Poker d’Assi

 

 

A volte sento forte la commozione

Nodo struggente come quella canzone

Dove il mare luccica per il vento

Se mi fermo un attimo io ti sento

Tu resta con me ancora per un poco

E facciamo di nuovo quel nostro gioco

Ecco se vuoi prendo le tue carte

Da quando non ci sei messe da parte

Puoi sempre dare tu la prima mano

Lo so che le carte si guardano piano

Il tavolo verde ha un rituale

È come pregare che passi il male

Ma sai che io non prego da un po’

Ho fatto la mia puntata, così sto

È vero che ci vuole tanta pazienza

E un po’ di culo senza troppa scienza

Cosa dici, cambio due carte posso? !

Potessi cambiare la pelle di dosso

Come fanno con la muta i serpenti

Senza confusione o ripensamenti

Tu invece tieni le carte che hai

Perchè sai pregare, vedi e stai

Ho imparato  bene dal tuo sguardo

Che tutto si può perdere per azzardo

E anche che si può sempre ripartire

Finché si è vivi prima di morire

Che per essere un genio guastatore

Bisogna muoversi senza far rumore

Ed essere in grado di aspettare

Ma questo non te l’ho mai visto fare

Ed io è solo me stessa che combatto

Le mie carte ora metto sul piatto

Ho deciso che ne cambio almeno tre

E se non saranno buone farò da me

Una la cambio per tutta questa rabbia

Che con l’età stringe come una gabbia

Una la cambio solo per provare

Il coraggio di lasciare andare

L’ultima per quel segreto che sai tu

Chiudo gli occhi e non pensiamoci più

Soffiati sulle dita prima di darle

Si, si le sollevo piano per guardarle

Sono sicura che non stai barando

Come sono certa che non sto sognando

Sai, ho tra le mani un poker d’assi

Ma lo sapevi prima che io parlassi

Sei il solo che ci abbia creduto

Io a volte, invece, ho ceduto

Però, lo giuro, mai per debolezza

Succede  di perdere per la stanchezza

E puoi star tranquillo, non ho bluffato

Perché quello da te non l’ho imparato

Nemmeno quando la vita gira storta

Come una partita se troppo corta

Neppure di fronte alla prepotenza

Ho sempre scelto la non appartenenza

E nelle notti in cui perdo sonno

Lì  arrivi come nostalgia, nonno

Se mi fermo un attimo io ti sento

Dove il mare luccica per il vento

Resta finchè non finisce la canzone

E si scioglie il nodo della commozione.

 

Dell’amore, dell’amicizia e di altri insegnamenti. Ricevuti.

 

 

Se si cammina uno accanto all’altro e si parte con lo stesso piede è amore. L’amore è sincronizzato.

Se tu fai una battuta e lui ride per primo e non perché ridono anche gli altri è amore. L’amore è intesa.

Se lui fa una battuta e tu sei la sola che ride è amore. L’amore è supporto.

Se a mensa ti versa l’acqua nel bicchiere e ti aspetta per mangiare è amore. L’amore è gentilezza.

Se in gita ti tiene il posto accanto a lui perché è arrivato prima è amore. L’amore è aspettarsi.

Se ti sceglie per prima nella squadra a ginnastica quando è il capitano è amore. L’amore è preferenza.

Se non vuole che giochi con i tuoi amici durante l’intervallo non è amore. L’amore è libertà.

L’amore è facile.

Se, dopo un breve sguardo, iniziate a parlare nello stesso momento è amicizia. L’amicizia è sincronizzata.

Se ha dimenticato i compiti e lo aiuti a ricopiarli durante l’intervallo prima che la maestra se ne accorga è amicizia. L’amicizia è intesa.

Se scivola in cortile e tu sei l’unica che non ride è amicizia. L’amicizia è supporto.

Se sua madre è in ritardo all’uscita e tu chiedi alla tua, solo con lo sguardo, di fermarti a fare compagnia ma senza dire niente, facendo finta che avevi proprio voglia di stare in mezzo al cortile. L’amicizia è gentilezza.

Se  ti aspetta il mattino sull’uscio della classe con lo sguardo in direzione delle scale e saltella da una  gamba all’altra appena spunta il tuo cappello è amicizia. L’amicizia è aspettarsi.

Se non può uscire in cortile durante l’intervallo perché è raffreddato e sceglie te per fargli compagnia è amicizia. L’amicizia è preferenza.

Se non vuole che giochi con il tuo fidanzato durante l’intervallo non è amicizia. L’amicizia è libertà.

L’amicizia è facile.

Se un sogno è brutto, ma troppo butto, così brutto che è un incubo allora si può anche non raccontare perché la paura è ineffabile e lo spavento inesprimibile. E per mandarlo via c’è un solo modo: il lettone dalla parte di mamma con le gambe che fanno la presa a tenaglia e le braccia come spalline dello zaino in una configurazione da marsupiale all’incontrario, in cui il cucciolo accoglie la mamma, la cinge e la stringe e lei culla da sdraiata impossibilitata ad altri movimenti, dondolando con il cucciolo sulla schiena, come dopo una serata ad alto tasso alcolico ma senza il tasso alcolico.

Se mi devi parlare  devo guardarti negli occhi. Perché l’ascolto passa dallo sguardo. Le orecchie servono a far arrivare le parole al cervello, perché sono più vicine a quello e a farmi capire cosa stai dicendo. Ma gli occhi servono a capire come me lo stai dicendo.  Gli occhi servono a vedere dove non basta guardare.

Bisogna sempre soddisfare la richiesta di un bacio, l’ennesimo perché c’è un posto dove i baci finiscono, una sorta di magazzino. Alla domanda “ma ancora un bacio? Cosa te ne farai di tutti questi baci?!” la risposta è stata” li metto da parte per quando non ci sei!”. Risposta che merita un bacio. Ancora.

Se domani c’è l’interrogazione di geografia e oggi è l’unico giorno dell’anno in cui mamma rientra dopo le 18 il libro è stato dimenticato a scuola.

Se papà non torna a cena allora si apparecchia e si cucina solo per noi tre. E in quel “solo” si sente che manca un pezzo , manca fisicamente, manca proprio.

Quando si riceve un invito a una festa prima di confermare bisogna controllare l’elenco di quelli che hanno già accettato. Poi si decide.

Quando un oggetto viene perso, in genere  in camera, non se ne hanno più notizie, non c’è alcuna speranza di ritrovarlo, le lacrime scendono copiose, il dramma è in atto, era qualcosa di fondamentale ed è stato colpito dalla sorte avversa , ingoiato da un buco nero, catapultato in un’altra dimensione abitata dagli oggetti perduti in casa, ma la mamma usa la formula magica “ se vengo di là e lo trovo io, giuro che le prendi”.  La magia è magia. Non va spiegata. Funziona, sempre.

Sulle sbucciature delle ginocchia il primo rimedio è soffiare. Soffiare via il bruciore dalla pelle lacerata e  i pezzetti di terra e ghiaia. Il secondo rimedio è un cono gelato.

Sulle sbucciature del cuore il primo rimedio è la porta della camera chiusa dietro il muso lungo.  Il secondo rimedio è  un cono gelato.

In entrambi i casi bisogna lasciare il tempo alla crosta di prudere e staccarsi da sola, poi la cicatrice, con il tempo, sbiadisce.

Se un alimento piace tanto, tantissimo e se ne fa una scorta da approvvigionamento in tempi di guerra, quell’alimento smetterà di piacere senza preavviso. Definitivamente.

Le parole che noi conosciamo non significano solo quello che noi siamo certi che significhino. Per esempio io ho sempre saputo cosa fosse un’infrazione, un capitello e una radio e mai avrei messo queste parole nella stessa frase, fino a due anni fa, quando Cri è stata ingessata per l’infrazione del capitello del radio. Ecco.

Un si distratto fa più male di un no attento.

Dalla testa può uscire tanto, tanto sangue. Rosso, rossissimo, di un rosso spaventoso.

Non è difficile fare i compiti. O rimbalzare come una pallina in un flipper per buona parte della giornata avanti  indietro sopra e sotto, da un impegno all’altro . O rispondere a domande diverse –cosa vuol dire intransigente-perché piove-posso guardare la tv-dove si va quando si muore. Non è difficile nemmeno cucinare-stendere-apparecchiare-svuotare la lavastoviglie tutto nella stessa mezz’ora. Non è difficile rimproverare per un brutto voto.

È difficile essere all’altezza. Di domande, aspettative, sguardi, desideri, incomprensioni, bisogni. È difficile prendersi cura di tutte quelle domande e spronare a farne sempre e ancora. È difficile prendersi cura di tutto questo sentire che scorre e che va incanalato, a volte contenuto, arginato, a volte no, via apriamo la diga, facciamoci una cascata. È difficile prendersi cura di sogni tanto grandi per delle persone ancora piccole, eppure così motivate, sicure, due guerriere che partono lancia in resta e rincorrono le donne che saranno, ed è difficile intravederle quelle donne lì e lasciare che sia, ogni delusione, ogni caduta, ogni scorciatoia tentata e non riuscita, ogni gioia, ogni amore sulla pelle, e vedere già cosa passerà negli occhi, lampi di malinconia e quel toccarsi i capelli che ripeti sempre uguale da quando sei piccolissima e io conosco, solo io, o quel prurito che arriva puntuale per lo stress, per la delusione che io lo so quanto la senti tu quella smania di farti amare e quanto ti fa male il rifiuto, e lo so, ora lo so, perché me lo avete insegnato voi, perché vi guardo così intensamente quando non mi vedete, che lo so, ed è questo il difficile, questa è la cosa più difficile che ho imparato. Prendermi cura delle mie rose e lasciare che sia, senza alcuna campana a proteggere, lasciare che conoscano il vento, gli insetti, il sole, i pericoli e le gioie.

Le verruche sono tremende da curare.

La colazione dai nonni è più buona.

Harry Potter è meraviglioso.

Se si urla non si viene ascoltati.

Se, a volte, viene detto brava, mi piace come sei, amo quello che fai, volevo proprio una figlia come te, ecco, magari in quel momento c’è bisogno di un po’ di pazienza in più, in quel momento lì , mentre lo dico, e vi bacio sul collo che vi do noia, lo so, ma in quel momento io sto facendo un po’ di pace con me stessa. Che senza i vostri insegnamenti non riesco.

 

 

 

 

 

 

 

Uno come tanti

 

 

C’è stato un uomo come tanti.  Non bello, non alto, non magro, non ricco, non furbo, non geniale.

Ha avuto una mamma che lo ha amato, per come ha potuto, come ogni mamma, senza la ricetta giusta dell’amore universale, una mamma come tante, che ha amato per tentativi.

Ha avuto un papà che lo ha amato, come si amava una volta, quando i papà non cambiavano i pannolini ma erano la quercia sotto la quale crescere. Un papà come tanti, che è andato via troppo presto.

Ha avuto un fratello maggiore che prima lo ha odiato e poi lo ha amato, come succede tra fratelli, questo è mio non lo toccare, vieni qui, in due è più facile, un fratello come tanti che per un pezzo di vita ha fatto da papà e poi è andato via, troppo presto, anche lui.

Ha avuto amici, delusioni, viaggi, crisi, pile di Topolino da leggere, gatti a cui dare da  mangiare, lavoro da sbrigare, fornitori da pagare, clienti da non perdere, orologi da guardare, Natali e Capodanni, Pasque e vacanze al mare. Come tanti, un giorno dopo l’altro e alla fine contano solo i giorni che ricordi. Gli altri sono giorni come tanti.

Ha avuto una moglie, che lo ha amato in tutti i modi in cui una moglie ama, con il gioco e la passione, con la tenerezza del vedersi piangere, con la noia e quel capirsi senza più parlare,con gli allontanamenti e i riavvicinamenti della vita trascorsa insieme senza sconti o ripensamenti. Una moglie come tante, che poi resta sola ad aspettare che lui torni. E sa che farà tardi, anche questa volta, al solito.

Ha avuto una figlia che lo ha amato come le figlie amano i papà, come si ama un ideale, una figlia non come tante, perché i figli non sono mai come tanti, anche quando piangono e cagano da piccoli che sembrano tutti uguali a vederli i neonati, anche quando non vogliono andare a scuola, anche quando tornano tardi e non sai dove sono, i figli sono sempre e solo pezzi unici, destinatari di un amore irripetibile, un amore che non puoi chiedere indietro, che mai tornerà indietro, che mai più sarà. Una figlia che una sera non è più tornata.

Ha passato anni a chiedersi dove fosse, guardando il cielo, come sua mamma gli aveva insegnato, perchè è lì che vanno quelli che non tornano. Gli dicevano è con tuo papà, con tuo fratello, gli dicevano cose così, che  consolano forse, che ci pensi e ci ripensi e speri che sia così. Ma non lo sai. Non lo sai e quando non sai dove è tua figlia non puoi stare tranquillo.

Stamattina, senza preavviso, lei è arrivata a prenderlo. Come fanno i figli, che mica devono avvertire, che lo sanno che sono sempre attesi, mica si pongono il problema di disturbare.

Lui ha allargato le braccia indebolite dagli anni in cui le ha tenute conserte per tenere fermo il cuore al suo posto, per evitare che scivolasse via. E nello spalancare le braccia gli si è allargata anche la faccia, tutta, dal mento alle orecchie, gli occhi sono diventati due fessure, ha sorriso e riso e pianto ed era pronto per andare.

Ciao GB, lo so che sei felice.

Trama e ordito

 

 

Sul mio viso il tempo vissuto

Veloce che sembra un saluto

C’è del grigio tra i miei capelli

Come uno scherzo tra fratelli

 

Un sipario si apre improvviso

Intorno alla bocca segno preciso

Sono linee sempre più marcate

Ci conti tutte le mie risate

 

Vicino agli occhi sono sottili

Appena accennati come i fili

Dove sono stesi i giorni di pianto

Ti assicuro non uno soltanto

 

E c’è come la crepa di un vaso

Nel punto appena sopra il naso

Un bel solco apposta a coprire

Il terzo occhio che uso per capire

 

Sulla fronte le linee sono modeste

Compaiono  per notizie funeste

Alzo gli occhi al cielo per dire

Cos’altro ancora devo sentire?!

 

Sul mio viso il tempo sospeso

Come sogno o un treno mai preso

C’è tutta la trama di una storia

Che io conosco a memoria

 

Sotto il mento c’è una caduta

Cicatrice di bambina cresciuta

Più su il segno della varicella

Età senza fratello e sorella

 

Sul naso li vedi sono uguali

I solchi lasciati dagli occhiali

E c’è lo sguardo, il mio preferito

Un po’ più stanco eppure divertito

 

Si dice passato o esperienza

In realtà non c’è una differenza

Sul mio viso c’è trama e ordito

Di un disegno ancora non finito

 

C’è un racconto senza le lettere

Che pochi riescono a leggere

Ma tutto ciò che qui vedi narrato

In una vita io l’ho conquistato.

 

 

Il pensiero giusto

 

 

Mamma ,cos’è questo?

Il mio quaderno.

Cosa ci scrivi?

I miei pensieri.

Però, ne hai tanti! Ma chi te li corregge? Le frasi, eh, non i pensieri perché mica qualcuno può correggerti i pensieri, giusto?

Giusto? Sai che non lo se è giusto, non lo so se davvero nessuno può correggerci i pensieri. Sicuramente qualcuno può farceli cambiare, non correggerli forse perché non è detto che siano sbagliati. Senti, diciamo così: non è giusto che qualcuno ci corregga i pensieri ma può capitare che noi li cambiamo, in alcuni momenti della vita o perché conosciamo delle persone che ci raccontano le cose in un modo diverso da quello al quale siamo abituati e allora noi cambiamo la messa a fuoco, l’angolo di osservazione, il modo di sentire il mondo che ci circonda.

Io non so se detto così si capisce. Per esempio, da quando conosco voi, te e tua sorella che siete arrivate senza grandi presentazioni e ci siamo dovute conoscere un pezzo alla volta ed un giorno dopo l’altro, che non avevate mica il libretto delle istruzioni e io non avevo mai fatto la mamma prima e pensavo pensieri miei, che erano anche giusti secondo me, giusti per me , per la mia vita senza di voi, ecco io li ho cambiati alcuni di quei pensieri miei, pure giusti, ed altri ho scoperto di averli che mai avrei pensato di pensarli quei pensieri.

Però non è stato facile, sai. Ho dovuto chiedere aiuto, perché tutto quel rimestare in testa mi ha fatto paura e la paura è una compagna infida perché ti blocca e tu resti fermo e più resti fermo meno riesci a muoverti ancora. E fermi non si va da nessuna parte. L’aiuto è stato nella voce dietro le orecchie, la voce dell’uomo con la barba, per oltre18 mesi il venerdi all’ora di pranzo. Una stanza che non è un luogo, un’utopia, un rettangolo dove ci sono solo contorni e perimetri del quale provare a calcolare l’area in momenti nei quali hai dimenticato la formula, un contenitore e tu sei il solo contenuto e stai lì dentro con tutti i tuoi grumi, come il budino quando non viene, impegnata in un percorso estenuante per la mente e per il corpo, tutto quello scavare a mani nude, ferendoti, ferendo, spiattellando, tacendo, affascinata dalla capacità di gestire il silenzio, di parlare nelle pause, di avere l’abilità di interromperlo un attimo prima che diventi insostenibile, appena prima di quella punta di dolore che dà il silenzio protetto.

Vorrei che non aveste timore del silenzio, che imparaste a padroneggiarlo anche voi così, pensate al silenzio come al bidone rosa dei barbapapà che usavamo quando eravate piccole, dentro il quale infilavamo i giocattoli, i vostri pensieri, per fare ordine, a volte con criterio e metodo, altre volte li buttavamo lì dentro solo per farli sparire alla vista.

Andavo dall’uomo con la barba perché non sapevo più se i miei pensieri erano giusti. Qualcuno stava provando a dirmi che non lo erano, ma che bastava lavorare e lavorare delegando la vostra cura a chi si vantava di aver lavorato tutta la vita per non pensare. Per qualcuno, invece, era inconcepibile che io nutrissi dubbi su me stessa, sui miei pensieri, sulla vita tutta quanta, sul mondo intero, su Dio e su ogni uomo sulla faccia della terra. In entrambi i casi nessuno capiva che avevo i grumi, come il budino quando non viene, e li avevo sparsi nella testa, nel centro della pancia, soprattutto in gola.

Io li stavo, semplicemente, cambiando. Stavo adattando i miei pensieri alla nuova vita che avevo e che avevo dato, a tutte quelle istanze fino a quel momento sconosciute. E lui mi ha aiutata e alla fine mi ha detto che potevo staccare le mani dal bordo della vasca e nuotare. Proprio questa frase. Perché gli avevo raccontato che da piccola le lezioni di nuoto per me erano state tragiche, attaccata al bordo in lacrime e basta, in preda alla paura che paralizza. E il mondo degli adulti che mi diceva che dovevo staccarmi.

Cristina aveva iniziato nuoto in quei mesi, l’accompagnavo, la guardavo dalla tribuna, approcciare al nuoto come a un gioco nuovo, leggera e fiduciosa, con lo sguardo verso di me ogni cinque minuti, in attesa del mio pollice  in su a conferma della sua abilità, fino al momento in cui ha staccato le mani dal bordo e via, è andata, ha nuotato, senza esitazioni, senza paura perché sapeva che poteva farlo. E solo alla fine, quando ha raggiunto la scaletta per uscire, ha alzato la faccia verso di me e ha alzato lei il pollice, a conferma della sua abilità.

A me, che potevo farlo, me l’ha detto per la prima volta l’uomo con la barba.

Mi sono messa a piangere per la meraviglia della scoperta. Avevo solo cambiato i miei pensieri. E questo si poteva fare.

Potevo staccare le mani dal bordo e nuotare. Potevo dire che il pensiero della morte mi attanagliava dal primo istante della vostra vita. Potevo dire che il pensiero di Dio con la barba bianca e suo figlio e tutto il resto a me non dava nessun conforto o tranquillità. Potevo dire che  pensavo che la vita meritasse di essere vissuta sempre, fino alla fine, in qualunque condizione pur di vedervi crescere. Potevo pensare che chi ci ama in qualche modo capisce il cambiamento. E, quindi, chi si allontana demonizzandoci, accusandoci, a volte infangandoci ci sta facendo una cortesia.

Non sapevo ancora che ogni nuovo pensiero avrebbe portato con sé delle conseguenze, quella consapevolezza è arrivata dopo e te ne parlerò certamente.

Ecco, non so se ti è chiaro, adesso, forse no…che dici?!

Che su questo quaderno è un casino, nessuno potrebbe correggere con la tua scrittura, mamma, non si capiscono le lettere. Però mi piace che dici sempre quello che pensi, brava.

Grazie.

 

 

 

Sogni, bisogni e bi-sogni

 

Ho un’abilitazione in “fare ciò di cui c’è bisogno”.  Ho maturato una competenza tale in questo settore da essere a pieno titolo la donna del Bisogno. Altrui.

Avrei preferito essere la donna dei sogni, ma tant’è…

Ho sempre fatto quello che bisognava fare, iniziando la mia carriera da giovanissima, come bambina del Bisogno.

Bisogna far giocare il fratellino. Bisogna fare tutti i compiti prima dell’ora di merenda altrimenti niente Bim Bum Bam su Italia Uno. Bisogna andare bene a scuola. Bisogna saper aspettare Natale per avere Giovanna A.

Bisogna occuparsi della sorellina. Bisogna imparare a rifare i letti e pulire il bagno perché se anche da grande avrai la possibilità di avere una domestica questa ti fregherà se tu non sai come si fa, ti dirà che ha pulito e invece non lo avrà fatto. Un’adolescenza a pensare che avrei dovuto imparare, secondo questa logica, a fare un sacco di cose da sola perché lì fuori il mondo è spietato.

Da ragazzina ho provato a uscire dal corso, a farmi bocciare, a dire che non mi interessavano i bisogni ma non ci sono riuscita perché c’era bisogno.

Bisogna togliersi lo sguardo infastidito quando parli con certe persone, come se fosse un accessorio,un abito, invece è come il naso a patata,allora tolgo anche quello.

Bisogna studiare.

Bisogna aiutare papà con il lavoro, “questo lo sai fare? No?! va bene, impari, hai imparato visto?”

Bisogna trovarsi un altro lavoro “ho bisogno che tu faccia questo, lo sai fare? No?! Va bene impari, hai imparato ,visto?”

Da grande ho riprovato, ma niente. Bisogna lasciar perdere.

Bisogna portare i bambini al mare proprio lì , così la nonna si sente a suo agio perché bisogna che la nonna si senta a suo agio.

Bisogna che viviamo qui. Bisogna che fai il budget.

Bisogna togliersi lo sguardo infastidito quando parli con certe persone…

Anni di bisogni. La donna del wc. Solo che a un certo punto, non so bene quando, sono scappati a me i bisogni. I miei bisogni. Sono scappati e finiti nelle dita sulla tastiera, nella penna recuperata in auto, in fondo al cruscotto, sotto il tagliando dell’assicurazione che non serve più ma che non ho buttato perché poteva avere un’utilità, al bisogno, anche solo per sputarci la gomma da masticare dentro.

Adesso ho i bisogni sparsi, che si confondono e si mischiano con i sogni recuperati anche quelli in fondo al cruscotto, che nel cassetto non ci stavano più, che alcuni li ho usati per sputarci la gomma da masticare,che mi sembra strano parlare di sogni alla mia età, in cui si ragiona di progetti ma sarà che non voglio ragionarci, che mi affaccio ai 40 come a dire ma chi, io?!, che adesso si ride, o si piange,  perché tutto fino a qui è stato un baleno da non ricordare come ci si è arrivati se non fosse per le righe intorno agli occhi, pentagramma su cui ho suonato tutta la musica che so, a volte improvvisando, e per quelle due strane creature che mi danno la misura del tempo e mi spostano l’orizzonte sempre un po’ più in là ,che dai 30 ai 40 è più quello che ho aggrovigliato di quello che ho districato e i sogni e i bisogni, come i nodi, a un certo punto vengono al pettine e adesso è il momento in cui bisogna scioglierli e sceglierli.

Il bi-sogno di cedere nonostante l’educazione alla resistenza.

Il bi-sogno di mandare tutto per aria nonostante il panico da senso di responsabilità.

Il bi-sogno di dire tutto quello che penso nel modo in cui lo penso, senza alcun nonostante.

Il bi-sogno dannato di fare qualcosa che amo alla follia nonostante la zona di confort .

Il bi-sogno di vedere qualcosa di talmente bello che mi faccia male, mi stordisca, mi dia uno schiaffo nonostante  la paura di tutto quel dolore.

Il bi-sogno di dormire nonostante la sveglia.

Il bi-sogno di dire “mi sono dimenticata” nonostante me.

Il bi-sogno che certe persone vedano il mio sguardo infastidito su di loro e se ne sentano trafitte quel tanto che basta a levarsi di torno.

Il bi-sogno di piangere nonostante il mascara.

Bi-sogno di creare ancora, oltre la maternità realizzata, bi-sogno di vita affamata da nutrire, bi-sogno di curiosità da alimentare, soffiando sul fuoco, su tutti i fuochi che io sono.

Bi-sogno di tempo nonostante l’orologio.

Bi-sogno di momenti catartici di malumore e pensieri cupi, neri e densi nonostante le apparenze.

Bi-sogno di sentire i  40 come 20+20, nonostante lo specchio, quando parlo con la mia amica, quando mi schiaccio un punto nero in bagno da sola, quando una commessa mi dà del tu, quando muovo il polso e tintinnano i braccialetti.

Bi-sogno di indossare con piacere il suono rotondo dei 40 nonostante tutti i miei spigoli, sentendomi finalmente comoda, rinunciando a quello che segna, scopre, strizza e impietoso mostra ciò che non è più e ciò che ormai è.

Bi-sogno di ridere ancora e sempre,di quello che è stato e di quello che sarà, che non si può sapere se il peggio deve ancora arrivare, quando arriverà e come sarà vestito, che non è detto che il meglio sia già passato e sia rimasto incastrato nelle ciglia in quel battito di palpebre che  è stata la vita sino ad ora, nel dubbio dell’attesa del bello e del brutto, dei tempi bastardi e degli anni migliori ridere, ridere, ridere fino alle lacrime, che ridere e piangere sono opposti e uguali, segno contrario per la stessa liberazione , ricerca della stessa libertà, nonostante il mascara.

 

Noi-osa

Gent.ma Maestra,

tra poche ore si spegneranno le luci del Presepe e suonerà la campanella delle 8.15.

La sveglia sarà di nuovo fissa ed intransigente come una suocera nei confronti della nuora e il traffico tornerà ad essere singhiozzante e congestionato come un neonato con il raffreddore.

I nostri bambini varcheranno il cancello della scuola, inonderanno i corridoi colorandoli con gli zaini pesanti e faranno ingresso in classe dove diventeranno, di nuovo, i suoi bambini.

Gent.ma Maestra,

noi abbiamo ripulito la cartella dai disegni appallottolati sul fondo e dalle briciole delle merende, abbiamo temperato le matite e sostituito la ricarica blu della Pilot. I quaderni sono stati controllati, il materiale verificato e  l’astuccio portapanino è stato lavato.

La voglio ringraziare di cuore per aver assegnato una quantità di compiti che definirei equa, solidale e simpatica.

Grazie.

Per averci evitato porte sbattute, scrivanie usate come muro del pianto, quaderni gettati in terra e una sfilza intollerabile di “non ora” “dopo” “non ho voglia” “non riesco” “allora aiutami tu”.

Noi siamo pronti, ma non siamo pronti.

Pepe deve finire l’ultimo compito, deve ancora raccontare il giorno più bello delle vacanze di Natale. Ha deciso di svolgerlo per ultimo perché, mi ha detto, non poteva scegliere il giorno più bello fino alla fine.

E’ logico. Certo.

Eppure mi ha strappato un sorriso, quasi incredulo.

Perché, vede, noi durante queste vacanze abbiamo “chiuso gli impianti” per due settimane. Abbiamo fermato le macchine. Siamo scesi dalla giostra in movimento. Abbiamo smesso di girare nella ruota come i criceti.

Noi non abbiamo fatto nulla.

Abbiamo lasciato che le cose accadessero, che le giornate trascorressero, che le bambine respirassero.

Abbiamo regalato alle nostre figlie  giornate lunghe, mattine da iniziare alle 11 o alle 8, a seconda di come si ha voglia, pigiami felpati, libri, musica che suona con la riproduzione casuale. Nemmeno quella abbiamo voluto organizzare.

Abbiamo lasciato che il mercoledi e il giovedi fossero simili tra loro e simili al venerdi.

Non abbiamo usato l’auto per giorni.

Abbiamo misurato lo spazio delle nostre stanze per accorgerci di quanto può essere rassicurante e confortevole avere un posto in cui essere senza fare.

La sera della Vigilia abbiamo cenato a lume di candela. Ciascuno di noi quattro ha atteso ciò che per lui solo era importante, ha creduto se voleva credere, ha sperato in qualcosa. Ed è stato davvero aspettare, vegliare, attendere.

Abbiamo atteso. Senza fretta, senza uno schermo touch a realizzare un desiderio, senza impazienza.

La mattina di Natale abbiamo fatto colazione tutti insieme e solo dopo abbiamo aperto i regali guardandoci negli occhi per indovinare l’emozione dell’altro.

Le bambine hanno giocato con i giochi nuovi.

Hanno inventato storie e personaggi, dando loro voce, cambiando toni e inclinazioni. Hanno riempito una bacinella e giocato con l’acqua e i pupazzetti come quando erano piccole.

Pepe ha costruito un rifugio in camera sua, con due coperte, quella di Hello Kitty e quella del leone, legate al letto e alla sedia della scrivania. Ha usato l’imballaggio di cartone di un giocattolo per fare il portone della sua tana, dove ha trascorso ore e ore persa in storie di fantasia. La sua fantasia.

Ciascuna ha ricevuto un album con circa 200 foto da mettere a posto. Le loro foto, dalla mia pancia ad oggi. Hanno ripercorso la loro vita con i polpastrelli delle dita, sfiorando le pagine da riempire, hanno chiesto dove erano, quanti anni o mesi avevano, chi ha scattato quella foto, cosa è successo quel giorno e ne è nato un racconto speciale ogni volta.

Hanno fatto il bagno e non la doccia. Sono state nella vasca senza alcuna fretta, hanno messo il balsamo sulle lunghezze e risciacquato con calma, si sono asciugate e hanno indossato, di nuovo, il piagiama felpato.

Un giorno hanno guardato il vento forte tra gli alberi del giardino.

Hanno guardato il vento.

Ogni tanto mi si sono appiccicate ciondolanti come un acchiappasogni alla finestra, un po’ lamentose con quella cadenza cadente nel parlare, quel tono gnegnegne. Ma è durato poco.

Abbiamo pensato ai compagni, ad alcuni tra i più cari e abbiamo provato a immaginarci le loro giornate, i regali ricevuti, a volte li abbiamo imitati, per scherzo, in modo giocoso. Abbiamo immaginato.

Queste due settimane, necessarie come il doppio guanto in una ciaspolata serale, sono trascorse così per noi. Non è accaduto nulla. Siamo accaduti noi.

Le mie ragazze hanno sperimentato. Il silenzio, il tempo senza orologio, la noia. Quel passare da una stanza all’altra toccando gli oggetti in giro per casa, cercando qualcosa senza sapere cosa e trovandolo ogni volta in modo inaspettato.

La noia. Coccolare il cane davanti a un film. Rimettere in ordine i libri sulle mensole della camera.

Capirà, quindi, perché ho sorriso davanti alla risposta logica di Pepe. Non ci sono viaggi verso mari esotici da raccontare, né sciate avventurose. Nessuna città d’arte, mostra o museo.

C’è stata una vera vacanza, abbiamo svuotato le giornate e scoperto che si può restare in ascolto, di se stessi, dell’altro, del silenzio. Abbiamo fatto esperienza  del vuoto come qualcosa che può restare vuoto, che non va sempre e comunque riempito con qualunque cosa. Come le parole che non vanno sempre e comunque dette, perchè anche il silenzio può restare silenzio e avere in sè molto, moltissimo.

Gent.ma Maestra,

io non so cosa mia figlia sceglierà di raccontare, non so quale giornata vorrà descrivere. Sono curiosa di leggerlo. Spero, comunque, che a lei arrivi un pezzo di questa noia, atmosfera ovattata, vento tra gli alberi, storia di playmobil che giocano con le Barbie guardando vecchie foto mentre ascoltano una musica casuale ma non a caso intanto che papà sbuccia la frutta per merenda, che si può mangiare anche con il piagiama indosso.

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2018

 

Nell’anno che vorrei

Tu sei come sei

Io sono come sono

Senza scusa né perdono

A gennaio vorrei il gelo

Ad aprile che fiorisca il melo

A febbraio un nuovo schezo

E che marzo arrivi terzo

Dicembre sempre in fondo

A giugno un melone tondo

A ottobre un po’ di pioggia

In agosto nemmeno una goccia

A novembre un gran lavorare

Ma a luglio tutti al mare

Maggio e settembre per i nostri desideri

Alcuni davvero seri

Altri solo per far festa

Con il vino che dà alla testa

Nell’anno che vorrei

Non ti fai gli affari miei

Ad aprile ci si riposa

A maggio nessuno si sposa

Febbraio senza carnevale

A dicembre Babbo sta male

Si rimanda tutto a gennaio

Non sarà mica un guaio

A marzo tutti con gli ombrelli

Ad ottobre non migrano gli uccelli

Novembre senza santi e morti

A giugno si dimenticano i torti

A settembre parata militare

Per le 40 candeline da soffiare

Ecco l’anno che vorrei

Che se mi piace come sei

E se ti piace come sono

Ci siamo già fatti un dono

Che può capitare di tutto

Ma mai qualcosa di brutto

Nell’anno che vorrei

Non ci saranno nei

I mesi faranno come gli pare

Decidono loro da dove cominciare

Nell’anno che sarà

Qualcuno non mi capirà

Questo però poco importa

A me che avrò 40 desideri sulla torta

E tra quelli tu ci sei

Così per come sei

E tra quelli io ci sono

Così come sono.

Ciao

 

2017

 

La partenza di Cri sul pulmino della squadra di Karate, primo viaggio senza di me, primo pezzetto di pelle lasciato in terra in quesa muta che la porta ad essere contemporaneamente la mia bambina coccolona  e una ragazza alta, musona e bellissima.

Tutti i libri che ho letto, decine, e più di tutti Fato e Furia e quello stare insieme per tutta la vita che è anche pulirsi il cesso.

La maestra che scrive sul diario di Pepe “creatura speciale questa bambina”.

L’apparecchio ai denti di Cri e la sua mano a coprire i sorrisi, tranne quando è distratta, quando è distratta sorride con le mani in aria, strizza gli occhi da cinesina e tutto brilla, anche la ferraglia in bocca.

Mamma orsa. Il mio nuovo soprannome.

Il tavolo della cucina rovesciato a terra, piatti e bicchieri in frantumi ma i cocci davvero pericolosi e taglienti non erano quelli sul pavimento, erano quelli che avevo io dentro, nelle lacrime congelate, lame pronte ad uccidere, stalattiti sul soffitto.

Il treno per Torino da sola.

Pepe che canta Su di Noi di Pupo. Pepe che canta Pupo fa per forza ridere.

Cristina nel lettone che dice grazie, grazie per questa festa.

La cena con Palma e Roby,amiche nuove eppure amiche della vita. Quella vera, che se ne frega del lavoro che fai , della religione, della politica, la vita quella vera che importa come stai.

Atterrare in Sicilia e non essere più un’apolide, guardare il cielo all’orizzonte e sentire. Parole lontane, filo che unisce, odore di noccioline tostate, un bacio che pizzica di barba, guardare quel mare e ritrovare occhi verdi con lo stesso sguardo solitario  dei miei occhi neri, neri come quella sabbia vulcanica.

Tutte le mie parole.

Tutti i miei demoni.

Spotify.

La luce della Sardegna e quell’aereo da prendere da sola.

La paura di morire.

Non essere morta.

Il  walking.

Angelica in braccio a suo padre,la mia idea di forza e protezione. Perché un neonato in braccio a sua madre,a sua nonna, a una donna è immagine di vita, di natura, di madonna adorante. Ma un neonato in braccio a suo padre per me è la forza, è lo scheletro, la struttura, la solidità.

La montagna generosa e libera, pericolosa e semplice.

Il Cristo del Mantegna, una madre che piange il figlio morto. Carne, lacrime, terra,e niente anime, solo robe di corpi che solo così può essere una madre che piange  suo figlio.

Le porte chiuse per sempre. Per rispetto a me stessa.

Le colpe degli altri lasciate agli altri.

Le responsabilità degli altri lasciate agli altri.

I dolori degli altri lasciati agli altri.

Io.

Piacere di conoscermi, finalmente.

I numeri di telefono cancellati dalla rubrica del cellulare.

I gruppi whatsapp abbandonati senza che mi freghi se sembra brutto.

Il numero dei nonni che non userò mai più perché nessuno risponderà mai più. Ma che non cancello.

Le mie figlie che vanno alle feste di compleanno da sole,le vado solo a riprendere, non devo più accompagnarle e stare lì a guardarle con i calzini antiscivolo rotolare tra cento palloncini colorati che scoppiano come il pluriball provocando i pianti dei più fifoni, chiacchierando con qualche mamma, ascoltando con autentico interesse delle prodezze sugli sci- fa già la nera, adora lo sci club, è tanto felice il sabato mattina quando lo sveglio alle 8 per infilarsi gli scarponi-, del nuoto- ha una gara domenica alle 7 del mattino, sapessi quanto è felice di farlo- , del pianoforte- ha un orecchio musicale raro, si eserciterebbe per ore- … eppure la maestra lamentava la scarsa autonomia nello spogliatoio di ginnastica, pare che non sappiano qual è il dietro e il davanti dei pantaloncini, ma si vede che parlava di altri, non di questi…fino al momento in cui si aprono i regali e tutti dobbiamo intonare scarta la carta scarta la carta scarta la carta diretti in questa orchestra assurda dall’animatore, animale mitologico con le gote dipinte,  triste rimasuglio, ultimo anello della catena alimentare in un villaggio dei viaggi del ventaglio stagione 1996.

Il mio nuovo parrucchiere, un genio.

Il colloquio con il preside perchè la supplente scrive “qual’è”.

Mara.

La crosta sulle ferite.

Progettare di andare via.

Scegliere di restare.

Tirare su il tavolo e  apparecchiare di nuovo.

Non dimenticare.

Pulire il cesso.

Ogni mia risata, schiaffo in faccia a chi si è fatto delle idee.

La consapevolezza che non c’è soluzione di continuità.

Non ricomincia il contatore, non si parte da zero.

Si continua e si aggiungono pezzi, se ne perdono altri ed ogni tanto ci si ferma a fare la conta, come in quel  gioco  “celo manca”.

Da qui continuo.

Dalle mie parole ritrovate. Celo.

Dalle mie bambine. Celo.

Da me. Celo, finalmente.

Piacere di conoscermi.

 

 

 

Credimi

 

 

Io non credo.

Ai buoni propositi per l’anno nuovo

A quelli che mangiano l’uvetta del panettone

Agli hashtag in inglese

Alle citazioni di Pavese.

Io non credo.

Che i gatti siano affettuosi

Che invecchiando ci si intenerisca

Che i bambini siano tutti belli

Che se li tagli li rinforzi, i capelli.

Io non credo.

Ai tatuaggi “dove non si vede”

A chi mi tocca quando parla

Ai vestiti da sposa semplici

A chi ha alibi e non ha complici.

Io non credo.

Che Dio si sia fatto uomo

Che il mare sia meglio

Che chi nasce tondo non muore quadrato

Che il destino sia già stato assegnato.

Io non credo.

A chi ripete il mio nome mentre mi parla

A chi fa i backup periodici del computer

A chi è troppo orgoglioso

A chi non è mai permaloso.

Io non credo.

Che ride bene chi ride ultimo

Che parità e uguaglianza siano sinonimi

Che dopo il gelato non si possa bere

Che tanto stiamo a vedere.

Io non credo,

Che se sei grasso il nero sfina

Che l’importante è partecipare

Che il silenzio è assenso

Che ti importa cosa penso.

Io non credo.

Ma penso.

Che i quaranta sono vicini

Che Dio sia in ogni uomo

Che io sono una

Che non mi importa della luna.

Io penso e ripenso.

A me bambina timida e impacciata

A me ragazza triste e arrabbiata

A me giovane donna bella e sfrontata

A me sempre e comunque incazzata.

Io penso e ripenso.

Alle scarpe in vetrina

Al lavoro da fare

A perchè ho sbagliato

A dove ho parcheggiato.

Io non credo.

Ma penso.

Che il Natale non sia magico

Che i cani siano meravigliosi

Che i fiori marciscono nei vasi

Che ci si può baciare strofinando i nasi.

Io non credo.

Ma penso.

Che non sono stata felice

Che chissà chi lo è per davvero

Che non si vedono i miei anni

Che dimostro tutti i miei danni.

Io non credo.

Ma penso.

Ai miei nonni che sono altrove

Agli affari miei che è meglio

Agli amici

Ai nemici.

Io non credo.

Ma penso.

Alla donna felice di oggi

Alla luce sul comodino

Alla tempesta

A ciò che resta.

Io non credo.

Ma penso.

Che l’onestà sia un valore

Che come tale non vada esibita

Che il gelato al puffo non sia buono

Che dopo il lampo arriva il tuono.

Io non credo.

Ma penso.

Che il tempo non guarisce ogni ferita

Che in amore ci si trova solo se si è disposti a perdersi

Che scordare e dimenticare non siano sinonimi

Perchè cuore e mente non sono uguali negli uomini

Che se anche vedo io non credo.

Ecco perchè penso.