C’è una settimana dell’anno che dura cinque giorni che sembrano dieci e nel ricordo solo due, alla fine. Ogni anno a luglio si verifica questo fenomeno. È la settimana durante la quale Cri e Pepe sono al mare con il loro papà e io torno a Torino per lavorare.

Il primo giorno parto, saluto le mie ragazze, le annuso sul collo mentre le bacio, cado nel luogo comune delle raccomandazioni- mettete in ordine, comportatevi bene, non litigate, date una mano a papà, fate i compiti, lavatevi i denti, non litigate, occupatevi di scaricare la lavastoviglie, stendete i costumi subito dopo la doccia, rifatevi i letti, non litigate- loro annuiscono, io parto, ultima annusata, treno, ciao, viaggio. Ciao. Il primo giorno è una falsa partenza, è un giorno di spostamenti, di valigia in bilico che tiro su in qualche modo e tiro giù confidando nel buon cuore di qualche giovanotto, ormai, di un libro letto pigramente, di paesaggi ignorati dal finestrino, di pensieri lenti su un treno ad alta velocità. Scendo a Porta Susa, più comodo di Porta Nuova, metro fino alla fermata  Racconigi dove c’è l’auto che mio marito ha lasciato posteggiata vicino al mio ufficio quando ha fatto il mio stesso viaggio, all’incontrario. Come il treno dei desideri dei miei pensieri che all’incontrario va, che poi Azzurro è pure la prima canzone che ho imparato da bambina, era il 1983 credo e la strada delle vacanze era verso la Puglia, con zii e cugini e cene chiassose e chi vuole la pasta in bianco e chi con il sugo e tutto che sembra fermo invece no. Macchina recuperata, verso casa. Musica, sensazione di essere una turista nella mia città, lungo le strade che percorro ogni giorno. Cancello di casa, il mio pastore tedesco che mi guarda come se fossi proprio la persona che stava aspettando.  Porta, sono dentro. Cerco quello che lui ha lasciato uscendo, nel suo viaggio all’incontrario, un segno, non so qualcosa che mi dica “ero qui un attimo fa” . Entro in camera da letto, poi vado nella camera di Cri, che casino eppure lei sta bene qui, è la sua tana, tra i libri di Harry Potter e gli attestati degli esami di Karate, la foto del suo istruttore, la coppa di quando ha vinto l’oro e la sacca delle protezioni che usa in combattimento vicino al letto, come se dovesse essere pronta per la fuga in piena notte , poi entro in quella di Pepe , con le tende rosa e il copriletto bianco, la foto dei suoi migliori amici sulla scrivania ordinata e i libri sulle mensole,la casa di Barbie e la targa “La Principessa dorme qui”, piccola bambolina tenace, caparbia, leale, profonda, piccolo essere misterioso ironico e spietato.

La cucina, la tazza della sua colazione del giorno in cui è partito, i nostri posti a tavola. Per una settimana non mi siederò. Non cucinerò. Non c’è nessuno per cui farlo. Il bagno, il dentifricio senza il tappo. Ovviamente. Il segno. Doccia, scatoletta di tonno per me, croccantini per i  cani, denti, dentifricio tappato, pigiama, occhiali, libro, telefono- tutto bene, si fa caldo, tanto, è l’afa che ti uccide qui lo sai, voi? Bene, il mare oggi? Si, si il treno puntuale, niente, si, leggo, adesso dormo, domani vado in ufficio. Ok. Bacio.

Il letto, mi metto in obliquo e occupo lo spazio, annuso il cuscino come se fosse un collo, sento dove non c’è e dovrebbe esserci, sento dove non c’è e vorrei che ci fosse. Tutto spento. Il primo giorno mi serve per mettere distanza, per pensare al singolare. C’è un libro appoggiato sul mobile dell’ingresso. Un libro nuovo, ma che ho già letto, ne ho una copia nella libreria. È un libro che parla di felicità e di malinconia. Solo chi mi conosce bene può comprarlo e poggiarlo lì, come se fosse una dimenticanza e invece è un segno.

I giorni che seguono sono giorni di silenzio, arrivano in silenzio, trascorrono silenziosi e scivolano nella notte in silenzio. Sono giorni senza orologi, lavoro senza pensare fino a quando potrò farlo ma solo fino a quando voglio. Vado avanti ancora un po’, vado a prendere il caffè, non ho fretta, non devo fare altro se non  quello che sto facendo, non c’è nessuna scuola che chiude alle 16, non c’è il karate, non c’è il tennis, non c’è il dentista, la festa del compagno, la cartuccia della penna scarica e i ricambi a quadretti di terza con margine che sono finiti, la cena da preparare, la stanchezza da mascherare ancora un po’, solo un po’. Ci sono io che mi alzo il mattino in silenzio, faccio colazione in silenzio, parlo così, a caso, parlo da sola, con i cani, con lo specchio che mi rimanda la mia immagine riflessa e basta, nessuno che deve farsi la coda alta che più alta non si può proprio  nel mio bagno- ma perché non vai nel vostro? Avete il vostro bagno, usatelo- Perché qui ci sei tu, mamma-, nessuno a cui dire di prepararsi, di muoversi, di accelerare.

I giorni che seguono sono i giorni in cui un po’ perdo le mie ragazze, un po’ le dimentico, un po’ lascio il telefono in un’altra stanza perché non ho premura di sentirle, di aspettarle, sono i giorni in cui mi cerco un po’ e un po’ mi immagino, se fosse andato diversamente, così tanto per pensare, mica sul serio. Sono i giorni durante i quali penso che mi basterebbe una casa molto più piccola, se fossi sola, che spenderei poco per mangiare se fossi sola, che userei la lavatrice solo due volte alla settimana invece di due volte al giorno se fossi sola.

Verso il terzo o il quarto giorno, smaltito il grosso del lavoro in ufficio, organizzo una cena con le amiche per parlare di niente, dei saldi, delle vacanze, di quella che parcheggia sempre il suv come se la strada fosse sua, dei mariti, degli ex mariti , di quella con il suv dell’ex marito, di noi  ex ragazze sedute allo stesso tavolo che un po’ è strano e un po’ invece che figo, che leggerezza- i tuoi quando tornano? E i tuoi non sono più i genitori per noi ex ragazze che quando diciamo i tuoi, adesso, ci riferiamo ai figli.  I miei tornano sabato- anche i miei- ah- eh- pensa come saranno contenti- eh, si pensa, però in fondo loro stanno bene al mare, che qui cosa fanno? poi è l’afa che ti uccide, a Torino, no?

I giorni che seguono il primo sono i giorni in cui un po’ mi ritrovo. Mi ritrovo ventenne ma meno arrabbiata, mi ritrovo ad ascoltare la radio ad alto volume ma le canzoni sono diverse, mi ritrovo a camminare senza nessuno da cui andare e adesso non mi fa paura. Solo un po’, solo per poco, mi cerco, mi trovo, mi ritrovo. Mi vedo riflessa nelle vetrine e so che sono io ma a volte è come se mi guardassi per la prima volta, un po’ mi stupisco, un po’ mi incupisco. L’immagine è quella di una donna, una ex ragazza, che ha avuto il tempo di mettersi lo smalto sulle unghie dei piedi ieri sera davanti alla tv mentre guardava senza vedere un programma che non sa che diavolo fosse e ha usato il solvente in salotto senza nessuno che si sia lamentato dell’odore insopportabile, a parte i cani. L’immagine è quella di una donna che sa che quel che vede non è tutto lì, una ex ragazza che sa che manca un pezzo, un pezzo che non trova, se si cerca troppo indietro, per questo lo fa solo un po’, di cercarsi, di trovarsi, di ritrovarsi, solo un po’, solo una settimana, solo una volta l’anno, solo un po’indietro.

Dal quinto giorno, da oggi quindi, comincia il conto alla rovescia. È solo una settimana, è una settimana di appena cinque giorni veri, effettivi, è una settimana durante la quale ogni ora vale il doppio, il triplo perché non c’è nessuno che ne occupa una parte, ogni ora è solo mia. È una settimana che dura solo un po’, come la carrozza di Cenerentola, come un bagno con tanta schiuma, come un massaggio dalla punta dei capelli alle dita dei piedi, come una parentesi in un’ espressione che serve per andare avanti e risolvere l’esercizio.

Domani è l’ultimo giorno, l’ultima notte in obliquo. Andrò a lavorare, farò tutto come oggi, come ieri, con calma, in silenzio. Mi guarderò ancora, solo un po’, in una vetrina, in uno specchio al volo, mentre passo per andare da nessuno e da nessuna parte, leggera e incompleta ma comunque io, intera ma senza un pezzo, qualcosa che sfugge a un osservatore esterno, a uno che non sa che il giorno dopo tornano i miei, a uno che non cerca il segno.

Sabato mattina guarderò l’ora. Aprirò la porta del corridoio che porta alle stanze delle ragazze, farò entrare luce, aria e afa assassina nelle camere, il sole illuminerà le foto, la polvere danzerà in controluce, entrerò in cucina , aprirò il frigo e il panico avrà la meglio. Uscirò a fare la spesa, solo un po’, però. Tanto poi si riparte. E aspetterò. I messaggi saranno il metronomo della mia attesa e del loro viaggio. Saluterò la ventenne che mi ha tenuto compagnia in questi pochi giorni, senza rimpianti, è una brava ex ragazza, ma la sua compagnia va bene solo un po’. Guarderò l’ora, ancora, fino a quando non si aprirà il cancello, i cani correranno verso l’auto, le ragazze scenderanno e sarà tutto un annusare, i cani tra di loro e ciascuno Cri e poi Pepe e io nei loro colli, nei capelli e  l’odore sarà quello di casa, per tutti. Poi guarderò lui che lascerà la portiera aperta, come il tubetto del dentifricio, avrà la mano destra sul fianco e passerà la mano sinistra sul viso stanco di guida , sollevandosi gli occhiali- Ciao- Ciao- collo, testa, eccoci. Nel finestrino, finalmente,  riflessa l’immagine completa.

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