W LA SQUOLA

 

Inizia la scuola bimbe mie belle

È finita l’estate con le sue stelle

Suona la sveglia ogni mattina

La più lenta è sempre Cristina

Lei  comincia la prima media

Attenta e composta sulla sedia

Alta  con la coda di cavallo

Bella con il sorriso di metallo

Per Pepe sono momenti felici

Perchè ritrova tutti i suoi amici

Edo, Matteo e poi Vittoria

In quarta è una nuova storia

Inizia la scuola bimbe mie belle

Così diverse eppure sorelle

È ora di compiti ed esercizi

È finita l’estate con i suoi vizi

È tempo di zaini e quaderni

La vita per me  si conta in inverni

Che sembra non debbano finire

Poi in un attimo è tutto un frinire

Che sembrano uguali tutti i giorni

E invece non ce n’è uno che ritorni

Che sembra di non poterne più

Ma poi scopri che il sole sei tu

Inizia la scuola bimbe mie belle

Senti che suonano le campanelle

Per il cambio d’ora e professore

Per un intervallo o per un amore

Per dire “via c’è la libera uscita”

E’ ancora tutta da scrivere la vita

Ognuno ha in sé il proprio racconto

E’ finita l’estate, è ora di raccolto

Avete penne di tutti i colori

Cartucce ed evidenziatori

Ma non c’è la gomma per cancellare

La pagina si può solo girare

La vita non serba rancore

Se vai oltre ogni tuo errore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adesso, io dovrei…

 

Mi sto sforzando troppo. Di vedere e allora strizzo gli occhi e mi viene mal di testa e non ci sono occhiali che bastino. Di sentire e allora mi si tappano le orecchie come a dire dai basta, non si può ascoltare tutto da tutti. Di scrivere e allora mi si infiamma il polso, mi compare una cisti che fa male e quasi fa il paio con la gobbetta che ho sul dito medio della mano destra, sul lato verso l’indice, ho questa deformità che è un lascito degli anni in cui la penna era il mio strumento quotidiano e della forza che imprimevo in tutto quello scrivere. O della forza che tutto quello scrivere imprimeva in me. Non ricordo più come è andata, forse così, forse al contrario. Comunque c’era molta forza e il dito lo testimonia. Il dito medio, ripeto e sottolineo. Di fare e allora mi affanno e mi viene su il nervoso perché il tempo è sempre limitato e io sono sempre una e gli impegni quelli sono per tre o per quattro o per due, dipende, ma sono tanti e tutti su queste spalle che ho scoperto più larghe di quanto non sembrasse, alla fine, anzi all’inizio. Di andare, sempre, avanti e indietro, corri, cammina, alzati,abbassati, fai una giravolta, andare, andare che a quello servono le gambette corte (così mi ha detto Pepe, che ho le gambe corte) ma allenate, sottili ma forti. Anche loro. Penso che dovrei essere misurata in newton, non in centimetri o chilogrammi. Mi renderebbe giustizia.

Dovrei, invece, procedere con leggerezza. Rispettare le pause. Che belle, che sono le pause. Sono lievi, poetiche, illuminanti. Dovrei cambiare il senso orario agli eventi, come cambio il senso alle parole, cambiando solo una consonante o un accento, dovrei provare a far girare tutto in senso antiorario, al contrario e vedere se è come quando cerchi di avvitare e stringi, stringi ma dovevi svitare e allentare, allentare. Rallentare. Senza fermare, no, no. Rallentare. Procedere lentamente.  Dovrei girare la chiave nella toppa dall’altra parte e scoprire che quel che cercavo di aprire, forse, andava solo chiuso. O viceversa. Lasciare la porta aperta e scoprire se tutto quello che custodisco gelosamente resta o se ne va.

Dovrei allacciare la fusciacca su quel vestito rosso e segnare il punto vita. Sottile. Perché adesso  vale la pena di sottolineare.  Adesso che le gambe corte sono sdoganate, le spalle sono larghe, il dito medio è forte, ogni segno, ogni ruga è esattamente dove dovrebbe essere, adesso che le ammaccature sono a vista e raccontano la vita, la mia, quella che sottolineo, adesso,con la porta aperta e la fusciacca che all’occasione è utile anche come frusta, le mie botte sulla carrozzeria   che,alla fine, con quarant’anni di chilometri sotto i piedi poteva essere molto peggio di com’è, adesso che mi sforzo perché adesso so di essere forte, tanto forte, così forte da correre il rischio di andare oltre la mia stessa forza.

Adesso, io dovrei andare  e lasciar correre, ballare senza averlo mai saputo fare, ridere sul serio, essere certa di ogni mio dubbio, vincere e lasciar perdere. Dovrei ammettere che conosco i punti dell’agopuntura per agevolare il transito intestinale e per alleviare i dolori mestruali ma ancora cerco l’interruttore per abbassare la luce di un ricordo o il termostato per regolare la nostalgia e dovrei sapere che non c’è da nessuna parte.

Dovrei smettere di voler sapere come sono. Dovrei smettere di pensare di poterlo sapere leggendolo in qualche manuale che alla fine mi ritrovo a fare esercizi di autoconsapevolezza e a scrivere le liste di cosa mi piace, di cosa non mi piace, di cosa so fare, di cosa non so fare e poi devo chiedere, per terminare il percorso di crescita suggerito nel manuale di sostegno, sullo stile del mio primo sussidiario, ad almeno cinque persone che mi conoscono bene di dirmi almeno tre cose in cui  sono brava  e mi rendo conto che ne ho solo quattro di persone a cui rivolgere il quesito e allora capisco che “fare amicizia” non è una delle cose da mettere in lista e di queste quattro tre mi rispondono la stessa cosa e io pensavo che so fare bene la cheesecake e invece scopro che le mie imitazioni fanno divertire un mondo. Dovrei fidarmi, ma anche questo non so farlo bene. E quattro mi dicono la stessa cosa che ha a che fare con le parole, con la parte di me più lontana, arcaica, grezza e dovrei fidarmi, adesso.

Dovrei essere come sono, adesso. Adesso che posso assomigliarmi, intendo. L’altro giorno mia figlia mi ha detto che era contenta di rifare la carta d’identità perché nella foto nuova si assomiglia di più.  “adesso sembro io”, ha dichiarato sicura. Io nelle foto, adesso, mi somiglio. Perché ho capito come fare a sorridere che può sembrare folle e forse lo è ma io non ho mai sorriso nelle foto perché io, nella vita, non sorrido molto ma rido tantissimo e nelle foto è un casino ridere allora le foto non mi somigliavano mai. Poi Cri mi ha detto che sorrido quando le scatto io le foto e che forse è più folle ancora. Ma è vero. Io scatto le foto e sorrido. Non perché scatto le foto ma perché guardo loro e sorrido. Le guardo e so che dovrei fare solo quello in fondo nella vita. So che loro due vanno nella lista di cosa mi piace. E sorrido. Allora, adesso, nelle foto sembro io perché non guardo mai chi la scatta ma guardo una di loro due, o lui. Se guardo lui io sembro  davvero io. Se guardo lui mi somiglio tantissimo. E anche questo ha a che fare con la parte grezza, arcaica, lontana di me. E di lui. E dovrei raccontare di questo perché adesso che lo sto solo accennando io sorrido e secondo me, si legge pure il sorriso ed ecco come sono, adesso che mi somiglio, adesso che ho una lista, una fusciacca, un dito medio bitorzoluto ma ancora efficace, una storia che sorride solo a raccontarla, rughe che sottolineano i passaggi, ammaccature che si fanno sentire come le ferite quando cambia il tempo, porte aperte per uscire, punti miracolosi per mandare a cagare, foto da scattare, cheescake da preparare.

 

 

 

 

Quattro

 

Noi siamo quattro. Meglio, siamo quattro da uno che stanno insieme come riescono, come quattro che si conoscono da tempi diversi e che ci provano a stare sotto lo stesso tetto, nella stessa auto, allo stesso tavolo, condividendo lo stesso bagno, la stessa televisione, lo stesso argomento.
Io e quello più anziano siamo i due che si conoscono da più tempo, da quando lui aveva i capelli e io un ombelico decente. Ci conosciamo abbastanza bene, tanto da saper finire uno le frasi dell’altra ma non abbastanza da sapere come andrà a finire. Le altre due, invece, sono con noi da tempi più recenti, le conosciamo abbastanza bene, tanto da sapere che se la piccola parla di notte vuol dire che ha la febbre e che se la grande non parla è perché qualcosa la preoccupa, ma non le conosciamo abbastanza da sapere come andrà finire.
Noi siamo quattro, come i moschettieri quando è arrivato D’Artagnan e siamo anche noi un po’ tutti per uno e uno per tutti, meno eleganti e nobili, più prosaici e spicci nei modi ma la sostanza è quella. Noi siamo quattro, come le stagioni: io sono l’autunno, con le foglie a terra, le giornate piovose e quei colori che non ti aspetti e che ti ricordano la terra, le castagne, qualcosa che scricchiola ma resiste, colori accesi, caldi, che ci arrederesti casa. Cristina è la primavera, il legno che cresce, il verde della speranza, della rabbia, del suo sguardo lontano e pulito, la premessa, la preparazione a tutto quanto è da raccogliere. Pepe è l’estate che divampa di incendi, il mare che ti rende più bella, il sole sulla pelle e un bicchiere tra le mani, i piedi nudi, un ballo al tramonto con i capelli sciolti. Lui è l’inverno. Le giornate corte e preziose, un maglione caldo e morbido, una distesa di neve che protegge tutto quanto è sotto il suo manto, capace di ghiacciare la superficie e mantenere la vita appena lì sotto, a riposare, a crescere silenziosa, al sicuro.
Noi siamo quattro, come i Sofficini. Andiamo bene una volta ogni tanto, meglio al forno che fritti ma se ci schiacci il sorriso è sghembo, è un ghigno, il sorriso perfetto riesce solo nella pubblicità.
Noi siamo quattro, come i lati del rombo, del rettangolo, del quadrato. Abbiamo lati che cambiano le misure e aree diverse a seconda dei momenti. Siamo capaci di occupare una superficie vastissima disseminandola tutta di pezzi, pezzetti, libri, playmobil, sigari, calzini, matite, briciole di biscotti, occhiali, caricabatterie, scarpe e ciabatte spaiate e siamo altrettanto bravi a ricoprire lo spazio del divano tutti ammassati sotto il plaid. Inutile cercare di calcolare il nostro perimetro o la nostra area. Siamo un quadrilatero irregolare e non misurabile.
Siamo quattro, come gli schiaffoni che mia madre minacciava di dare a me e mio fratello quando eravamo piccoli: “se non la smettete vengo lì e vi do quattro ceffoni ben dati”. Non ho mai saputo se erano quattro in tutto, due a testa, o quattro ciascuno. E per anni ho pensato che i ceffoni fossero bendati. Alla cieca. Alla dove piglio piglio. Ecco, noi siamo così. Quattro ceffoni bendati. Siamo uno schiaffo che non vede dove si posa ma arriva. In genere finisce su quanto è troppo serio, sulla prepotenza, sul fare ingessato di chi non ride di se stesso ma solo degli altri.
Noi siamo quattro, come i punti cardinali. Io sono l’Est, il sole che sorge, la giornata che inizia spalancando le finestre e aprendo gli occhi, lui è l’Ovest, il sole che tramonta, la giornata che finisce, le finestre che si chiudono sulla cena pronta in tavola e tutto da raccontare. Cristina è il Nord, la nostra Stella Polare. Pepe è il Sud, dove il sole è al suo massimo. Ognuno ha il suo orientamento ma  non puoi prescindere dagli altri, per andare o per tornare. Se capovolgi l’emisfero è tutto al contrario, ti incasini un attimo. E ci vedi sempre rappresentati insieme, come nella Rosa dei Venti.
Noi siamo quattro, come il maiale nella smorfia napoletana che ti verrebbe da pensare che è un animale che rappresenta il peggio dell’uomo, la sporcizia e la bruttura e invece il maiale significa sostentamento e ricchezza. Del maiale e di noi quattro non si butta via niente.
Noi siamo quattro, come gli arti. Cristina e Pepe sono le braccia che prendono, abbracciano, stringono, esultano, cascano per le delusioni e si alzano per ballare a un concerto con un accendino in mano. Io e lui siamo le gambe. L’appoggio, la base, la solidità, il lavoro in salita, lo strappo muscolare del polpaccio per lo sforzo e alla fine le gambe conserte per il riposo, le gambe accavallate sotto il tavolo alla fine della cena quando resta da finire il vino.
Noi siamo quattro, come le fondamenta nella cabala e come il destino nella numerologia esoterica. Stiamo dando la struttura di base al nostro destino, siamo le fondamenta di ciò che c’è oltre, appena fuori dalla gettata del nostro sguardo. Siamo quattro da uno, loro due sono il destino. Noi due siamo le fondamenta.
Noi siamo quattro, come gli amici al bar della canzone di Gino Paoli e come i gatti quando non c’è più nessuno in giro e allora resti così, ancora un po’, a vagare, a raccontarti sempre le stesse cose, ad aspettare, a tirarla lunga per farla passare e alla fine te ne vai al sicuro, tra le mura di casa. Che sono quattro, come noi.

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In ripresa

 

Leggo, scrivo, penso, ripenso, non ci penso più, lascio andare ma torno a riprendere perché è così che funziono, mi manca l’addio, è sempre un arrivederci con i pensieri e con i ripensamenti, con le nostalgie e il carico di ricordi.
Poi mi blocco e resto ferma come se tutto fosse tanto o forse troppo e resto lì in mezzo ai pensieri, a quel che leggo, a ciò che scrivo e non vado avanti, non cancello e non finisco,  non chiudo e non so più cosa faccio, non che cosa fare ma proprio cosa faccio. Dura il tempo che deve non lo so, come quella frase di Alice quando chiede per quanto tempo è per sempre e Bianconiglio le risponde “a volte solo un secondo”. Io resto ferma e sospesa, anche sorpresa ma non stupita, resto con la pagina a metà, con la frase da finire, con le lettere che formano parole che so leggere ma non le leggo e non so più chi ha cominciato, chi ha deciso, chi se n’è andato e se poi ha davvero importanza o se conta solo chi resta e il resto non conta e se chi resta ha scelto di farlo e allora non ci si deve nemmeno fare le domande che mi faccio ora che sono ferma, che non leggo più e ho il libro aperto sulle gambe e ho la penna sospesa per aria come un uccello infortunato, come una gallina che si è agitata troppo e ho una pagina scritta per metà e un aereo, ancora, da prendere e dei sorrisi da andare a riprendermi perché anche le figlie le lascio andare e poi torno a riprenderle, perché siamo tutti grandi e forti e indipendenti e siamo tutti aquile che volano in solitaria e toccano le vette ma la verità è che anche le aquile il nido vuoto non lo vogliono e non so se sono un’aquila o solo un piccione da città ma nel dubbio, e con il nido vuoto, quei sorrisi vado a riprendermeli anche se si tratta di volare, ancora, e che non è più roba mia invecchiando, divento sempre più terrena, da brava vergine rompipalle, mi piace la terra sotto i piedi, le mani che sfiorano le zolle compatte lasciandole sfarinare tra le dita e il cielo sopra la testa, come il destino, gli dei, la sorte che non sai mai cosa sarà e puoi invocarlo o bestemmiarlo ma sempre con il culo appoggiato al suolo. Invece certi pensieri e certi sorrisi devi riprenderteli così, volando. Anche se non sei un’aquila. E allora volo e mi riprendo quei sorrisi e le loro proprietarie, le mani per attraversare la strada e un cono al gusto cioccomenta, una fetta di anguria e il vento della Sardegna che ti prende a schiaffi e c’ha ragione. E mi riprendo la suora seduta accanto a me che chiude la chat di whatsapp, spegne il cellulare e mi sorride mentre stringe il suo rosario e mi guarda accarezzare il mio bracciale tibetano, grano dopo grano, ciascuno coltiva ciò in cui crede e le sorrido pure io.
Volo e lo faccio per la quinta volta in cinquanta giorni che per essere una da piedi per terra e fili d’erba tra i capelli non è male, allora vuol dire che le mie paure le so gestire e le tengo a bada perché questo sono, solo paure ma io me le riprendo tutte, anche loro, perché mi sono costate lacrime e sangue e altri umori strani e lo sforzo di guardarle in faccia senza sapere riconoscerle e senza sapere chiamarle che sembravano spaventose e poi bastava solo dirlo, scriverlo senza lasciarle in sospeso e poco importa se non si capisce o se non piace. Le mie paure le scrivo tutte, le mostro tutte perché non siano loro a mostrare me, le butto giù su un foglio o dove capita, le racconto a chi c’è, a chi passa, a nessuno, a chi legge, a chi lo sa cosa vuol dire e mi sorride.
E mi riprendo un giorno, un giorno solo da figlia. Mia madre già sveglia quando mi alzo, a qualsiasi ora io mi alzi, fuma e traffica con la caffettiera mentre io apro lo sportello del mobile per prendere i biscotti e non importa in quale casa siamo, la nostra o quella in affitto al mare dove non sono mai stata ma lo so dove tiene il pacco dei biscotti e mi riprendo mio padre che guida lui e io seduta accanto come per andare a scuola e mi riprendo i discorsi familiari e lui che cambia le marce tirandole sempre fino all’ultimo che sembra che guidi un camion, così gli diceva il nonno e intanto io guardo fuori dal finestrino e anche se la strada non è quella della scuola e non ho il pensiero della versione di greco e il Rocci che pesa nello zaino, quando scendo un bacio glielo do lo stesso al mio papà, un bacio distratto, quasi lanciato e invece è solo così, per aria, in volo.
Volo per riprendermi un giorno, un giorno solo, lontana da lui che rimane a casa ad aspettarmi, ad aspettare i sorrisi che vado a riprendere anche per lui. E gli restituisco un giorno, un giorno solo lontana da me. E mentre lo scrivo l’hostess sta dicendo che in caso di emergenza bisogna aiutare gli altri passeggeri solo dopo aver indossato la propria maschera per l’ossigeno e non penso che questo sia un caso. Un giorno, un giorno solo. Per riprendermi la lontananza e disegnare il viso dell’altro nella mente , nei versi di una poesia, nel calice di vermentino freddo, nel cuscino vuoto accanto, nel desiderio liquido di riprendersi per mani senza parlare che non serve sempre parlare e poi corri il rischio di restare nel mezzo del discorso, con le parole ferme, sospese non sai più riprendere il filo perchè anche questo capita e stai così, con il ragionamento a metà. E allora tanto vale riprendersi per mano e basta e tenersi così, anche dopo che l’apposito segnale luminoso si è spento e puoi sganciare la cintura.
E mi riprendo il senso della vigilia, l’attesa, la veglia, il sonno che non arriva, la liturgia dell’aspettarsi, il tempo e lo spazio di un giorno che sembra per sempre nel saluto e poi è un secondo nell’epifania, eccola lì, la liturgia di ritrovarsi e riprendersi, così, sospesi, interrotti, cominciati e mai finiti, un giorno solo e mi riprendo tutto questo, le idee, i pensieri quelli più lontani, la paura di volare, la voglia di andare, il nido e qualcuno a cui insegnare che bisogna andare via che tanto i biscotti saranno sempre nello stesso posto, e qualcuno da cui tornare come una scelta, ogni volta, come un mistero, come un paesaggio conosciuto, qualcuno a cui tornare per portare dei doni, per ricevere un perdono, uno sguardo come una carezza lungo la schiena.
E mi riprendo gli occhi che si chiudono e vedono, gli ultimi scampoli di solitudine, i pensieri quelli più vicini, il foglio con le procedure di sicurezza inserite nella poltrona davanti, il bimbo seduto dietro che smette di piangere e ricomincia e smette e ricomincia, la suora concentrata sul bartezzaghi della settimana enigmistica e che forse non ha più bisogno del suo dio oppure è talmente sicura di lui che si concede di rilassarsi e mi riprendo il vociare, il rumore di fondo, il carrello delle vivande e la discesa e tutto così normale e allora non posso, io no, e mi riprendo la complicazione perché la semplificazione mi fa orrore, e mi riprendo i pensieri quelli più articolati e le sfide, le lotte, le questioni di fondo, i principi inviolabili, le regole e le deroghe, mi riprendo il senso di giustizia e il sapore della sconfitta, il livido sul polpaccio e i capillari che si rompono per niente, mi riprendo questo mio ferirmi da sola senza accorgermene, le botte che vedo solo dopo quando diventano viola e verdi , mi riprendo questo tempo in cui mi rompo da dentro, mi riprendo questa fragilità come un regalo del tempo, ogni livido come un fiore che mi sboccia là dove arriva il colpo e mi riprendo la sorpresa di fiorire, da sola.
E mi riprendo il bagaglio a mano, dalla cappelliera, che anche questa volta non sono morta. E mi riprendo i biscotti. E quei due sorrisi lì, che anche questa volta sono viva.

Riconoscersi

 

Nove anni o novanta o nove minuti o nove mesi.
La verità è che se non fossi arrivata tu, Pepe, io non avrei mai saputo quanto le cose possano essere complicate e difficili eppure naturali e non avrei mai saputo che si va avanti e si torna indietro e che quando torni indietro magari lo fai per cercare quello che avevi perso oppure per prendere la rincorsa e provare a saltare più lontano.
E non avrei saputo che ci si può dare i baci alla crema che sono quelli che si infilano nelle pieghe di ciccia e fanno la pernacchia e sono dolci e zuccherini ma non fanno mai male.
Senza di te non avrei sofferto la mancanza di sonno scoprendo i miei limiti fisici e superandoli. Non mi sarei sorpresa di me, non avrei cercato risposte a domande vecchie, non mi sarei sdraiata su un lettino fissando un quadro davanti a me per raccontare che non sapevo niente e che assistevo al crollo di tutto, tutto quello che credevo di sapere e non era vero più niente.
Senza di te non avrei capito che tutto si aggiusta e quello che non si aggiusta si butta e va bene così, che non importa che il pediatra dice che devi passare alla cena solida da quella settimana precisa se tu non vuoi passarci, si può fare poi, dopo, un’altra settimana e vai di latte e plasmon agitati dentro che mica tutti possiamo essere messi in una tabella o in una scala percentuale, in un grafico per lasciare a un altro la possibilità di barrare la casella e dire che tutto va secondo i piani.
Se non fossi arrivata tu avrei continuato a capire solo le cose comprensibili e i messaggi forti e chiari senza mai guardare tra le righe e senza imparare a leggere con le dita lungo il viso bagnato di lacrime, come il braile, e poco importa stare a specificare qui se le lacrime erano le mie o le tue, che differenza fa?
Noi ci facciamo piangere e ci asciughiamo le lacrime a vicenda, tanto, e questo non è sempre chiaro agli altri che ci vedono darci contro e abbracciarci nello spazio di minuti, manciate di secondi a fare fiamme e a spegnerle, giurandoci amore eterno dopo esserci liquidate con gesti stizziti delle mani a dire via, vai via, che mi togli l’aria e invece no, Pepe, non me la togli l’aria tu me l’hai restituita l’aria, mi hai presa per mano poco più che trentenne e mi hai accompagnata nel decennio che ignoravo perché nel mio pensare di sapere tutto, o molto, io non sono mai andata oltre i trenta anni nei miei progetti, nelle mie fantasie, nella mia immaginazione e senza di te questo decennio sarebbe arrivato lo stesso ma no, non sarebbe stato lo stesso. Senza di te non avrei pensato di mollare tutto, andarmene, restare, resistere, urlare e difendere me, le mie idee, le tue fragilità e tutte le tue rigidità e le mie.
La verità è che senza di te non avrei mai imparato a colorare fuori dai bordi, a camminare sul un muretto imitando un funambolo, non avrei imparato cosa significa mastocitosi cutanea paucilesionale espressa al tronco che no, non è una poesia e nemmeno una formula magica ma che comunque l’abbiamo quasi superata, anche quella e non avrei cambiato idea sul mondo, sulle persone che lo abitano così vicino a noi, sui colori per dipingere la casa e sulle montature degli occhiali da vista. Non avrei mai fatto pace con i miei piedi e la forma dell’unghia del mignolo se non avessi visto che ti sei presa anche quello da me.
In questi nove anni ci siamo tenute per mano come si tengono le cose preziose, con decisione e delicatezza, ci siamo inventate parole e frasi in codice, ci siamo sopportate e malsopportate, spesso, tu hai dimostrato ogni giorno di non essere la controfigura di tua sorella e a volte hai dovuto importi per questo, per scappare al termine di confronto e hai fatto bene,Pepe e se qualcosa posso augurarti è di mantenere salda questa forza, questa lotta interiore, questo fuoco che ti brucia e ti alimenta e ti fa essere originale e sola e unica e così diversa da quelli che non sanno che l’anguria si mangia affogandoci la faccia dentro, che si ride facendo rumore e si vive ridendo, che le lacrime sono incorporate nel bagaglio a mano di ogni ragazza per bene, che ci si può dedicare a un cane, a un quadro, a una canzone, a un tocco sulla pelle di qualcuno che gli si sfiorano i pensieri a saperlo fare, che si può essere tutto questo a nove anni, novanta, nove giorni o nove mesi, che si può essere se stessi con leggerezza e si può cedere e lasciare andare la rigidità, la spigolosità, la paura, senza però abbandonare mai niente che nella vita tutto serve, che siamo noi a decidere cosa possiamo essere.
Io senza di te tutto questo non lo avrei saputo e non mi sarei conosciuta davvero e non mi sarei riconosciuta attraverso di te e non mi sarei superata grazie a te che torni indietro, prendi la rincorsa, salti, dipingi , guardi con gioia un signore che tiene ferma la porta del bar dicendoti “entra pure principessa” e dici “mamma, questo signore mi ha riconosciuta” e poi togli gli occhiali per meditare perché “quando si medita nessuno ha difetti, mamma, gli occhiali non servono”, canti, scrivi, vivi, ridi, mangi, corri, nuoti, voli , torni giù, scappi e ti nascondi e hai preso la mia vita per portarla in salvo, per metterla al riparo da strade segnate e percorsi scontati, per non farmi essere ciò che non volevo diventare.
La verità è che se non fossi arrivata tu questo decennio che non immaginavo esistesse non mi avrebbe fatta rinascere. Oggi io festeggio insieme a te ogni giorno di questi nove anni in cui ci siamo tenute per mano e ci siamo conosciute e riconosciute, scoperte e meravigliate, combattute e riappacificate, festeggio insieme a te il tempo che ci è consentito e le mani che si cercano per sfiorarci i pensieri e che riescono ad accarezzare il cuore, che è lì il posto dove vivi tu.
Anche io ti ho riconosciuta, principessa.
Buona Vita, Pepe.

Ammetto, ma non concedo.

 

Ammetto di non capire tante cose alcune delle quali sono il mio zoccolo duro di stupidità. Per esempio il discorso dell’ora legale e dell’ora solare, dell’ora di sonno in più o in meno e delle lancette dell’orologio da spostare. Niente, non lo capisco, non c’è verso, mi faccio regolare l’orologio, controllo su Sky tg 24 che ore sono e sistemo l’orologio dell’auto. Basta, non vado oltre, le ore di sonno, tanto, sono sempre meno di quelle che vorrei e mangio quando ho fame, quindi non mi importa che sarebbero le tredici. Invece sono le dodici? o sono le quattordici? Che ora è?

E ancora, non capisco le costellazioni, il piccolo carro, il grande carro, e quelli che te li indicano sicuri e certi e che li vedono e allora annuisco e dico “ già, si, si”, si si niente. Non è vero, lo ammetto. Io non li vedo, vedo luci fisse nel cielo che so che sono le stelle e se capita di vederne una che casca spero non si sfracelli con il suo carico di desideri che sarebbe un peccato. Ecco, il massimo livello astronomico della mia comprensione: luce luminosa non cadere, per favore, scivola solo un po’ che sia più facile affidarti un segreto.

Non capisco nemmeno le bugie. Non nel senso che sono una paladina della Verità, figuriamoci. Io non capisco la bugia quella tecnicamente detta “del cazzo”:  quella del “sono per strada” e invece sei ancora in ciabatte, quella del “sono arrivato in ufficio alle sette, stamattina” e invece avevi ancora le caccole negli occhi e ti rigiravi nel letto, tutte quelle piccole alterazioni della realtà che a molti non sembrano bugie, sembrano innocue e, forse, lo sono, ma io ammetto di non capire come si faccia a vivere in una rappresentazione perenne di qualcosa che non è. Se non sei per strada non mi dire che sei per strada perché io sono limitata, ottusa, ancorata alla realtà fattuale e così stupida da dire di essere per strada quando sono davvero per strada con tutte e due le gambe e il sedere in macchina e il motore acceso, e allora si, allora posso dirti che la realtà è quella e che puoi aspettarmi, sto arrivando.

Ammetto di avere delle caratteristiche particolari, da alcuni definite fissazioni o manie, ma da quelli  che magari annusano la biancheria pulita prima di riporla nel cassetto o tolgono la buccia alle albicocche che per me sei quasi malato di mente a fare una cosa del genere. Io, nel mio piccolo, non bevo nei bicchieri bagnati, mi fa schifo. Devo asciugarli, altrimenti vomito. Mi fa stare male, malissimo, un quadro storto. Dio, solo scriverlo mi scatena agitazione. Ho raddrizzato quadri ovunque, nelle sale d’attesa dei medici, nelle sale riunioni di mezza Torino, dai parenti, nei corridoio della scuola delle ragazze.  Non so il perché, me lo chiedono spesso, taglio corto e dico che è una questione di ordine. Che senso avrebbe  dilungarsi e dire che un quadro storto è in bilico, è dimenticato, è sul punto di cadere o forse no, ma sta male, è una ferita aperta su  un muro e le ferite sono dolorose. Faccio prima a raddrizzare il quadro. Ancora, leggo i libri seguendo l’ordine cronologico di acquisto. Quindi, se voglio assolutamente leggere un libro non lo compro finchè non si è esaurita la coda sul comodino. Non posso fare favoritismi e far saltare la fila, ciascuno secondo il proprio turno e pazienza.

Ammetto di avere delle intolleranze. Non alimentari ma personali. Sono intollerante ad alcune categorie e puntualmente mi ci imbatto, mi ci scontro in una lotta karmica per la mia evoluzione ed è sempre molto faticoso perché, ammetto, che mi si scatena dentro una furia, robe da Erinni, e non riesco, spesso, a controllarmi, a fermarmi, a lasciare che ciascuno si schianti lungo la propria strada, ammesso che sia già per strada. Quindi, oltre a quelli che sputano la buccia delle albicocche  e che appendono i quadri storti come se, questo, fosse normale, ecco, non tollero i mistificatori professionisti, gli specialisti degli alibi, i laureati all’ università della vita perché non esiste e bisogna dirlo, quelli che hanno un qualche cazzo di passato glorioso ma che, guarda caso, si è perso definitivamente e non è accertabile, che tu pensa la sfortuna nell’era di internet cerco e non trovo i prodigi e le imprese fenomenali  sugli sci, su un campo da calcio, sulle passerelle di Versace, alla  Nasa e così via.  Non tollero quelli che dicono di un altro “è buono”. Da mangiare? Buono per fare cosa? Per montare una mensola, per fare un trasloco, per parlare della vita, per raddrizzare un quadro, per operarti in laparoscopia? Buono per cosa?  siamo tutti buoni e siamo tutti capaci e siamo tutti cattivi e siamo tutti imbecilli. Sentire  “è buono” come se fosse “è alto” è biondo” mi dà fastidio, non lo tollero.

Ammetto di avere amato moltissimo pochissime persone. Ammetto di amarle ancora un po’, tutte. Nel ricordo che con gli anni è sempre più tollerante, lui si, non come me. Nel racconto, che con gli anni si è perfezionato e ha restituito a ciascuno la propria parte con grande onestà e gratitudine, perché anche lasciarsi è una conquista  e a volte ci si arriva solo dopo anni di attesa e assedio, alla fine però c’è la resa da una parte e la conquista dall’altra. In questo caso sia la resa che la conquista sono mie. Ho amato molto, molto forte, molto intensamente, molto a lungo, ho amato con rabbia e ottusamente, ho amato disperatamente e non ho mai finto che fosse altro. Ho amato con ogni forza e con lealtà. Sono diventata una ex ingombrante, sono stata una ex impegnativa, ho fatto anche la ex rompipalle, si. La ex alla quale si dovevano dare spiegazioni. La ex alla quale nascondere una nuova relazione. E sono stata la ex che scappa, che non vuole parlare, la ex che non vuole più sentire il tono della voce perché è come un graffio con la forchetta sul piatto, Dio, quella voce che fastidio, che orrore, sono stata una ex che ha incenerito e distrutto e maledetto. Ma tutte quelle x sono il cromosoma dove c’è il mio dna mitocondriale, sono io nella versione antica, profonda e inalterata di me stessa. Tutte quelle ex sono la donna di oggi che ha firmato l’armistizio con ogni amore e lo ha lasciato andare, tendendone solo un pezzo, un brandello di ricordo.

Ammetto di trovare rassicuranti alcune situazioni, come mio padre che mi aspetta. Io, se so che dove sto andando c’è mio padre, ci vado più sicura. Nessun complesso irrisolto, nessuna proiezione, solo mio padre e il suo sguardo, che ci siamo capiti. Gli uomini che sanno parcheggiare, mi rassicurano. Al contrario, gli uomini che sono impacciati nelle manovre di parcheggio li assimilo agli eunuchi. Io guido, non bene, lo ammetto. Guido da 21 anni e vado, vado, vado, ma il parcheggio mi mette in crisi, spesso. L’uomo che sa parcheggiare è l’esemplare che, per me, ha le caratteristiche per mandare avanti la specie. Ha vinto nella lotta per l’evoluzione.

E poi.

In fondo.

Ammetto di non poterne più di sentirmi descritta come una stronza, una pessima madre, una moglie dispotica e arrogante. No, basta. Ecco perché lo dico lo scrivo. Se volete leggerlo eccolo qui, spiattellato per voi. Sono un mostro,si. Ma nella vox media, sono un “monstrum” . Guardatemi, meravigliatevi e soprattutto cercate cosa vuol dire vox media su internet, che a differenza delle gesta eroiche di molti dei miei narratori è una ricerca che dà risultati.  Basta, davvero. Facciamo che chi sono, adesso, lo dico io. Lo scrivo io. Come mi pare, come so, dal mio personalissimo e parzialissimo punto di vista, facciamo che basta.  Facciamo che sono la madre che voglio essere ogni giorno, la sola madre delle mie figlie, comunque. Facciamo che sono la moglie che è stata scelta, a differenza di un sacco di altre persone che ci capitano nella vita e ce le dobbiamo tenere. Facciamo che il mostro ha smesso di tacere e , ammetto, questo non era stato previsto. Ma mi diverte molto, moltissimo. E allora, ammetto che ogni volta che lascio un pezzetto della mia insofferenza, del mio dolore, del mio disgusto, insieme  a un po’ della mia vita, della mia storia che è sempre e solo una storia di amore e di rabbia, del mio spogliarmi sulla carta a dire “eccomi, sono questo, solo questo eppure tutto questo”, ogni volta che io mi mischio con le mie parole, mi faccio a pezzi da sola  e mi butto sparpagliata e mi scappa di dire che è finito il tempo e la credibilità per molti, ogni volta, lo ammetto, ogni volta che questo avviene io sento il carico che si alleggerisce e sento che posso viaggiare meglio, che mi basta una borsa sempre più piccola, che il quadro è dritto, il bicchiere è asciutto, l’ora è sempre giusta, io sono io, sempre più io, sempre meno qualcosa che non è mai esistito come quelli che arrivano in ufficio alle sette. E sto bene. Lo ammetto.

Solo un po’

 

C’è una settimana dell’anno che dura cinque giorni che sembrano dieci e nel ricordo solo due, alla fine. Ogni anno a luglio si verifica questo fenomeno. È la settimana durante la quale Cri e Pepe sono al mare con il loro papà e io torno a Torino per lavorare.

Il primo giorno parto, saluto le mie ragazze, le annuso sul collo mentre le bacio, cado nel luogo comune delle raccomandazioni- mettete in ordine, comportatevi bene, non litigate, date una mano a papà, fate i compiti, lavatevi i denti, non litigate, occupatevi di scaricare la lavastoviglie, stendete i costumi subito dopo la doccia, rifatevi i letti, non litigate- loro annuiscono, io parto, ultima annusata, treno, ciao, viaggio. Ciao. Il primo giorno è una falsa partenza, è un giorno di spostamenti, di valigia in bilico che tiro su in qualche modo e tiro giù confidando nel buon cuore di qualche giovanotto, ormai, di un libro letto pigramente, di paesaggi ignorati dal finestrino, di pensieri lenti su un treno ad alta velocità. Scendo a Porta Susa, più comodo di Porta Nuova, metro fino alla fermata  Racconigi dove c’è l’auto che mio marito ha lasciato posteggiata vicino al mio ufficio quando ha fatto il mio stesso viaggio, all’incontrario. Come il treno dei desideri dei miei pensieri che all’incontrario va, che poi Azzurro è pure la prima canzone che ho imparato da bambina, era il 1983 credo e la strada delle vacanze era verso la Puglia, con zii e cugini e cene chiassose e chi vuole la pasta in bianco e chi con il sugo e tutto che sembra fermo invece no. Macchina recuperata, verso casa. Musica, sensazione di essere una turista nella mia città, lungo le strade che percorro ogni giorno. Cancello di casa, il mio pastore tedesco che mi guarda come se fossi proprio la persona che stava aspettando.  Porta, sono dentro. Cerco quello che lui ha lasciato uscendo, nel suo viaggio all’incontrario, un segno, non so qualcosa che mi dica “ero qui un attimo fa” . Entro in camera da letto, poi vado nella camera di Cri, che casino eppure lei sta bene qui, è la sua tana, tra i libri di Harry Potter e gli attestati degli esami di Karate, la foto del suo istruttore, la coppa di quando ha vinto l’oro e la sacca delle protezioni che usa in combattimento vicino al letto, come se dovesse essere pronta per la fuga in piena notte , poi entro in quella di Pepe , con le tende rosa e il copriletto bianco, la foto dei suoi migliori amici sulla scrivania ordinata e i libri sulle mensole,la casa di Barbie e la targa “La Principessa dorme qui”, piccola bambolina tenace, caparbia, leale, profonda, piccolo essere misterioso ironico e spietato.

La cucina, la tazza della sua colazione del giorno in cui è partito, i nostri posti a tavola. Per una settimana non mi siederò. Non cucinerò. Non c’è nessuno per cui farlo. Il bagno, il dentifricio senza il tappo. Ovviamente. Il segno. Doccia, scatoletta di tonno per me, croccantini per i  cani, denti, dentifricio tappato, pigiama, occhiali, libro, telefono- tutto bene, si fa caldo, tanto, è l’afa che ti uccide qui lo sai, voi? Bene, il mare oggi? Si, si il treno puntuale, niente, si, leggo, adesso dormo, domani vado in ufficio. Ok. Bacio.

Il letto, mi metto in obliquo e occupo lo spazio, annuso il cuscino come se fosse un collo, sento dove non c’è e dovrebbe esserci, sento dove non c’è e vorrei che ci fosse. Tutto spento. Il primo giorno mi serve per mettere distanza, per pensare al singolare. C’è un libro appoggiato sul mobile dell’ingresso. Un libro nuovo, ma che ho già letto, ne ho una copia nella libreria. È un libro che parla di felicità e di malinconia. Solo chi mi conosce bene può comprarlo e poggiarlo lì, come se fosse una dimenticanza e invece è un segno.

I giorni che seguono sono giorni di silenzio, arrivano in silenzio, trascorrono silenziosi e scivolano nella notte in silenzio. Sono giorni senza orologi, lavoro senza pensare fino a quando potrò farlo ma solo fino a quando voglio. Vado avanti ancora un po’, vado a prendere il caffè, non ho fretta, non devo fare altro se non  quello che sto facendo, non c’è nessuna scuola che chiude alle 16, non c’è il karate, non c’è il tennis, non c’è il dentista, la festa del compagno, la cartuccia della penna scarica e i ricambi a quadretti di terza con margine che sono finiti, la cena da preparare, la stanchezza da mascherare ancora un po’, solo un po’. Ci sono io che mi alzo il mattino in silenzio, faccio colazione in silenzio, parlo così, a caso, parlo da sola, con i cani, con lo specchio che mi rimanda la mia immagine riflessa e basta, nessuno che deve farsi la coda alta che più alta non si può proprio  nel mio bagno- ma perché non vai nel vostro? Avete il vostro bagno, usatelo- Perché qui ci sei tu, mamma-, nessuno a cui dire di prepararsi, di muoversi, di accelerare.

I giorni che seguono sono i giorni in cui un po’ perdo le mie ragazze, un po’ le dimentico, un po’ lascio il telefono in un’altra stanza perché non ho premura di sentirle, di aspettarle, sono i giorni in cui mi cerco un po’ e un po’ mi immagino, se fosse andato diversamente, così tanto per pensare, mica sul serio. Sono i giorni durante i quali penso che mi basterebbe una casa molto più piccola, se fossi sola, che spenderei poco per mangiare se fossi sola, che userei la lavatrice solo due volte alla settimana invece di due volte al giorno se fossi sola.

Verso il terzo o il quarto giorno, smaltito il grosso del lavoro in ufficio, organizzo una cena con le amiche per parlare di niente, dei saldi, delle vacanze, di quella che parcheggia sempre il suv come se la strada fosse sua, dei mariti, degli ex mariti , di quella con il suv dell’ex marito, di noi  ex ragazze sedute allo stesso tavolo che un po’ è strano e un po’ invece che figo, che leggerezza- i tuoi quando tornano? E i tuoi non sono più i genitori per noi ex ragazze che quando diciamo i tuoi, adesso, ci riferiamo ai figli.  I miei tornano sabato- anche i miei- ah- eh- pensa come saranno contenti- eh, si pensa, però in fondo loro stanno bene al mare, che qui cosa fanno? poi è l’afa che ti uccide, a Torino, no?

I giorni che seguono il primo sono i giorni in cui un po’ mi ritrovo. Mi ritrovo ventenne ma meno arrabbiata, mi ritrovo ad ascoltare la radio ad alto volume ma le canzoni sono diverse, mi ritrovo a camminare senza nessuno da cui andare e adesso non mi fa paura. Solo un po’, solo per poco, mi cerco, mi trovo, mi ritrovo. Mi vedo riflessa nelle vetrine e so che sono io ma a volte è come se mi guardassi per la prima volta, un po’ mi stupisco, un po’ mi incupisco. L’immagine è quella di una donna, una ex ragazza, che ha avuto il tempo di mettersi lo smalto sulle unghie dei piedi ieri sera davanti alla tv mentre guardava senza vedere un programma che non sa che diavolo fosse e ha usato il solvente in salotto senza nessuno che si sia lamentato dell’odore insopportabile, a parte i cani. L’immagine è quella di una donna che sa che quel che vede non è tutto lì, una ex ragazza che sa che manca un pezzo, un pezzo che non trova, se si cerca troppo indietro, per questo lo fa solo un po’, di cercarsi, di trovarsi, di ritrovarsi, solo un po’, solo una settimana, solo una volta l’anno, solo un po’indietro.

Dal quinto giorno, da oggi quindi, comincia il conto alla rovescia. È solo una settimana, è una settimana di appena cinque giorni veri, effettivi, è una settimana durante la quale ogni ora vale il doppio, il triplo perché non c’è nessuno che ne occupa una parte, ogni ora è solo mia. È una settimana che dura solo un po’, come la carrozza di Cenerentola, come un bagno con tanta schiuma, come un massaggio dalla punta dei capelli alle dita dei piedi, come una parentesi in un’ espressione che serve per andare avanti e risolvere l’esercizio.

Domani è l’ultimo giorno, l’ultima notte in obliquo. Andrò a lavorare, farò tutto come oggi, come ieri, con calma, in silenzio. Mi guarderò ancora, solo un po’, in una vetrina, in uno specchio al volo, mentre passo per andare da nessuno e da nessuna parte, leggera e incompleta ma comunque io, intera ma senza un pezzo, qualcosa che sfugge a un osservatore esterno, a uno che non sa che il giorno dopo tornano i miei, a uno che non cerca il segno.

Sabato mattina guarderò l’ora. Aprirò la porta del corridoio che porta alle stanze delle ragazze, farò entrare luce, aria e afa assassina nelle camere, il sole illuminerà le foto, la polvere danzerà in controluce, entrerò in cucina , aprirò il frigo e il panico avrà la meglio. Uscirò a fare la spesa, solo un po’, però. Tanto poi si riparte. E aspetterò. I messaggi saranno il metronomo della mia attesa e del loro viaggio. Saluterò la ventenne che mi ha tenuto compagnia in questi pochi giorni, senza rimpianti, è una brava ex ragazza, ma la sua compagnia va bene solo un po’. Guarderò l’ora, ancora, fino a quando non si aprirà il cancello, i cani correranno verso l’auto, le ragazze scenderanno e sarà tutto un annusare, i cani tra di loro e ciascuno Cri e poi Pepe e io nei loro colli, nei capelli e  l’odore sarà quello di casa, per tutti. Poi guarderò lui che lascerà la portiera aperta, come il tubetto del dentifricio, avrà la mano destra sul fianco e passerà la mano sinistra sul viso stanco di guida , sollevandosi gli occhiali- Ciao- Ciao- collo, testa, eccoci. Nel finestrino, finalmente,  riflessa l’immagine completa.

Lieto fine

 

Non ti è piaciuto il riferimento a Orfeo perché “non ha un lieto fine la storia” mi hai detto. Anzi, mi hai scritto, io ero al mare con le ragazze e tu a casa, in ufficio, al lavoro. Insomma lontano da me, dove sono io adesso, lontana da te che sei al mare con le ragazze, arrivato per darmi il cambio come due giocatori che si battono il cinque durante una partita, dentro uno, fuori l’altro, conta solo il risultato.

Non ha un lieto fine la storia, vero. Perché è una storia che finisce e non un amore che finisce,che sarebbe meglio. Perché lei muore per essere fedele, lui si dispera e sfida qualunque logica, qualunque limite umano e persino gli dei per riaverla con sé perché quell’amore che sopravvive alla storia lo distrugge. Lei non c’è più e lui la rivuole. Canta, questo sa fare, canta il suo amore e ottiene di riaverla, nessun canto aveva mai potuto tanto, il suo si, il canto dedicato a quell’amore così vivo riesce a fare quello che nessuno, niente, è mai riuscito. Può riaverla e va a prendersela. Ha sfidato, ha vinto. C’è solo una condizione: non deve voltarsi finché non saranno, entrambi, completamente fuori dalle tenebre. Va bene, si può fare. Anzi no, non si può. Desiderio, tracotanza, stupidità, fallibilità, destino, necessità. Quel che è. Ma lui si gira prima, presto, troppo presto, mancava poco ma no, niente, non  potrà riaverla perché non è stato in grado di riaverla, perché si è girato e ha deciso, così, di amarla per sempre, di cantarla, di perderla  perché, dai, nessuno torna dal regno dei morti, lei non sarebbe stata più lei, e lui cosa non doveva vedere, perché quel divieto di voltarsi, chi era, adesso, la sua Euridice?  E lui, lui chi era adesso? Senza di lei? Con lei?  Lei la sola capace di fargli toccare tutti i suoi limiti per superarli, lei la sola per la quale affrontare la vita e la morte, gli inferi e la propria paura, lei che lo aveva portato ad essere il meglio di se stesso, a creare qualcosa che non si era mai sentito. Per lei aveva affrontato tutto, per lei perdeva di nuovo tutto. Dai, nessuno vince con gli dei.

Non ha un lieto fine la storia, vero.

Quale storia ce l’ha?

Tu conosci storie che hanno un finale felice? Io no. Io conosco amori che finiscono. Male, molti. Bene, alcuni. Con il tempo anche il male diventa bene, però. Gli amori che finiscono si spengono, si consumano, si sfilacciano e più o meno lentamente  si rimpiccioliscono, affievoliti, sgonfi, incerti, fino al punto che diventano piccoli, invisibili, lontani e sai che ci sono stati e sai che non ci sono più. Gli amori che finiscono, alla fine, finiscono bene. Perché, intanto, si è entrambi vivi e già è molto. Perché gli amori che finiscono vanno a stare in angoli disadorni della mente e lasciano il segno, dopo un po’ come i quadri sulle pareti. Gli amori che finiscono ci consegnano le chiavi di casa, ci sbattono fuori di casa, si riprendono i regali, si dividono le foto e si addossano le colpe. Gli amori che finiscono danno fastidio, come il  rumore della masticazione all’improvviso, insopportabile, come un tubetto del dentifricio lasciato aperto, sempre, sempre, sul lavandino e poi si secca e non esce più. Gli amori che finiscono assomigliano a quelle espressioni di tua madre, della mia, di una madre, che non si riesce più a sopportare. Gli amori che finiscono si spiegano agli amici e fanno pulizia, chi sta con chi, schieramenti e coalizioni. Gli amori che finiscono a volte li cerchiamo per conferma, incertezza, debolezza, riconoscenza, paura, perché si sa già come si fa, tutto, e dopo si piange perché gli amori che finiscono non sono più amore.

I miei amori finiti sono, alla fine, finiti bene. Si. Anche i tuoi, penso. Ammesso che tu abbia amato prima di me… so che stai pensando alla risposta e si, puoi dirmi che hai amato. Ma meno. Meno bene. Meno amore, meno di tutto, prima di me.

Le storie, invece, quelle no, quelle sono un’altra cosa. Un’altra storia. Io di storie che finiscono bene non ne conosco.  Perché il lieto fine sta nel fatto che non finiscono ma, non possiamo sfidare gli dei, tutte le storie finiscono perché sono esperienze umane. Iniziano, vivono, muoiono. Ecco, le storie muoiono. E resta sempre un superstite. Un sopravvissuto. Uno che vaga a cantare di un amore vivo e di una storia morta che è stata viva, che è stata una storia di ogni giorno per tutti i giorni, la storia di una vita come i miei nonni, sai. Se devo immaginare LA  storia d’amore, ecco è quella. La favola, l’amore, i figli e i nipoti, nessuno che valga quanto il bacio sulla porta tutti i giorni, la mattina e la sera con la cadenza della posologia di un farmaco e con la stessa dedizione come se fosse la cura e verrebbe da dire si, lo è, lo è stata, invece no. Invece senti quanta sofferenza , senti quanto dolore, senti quanto poco è lieto il finale di lei che un giorno lo guarda e gli dice “signore, deve andare via da casa mia prima che arrivi mio marito, che è molto geloso”.  E lui non va via. Cerca di tenerla stretta. La cura, la accudisce, la ama. E lei si dimentica di lui. E lui ricorda per due, ogni giorno, debole, malandato, chissà per quanto potrà provare a trattenerla, a non lasciarla scivolare ma lei è già andata e si è già perduta nella nebbia e non sa più di averlo amato più di se stessa, penso, credo, l’ho visto che l’ha amato così, sempre, e quell’amore non finisce, lui lo porta avanti, è la storia che finisce e non è lieto, il finale. E quell’amore è ancora in giro, sai, è come se ci galleggiasse sulla testa invece la storia è spezzata, morta con lui e perduta con lei che non sa di essere stata Euridice, in grado di portare Orfeo a fare l’impossibile.

E io non penso che il nostro amore finirà bene. Penso che la nostra storia non avrà un lieto fine. Anche se non posso averne la certezza, mica sfido gli dei o il fato. No, nessuna certezza.  Ma se ti chiamo Orfeo è perché penso che tu per me saresti disposto a superare i tuoi limiti. Che tu verresti a riprendermi anche giù negli inferi, che faresti di tutto per rivedermi una sola, ultima volta. E si, penso che ti gireresti, un attimo prima. Per perdermi. Per lasciarmi andare. Per non accanirti. Per avermi per sempre. Perché sai che ti resterei fedele, ovunque. Perché è il solo modo di non dimenticarsi.

17

 

Mancano giusti due mesi, in fila sessanta giorni sospesi, sessanta come i secondi e saranno 40 tondi tondi, chè in fondo manca un minuto o il tempo di uno starnuto e quel giorno sarà arrivato, indietro solo il tempo passato e non si può dire che sia poco o che sia trascorso come un gioco eppure, si, mi sono divertita, che vicenda buffa la vita, sempre più simile a una valigia con all’interno stipate le mie vestigia, segni , impronte e tracce, momenti di gloria e figuracce, amori solo immaginati, amori che si sono fermati per un attimo o per un momento che domani è un altro giorno e via col vento, tutto l’amore che ho vissuto e se solo ciascuno avesse saputo… lui che è stato il primo , quello che solo al pensiero mi deprimo, c’è stato uno che non sapeva se poi davvero era me che voleva e il fenomeno che invece era sicuro, uomo adulto forte e maturo, se lo vedete potete dirgli che mi sono sposata e ho due figli, quante cazzate in 40 anni, dette sentite con e senza danni, ma per tutto quanto che ogni volta ho sbagliato, giuro, il conto ho pagato.

Porto in giro a testa alta questa faccia e ogni sua traccia , il dolore e la speranza sempre insieme come in una danza, a volte conduce lui e allora i momenti si fanno bui altre volte guida lei e non si vedono nemmeno i nei e uso sempre queste mani per gesticolare come i napoletani, per me niente di nuovo, arrivo da Castel dell’Ovo e di quella stirpe mi porto appresso: che non mi fai fesso, il sorriso detto a scucchia, la pienezza e la nostalgia che è nello sguardo, non va mai via. E con me ci sono ancora gli anni di corsa a fare tutto e i momenti tristi di lutto con i polpastrelli a sfiorare rapidi baci lenti affidati alle lapidi, saluti a tempo determinato, ci ritroveremo e niente sarà cambiato, l’amore sarà sempre il filo che unisce, nessuno va via finchè il ricordo non finisce. 40 anni tra pochi giorni e si contano le andate e i ritorni, gli anni di studio e la banalità, non sono il voto dell’università ma sono la vita che ho impiegato fino al colmo della bottiglia e il messaggio che li ho infilato da affidare al mare e alla corrente, sono tutto quello che il cuore sente, sono le mani che ho teso e lo sguardo offeso, sono il fondo più fondo e la terra che casca nel girotondo, sono Cassandra che sa e dice e sono Euridice che a lui si affida ma sono 40 anni che vivo la sfida di essere esattamente ciò che sono, scusate se non chiedo perdono e anzi adesso, lo dico, fieramente me ne sbatto, come il cappellaio matto, del giudizio, del rumore, del brusio, di tutto quanto è lontano dall’animo mio, dentro al quale c’è ciò per cui vivo, le mie figlie, Orfeo e ciò che scrivo.

Io parlo da sola

 

Mia madre parlava da sola, in casa, mentre faceva da mangiare, mentre divideva i panni del bucato, gli scuri di là e i bianchi  qui, i delicati accanto ai bianchi, i colorati accanto agli scuri.  Anche mentre stirava o smontava le tende della sala dopo essersi arrampicata e io sotto a tenerle la scala. Mentre correggeva i compiti, i temi, i problemi, gli esercizi con le frazioni dei bambini, scuotendo la testa seduta al tavolo della cucina ricoperto da tutti quei fogli, la sigaretta sempre tra le dita della mano sinistra e la penna rossa tra quelle della mano destra. Bastava seguire il suono, basso, appena percettibile come una litania o un rosario per trovarla, in casa, da una stanza all’altra. Mio padre la prendeva in giro per questo, un po’ anche io e mio fratello. Non so se lo fa ancora, forse si, adesso è molto più sola in casa di una volta e quando vado da lei a volte mi sembra di sentirla parlare nella stanza accanto a quella dove sono io, allora le dico a voce alta, senza muovermi, “cosa hai detto, mamma?” e lei mi risponde “no, niente”. Perché non sta parlando con me, né con nessun altro. Parla da  sola. Non l’ha più fatto per un  periodo, tantissimi anni fa, oltre trenta, quando non è stata bene. Penso, oggi, che avesse la testa troppo piena di echi e rimbombi per far uscire dei suoni, per articolare frasi di senso compiuto rivolte a nessuno o solo a se stessa. Le teneva tutte dentro, le parole, le sentiva ma non le diceva, chiudeva gli occhi come a seguire un discorso senza interlocutore, che poi non sapevi se ascoltava davvero o no, come il preside della scuola delle mie figlie, che tu gi parli, lui chiude gli occhi, incrocia le braccia sulla pancia e sorride. E non saprai mai se è estasiato dai tuoi commenti o se sta pensando che tra pochi minuti finisce il colloquio e ti toglierai dai coglioni.

Quando è stata meglio, mia madre, il preside fa tutt’ora così, ha ricominciato a parlare da sola. Mio padre ha smesso di prenderla in giro.

L’anno scorso, un giorno qualunque, ero da sola in casa, sono entrata in lavanderia per avviare la lavatrice, ho acceso la luce e mi sono diretta al cesto della biancheria. Parlando da sola. Dicevo cose, proprio cose, non parole e basta. Dicevo parole che le toccavi, parole che erano cose con una forma, una dimensione, un colore, un peso. Enorme.

E il giorno dopo, un giorno qualunque, mentre rifacevo i letti nelle camere delle ragazze, ho parlato ancora. E ancora il giorno dopo, altro giorno qualunque, in ufficio, al computer mentre i numeri correvano sullo schermo. E così via. Da sola. Non me ne sono accorta subito, no. Non ho pensato alla storia di mia madre, figuriamoci. Non ho pensato che parlavo da sola. Non ho pensato. Stavo parlando. Niente di più naturale, come un cane che abbaia, che quanto mi fanno incazzare quelli che al cane in giro dicono “e non abbaiare”,già, miagola magari. Come si fa a dire a un cane di non abbaiare? Come si fa a dire a una persona di non parlare?

Poi, un giorno qualunque, davanti al mare, lontana dal lavoro e dai numeri sullo schermo e dalle scadenze da ricordare, tutte sempre, lontana da casa, lontana mesi e mesi nello spazio da quel giorno in cui ho sentito che parlavo da sola, lontana decenni nello spazio da mia madre che parla da sola e che poi non parla più, dal suo silenzio e dal rumore che aveva nella testa, lontana anni dall’uomo con la barba, la voce dietro la testa del venerdì all’ora di pranzo, l’uomo con la barba che dopo la nascita di Pepe mi ha tenuta per mano aiutandomi a vedere a fondo, il fondo, il gorgo scuro che spaventa e invece no, bisogna vederlo perché esiste e si deve saper accogliere e gestire, dopo la psicanalisi che è stata il mio autan contro le zanzare, il mio antistaminico contro le punture di insetti,  la ricetta per cucinare sulla base delle mie intolleranze,lontana da tutto questo ma consapevole della sua esistenza, consapevole di ogni giorno qualunque, quel giorno seduta davanti al mare che oltre con lo sguardo non potevo andare e allora restavo a guardare laggiù il mare calmo e quaggiù il mio gorgo agitato ho capito di aver iniziato a parlare da sola dopo l’ultimo incidente, l’ultimo in ordine di tempo, quello dello scorso anno. Quando sono rimasta a terra. E ho pensato che non avrei trovato il modo di alzarmi di nuovo, ho pensato che sarei morta, ho riso perché nessuno muore per questo, ho pianto perché una parte di me sarebbe morta di questo. E mentre lo pensavo lo dicevo. A nessuno. A me. Alle mie orecchie, perché le parole erano rimaste incastrate in gola e faticavo, mancava il respiro. Ero a terra, dopo l’incidente. Dopo la mandria di bovini che mi aveva investita. Scappati dal recinto, mio marito non lo aveva elettrificato o non lo aveva chiuso bene, lui entrava nel recinto, le bestie erano le sue, ne era responsabile lui. Doveva fermarli ma non ha pensato che dei bovini fossero pericolosi, infatti non lo sono, ma sono grossi, ingombranti, quando si muovono sono pesanti e poi cagano dappertutto, vanno tenuti nella stalla e bisogna mandare qualcuno a pulire. Quando la mucca più vecchia e ormai inutile, non buona per il latte e troppo anziana per il macello aveva dato segni di instabilità e malessere nei mie confronti gli avevo detto che bisognava fare qualcosa, ma lui aveva sottovalutato. Così è avvenuto l’incidente. La mucca vecchia e gli altri bovini, mucca figlia, nipote vacca e altri capi di bestiame, cornuti e meno, sono usciti. Rumorosi, sporchi e maleodoranti. Li ho visti con la coda dell’occhio, ero troppo vicina per evitare l’impatto, ho fatto in tempo a buttare di lato le mie figlie, una da una parte, una dall’altra e dentro di me dicevo “lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo “ e poi non lo dicevo più dentro ma fuori, a voce bassa, e poi sempre più alta, e poi basta perché mi sono passati sopra e ho protetto il viso che non mi facessero male agli occhi e ho protetto la testa che non mi facessero danni alla scatola cranica che lì dentro ho tutto, tutto e mi sono ritrovata a terra. In attesa dei soccorsi. Non sentivo più le gambe e avevo freddo. Piangevo, perché avevo letto che sono i sintomi di quando ti rompi la colonna, non senti dolore ma torpore alle gambe e freddo. E pensavo che non avrei più camminato. Per colpa dei bovini. Ho pensato che dovevo verificare in letteratura medica quanti casi di paralisi sono riconducibili a investimento da bestiame. Ho pensato che dovevano, lui doveva, catturarli tutti e macellarli tutti.

Ho guardato il cielo, gli occhi erano a posto, ho sentito le ragazze dire che stavano bene e ho sorriso perché loro mi fanno sorridere, loro mi fanno felice, ho pianto ancora un pianto acido e dicevo a bassa voce, a me, dicevo  adesso le lacrime mi corrodono, mi divorano, mi lasciano segni permanenti. E attendevo i soccorsi. Rimanendo ferma perché, avevo letto, che non bisogna muoversi finchè non è accertato il danno. Sapevo di averlo subito, sapevo di essermi rotta, avevo paura che i bovini tornassero indietro ma poi mi sono detta no, non lo faranno, sono stupide mucche non sanno nemmeno cosa hanno fatto, vanno dritte, mica sanno, mica sanno niente. Allora stavo ferma, con gli occhi aperti per lo spavento, con le lacrime inarrestabili, con i pensieri che diventavano suoni gutturali e profondi, ma non era vero, non parlavo, non ancora, sentivo le mie parole ma non le dicevo, credevo di dirle, ho creduto di dirle per tanto tempo e invece le avevo sempre e solo pensate e ora avevo un grumo in gola e speravo che fossero le parole e non il mio stesso sangue che poteva soffocarmi e non potevo nemmeno mettermi in posizione laterale per cercare di vomitare ma poi mi dicevo , o pensavo, non so, pensavo a voce alta con la voce solo nella mia testa che anche le parole mi avrebbero soffocata se non fossero uscite e che sarebbe stato meglio usarle per annegare gli altri che non tenerle per soffocarmi da sola. Ecco il gorgo, che tornava ad agitarsi e non era il momento, ma il tempismo non è il mio forte, ecco le Gorgoni che arrivano, eccole, una dopo l’altra che risalivano dal mulinello con il loro sguardo di pietra e ho pensato, oppure ho detto, che erano i soccorsi. I primi. Arrivati per dirmi che non ero fuori pericolo, che i bovini potevano tornare, anche non volutamente, ma potevano. E che avrei dovuto guardarli. E pietrificarli. Tutti. E sono arrivati i fantasmi, i miei fantasmi, subito dopo e mi hanno detto che era tutto sbagliato e che potevo aggiustarmi. Io, senza preoccuparmi del bestiame altrui, e mi hanno detto che era finito il tempo di farmi piccola piccola per non dare noia o fastidio o chissà che altro, per tararmi sulle mucche, per non far sentire ai bovini di essere bovini, che ipocrisia, come dire a un cane che non è un  cane, come quelli che trattano i cani come bambini, dai insomma, le mucche vanno trattate da mucche, io non sono una mucca e non dovevo far credere alla mandria di appartenere alla stessa specie . Ed è arrivato mio padre che mi ha sollevata e messa su una barella e aveva le mani calde sulla mia testa e sapevo che era la sola cosa giusta. Poi sono arrivati  dei sorrisi inaspettati, parole buone da persone che non dovevano dirmi nulla ma che volevano farlo, anime belle, di quelle che hanno graffi anche loro, e segni e dolori misti a momenti di felicità e non mi hanno mai chiesto perché zoppicassi, da quale incidente mi stessi riprendendo o quanto sarebbe stata lunga la mia convalescenza, no, ma non hanno fatto finta che non zoppicassi, che non ci fosse stato alcun incidente. Che non fossi convalescente.

Poi sono arrivate le parole, come alla fine di un sogno o come all’inizio di un sogno, quando tutto ti è chiaro e sai dove sei e cosa fai e chi sei. Ed erano parole nella testa che non bastava più a contenerle, ed erano le poesie imparate e dimenticate ma non scordate, ed erano versi, suoni, lamenti, ed erano la ninna nanna lontana e la cantilena contro il mal di pancia e la filastrocca per trovare parcheggio, suoni nuovi e giochi ritrovati sul fondo di un baule e uscivano e basta e il fiato asciugava le lacrime, tutte, e restavano i segni ma non i solchi come avevo temuto, e i segni andavano bene lo stesso, un memento sul volto a dire che non dovevo farmi piccola piccola mai più, ed era l’ elegia funebre di quel pezzo di me che era morto sotto gli zoccoli bovini  e canto di vita nuova per quel che di me rinasceva a ogni parola detta a voce, con la voce, a nessuno, a me, al mare, al gorgo, alle Gorgoni custodi della mia integrità e del mio rigore.

Infine sono arrivate le mie ragazze, mi hanno abbracciata e rimessa in piedi. Sempre loro, sempre per loro. Mi sentono parlare e sanno che parlo da sola.