorta e mi sono corrucciata. E mi è venuta la faccia da limone. Il culo da arancia e la faccia da limone. Un tantino acida, la situazione. Niente, via la faccia da limone, chè quella è proprio a vista. Per il resto, il frutto è buono, forse più dolce che in passato. E ho cambiato nome alla buccia, tanto è mia, posso farlo e la chiamo scorza. Scorza di arancia. Se la metti nella pastiera viene fuori una meraviglia. Mia nonna lo faceva. Ma statti accorto, che poi gli altri dolci non ti piacciono più.

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