Bene Dicta

 

 

Benedetta detta Pepe

Luce che passa dalle crepe

Arrivata nel caldo di agosto

Per mettermi al mio posto

Tu con gli occhi di nocciola

Mi hai portata ancora a scuola

Ad imparare la pazienza

Perchè sono nata senza

Con i tuoi capelli biondi

Nelle foto mi confondi

Così simile a me

Sono io o sei te?

Dal nonno hai preso il naso

E questo non è un caso

Come lui hai anche il fiuto

Quando ho bisogno di aiuto

Tuo papà lo hai ignorato

Tutto a Cri aveva già dato

Da piccina con le coliche

Invenzioni così  diaboliche

Mi hai tolto sonno e respiro

Dandomi più di un capogiro

 

Benedetta detta Pepe

La mia luce tra le crepe

Con la copertina rosa

Per la nanna assai preziosa

Con le tue  lacrime in tasca

Tante da farne burrasca

Che poi basta poco o  niente

Una parola divertente

Perché tu rida di gusto

Grazie a te io mi aggiusto

Per te la vita è tutta fuoco

So che ti brucerai non poco

Amerai con tutta la pancia

Chissà se porgerai l’altra guancia

Tu che senti forte il rumore

Perché lo senti con il cuore

E vedi di più l’ingiustizia

Perche non conosci la furbizia

Agisci sempre d’istinto

E riconosci un sorriso finto

 

Benedetta detta Pepe

La luce tra le mie crepe

Sei la polvere dorata

Sigillante che mi ha riparata

Noi ci siamo scelte altrove

Forti di un amore che commuove

Sei stata capace di sfidare Dio

“da lei ci vado solo io!”

Con il dito puntato su di Lui

“non darci momenti bui”

Pronta a chiedergli anche i danni

Se non ci darà quanti più anni

Ma quando verrà l’ora del saluto

E il mio tempo sarà compiuto

Avrò un solo e unico rimpianto

Di non poter consolare io il tuo pianto

Allora, qui e ora, ti dico che la vita

Non è una vicenda infinita

Che la vita è solo un contenitore

Insufficiente per tutto il mio amore

E dall’altrove dove io sarò

Sempre e per sempre ti amerò

Perché non il tempo che ci è consentito

Ma siamo io e te ad essere infinito.

 

 

Aritmia

 

 

Io non sento il ritmo.

È tutta la vita che mi sento dire che sono aritmica: non ho imparato a suonare uno strumento perché sono aritmica, non so ballare perché sono aritmica, sono stonata perché sono aritmica, non capisco la metrica perché sono aritmica.

Ho cercato il significato della parola, oltre quello ovvio dato dall’ alfa privativo. E ho visto che l’ambito naturale dell’aritmia è quello medico. Si dice aritmia del polso, aritmia del cuore  e non è che non hai il ritmo del polso o del cuore.  Hai un ritmo diverso. Irregolare rispetto agli altri.

Mi sono sentita meno aritmica. Di essere irregolare lo so da sempre.

Come un verbo, come un numero primo, come una sequenza .

Sento i suoni, ma li sento a modo mio. Li sento da irregolare. Li sento con il tatto e non con le orecchie. Li sento con l’olfatto e non con le orecchie. A volte li sento con gli occhi, non sempre. Ma non li sento con le orecchie.

La musica mi arriva  come uno schiaffo o come una carezza.

Le parole hanno un suono che sento sulla pelle. Le parole sono taglienti o affilate, roventi o congelate, scavano o sfiorano, lenitive o urticanti.

Le parole profumano o puzzano.

Le parole sono il mio mondo, il mio tutto e risuonano per me, di me, di come sono io. Non saranno mai metricamente corrette. Impossibile. Non saranno mai formalmente corrette. Impossibile. Non saranno mai un gran componimento. Impossibile.

Sono le mie. Sono io in qualche modo, in tanti modi a dire il vero in ogni modo.

E quindi sono e saranno aritmiche, irregolari, istintive eppure ragionate, calcolate, pesate, vomitate,rimaneggiate mai rigirate, indagate, cercate e non ricercate, deboli, potenti, cattive, intense, buone, oneste, spietate,vere.

E sono e saranno messe in una rima azzardata perché sono il mio gioco, perché il mattino mi alzo e sveglio le mie figlie e le preparo alla giornata che sarà canticchiando in rima, inventando il tempo e i suoni, recitando in modo improvviso e improvvisato , perché possano iniziare con un sorriso, con una risata, per una parola sbilenca nella frase, per una parolaccia che ci sta proprio bene, per una mamma che infila in una rima tutto il gioco che può, tutto l’amore che può finché può.

Non chiamiamole filastrocche, per carità. Sono cresciuta nel mito di Rodari, lo so cos’è una filastrocca.

Non chiamiamole poesie, per favore.  Ho passato troppi  anni in compagnia della letteratura  greca, latina e italiana per non saper riconoscere una poesia. Ma questo è il motivo per il quale so anche che la parola poesia arriva dalla parola che significa fabbricare, costruire materialmente qualcosa.

Io faccio, costruisco poestrocchie. Pasticci di parole con una rima che anche uno stupido può leggere. Magari non può capire, ma leggere si.

Ed io sono esattamente così. Sono esattamente questo. Sono una poestrocchia.

È che sento le mie ragazze ridere tra una mutanda e una calza, mentre si pettinano o fanno colazione e so che durerà ancora poco questo nostro intrattenerci snocciolando rime improbabili. Ma io ci ho messo quasi 40 anni per imparare a giocare e non voglio smettere. Ed allora faccio rotolare giù parole come pezzetti di lego rovesciati dal cesto dei giocattoli e le sparpaglio tutte e non so quali userò o cosa costruirò ma mi servono tutte  e fate attenzione a non pestarle quando passate, potreste farvi male, il lego sotto il piede nudo è doloroso…

Io mi sono fatta male con alcune parole, adesso le maneggio con cura, non le tengo vicine, le osservo con circospezione, mi ci avvicino a piccoli passi.  Per altre ho un vero e proprio rifiuto.

Convenienza. Mi fa rabbrividire.  È una parola che striscia e sibila come un serpente, sa di profumo preso dal cestone delle offerte nel reparto bagno e detergenti del supermercato. Cela gli odori naturali, copre le intenzioni reali, maschera, nasconde, inganna, spinge ad accontentarsi.

Perdono. Non la capisco. Non so usarla. Ha il suono dei cocci rotti. È verde, non come la speranza ma più come la bile. Odora di sigaretta bagnata lasciata per giorni nel posacenere. Qualcosa di dolciastro, inutile, macerato.

Ad altre parole ho tenuto il muso a lungo, le ho coperte per non sentirle direttamente sulla pelle, adesso le sto scoprendo per capire se fa ancora male.

Famiglia. Famiglia è una parola dolorosa, per me odora di spazio chiuso, di corridoio della scuola. Suona monocorde come un elenco numerato di cose da fare. Obbliga a una mimica bellica, con il dito puntato come un’arma: “è la MIA famiglia” “sai cosa ha fatto la TUA famiglia?”.

Ha un colore grigio come la parete della sala d’aspetto dal medico di famiglia. Appunto.

L’ho coperta tanto tempo fa, ho smesso di sentirla e ho cercato di usarla il meno possibile. Mi dà ancora fastidio doverla maneggiare.  Allora l’ho sostituita con Noi. Noi profuma di alberi dopo il temporale. Noi  suona di risata improvvisa, di pianto nella notte, di piumone scricchioloso la domenica mattina, di “prendi sotto braccio la felicità, basta aver coraggio, all’arrembaggio”. Noi ha tutti i colori, alcuni anche sui muri con il pennarello o sul divano.

Noi fa rima con poi. E la storia è ancora tutta da inventare.

 

MEDITA AZIONE

 

 

Quando guido e sono da sola in macchina.

Quando torno a casa da un posto che è al di fuori dei tragitti quotidiani.

Quando google non si aspetta il percorso, non me lo suggerisce, non lo conosce.

Quando stupisco google maps.

Quelle volte in cui torno a casa dopo una giornata ad un qualche corso di aggiornamento , nel fine settimana.

Salgo in auto e le dico che dobbiamo tornare a casa. Lei mi ci porta. Io sono da sola, scelgo la musica che voglio, cambio la stazione radio ogni volta che c’è pubblicità, interrompo la canzone del cd e salto a quella che mi va, cerco su spotify il pezzo che non passano più per radio perché è talmente vecchio che nemmeno l’autore si ricorda di averlo cantato.Nei tragitti quotidiani questo è impensabile. Io sono addetta alla console  dj ma senza potere di scelta. Smisto le richieste ed evito liti e alzate di mani nei sedili posteriore, come insetti con il solo uso delle zampette anteriori che si agitano per colpirsi.

Nei tragitti quotidiani da scuola a casa-tennis-cartoleria-scendo e prendo solo il latte-casa-karate-casa-tennis  sono sempre in modalità conversazione. Tutta la giornata o parte di essa riversata tra i sedili come patatine fuori dal sacchetto, lo sguardo nello specchietto retrovisore ad incrociare l’espressione del racconto, chè mica vuoi ascoltare senza guardare, chissene se devi anche guidare. La mamma ascolta con gli occhi.

Anche  quando rientro a casa da sola, alla fine di una giornata fuori casa da sola , sono in modalità conversazione. La musica di sottofondo a un monologo continuo, che parte sottovoce. I miei pensieri  non seguono un filo ma ci si ingarbugliano, ci saltano la corda, ci si annodano a formare una rete come quella dei tappeti elastici sul lungomare.

Tutto può tornare alla mente.

Tutto può allontanarsene.

La risposta giusta per quel cliente che ha chiesto un parere.

Il nome del ristorante che dovevo suggerire la settimana scorsa e che vigliacca miseria non ricordavo.

Il paradigma di fero.

Il registro elettronico di Cristina da firmare.

Il dialogo immaginario con quella stronza, chè appena la becco se le sente dire tutte.

La rima per la poestrocchia dedicata a Benedetta, mi devo fermare per scriverla altrimenti la dimentico.

Non è più un monologo. Sono io che mi parlo. E mi rispondo. Mi faccio una battuta e rido. Mi commmuovo e mi consolo. Allontano il pensiero  e lo ripesco come un cigno di plastica  alle giostre ma ho una pessima mira.

Rido.

Sorrido.

Vado verso casa, non ho fretta.  La macchina va da sola, anche se il tragitto è inconsueto. Non è un automatismo ma è uno scorrimento. Non sono all’erta, non temo che il pirla con l’Alfa convinto di essere, per ciò stesso, un maschio Alfa, mi tamponi violentemente.

Se sono da sola non ho paura.

La lavatrice avrà finito.

Devo andare dal parrucchiere.

I croccantini del cane.

Una doccia calda.

E se non tornassi?

Quanto ci metterebbero ad accorgersene?

Potrei spegnere il cellulare, andare a mangiare qualcosa che non so in un posto che non so, potrei parcheggiare e camminare  senza guardare dove vado e questi pensieri ingarbugliati, intrecciati eppure così liberi diventerebbero il mio bastone per non vedenti , andrei dove mi portano, mi fermerei quando si fermano, lascerei scorrere il tempo, i pensieri ingarbugliati in questa meditazione senza medita, in questa meditazione senza azione e che mi ripulisce per intero , ma no che non scendo, non parcheggio, non sparisco. Si. No. Vorrei.  Vorrei solo un po’. Solo ogni tanto. Ora.

Si preoccuperebbero.

Eppure io sto benissimo.

Se sono da sola non mi preoccupo.

Dai, va bene, verso casa, tanto ci arriverò senza sapere come. Potenza del cervello, macchina straordinaria e complessa.

Colpo di tosse, cerco le mentine in borsa con una mano sola, frugo frugo e trovo un sacchetto per raccogliere la cacca di Justin, una peppa pig di plastica, una caramella gommosa  alla ciliegia che Benedetta ha preso in un negozio e non le ho fatto mangiare, lo scontrino di zara dei pantaloni di Cristina, l’elastico arancione per la coda d’emergenza prima del tennis,la scatola delle mentine. Vuota.

Il mio cervello è come la mia borsa.

Sorrido.

Dovrei fare pulizia in entrambi.

Tirare fuori, tirare fuori e buttare gli scontrini e le scatole vuote.

Mettere un pacchetto di fazzoletti nuovo.

Controllare se il lucidalabbra è secco.

Lasciare peppa pig, che non è stata reclamata e questo mi procura un lieve dolore della crescita. Benedetta cresce e io ho male.

Togliere il paradigma di fero , che nessuno mi chiederà più.

Mettere il nome di quell’istruttice in palestra che è tanto carina ma che porca miseria potrebbe chiamarsi Adele o Noemi o Maria o che ne so…

Togliere il ricordo dello sguardo da pazza della stronza e mettere fine a quel discorso da farle.

Mangiare la caramella.

Mettere il bacio di questa mattina nella tasca interna , con la zip, quella più sicura. Il bacio ed il suo schiocco, le mani sul viso, tiepide, gli sguardi che si incrociano, tutto al sicuro nella tasca, che non possa scivolare via, che non si ingarbugli altrove.

La parte del cervello che raccoglie tutto questo sentire in un bacio si chiama Talamo, come il letto nuziale, dove le sensazioni arrivano e vengono tesaurizzate, elaborate, filtrate. E pare che il dolore talamico sia insopportabile e resistente agli analgesici. Pare che basti una minima stimolazione della cute per amplificare il dolore che rimbomba dentro quando c’è una lesione talamica, quando la zip della tasca interna si rompe e non puoi più proteggere nulla e puoi perdere tutto.

Togliere la compressa di moment che è scaduta da 1 anno.

Il cancello del giardino si apre e non so se ho premuto io il telecomando.

Richiamo a bassa voce tutto questo vagare, tornate qui, bastoni per ciechi, corde per saltare, reti da pescatori, materassini per saltare, gomene di navi da ancorare.

Aspetto che finisca la canzone

Prendo fiato. Le luci dal terrazzo della cucina profumano di cena pronta, raccontano di compiti fatti anche senza di me,  di conversazioni che non ho ascoltato, di un tempo diverso che adesso mi verrà narrato,perchè quando io sono sola loro non si preoccupano.  Perché  quando io sono sola loro non hanno paura.

La canzone è finita

Espiro.

L’ultimo pensiero è il filo del palloncino che vola via, leggero.

Cerco le chiavi di casa in borsa. Sono nella tasca con la zip.

 

 

 

La pesca all’incontrario

 

Ecco si dice venire alla luce

Ma  dura la strada che ci conduce

Attraverso le fasi della terra

Si è come reduci da una guerra

Partita dall’ uovo e dal girino

Ricetta per fare un bambino

Sta nell’acqua come un pesce

Lo sconquasso è quando  esce

Così  si  apre il bacino

Come una tenda il mattino

I tessuti poi cedevoli

Senza troppi convenevoli

Il dolore è quel  bruciore

Prima del detonatore

Le ossa come mille schegge

Dovrebbero vietarlo per legge

Eppure solo quella è la via

Per realizzare la magia

Più di un urlo viscerale

Dicono allontana il male

Che torna come un’onda

Come nella pesca a notte fonda

Su una barca in mezzo al mare

Ti dondoli che è già un cullare

Un dolore che poi si scorda

Nel momento in cui deborda

Spazzato via da un solo  pianto

Eterno puro nuovo incanto

È una pesca che dà vita

Solo quando è finita

È la pesca all’incontrario

Di un amore straordinario

Sempre uguale sempre nuovo

A partire da quell’uovo

In mille modi si può dire

Ma solo una mamma può capire.

 

Benvenuta Angelica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Barbamamma

 

 

Le brave mamme fan l’arrosto

hanno il dono del bel canto

Io fatico a trovare il mio posto

e poi ho solo voi come vanto

Non dicono mai parolacce

portano orecchini di perle

e anche in certe giornatacce

non danno mai due sberle

 

Le brave mamme fan corredi

e preparano così alla vita

Io, invece, come vedi,

manco la mia ho capita

Eppure io sempre ci provo

anche se nulla so di ricamo

tutti i giorni in modo nuovo

a raccontar quanto vi amo.

 

Non da brava mamma

nè da mamma modello

più come Barbamamma

faccio il mondo più bello

 

Assumo la forma che serve

quella di cui c’è necessità

non ci sono mai riserve

specialista in più abilità

addetta al risveglio del mattino

guardarobiera all’occorrenza

tutor davanti al cappuccino

per scongiurare l’insufficienza

“alle quattro fuori da scuola sarò”

lo prometto ogni giorno

a volte non so come farò

ma sempre in tempo torno

 

Non da brava mamma

nè da mamma modello

più come Barbamamma

faccio il mondo più bello

 

E’ pronto il tuo borsone

c’è l’acqua e la racchetta

tranquilla andrà benone

la gara, vedrai Benedetta.

C’è l’invito a una festa

certo che puoi andare

non mi passi per la testa

di non volerti accompagnare

Dai su in auto veloce

presto che è tardi

una sull’altra la voce

nello specchietto i nostri sguardi

Dimmi i compiti per domani

mi trasformo ora in cuoco

tutte e due lavate le mani

dai su c’è la cena sul fuoco

 

Non da brava mamma

nè da mamma modello

più come Barbamamma

faccio il mondo più bello

 

Le cinture allacciate

di nuovo sono autista

ti accompagno a Karate

la dura vita dell’agonista

Hai studiato per domani?

mi raccomando Cristina

ma tu sei già sul tatami

che domanda cretina

 

Dai su in auto veloce

presto che è tardi

una sull’altra la voce

nello specchietto i nostri sguardi

Non da brava mamma

nè da mamma modello

più come Barbamamma

faccio il mondo più bello

infermiera con esperienza

assistente per lo studio

non perdiamo la pazienza

quasi quasi vi ripudio

giudice a dirimere liti

arbitro per le richieste

segretaria a smistare inviti

parrucchiera per le teste

confidente silenziosa

di quel pensiero cupo

ma tu ora, su su, riposa

mamma va e uccide il lupo

animatrice cabarettista

disc jockey per sfida

fammi la tua lista

soprattutto alla guida

autrice di filastrocche

divento sghemba ballerina

per un sorriso sulle bocche

che con tutto ben si abbina

addetta all’igiene orale

all’uso di buone maniere

i denti son lavati male

devo dare il mio parere

 

Le brave mamme della canzone

in fondo in fondo io credo

esistano solo nell’immaginazione

perchè in giro non ne vedo

ma son tante le Barbamamme

si trasformano ogni giorno

per lanciarsi nel bailamme

e dare amore tutto intorno

tutte un po’ così come sanno

chi con calma chi con nervoso

che ti chiedi come fanno

alcune anche senza sposo

per incanto fanno per due

altre invece in compagnia

ma come l’asino ed il bue

che hanno perso l’allegria

è così da mattina a sera

sul viso un velo di trucco

ogni mamma è una guerriera

che sa lasciarti di stucco

 

Non da brava mamma

nè da mamma modello

più come Barbamamma

faccio il mondo più bello

 

 

 

 

 

Pazza Idea

Figuriamoci se non compariva anche quello che “mi sono fatto un’ idea”.

Ma , visto il soggetto, si è fatto “un idea”, perchè è uno di quelli che non mette l’apostrofo.

E si è fatto unidea.

Di me.

Che lo metto anche quando la penso, un’idea.

Quindi, si è fatto unidea sgrammaticata di me, sulla base di un racconto sgrammaticato narrato da soggetti con evidenti problemi di apprendimento.

Tutto questo, giuro, mi sta anche bene. Come si dice, bene o male, purchè se ne parli.

Quello che non mi sta bene è che questa idea venga spacciata a basso costo per VERITA’ e rivenduta a fruitori di certezze da discount.

Finchè unidea resta nella testa , più o meno capiente, del suo creatore nessun problema.

Ma se pretendiamo di vederla uscire come Atena dalla testa di Zeus per ammantarsi di una veste nobile, allora no.

Allora cosa vuoi?

Allora chi ti conosce?

E’ormai talmente usuale giudicare una persona per interposta persona, senza avere una relazione diretta , che non ci meravigliamo più. Si spia un profilo facebook, instagram, basta sin anche uno stato di whatsapp , e si crea un fascicolo personale, da usare con valore probatorio a dire “visto? visto? lo dicevo, avevo unidea io!!!”

Eppure sono qui, vivente, contemporanea, in grado di rispondere. Volevi unidea?

Ti avrei aiutato a fartene una.

Ti avrei raccontato di me.

Tu avresti potuto chiudere gli occhi, metterti comodo, allentare la cravatta, slacciare i lacci delle scarpe inglesi che hai bramato così tanto da ragazzino, quando ti compravano le scarpe da Togo in periodo di saldi.

Ed io ti avrei parlato lentamente, senza paroloni, magari con qualche parolaccia, passando dal tono giocoso a quello serio, alternando la commozione al riso come nella vita, come la vita. Ti avrei descritto quei momenti di me che meriterebbero la scena di un film, il quadro di un pittore, un accompagnamento di violino al tramonto. Non ti avrei celato nemmeno quei momenti di me che meritano le risate da cabaret, gli applausi finti delle sit-com americane degli anni novanta ed in alcuni casi la censura.

Tutti i miei segni più, tanti miei segni meno. Come nella vita, come la vita, che è così: due negazioni affermano, più per meno meno.

Perchè il meno quando arriva porta via il più. Lo ingoia, lo ingloba, lo cambia.

Conosco tanti che sono il risultato di più per meno e che avrebbero il segno meno cucito addosso come la lettera scarlatta , se la matematica fosse la vita.

Ti avrei detto che la matematica non l’ho mai capita e per me più per meno fa forse.

E che posso essere meglio di come sono. Ma anche peggio.

Che mi sono cercata ovunque e trovata solo grazie a parole stropicciate su fogli strappati, vaganti, persi, dimenticati, ricomparsi, spariti.

Ti avrei raccontato che mio nonno aveva le mani grandissime e mi faceva aggiungere le 500 lire di panna montata al gelato . Sempre. Anche se non la volevo. E mi metteva il profumo per farmi le foto. Giuro. Mi scattava un sacco di fotografie e ogni volta compiva lo stesso rito: si abbassava sulle ginocchia, tirava fuori dalla tasca interna della giacca un pettine marrone e mi sistemava la frangetta dicendo ogni volta ” Soso’, devi dire a mamma che te la taglia un poco questa frangia”, proprio così, “la taglia” e non “che te la faccia tagliare un po’”. Poi dalla tasca esterna della giacca sfilava il suo fazzoletto bianco, piegato in 4, stirato perfettamente, imbevuto del suo profumo e me lo passava sul viso “ecco, ora in posa, sorridi, spontanea” e scattava.

Tu hai un fazzoletto profumato in tasca, per prenderti cura di qualcuno?

 

E ti avrei detto della panchina.

In Via Riberi, vicino a Palazzo Nuovo, c’è una panchina di cemento dove io e Mara abbiamo assemblato fisicamente la sua tesi di laurea per portarla in copisteria, poche ore prima che scadesse il termine per la consegna.

Quel giorno c’era un vento fortissimo.

E lei era in paranoia totale.

E lei è mia sorella per scelta.

Meno di 10 anni prima la nostra amicizia era nata su un’altra panchina, a Verona, in gita scolastica.

Quel giorno, quello della tesi, il vento faceva volare via tutti i fogli ma ci lasciava i pensieri, spettinava i capelli e portava via le parole che non ricordo più. Ma so che ridevamo. Di noi, su quella panchina a comporre la tesi.

Io so che da vecchie saremo insieme su una qualche panchina, in una giornata di vento a lasciar andare i  pensieri e trattenere le parole nella memoria incerta. Ridendo di noi.

Tu hai qualcuno di tanto importante che ti aspetta su una panchina?

Poi ti avrei raccontato di quella volta che sono entrata in pizzeria vestita come per andare al peggior veglione di Capodanno. Era inverno, indossavo il cappotto con il collo di pelliccia, avevo circa venti anni e le labbra color del fuoco anche senza il rossetto.

La cameriera mi ha mostrato l’appendiabiti, al fondo della sala. Non perdo l’occasione di sfilare. Sorrido al mio fidanzatodell’epoca, mi sfilo il cappotto e a lunghe falcate percorro la sala piena di tavoli occupati. Come la peggiore Kate Moss dei poveri sento tutti gli occhi su di me, torno al tavolo come se fossi in passerella ed ancora tutti gli sguardi su di me. Penso “questa minigonna è una bomba”.

Il mio fidanzato mi sorride stranamente divertito.

Scopro che la minigonna si era alzata fino a diventare una cintura, scendendo dalla macchina credo.

Avevo sfilato con indosso il perizoma delle grandi occasioni e delle peggiori intenzioni coperto da un velatissimo collant nero 20 denari senza cuciture.

Tu, tu hai mai fatto girare più di una testa per il tuo culo?

Avresti saputo di Cocò, la mia bellissima nonna che mangia i mandarini appena comprati al mercato, mentre guida per tornare a casa a preparare il pranzo, prima che torni nonno “dalla Ditta”. In un attimo la Renault 5 si riempie di quel profumo che le rimane anche sulla pelle delle mani ed io lo sento perchè mi fa quel gioco che sembra un buffetto, uno schiaffo, ma che è una carezza, un gioco che definisce il contorno del mio viso e lo disegna e la mano scivola via veloce mentre lei ride, ride di ogni cosa anche di quel mandarino che non ha lo stesso sapore di quelli di Ciaculli che mangiava prima.

Io lo so che prima vuol dire prima di Torino, prima di diventare un’esule e socchiude gli occhi, che hanno lo stesso colore dei miei, e dondola leggermente la testa scuotendo i ricci morbidi e corvini che io non ho, cullata dalla nostalgia per un attimo, questa mia bellissima nonna giocosa, diventata straniera anche a se stessa, ammalata di un dolore che non si è mai lasciato guarire e ha voluto solo farsi dimenticare inghiottito dall’alzheimer.

Lui invece, sempre “in Ditta”, era lì anche quando gli ho parlato per l’ultima volta, sai.

Dovevo dare un esame importantissimo. So che anche su questo hai avuto informazioni.

Ma non sai che mi ha detto “supererai anche quello”.

E’ morto prima di sapere che non l’ho superato. Ma ho scoperto che non si riferiva all’esame. Ed allora, si, si, aveva ragione lui.

“Quello” l’ho superato.

Tu, tu hai qualcuno che sa che ce la farai?

Hai una carezza di zagara da lasciare a qualcuno per gioco?

Sicuramente ti avrei raccontato di Stefano. Tutto. Con dolcezza. Con tenerezza, per quella ragazzina di 17 anni così intensa e viva.

Si dice che si bacia prima con gli occhi e poi con le labbra, ma ti giuro che quando si bacia anche con la pancia, quando il bacio arriva alla pancia e parte dalla pancia e tutto è un groviglio che non sai più cosa è iniziato dove, allora quel bacio vale tutto. Vale l’alba insieme e ogni minuto di ogni ora di ogni giorno senza respiro, salire su un treno interregionale con in tasca un biglietto da 12.000lire e basta, in un tempo senza cellulari, con lo zaino del liceo in spalla, il maglione regalato tatuato addosso e Stefano in testa, nel cuore, nella pancia quel groviglio, sono io, sei tu, siamo noi, i tuoi ricci e i miei capricci, il tuo sorriso e i miei capelli biondi che tra le tue dita sono più belli, e le tue mani e le mie mani, arrivo, scendo, aspettami al binario, abbracciami , Milano Centrale si ferma, Milano si ferma, il Mondo si ferma, siamo fermi anche noi in quell’abbraccio sempre più stretto.

E non riparte per un po’.

Quando quell’abbraccio non c’è più.

Quando il groviglio è quello della fine e non è più nella pancia ma in gola. Brucia.

Quando il sabato non si va più in stazione con 12.000lire in tasca, ma dritta a casa per fare la versione di greco per lunedi, tua sorella ha 5 anni e tiene il volume dei cartoni animati alto, tuo fratello invade gli spazi che dovrebbero essere condivisi, ma non vuoi condividere nulla perchè allora prendetevi anche un pezzo di questo male alla gola, di questo blocco di cemento nella pancia,  dove prima c’erano i baci, i ricci, la scoperta impacciata di quanto sono belli i brividi lungo la schiena.

Quel maglione come unica prova, come fossile di un ultimo abbraccio.

Avevo 17 anni.

Ne ho 39.

Il maglione è in fondo al mio armadio.

E tu? Tu hai un maglione capace di abbracciare?

Chissà, forse ti saresti addormentato arrivati al punto in cui mio fratello va in vacanza studio a Londra, poi ci torna per trovare i nuovi amici. Poi si trasferisce. E si porta dietro la mia infanzia, la mia essenza, quella parte grezza sconosciuta ai più. Lui ce l’ha tutta con sè, nelle rughe intorno agli occhi per i pianti insieme e soprattutto in quelle intorno alla bocca per il troppo ridere. Unico depositario di tante verità.

Tu? Ti sei infilato per sempre nelle pieghe di qualcuno che ti tiene con sè, tanto lontano e così vicino?

Ma ti avrei svegliato, per raccontarti che il 27 maggio del 1986 ho fatto i buchi alle orecchie in una gioielleria di Corso Agnelli. Non avevo ancora 8 anni,tenevo per mano mia madre che quel giorno ne compiva 30 ed indossava jeans e una maglietta bianca, aveva i ricci lunghissimi come Cocò. E si stava dedicando solo a me. Eravamo io e lei, mano nella mano come non saremo più state, unite in una presa stretta ma leggera, solida ma lieve. Era prima che la depressione la scavasse, erodendo pezzi che non sono più tornati. Prima dei pomeriggi passati a guardarla inerme su in divano, coperta da un plaid a scacchi. Prima di tante cose mai dette, mai affrontate, capite dolorosamente.

Ho ripensato a quel giorno tante volte da quando sono mamma. Quella sensazione di cura, dedizione, amore, provata quel giorno è stata la mia bombola di ossigeno tante, tante volte. La mia scorta d’amore.  Ho capito perchè odio i plaid a scacchi. Ho capito che siamo tutti frangibili. Ho capito che bisogna tenersi per mano con la giusta pressione, non stringere, non lasciar andare perchè ciò che scivola via non lo si recupera. Ma che bisogna sempre tenersi per mano.

Tu? Tu hai una bombola di ossigeno?

Di certo non ti avrei raccontato di lui. Lui che se la notte allungo la mano lo trovo accanto, lui che se di giorno allungo la mano lo trovo accanto. Lui che se chiudo gli occhi lo trovo dentro.

Perchè non avrei saputo cosa chiederti, alla fine. O meglio, non penso che tu abbia le risposte alle mie domande.

Tu hai mai amato qualcuno per come sei? O anche tu pensi che amare sia amare l’altro per come è? E in questo caso, come si fa con il cambiamento? Come fai quando l’altro cambia? Tu sai che nella vita si cambia continuamente? Che il cielo che vedi il mattino non è lo stesso che vedi la sera? Ti sei mai messo di fronte a qualcuno nella tua versione peggiore per dargli anche quello di te? Ti sei amato nello sguardo di un’altra persona?

Potrei continuare, ma in fin dei conti non mi serve a nulla cercare di trasformare unidea contraffatta in un’idea. Tu sei uno da contraffazione.

Sei uno da citazioni ricopiate da un sito di brocardi latini. Sei uno salvato dai giga dell’I-Phone.

Io non sono salva, non sono salvata. Non sono salvabile. Non mi interessa il tuo profilo facebook perchè non mi piace il profilo del tuo viso, non tanto per le cicatrici lasciate dall’acne, in realtà le cicatrici più imbarazzanti che hai non si vedono …

E non mi piacciono i tuoi occhi, piccoli, mai diretti, occhi da sotterfugio.

Non mi piaci tu.

E alle citazioni ho sempre preferito i proverbi, così diretti e sicuri.

Il mio preferito è ” chi si fa i fatti suoi campa 100 anni”.

 

Come siamo messi

Io ho messo le parole delle canzoni

Tu hai messo la  musica delle canzoni

Io ho messo le arancine

Tu hai messo la carbonara

Io ho messo il Maestrale

Tu hai messo le vele

Io ho messo le urla

Tu hai messo i silenzi

Io ho messo Troisi

Tu hai messo Fantozzi

Io ho messo i libri

Tu hai messo gli occhiali

Io ho messo la DU DEMON

Tu hai messo il vino rosso

Io ho messo la rabbia

Tu hai messo la paura

Io ho messo la filosofia greca e le sue domande sull’origine dell’uomo

Tu hai messo i tuoi amici di Genova e le loro risposte all’origine dell’uomo

Io ho messo i miei 20 anni universitari in bianco e nero

Tu hai messo i tuoi 30 anni affamati di vita e colori

Io ho messo “e quindi?”

Tu hai messo “stupiscimi”

Io ho messo i miei 30 anni da mamma

Tu hai messo i tuoi 40 anni da papà

Allora io ho messo i miei 40 anni e l’iscrizione in palestra

E tu hai messo i tuoi 50 anni ed una tenerezza nuova

Io ho messo un anello

Tu hai messo la fede in quell’anello

Io ho messo Cristina

Tu hai messo i tuoi occhi in Cristina

Io ho messo Benedetta

Tu hai messo la tua caparbietà in Benedetta

Io ho messo i cani

Tu hai messo i bancali di croccantini

Io ho messo qualche cicatrice sulla pancia

Tu hai messo qualche macchia sulla pelle

Io ho messo lo Shiatsu

Tu hai messo l’ I CHING

Io ho messo il nome a tutte le emozioni

Tu hai messo tutte le tue emozioni

Io ho messo la parola casa

Tu l’hai trasformata in famiglia

Io ho messo le mie pagine scritte

Tu hai messo le tue tele dipinte

Io ho messo la memoria

Tu hai messo i ricordi

Io ho messo la testa

Tu hai messo l’incavo del collo

E la corrispondenza è perfetta

Io ho messo tutto il tempo che avrò

Tu hai messo la consapevolezza che non ci basterà

per quel ballo non ancora ballato, quel bacio ancora non dato

sulla porta quando esci ad occhi chiusi per vederti meglio

per tutta questa vita da vivere e morire insieme, per aspettarci e ricominciare.

Io ho messo tutta me

Tu hai messo tutto te

E la corrispondenza è perfetta.

 

 

 

 

Mangiafuoco

Ora,se mi ascoltate un poco

Vi dirò chi è davvero Mangiafuoco

Vi diranno che è lo straniero

No, bambine, non è vero

Vi diranno che ha vestiti sudici

No, non credete a certi giudici

Diranno che paura deve fare

Chi ogni notte va a rubare

Chi senza casa e senza tetto

Per strada tiene un cane stretto

Quelle sono anime senza più speranza

A voi deve spaventare l’arroganza

Di chi si sente arrivato e migliore

E se lo guardate bene non ha cuore

Di chi usa un profumo costoso

Per celare un odore schifoso

Di chi vi racconta ciò che siete

Anche se voi non lo chiedete

Di chi vi giudica per il fatturato

E non ricorda cosa ha sognato

Ecco chi è pericoloso per davvero

Quello con il tono sempre austero

Che sa tutto perchè ha studiato

Poi scopri che ha sempre copiato

Quello che di risate è avaro

E nello sguardo vedi che è un baro

Quello che parla per gli spettatori

E non vede che calpesta i fiori

Chi vive e pensa con furbizia

E ha sempre una brutta notizia

 

Ecco bimbe mie da chi fuggire via

Da chi ruba la vostra energia

Voi avete sul viso il vento

Vivete per il vostro talento

Allontanate con veemenza

Lo scempio di chi con violenza

A tutti nasconde e omette

E nemmeno allo specchio riflette

Fate del mondo un posto speciale

Allontanate chi pensa sempre male

Se indossa un abito su misura

Non per questo non deve fare paura

A chi è senza profondi pensieri

Opponete sempre sguardi sinceri

A chi vi parla di soldi guadagnati

Raccontate i libri più amati

A chi della sua auto si vanta

Suonate musica che incanta

A chi vi dirà che non siete abbastanza

Mostrate un pennello come danza

 

Abbiate il coraggio di sapere

Che il mondo non è per persone vere

Abbiate l’ardire di esser sincere

Io lo so che  ne sarete fiere

 

 

Senza parole

La cosa peggiore che mi può capitare è che le mie figlie muoiano prima di me. Dovrebbe essere banale dirlo,scriverlo,pensarlo. Ma se davvero fosse così banale allora non dovrei sentire il nodo alla gola che sento,non dovrei avere la salivazione azzerata che ho,non dovrei essere in procinto di piangere come sono solo per averlo detto,scritto,pensato.

Oggi la cosa peggiore che mi può capitare è capitata ad una persona che conosco,molto vicina all’azienda per la quale lavoro.

Ho ricevuto la telefonata questa mattina,mentre leggevo i messaggi della chat della quinta elementare che pare che qualche genitore abbia mandato una lettera anonima al preside perché in disaccordo con la scelta del supplente e invece parte dei genitori approva il supplente ma non approva la scelta della lettera anonima ma allora la parte che non approva il supplente e non approva neppure le lettere anonime ha sentito la necessità di puntualizzare. Così alle 9.30 ciascuno aveva esercitato il proprio diritto di espressione e di informazione. Ed io sono rimasta con la cornetta a mezz’aria,la bocca aperta e davanti agli occhi l’immagine di una donna sorridente,allegra e di sua madre,poco sorridente e anzi severa nello sguardo e brusca nei modi. Poi le immagini si sono rincorse,sovrapposte,confuse.Sono certa che quei lineamenti così come li ho conosciuti non li troverò mai più.

Una farà un altro viaggio,sorriderà da altrove.

L’altra non sorriderà più. Le si pietrificherà il viso,si svuoterà lo sguardo,per volgersi solo dentro perché fuori non c’è più niente da vedere. Non c’è più il colore del cielo,il rosso del semaforo,il marrone dell’autunno,un libro,un film,un menù al ristorante .

Dentro c’è la bambina che hai cresciuto,il saggio di danza che hai mancato per il lavoro,l’insufficienza a scuola di quella generazione che era ancora colpa tua mica della maestra,la sigaretta di nascosto,il fidanzato che non approvi ma lei è innamorata pazza,quello che ti piace ma lei lo lascia perché troppo buono. E la gonna corta,il regalo di compleanno,il biglietto sulla porta per dire che si ritarda,la cena solo da scaldare,gli esami all’università di quella generazione che non aveva i crediti ma un numero certo di esami da far scrivere sul libretto rosso .

Dentro è il solo posto dove avrà senso guardare.

Perche’ io un mondo senza le mie figlie non lo vorrei più vedere.

E ci troveremo a dire parole e useremo la retorica delle frasi fatte,senza una emoticon adeguata questa volta,ma quella retorica sarà il rituale che ci consentirà di esorcizzare la paura e di contentere ciò che non trova un contenitore giusto.

Le parole che pronunceremo non saranno di conforto,forse nemmeno arriveranno,resteranno ferme nelle orecchie a rimbombare da lontano.

Perche’io un mondo senza le mie figlie non lo vorrei

sentire,al massimo potrei ascoltarlo.

Eppure quelle parole le pronunceremo,commossi,sinceri. Ma la sola verità è che se non c’è la parola per indicare un genitore che sopravvive a suo figlio è perché questa realtà non si può esprimere. È una parola che non si crea perché racconterebbe l’impossibile,l’indicibile.Quando non c’è una parola per dire qualcosa bisogna tacere.  E lasciare il compito agli altri organi di senso.Quando non c’è la parola ci si guarda dritto negli occhi.Quando non c’è la parola ci si tocca in un abbraccio che ci costringa ad annusarci da vicino come gli animali che così si riconoscono e si comprendono. Non ho parole per il tuo sgomento. Ma l’odore del tuo dolore assomiglia a quello della mia paura.Ti riconosco.TI comprendo.

 

Ciao Elisa.

 

 

Cristina 

 

Se mi darai la tua mano

Possiamo andare molto lontano

Se con gli occhi non trovi rimedi

Guarda nei miei e li vedi
Se fuori è troppa festa

Poggia qui la tua testa

Qui,qui sul mio cuore

Di cui tu conosci il rumore
Se incrociamo le venti dita

Insieme sciogliamo i nodi della vita

Se mi darai i tuoi piedi

Resto qui vicino,mi credi?
Se mi dai i tuoi momenti più neri

Li trasformiamo in lampi passeggeri

Se mi dai i tuoi sogni più belli

Ne facciamo ornamenti per capelli
Se mi da ogni tua paura

Mamma la getta nella spazzatura

Se mi dai la tua speranza

Insieme inventeremo una danza
Se mi dai un pianto a dirotto

Con la bacinella vengo lì sotto

Per non farti annegare in pensieri

Che,credimi,domani non saranno così seri
Se mi dai il tuo abbraccio

Io resto ferma in questo laccio

E copro forte le tue spalle

Come un grande scialle

 

Perché tu abbia sempre protezione

Come dentro il mio pancione

Da dove arrivi proprio tu

Con il nasino all’insù

 

Con le parole inventate

Che in questi anni ci sono capiatate

Le parole del bebè

Quando eravamo solo io e te

 

Le parole dei pasticci

E quelle dei capricci

Arriveremo,e così sia

Anche alle parole di qualche bugia

 

Una parola per ogni tua fase

Eppure uguale si ripete la stessa frase

Sempre lei,si sempre lei

Mamma,mamma dove sei?