Ammetto di non capire tante cose alcune delle quali sono il mio zoccolo duro di stupidità. Per esempio il discorso dell’ora legale e dell’ora solare, dell’ora di sonno in più o in meno e delle lancette dell’orologio da spostare. Niente, non lo capisco, non c’è verso, mi faccio regolare l’orologio, controllo su Sky tg 24 che ore sono e sistemo l’orologio dell’auto. Basta, non vado oltre, le ore di sonno, tanto, sono sempre meno di quelle che vorrei e mangio quando ho fame, quindi non mi importa che sarebbero le tredici. Invece sono le dodici? o sono le quattordici? Che ora è?

E ancora, non capisco le costellazioni, il piccolo carro, il grande carro, e quelli che te li indicano sicuri e certi e che li vedono e allora annuisco e dico “ già, si, si”, si si niente. Non è vero, lo ammetto. Io non li vedo, vedo luci fisse nel cielo che so che sono le stelle e se capita di vederne una che casca spero non si sfracelli con il suo carico di desideri che sarebbe un peccato. Ecco, il massimo livello astronomico della mia comprensione: luce luminosa non cadere, per favore, scivola solo un po’ che sia più facile affidarti un segreto.

Non capisco nemmeno le bugie. Non nel senso che sono una paladina della Verità, figuriamoci. Io non capisco la bugia quella tecnicamente detta “del cazzo”:  quella del “sono per strada” e invece sei ancora in ciabatte, quella del “sono arrivato in ufficio alle sette, stamattina” e invece avevi ancora le caccole negli occhi e ti rigiravi nel letto, tutte quelle piccole alterazioni della realtà che a molti non sembrano bugie, sembrano innocue e, forse, lo sono, ma io ammetto di non capire come si faccia a vivere in una rappresentazione perenne di qualcosa che non è. Se non sei per strada non mi dire che sei per strada perché io sono limitata, ottusa, ancorata alla realtà fattuale e così stupida da dire di essere per strada quando sono davvero per strada con tutte e due le gambe e il sedere in macchina e il motore acceso, e allora si, allora posso dirti che la realtà è quella e che puoi aspettarmi, sto arrivando.

Ammetto di avere delle caratteristiche particolari, da alcuni definite fissazioni o manie, ma da quelli  che magari annusano la biancheria pulita prima di riporla nel cassetto o tolgono la buccia alle albicocche che per me sei quasi malato di mente a fare una cosa del genere. Io, nel mio piccolo, non bevo nei bicchieri bagnati, mi fa schifo. Devo asciugarli, altrimenti vomito. Mi fa stare male, malissimo, un quadro storto. Dio, solo scriverlo mi scatena agitazione. Ho raddrizzato quadri ovunque, nelle sale d’attesa dei medici, nelle sale riunioni di mezza Torino, dai parenti, nei corridoio della scuola delle ragazze.  Non so il perché, me lo chiedono spesso, taglio corto e dico che è una questione di ordine. Che senso avrebbe  dilungarsi e dire che un quadro storto è in bilico, è dimenticato, è sul punto di cadere o forse no, ma sta male, è una ferita aperta su  un muro e le ferite sono dolorose. Faccio prima a raddrizzare il quadro. Ancora, leggo i libri seguendo l’ordine cronologico di acquisto. Quindi, se voglio assolutamente leggere un libro non lo compro finchè non si è esaurita la coda sul comodino. Non posso fare favoritismi e far saltare la fila, ciascuno secondo il proprio turno e pazienza.

Ammetto di avere delle intolleranze. Non alimentari ma personali. Sono intollerante ad alcune categorie e puntualmente mi ci imbatto, mi ci scontro in una lotta karmica per la mia evoluzione ed è sempre molto faticoso perché, ammetto, che mi si scatena dentro una furia, robe da Erinni, e non riesco, spesso, a controllarmi, a fermarmi, a lasciare che ciascuno si schianti lungo la propria strada, ammesso che sia già per strada. Quindi, oltre a quelli che sputano la buccia delle albicocche  e che appendono i quadri storti come se, questo, fosse normale, ecco, non tollero i mistificatori professionisti, gli specialisti degli alibi, i laureati all’ università della vita perché non esiste e bisogna dirlo, quelli che hanno un qualche cazzo di passato glorioso ma che, guarda caso, si è perso definitivamente e non è accertabile, che tu pensa la sfortuna nell’era di internet cerco e non trovo i prodigi e le imprese fenomenali  sugli sci, su un campo da calcio, sulle passerelle di Versace, alla  Nasa e così via.  Non tollero quelli che dicono di un altro “è buono”. Da mangiare? Buono per fare cosa? Per montare una mensola, per fare un trasloco, per parlare della vita, per raddrizzare un quadro, per operarti in laparoscopia? Buono per cosa?  siamo tutti buoni e siamo tutti capaci e siamo tutti cattivi e siamo tutti imbecilli. Sentire  “è buono” come se fosse “è alto” è biondo” mi dà fastidio, non lo tollero.

Ammetto di avere amato moltissimo pochissime persone. Ammetto di amarle ancora un po’, tutte. Nel ricordo che con gli anni è sempre più tollerante, lui si, non come me. Nel racconto, che con gli anni si è perfezionato e ha restituito a ciascuno la propria parte con grande onestà e gratitudine, perché anche lasciarsi è una conquista  e a volte ci si arriva solo dopo anni di attesa e assedio, alla fine però c’è la resa da una parte e la conquista dall’altra. In questo caso sia la resa che la conquista sono mie. Ho amato molto, molto forte, molto intensamente, molto a lungo, ho amato con rabbia e ottusamente, ho amato disperatamente e non ho mai finto che fosse altro. Ho amato con ogni forza e con lealtà. Sono diventata una ex ingombrante, sono stata una ex impegnativa, ho fatto anche la ex rompipalle, si. La ex alla quale si dovevano dare spiegazioni. La ex alla quale nascondere una nuova relazione. E sono stata la ex che scappa, che non vuole parlare, la ex che non vuole più sentire il tono della voce perché è come un graffio con la forchetta sul piatto, Dio, quella voce che fastidio, che orrore, sono stata una ex che ha incenerito e distrutto e maledetto. Ma tutte quelle x sono il cromosoma dove c’è il mio dna mitocondriale, sono io nella versione antica, profonda e inalterata di me stessa. Tutte quelle ex sono la donna di oggi che ha firmato l’armistizio con ogni amore e lo ha lasciato andare, tendendone solo un pezzo, un brandello di ricordo.

Ammetto di trovare rassicuranti alcune situazioni, come mio padre che mi aspetta. Io, se so che dove sto andando c’è mio padre, ci vado più sicura. Nessun complesso irrisolto, nessuna proiezione, solo mio padre e il suo sguardo, che ci siamo capiti. Gli uomini che sanno parcheggiare, mi rassicurano. Al contrario, gli uomini che sono impacciati nelle manovre di parcheggio li assimilo agli eunuchi. Io guido, non bene, lo ammetto. Guido da 21 anni e vado, vado, vado, ma il parcheggio mi mette in crisi, spesso. L’uomo che sa parcheggiare è l’esemplare che, per me, ha le caratteristiche per mandare avanti la specie. Ha vinto nella lotta per l’evoluzione.

E poi.

In fondo.

Ammetto di non poterne più di sentirmi descritta come una stronza, una pessima madre, una moglie dispotica e arrogante. No, basta. Ecco perché lo dico lo scrivo. Se volete leggerlo eccolo qui, spiattellato per voi. Sono un mostro,si. Ma nella vox media, sono un “monstrum” . Guardatemi, meravigliatevi e soprattutto cercate cosa vuol dire vox media su internet, che a differenza delle gesta eroiche di molti dei miei narratori è una ricerca che dà risultati.  Basta, davvero. Facciamo che chi sono, adesso, lo dico io. Lo scrivo io. Come mi pare, come so, dal mio personalissimo e parzialissimo punto di vista, facciamo che basta.  Facciamo che sono la madre che voglio essere ogni giorno, la sola madre delle mie figlie, comunque. Facciamo che sono la moglie che è stata scelta, a differenza di un sacco di altre persone che ci capitano nella vita e ce le dobbiamo tenere. Facciamo che il mostro ha smesso di tacere e , ammetto, questo non era stato previsto. Ma mi diverte molto, moltissimo. E allora, ammetto che ogni volta che lascio un pezzetto della mia insofferenza, del mio dolore, del mio disgusto, insieme  a un po’ della mia vita, della mia storia che è sempre e solo una storia di amore e di rabbia, del mio spogliarmi sulla carta a dire “eccomi, sono questo, solo questo eppure tutto questo”, ogni volta che io mi mischio con le mie parole, mi faccio a pezzi da sola  e mi butto sparpagliata e mi scappa di dire che è finito il tempo e la credibilità per molti, ogni volta, lo ammetto, ogni volta che questo avviene io sento il carico che si alleggerisce e sento che posso viaggiare meglio, che mi basta una borsa sempre più piccola, che il quadro è dritto, il bicchiere è asciutto, l’ora è sempre giusta, io sono io, sempre più io, sempre meno qualcosa che non è mai esistito come quelli che arrivano in ufficio alle sette. E sto bene. Lo ammetto.

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