Come se

 

A Torino sta piovendo come se non ci fosse un domani. A me piace, una volta non lo dicevo perché era abbastanza impopolare, adesso lo dico perché è sufficientemente impopolare. Quando dico che a me questo tempo fa stare bene mi guardano come se mi mancasse qualcosa e invece no, ho tutto, pure troppo. Semplicemente mi piace il rumore della pioggia, sembrano mille mille mille, millanta diceva mia figlia da piccola, tasti battuti contemporaneamente, come se fosse una gara di scrittura. Mi piace e adesso lo dico chiaramente, come se questo riguardasse solo me, come se non stessi dicendo che tutti dovrebbero amare la pioggia.
Pioveva anche una sera, otto mesi fa circa, come se servisse un altro personaggio alla scena, quando ho visto andare via una persona da qui, di spalle, come se scappasse. Gli ho detto che gli avevo voluto bene come se fosse stato mio fratello. Quella sera, così gli ho detto, lui mi ha risposto che si era sentito amato proprio così, come se fosse stato mio fratello.
Pioveva come se non ci spettasse un domani, quella sera. E invece il domani lo abbiamo avuto.
Gli ho voluto bene come se fosse stato mio fratello. Ma non era mio fratello. Lui lo avrei rincorso.

Lunedì c’è stata la riunione della squadra agonistica di Cri, perché un tecnico è andato via, improvvisamente pare, e bisognava capire il destino di questo gruppo. Un gruppo bello, fantastico, coeso, come se fosse una famiglia ha detto qualcuno a un certo punto, non ricordo chi. Io avevo la consegna del silenzio, sono andata in qualità di genitore, ovvio, sono un genitore, ma mio marito mi ha chiesto di non parlare, di non intervenire, per non sembrare troppo ruvida o diretta o cinica o qualcos’altro di impopolare che pare io possa risultare. E allora sono stata zitta, come se non avessi niente da dire, ma ne avevo, oh se ne avevo. Anche solo che grazie, no, a me di famiglia fa già venire l’eczema la mia figuriamoci se finanzio l’attività agonistica di mia figlia per sentirmi incastrata in un’altra famiglia. Chi la vuole una grande famiglia pure lì. Mi basta una squadra. Oppure che ormai d’improvviso non c’è più nemmeno il meteo, che le previsioni ormai ti dicono anche a che ora inizia a piovere, così ti puoi regolare con la roba stesa. Ecco, volevo dire cose così, ma ho rispettato la consegna del silenzio, come se mi stessi solo facendo un’idea. Ma ce l’avevo già, la mia idea. Comunque alla fine il destino del gruppo non si è capito, esattamente come nelle grandi famiglie, tutti parlano e non si arriva al punto.

Oggi mi hanno mandato un meme che dice “mi sento stanca come se la stanchezza l’avessi inventata io”, è carino. In effetti mi sento così, eppure dormo, rispetto a una volta quando alle tre del mattino giravo per casa cercando soluzioni. Eppure va meglio, in generale, ritmi collaudati, casa, scuola, ufficio, palestra, scuola, sport delle ragazze, casa, un corso il martedì sera per quel mio bisogno patologico di sentire che mi aggiorno e mi formo con costanza e che il mio cervello è in grado di lavorare ancora e di ricordare sempre. Ma questo senso di stanchezza non molla, è un sottofondo, come se volesse dirmi qualcosa e ci girasse intorno per non sembrare impopolare. È una stanchezza solo in parte fisica, è una stanchezza profonda, come se fosse un insieme accumulato di delusioni, aspettative, inadempienze, situazioni che dovevano essere e invece non sono state e adesso sono accatastate senza ordine una sull’altra e io mi sento scoraggiata come se dovessi rimettere tutto a posto da sola. E questa faccia, questa faccia che la racconta tutta la storia della stanchezza profonda anche se la racconta da rughe senza importanza come se ancora il tempo non avesse deciso cosa fare sul mio viso e facesse le prove e questo corpo, questo corpo che alleno perché non caschi giù mentre lo uso, come se fosse solo appoggiato in bilico, questo corpo che studio come se fosse nuovo, come se non lo conoscessi e lo giudico, lo boccio, non lo perdono mai. Stamattina ho detto a Stefano, il trainer che mi segue per la rieducazione della diastasi addominale e al quale ho dato l’incarico di non dimenticarsi di allenare anche i miei glutei, le gambe e le alette da Batman nelle braccia che al sorriso di Joker ci pensavo da sola, che mi sento come se fossi una tovaglia da diciotto, per quelle tavolate di Natale, da grande famiglia. Aggiusti da una parte, si stropiccia dall’altra. Fa grinze e ha qualche macchia che non viene più via. Ci si mette sopra il bicchiere o il piatto in modo tattico, che non si veda.

Stasera ripensavo a tutto questo mentre pulivo la cucina dopo il primo turno di cena, io e Pepe. Cri e suo padre usciranno dall’allenamento di Karate alle 21 passate, dall’altra parte della città che attraverseranno come se non stesse piovendo, con quella guida rilassata che ha lui, mai uno scatto o una frenata brusca. Io freno sempre e metto avanti la mano destra a parare il passeggero, come se ci fosse sempre qualcuno accanto anche quando non c’è. Quindi il loro turno sarà dopo, la tavola è apparecchiata per metà. Mi è venuto in mente, mentre lavavo la tazza della colazione lasciata nel lavello stamattina, che in latino “come se “dovrebbe dirsi quasi. Mi sono asciugata le mani con lo strofinaccio giallo, prima ho fatto quella cosa di schizzare il cane, Kimb, lo faccio sempre, gli piace. Sono andata in sala e ho preso dallo scaffale il Castiglioni Mariotti, il mio dizionario di latino del liceo, proprio lui, e l’ho maneggiato come se non fossero passati ventidue anni dall’ultima versione, come se le scritte “io cuore leo” le avessi fatte questa mattina. Pepe mi ha chiesto:
“cosa fai mamma?”
“controllo una cosa”
“perchè?”
“curiosità”
“che bello”
“cosa?”
“che sei ancora curiosa”.

Confermo. Quasi: come se. Ho sorriso, perché martedì sono uscita da un appuntamento alle 11.30 e già da almeno dieci minuti ero in panico perché mi sforzavo di ricordare dove avevo parcheggiato e non lo ricordavo, ho salutato velocemente, come se avessi fretta di andare avanti con il mio lavoro e invece ero quasi disperata perché non ricordavo. Come se non lo sapessi. Ho sorriso perché il latino, quello, me lo ricordo. Quasi tutto.
Quasi. Ho controllato il significato italiano : poco meno. Non è come se, è poco meno di.
Un’altra cosa, un altro senso a tutto.

A Torino piove ed è quasi domani. Dico a tutti quelli che si lamentano del tempo che amo la pioggia ma prima aggiungo “io sono impopolare, lo so”, quasi per giustificarmi. Quel che manca alla giustificazione vera è che quel che mi piace riguarda solo me.

Ogni tanto ripenso a quel quasi fratello andato via velocemente, voltato di spalle. Quel che gli mancava per essere mio fratello era la mia mano in caso di frenata.
A Torino piove, io sono stanca ma anche curiosa, ricordo e dimentico. E non mi manca niente.

La giornata è, comunque, quasi finita. Quel che manca è la cena di Cri e suo padre, la tovaglia è pronta, con le sue macchie e sistemata alla meglio, manca solo il piatto in tavola e il racconto dell’allenamento, con le previsioni e le speranze per la gara di sabato e a vederci da fuori sembriamo quasi una famiglia come un’altra. Quel che ci manca è l’eczema.

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Facile

 

C’è una canzone, una canzone di Fabri Fibra, Lascia stare, che  a un certo punto fa “se parlo dei fatti miei la gente si offende”. Si, io sono una persona che dice che le canzoni fanno. Dico: “come si chiama quella canzone, quella che fa così…”. Le canzoni fanno, mi sembra sia corretto dirlo. Le canzoni a volte fanno schifo, le canzoni fanno piangere, fanno innamorare, a me è successo di innamorarmi di una canzone e poi di aver bisogno che ci fosse un ragazzo a cui pensare e allora lo trovavo e me ne innamoravo, per forza e alcune canzoni fanno guarire, a me fa guarire L’Ultimo Spettacolo di Vecchioni, mi ha curata due anni fa quando quello che amavo, la mia vita, la mia famiglia erano come in terapia intensiva e dovevo decidere se accanirmi con le cure o staccare le macchine. Le canzoni fanno ricordare. Ci mancava che Spotify sdoganasse Battisti sul finire di quest’anno che è stato un anno difficilissimo e bellissimo e bruttissimo e non mi ci voleva questa, che sembra facile non ascoltarlo se lo sai che dopo è difficile, che pensavo fosse dimenticata quella roba lì e invece lo metto e ciao, parte il carrozzone del groppo in gola e penso che ne sai tu di un campo di grano e se è vero o no che credo in Dio . Si, io sono una persona che dice che le canzoni si mettono, gli autori si mettono. Io in macchina li metto. E aspetto a scendere finché non è finita la mia canzone, quella che fa, quella che mi fa.

Io sono una persona che parla dei fatti propri, qui. E c’è gente che qui viene e poi si offende. Ma è facile non offendersi, basta non venire qui. Una volta un mio amico mi ha detto che smettere di fumare è facile, basta non fumare. Ecco. Basta fare altro quando viene voglia di accendere una sigaretta, il cervello si può ingannare, diceva, o perlomeno distrarre. Qui è uguale, basta andare su un altro blog, magari di cucina, e non ci si offende ma non è che si può dire a una persona di non raccontare i fatti propri. Soprattutto se questa persona è dispettosa.

È difficile essere dispettosi quando si è adulti ma non è qualcosa che puoi smettere di essere, puoi anche smettere di fare i dispetti, non è facile ma si può, ma non puoi smettere di essere dispettosa. Io ho lo sguardo dispettoso. Per quello tengo sempre su gli occhiali da sole, anche in pieno inverno, mica è vera quella stronzata che mi dà fastidio la luce. Ho gli occhi talmente scuri che non patiscono niente, anzi. Veramente qualcosa patiscono: le persone che non mi piacciono. È facile non piacermi, basta pochissimo, basta essere uno che urla, uno che parla a voce alta, uno di quelli che chiamano i figli o le mogli o i mariti a voce alta in mezzo alla strada, in mezzo al cortile della scuola. Basta essere un furbo. A me i furbi non piacciono, i furbi quelli da pianerottolo, i furbi che lasciano la macchina a cazzo, tanto è solo un minuto, quelli che tagliano la fila tanto devono solo chiedere una cosa, veloce. Basta essere uno che cerca di fare pena, uno che smuove la leva emotiva della compassione. Io tengo su gli occhiali da sole ma si capisce lo stesso, perché è facile capirmi. Davvero. È facile capire se mi piaci o no, non faccio molto per nasconderlo. Anzi, niente. Se rido di qualcosa che dici mi piaci. Facile. Ma non devi toccarmi quando mi parli, altrimenti non mi piaci più.

È difficile che io mi offenda. Fondamentalmente non me ne frega molto di cosa dicono perchè sono presuntuosa. È facile trovare i miei difetti, sono tutti in superficie, sono tutti a vista. Mi offendo quando viene presa in giro la mia intelligenza, quando sento bugie, quando rigirano le parole o sbagliano la ricostruzione fattuale di un evento per sua natura collocato nel tempo e nello spazio. Per il resto no. Comunque è difficile starmi accanto, non tanto per i difetti che quelli sono e non sono nemmeno così insopportabili, ma proprio per me, è la mia costituzione che rende difficoltosa la vicinanza. È difficile che io voglia avere qualcuno accanto perché ho la soglia dell’insofferenza bassissima, mi ci sono voluti oltre diciotto mesi di psicanalisi per capire che ci sono cose, persone e situazioni che mi scatenano insofferenza e per imparare a prevenirle ed evitarle, non è facile, non sempre mi riesce, ci sono momenti in cui ancora ci casco dentro e allora lì, lì diventa difficile, difficilissimo, vivermi vicino, sfiorare il mio fianco è come togliermi l’aria, cercare di calmarmi è come innescare un ordigno. Non è facile ripararsi, è come dinamite.

È facile sorridere divertita quando qualcuno che non vedi da quindici anni ti dice che non sei cambiata per niente “nemmeno di un minuto” e tu rispondi con quel sorriso e ci aggiungi un “magari” e lì, dietro a tutto , dentro a tutto, pensi a quanto è stato difficile ma salvifico, invece, essere cambiata così, così tanto e ripensi che odiavi la montagna  mentre aspetti la neve per ciaspolare nei boschi , che tuo marito era sposato con un’altra, che forse di figli non ne volevi e lei invece si, che la tua laurea era sbagliata e faceva sentire sbagliata te, che i cani sotto i trenta kg non erano cani e accarezzi il tuo chihuahua blu a pelo lungo che sei andata a prendere a Novara in un pomeriggio di pioggia dopo averlo aspettato per due anni e no, nemmeno le figlie hai atteso così,  che ancora cadevi nel tranello del senso di colpa ma per fortuna funzionava già il meccanismo dell’intuito, che non hai avuto coraggio in un sacco di occasioni, che sei inciampata in giornate e persone che dovevano essere memorabili e invece non te le ricordi, che il tuo addome aveva la pelle liscia e compatta, il tuo sorriso era un siparietto divertente mentre adesso è un sipario a volte pesante da aprire su un teatro mezzo vuoto, che c’erano persone che sapevano se era vero o no che credevi in Dio e adesso non lo sai nemmeno tu.

È facile offendersi, quando sai di aver sbagliato. È difficile dirlo, lo so, è difficile per tutti.  Io ho sbagliato quando ho pensato di lasciar stare. È difficile fare la conta degli errori accumulati nella nostra vita e in quella degli altri, soprattutto nella nostra però.  È facile ascoltare una canzone che ci dia ragione, è difficile ascoltare una persona che non ce la dà. E che non la vuole. E’ difficile se ti dicono “lascia stare” non lasciare stare ma se sei dispettoso è più facile.

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Niente scusa, niente grazie

 

Non mi ricordo. Mi sforzo da giorni, ma niente. Non mi ricordo la prima volta che lo abbiamo detto, il momento in cui abbiamo stabilito questa regola tra noi, questo art.1 della nostra Costituzione. Eppure è importante. E io non me lo ricordo. Non so, mi viene in mente una sera, autunnale, nella tua macchina, quella con i sedili rossi. Io avevo la Borbonese, quella a mezza luna, tra la coscia e la portiera, quella coscia, la destra, accavallata sulla sinistra, la tua mano sul mio ginocchio e poi sul cambio e poi di nuovo e poi fermi. Mi viene in mente quella sera ma potrebbe essere un’altra. Quella sera tu mi hai detto, io ti ho detto, allora tu mi hai detto e allora io mi sono incazzata e allora tu. Il mio ginocchio. La tua mano. Allora basta. Dovevamo finirla così ed eravamo seri, pensavamo davvero che allora basta, ogni volta. Senza possibilità di fraintendimento.
Non ricordo e forse è la cosa che più mi fa arrabbiare. Sono giorni che ci penso, però se mi viene in mente quella sera un motivo ci sarà. Chi dei due lo ha detto? Io. È una cosa mia, dai, pensaci. Io posso dire una cosa così, seria, puntandoti lo sguardo dritto in faccia che non puoi nasconderti e non puoi nascondermi nulla. Io posso dirti “tra di noi niente scusa. E niente grazie.”
Si, devo averlo detto io. L’idea è stata mia. Niente scusa, dai. Cosa chiedi scusa? Che senso ha? Quel che è fatto è fatto. Dimmi che farai altro, anzi non dirmi cosa farai ma pensa a me quando fai e a quel che sai di me, a tutta la fantasia che uso per vivere con me stessa ma non chiedermi scusa che poi devo scusarti e io, io non sono capace. E niente grazie. Cosa vuoi? Che ti ringrazi di cosa? Io non so dire grazie senza aggiungere “al cazzo”. Non suona bene.
Però, potrebbe anche essere una frase tua, in fondo, a pensarci meglio. Tu potresti dirla così, come una roba buttata a caso, calzini appallottolati sul divano che poi ne trovi solo uno, potresti avere avuto tu l’idea. “tra di noi niente scusa. E niente grazie”. Per cosa avrei dovuto chiederti scusa? Per averti amato di nascosto fino a quando non hai urlato “tana libera tutti” ed eravamo rimasti io e te in gioco e basta? Per averti amato così, scomposta, come una frattura dolorosa? Come una bambina che non riesce a stare ferma? E grazie, grazie di cosa? Di cosa mi avresti dovuta ringraziare? Delle stesse cose per le quali avresti dovuto anche scusarmi.

È andata avanti, bene, per molto tempo, l’applicazione di questa regola. Che sia stata mia o tua, poco importa. Siamo stati bravi nell’applicarla. Poi è successo qualcosa.

Non mi ricordo. Mi sforzo da giorni, ma niente. Non mi ricordo la prima volta che abbiamo derogato. Prima io o prima tu? Penso prima tu. Ma non sono sicura. Mi viene in mente che avevo i capelli scuri. Li ho tinti di nero quando ho compiuto trent’anni. Cri aveva quattordici mesi e io ho tirato su una colata di nero sui miei capelli biondi. E mettevo una sciarpa rossa anche se era settembre e non avevo mai avuto una sciarpa. Infatti era tua- grazie. Avvolgevo la gola e poi facevo un doppio giro e così i due lembi mi cadevano sul seno. Mi vedo così se penso alla prima volta che ci siamo chiesti scusa e detti grazie. A mente ho aggiunto “al cazzo”, comunque, sappilo. Con i capelli neri e la gola avviluppata, sullo sfondo un grande malumore e un senso doloroso di precarietà. Non ricordo perché. Perché ci siamo chiesti scusa, perché ci siamo ringraziati. Non ricordo il perché specifico, il dettaglio. Ma so che era iniziato il nostro periodo detto del Fraintendimento. Il nostro personale e oscuro medioevo. Con le prime scuse avevamo aperto la porta all’incomprensione e quel che prima non aveva bisogno di essere detto adesso necessitava di un’esegesi accurata e non c’erano esperti ai quali rivolgersi. Anzi. Eravamo circondati da ridicoli cialtroni. Che però non facevano nemmeno tanto ridere.
Con i primi grazie avevamo dato avvio allo schema della riconoscenza e della gentilezza reciproca. Due balorde che si portano appresso come in un sabba l’insofferenza e la falsità. E la mia sciarpa, la tua in prestito-grazie-, sempre più stretta intorno alla gola, la mia che esplode- scusa.
Il Fraintendimento cadeva su tutto, sul lavoro che ci vedeva affiancati, con il mio procedere saputello e studioso e il tuo fare a sensazione e poi si vede. Sulle famiglie di origine e la perversione della coazione a ripetere. Sulla forma da assumere in tre, che un triangolo non è detto sia isoscele. E in quattro, che non è detto che un quadrato sia meglio di un rombo. Sulle nostre regole fondanti. Il dolore più grande da cui scivolava come un masso senza controllo la sensazione che tutto dovesse finire.
Tra di noi niente scusa e niente grazie.
Fai quello che vuoi, sii quello che sei. Ma ricordati di me, di tutta la fantasia che impiego, di tutto quello che penso perché tu sai, tu solo sai, tutto quello che penso, tu sai se è vero o se è inventato.
Tutto quello che è inventato è vero.
Ci eravamo dati anche questa regola. Questa è tua, non devo nemmeno pensarci. Nasce da un nomignolo che mi hai dato, una notte, inventato e che è diventato il mio secondo nome, Kibu, così vero che a volte penso di chiamarmi così.
Il Fraintendimento portava via tutto, lentamente, come un vizio che ti consuma giorno dopo giorno, puntata dopo puntata, tutto sul rosso, come la sciarpa. No, tutto sul nero. Come i capelli, che a farli tornare biondi non è stato facile. Portava via la spontaneità, il parlarsi direttamente e come capitava senza cura, senza belletti che si sciolgono al sole, parlarsi senza paura e senza premura, senza pegno da pagare per una confidenza. Il toccarsi senza sentirsi frangibili o osservati o imperfetti o sbagliati. Il guardarsi senza protezioni, senza occhiali o filtri, io ho passato dei pranzi con gli occhiali da sole addosso. La sciarpa stretta intorno alle parole e la mascherina scura sullo sguardo arrabbiato.

Non mi ricordo. Mi sforzo da giorni ma niente. Non ricordo. L’ultima volta che ho premesso. L’ultima volta che ho argomentato e fatto l’elenco dei perché si e dei perché no, l’ultima volta che ho sbuffato prima e inveito dopo per dirti come la pensavo. Mi viene in mente una sera di maggio di due anni fa. Era un venerdi, Cri aveva dato l’esame di cintura a Karate, quella sera hai ricevuto messaggi di chi ti diceva qualcosa su di me, sul mio comportamento, inventava ma non era vero, perché non conosceva le regole, non poteva inventare e far diventare vero, perché la verità è un punto fermo anche quando inventi e loro no, ti dicevano solo invenzioni traballanti. Quella sera mi sono tolta la fede dall’anulare e l’ho poggiata sul comò in camera da letto. La fede ha fatto “tin” cadendo. Questo suono lo ricordo.
Prima di quella sera avevo già pensato che non ne potevo più, ma non così. Avevo già il mio elenco punto per punto di azioni da intraprendere e di soluzioni pratiche da saputella studiosa, non l’ho mai buttato, è in ufficio, ultimo cassetto della scrivania. Avevo già immaginato una vita senza scusa e senza scuse, senza sciarpe, senza te. Avevo già inventato di giocare di nuovo, di nascondermi e non trovarmi per un po’ e di restare per ultima e poi urlare tana libera tutti sapendo che non c’era più nessuno da salvare. Solo me. Però mi viene in mente quella sera, proprio quella sera e allora qualcosa vorrà dire. La fede nella ciotola sul comò. Tin. La porta della camera da letto chiusa a chiave. Il mio pianto. “domani vado via”.Nessuna possibilità di fraintendere. Il tuo sguardo che non sapeva dove poggiarsi perché mi ero tolta da lì, da dove lo mettevi sempre come le chiavi della macchina sul mobile dell’ingresso. Il peso del tuo corpo sul divano, i tuoi pensieri spaiati come i tuoi calzini, appallottolati e lasciati lì, che non importa più a nessuno, che non c’è più nessuno che li raccoglie e te li riporta puliti. Il mattino dopo “ho capito, vai pure via, è giusto”. Nessuna possibilità di fraintendimento.

Non mi ricordo. Mi sforzo da giorni, da quando Cri mi ha detto che si ricordava di quella sera, me l’ha detto due settimane fa, a pranzo, dopo l’ultima telefonata traballante che hai ricevuto, che strani questi tentativi maldestri, come il pesce con l’amo in bocca che ancora dà qualche colpo di pinna e non si arrende e non capisce che ormai è fuori dall’acqua.
Forse dovrei chiederti scusa per le cose che devi sentire al posto mio, forse dovrei dirti grazie, per il fatto che lo fai. Ma aggiungerei comunque “al cazzo”, quindi no, non va bene.
Cri ricordava tutto, mi sono dispiaciuta ma le ho spiegato come mi sentivo. E che ho rimesso la fede al dito dicendoti che era l’ultima volta. Nessuna possibilità di fraintendimento.
Mi ha ascoltata come fa lei, in silenzio, come fai tu. Con lo sguardo appoggiato, lieve, che non faccia mai male, lei. Io te lo butto addosso, il mio.
“non è stato un bel periodo, quello. Per fortuna è finito, vero mamma?”.

“Si, è finito.”

Nessuna possibilità di fraintendimento.

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Giochiamo

 

Il Signor Qualcuno sapeva chi era. Sapeva dove abitava e il lavoro che svolgeva. Sapeva cosa fare nel fine settimana,aveva una fidanzata, in fondo, proprio per quello, sapeva come trascorrere le feste comandate, aveva una famiglia, in fondo, solo per quello. Ogni volta che incontrava persone che non conosceva si presentava: “sono Qualcuno” e tutti così sapevano che lui era il Signor Qualcuno.
Era settembre o forse aprile, sono così simili aprile e settembre che è facile confonderli, quando il Signor Qualcuno incontrò una signorina, il caso pensava lui, il caos pensava lei. “sono Qualcuno”-disse sorridendo- “Non ci credo”, rispose lei senza sorridere ma anzi con quel broncio posticcio di chi si sente irresistibile.
“Piacere” replicò il Signor Qualcuno. La signorina rimase silenziosa un momento di troppo, una pausa normale ma appena più lunga, perché era la prima volta che succedeva che il suo nome fosse capito subito, infatti la signorina era la Signorina Non Ci Credo.
La Signorina Non Ci Credo non sapeva chi era, dipendeva dalle giornate. Sapeva dove abitava ma avrebbe preferito vivere altrove. Il lavoro che svolgeva non lo aveva scelto né amato. Era una cosa da fare e la faceva. Bene, con metodo e con precisione. Non sapeva cosa farsene dei fine settimana allora li riempiva con lo studio. Per le feste comandate le veniva la nausea, il vomito, la dermatite. Quando era la bambina Non Ci Credo le veniva la febbre altissima e sua mamma, la Signora Quando Sarai Grande Farai Come Vorrai, le metteva del ghiaccio sulla fronte a casa di qualche parente, in genere dalla Signora Un Applauso Per Me, perché quelle erano le feste comandate e allora bisognava obbedire. Ogni volta che incontrava persone che non conosceva si presentava:”Non Ci Credo” e tutti la guardavano con diffidenza ma lei metteva su il broncio e il no sulla faccia e così si proteggeva.
La parola preferita del Signor Qualcuno era “stupiscimi”. La diceva sempre più spesso quando vedeva la Signorina Non Ci Credo e voleva vederla sempre più spesso, rubando il tempo dove poteva ma senza mai sentirsi un ladro. La parola preferita della Signorina Non Ci Credo era “e quindi?”. Che sono, si, due parole ma lei le pronunciava in un solo espiro. La Signorina pensava che la sintesi fosse da inserire tra le Virtù Cardinali. Il Signor Qualcuno iniziò a parlare in modo chiaro e diretto, mica subito, con calma, con il tempo che smise di rubare a quel che, in fondo, non voleva più. La Signorina Non Ci Credo appoggiò il broncio sul lavandino sotto lo specchio del bagno e si sentì comunque irresistibile perché lui non aveva resistito e così un po’ stupiti e un po’ instupiditi , mica subito, con calma, con il tempo, si presero.

Si presero la mano per attraversare la strada o in auto fermi al semaforo. Si presero una sera della settimana, poi due, poi tre, poi il fine settimana. Si presero un cassetto del comodino. Si presero un doppio spazzolino. Si presero del tempo, a un certo punto, ci voleva. Lo recuperarono, prendendosi tutti i baci in lacrime e tutte le lacrime tra i baci, si presero tra le lenzuola e ovunque si potesse e non si potesse. Si presero in giro. Si presero sul serio, poco. Si presero così com’erano e cambiarono. Si presero l’un l’altra come una medicina, un salvavita. Si presero e si raddoppiarono sfidando la matematica, 1+1 divenne 4, si presero e fu nuova vita, una vita Straordinaria prima, una vita Speciale dopo e si presero un seggiolone e un’auto familiare, si presero la varicella e le telefonate da scuola, un cane e poi un altro, si presero le lezioni di nuoto in inverno e l’umidità di Kuala Lumpur in Cit Turin. Si presero sottobraccio uscendo da qualche studio medico, tirando un sospiro, si presero cura di capelli lunghi e unghie dei piedi da tagliare, si presero spazio, con calma, con il tempo, uno accanto all’altra e quello spazio divenne l’universo .
Chi li vedeva non capiva. La Signorina Non Ci Credo era abituata a quegli sguardi, li aveva intercettati tutti, sapeva già cosa aspettarsi. Il Signor Qualcuno, invece, non pensava che gli altri dovessero capire.
La Signora Ti Spiego, non bella, non simpatica e per niente intelligente, raccontò alla Signora Non C’è Problema, che voleva sempre sentirsi indispensabile, delle cose false sulla Signorina Non Ci Credo e le raccontò anche al Signor Non Sono Stato Io, famoso per non avere mai un’idea sua, e tirarono su un pandemonio. Ma era un pandemonio tra tre demoni sgarrupati, che avrebbe fatto quasi ridere se non avesse colpito il Signor Qualcuno. Che, infatti, non rise. La Signorina Non Ci Credo stava, invece, aspettando. Lo sapeva da tempo, da quando una disse Ti Spiego e lei rispose Non Ci Credo, da quando quello disse Non Sono Stato Io e lei rispose Non Ci Credo, da quando l’altra le sputò in faccia un Non C’è Problema e lei urlò Non Ci Credo.
Ci sono cose che non possono funzionare insieme, alcune parole, certe persone, diverse storie.

I tre demoni disperati rimasti senza Qualcuno si rivolsero al Signor Nessuno.
Il Signor Nessuno non sapeva chi era, non completamente. Gli mancava un pezzo, indietro, della sua storia ed era un pezzo irrecuperabile .Il Signor Nessuno non aveva interesse particolare per la Signorina Non Ci Credo, si conoscevano appena, lui era brutto e lei pensava che la bruttezza andasse inserita tra i Vizi Capitali, lei non era ricca e lui pensava che la ricchezza fosse il solo fine perseguibile nella vita, ma lui capì subito come sfruttare il malcontento dei tre disgraziati e soprattutto intuì che lei era il solo modo di colpire il Signor Qualcuno. Il Signor Nessuno aveva trascorso la vita aspettando di poterlo fare. Perché lui era Nessuno, sempre. E l’altro era Qualcuno, per tutti.
Fu così che i quattro dissero e fecero cose stupide, una dopo l’altra, facendone una, una sola grave. Gravissima. Usarono la Bambina Straordinaria. Come si usa uno strumento di lavoro, come si usa una cosa e non una persona, mai una persona. Il Signor Qualcuno li allontanò come si allontanano le zecche dal pelo del cane, soffocandole con un batuffolo d’alcol, come si isola un tumore in una pianta, la galla, togliendo nutrimento all’escrescenza.

La Signorina Non Ci Credo fece la sola cosa che sapeva fare o che poteva fare e iniziò a raccontare, sempre, come un aedo cieco e giurò. Lei che non giurava mai, giurò. Come un soldato.  Soprattutto quando le arrivava l’eco disperata di qualche stortura, il vociare lontano di chi pensa che tutto sia stato dimenticato o che nulla sia mai accaduto, la distorsione di chi si sente la vittima delle sue stesse parole.

Con calma, con il tempo.

 

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E’ sempre di domenica

Ricevere. Il verbo da studiare per domani: indicativo, congiuntivo, condizionale, imperativo, infinito, participio, gerundio. Un casino, una confusione, una contestazione.
La differenza tra riceveremo e riceveremmo. Ricordati Pepe. Una emme è futuro. Semplice e pure certo. Due emme è tutto da vedere, è condizionale, mica c’è niente di sicuro, sai.
“è importante, Pepe, usi i verbi sempre, tutto il giorno, anche quando non parli, anche quando pensi e basta, nella tua testa tu usi i verbi. È facile, Pepe, dai, senza drammi.”
“ma se già li so usare perché li devo studiare?”
“perchè non è che sei nata sapendo i verbi, ogni volta che hai sbagliato qualcuno ha corretto il tuo errore, anzi, è proprio dall’uso dei verbi che ti rendi conto di chi hai di fronte, sai? Pensa a quanti sbagliano il congiuntivo. Vuoi essere una persona che sbaglia il congiuntivo?
“no, non voglio essere come Di Maio”.
Il Piemonte. La regione da studiare per domani. Tre pagine di sussidiario, la regione dove abitiamo. È montuosa, sì, è collinare, sì, c’è la pianura padana sì. Il libro pone l’attenzione sulla coltivazione del riso. Sull’allevamento dei bovini. Il Po e i suoi affluenti. L’artigianato orafo di Valenza. Che palle. Che due palle. Io da bambina andavo in edicola a comprare dei fascicoletti tematici che servivano per le ricerche, non so se esistono ancora, si ritagliavano le immagini, si scriveva la didascalia accanto con la replay o con la stilografica blu, la cartuccia da controllare a un certo punto e che finiva sempre di domenica. Che palle, che due palle la geografia.

Il cambio delle lenzuola, che potrei farlo fare alla signora in settimana e invece lo faccio io. Di domenica. Anche mia madre cambiava le lenzuola la domenica, io l’aiutavo, soprattutto per il letto matrimoniale, solo se non l’aiutava già mio padre. Perché il letto matrimoniale non si fa in tre. Porta male.
“perchè?”
“perchè si dorme in due nel letto matrimoniale, a farlo in tre significa che c’è qualcuno di troppo?”
“e a farlo da soli?”
“no, a farlo da soli non porta male”
“e ma significa che sei solo”
“mica porta male”
“e se l’altro è morto? O se n’è andato?”
“dai, tira meglio il lenzuolo sotto, che poi sembra un pagliericcio”
Io le cambio da sola. Per tutti e tre i letti, le ragazze hanno i letti da una piazza e mezzo, Cristina ha il letto che era di suo padre da ragazzo, forse l’abbiamo concepita lì, non ricordo ma mi sembra di si.
Le federe ben tese, il copripiumone colorato. Pepe vuole che non ci sia una piega, Cri forse nemmeno si accorge che c’è stato un cambio. Ci si butta sopra a leggere e mangiare. Io non potevo, ma avrei voluto. Condizionale. Ma portava male sgualcire le lenzuola appena messe, nel senso fisico dell’incazzatura di mia madre.

Il pranzo della domenica. Non esiste, mai istituito, troppo stressante. Galleggiamo, se non ci sono gare di Cri, abbiamo pigiama libero, divano, qualcuno dipinge, qualcuno legge, i compiti. Sky, repliche, registrazioni, spuntini, pane tostato, il caffè a letto. Instagram, un po’ di Facebook, le lavatrici arretrate, WordPress, le statistiche.
“sai che questa settimana mi hanno letta dal Giappone?”
“dai, chi c’è in Giappone che conosci?”
“nessuno. Perché scusa non può essere qualcuno che non mi conosce?”
“si, ma mi sembra strano”
“no, guarda, è stato più strano quando quello lì mi ha letta dal viaggio di nozze alle isole paradisiache solo per vedere se scrivevo male di lui”
“si, è vero”
Internet e quel che capita. Oggi è capitato un viaggio organizzato a New York, la Scuola Holden over 30, il registro elettronico, un sito di annunci di dammusi a Pantelleria.
Dai social ho visto che il mio primo amore di cent’anni fa ha fatto la revisione alla macchina del tempo, la Renault 4, che l’ha superata. Brava ragazza, quanto mi è battuto il cuore in quell’ auto. Quanta rabbia, quando ho scaraventato il regalo di Natale sul sedile posteriore senza nemmeno aprirlo. Mi stava lasciando, ma siccome non sapeva quanto sarebbe stato fattibile -condizionale- aveva pensato che presentarsi a mani vuote non era bello. Non so cosa fosse, quel regalo. Mi sono fatta lasciare, mi sono lasciata io, in realtà.
“vedi un’altra?”
“si”
“quella che abbiamo incontrato insieme il mese scorso nell’androne del tuo palazzo perché una coppia di suoi amici vive lì ed era un sacco che non vi incontravate e tu guarda che caso?”
“si. Come lo sai?”
“L’ho sentito”
“da chi?”
“no, Voga, non da chi. Da cosa.”
Lui adesso fa il comico. Davvero, di lavoro. A me non ha mai fatto ridere, però mi fa sorridere. Anche quella ragazza che si è lasciata perché fosse più facile e comunque faceva un male porco. Perché aveva capito e basta e quando capisci non vuoi perdere tempo. Anche lei ha passato la revisione.

La fine della settimana appena trascorsa e l’inizio della settimana si incontrano sempre a un certo punto della domenica, di ogni domenica, in un momento. Per me quel momento è quando sento una specie di irrequietezza, ripenso a quel che ho fatto, inizio la programmazione di quanto ho da fare. I libri di Pepe, non sono ancora arrivati. Il vaccino di Cri, fatto. Il tennis mercoledì, le scadenze bancarie entro giovedi’ tutte. Il mio compleanno martedì scorso, la gara di Cri ieri e la sconfitta che non è mai una compagna piacevole con cui viaggiare in auto al ritorno. La sensazione che tutto sia stato fatto. Che tutto sia stato già detto, almeno una volta. Che nulla possa cambiare per me ma solo per loro, ormai. Che il mio tempo sia passato mentre decidevo cosa fare senza aver deciso alla fine e che ora basta, non tocchi più a me. Tocca a loro. È sempre di domenica quel momento in cui penso di non poter più. A volte dico “non ne posso più” ma non è giusto. Quello che penso è “non posso più”.

I silenzi. Abito in campagna, più cani che persone, ognuno ha i suoi spazi qui, le ragazze hanno una stanza ciascuna. Quando abbiamo deciso di non far più condividere la stanza avevano sei e otto anni, qualcuno ci ha detto che era troppo presto per separarle. Non si sopportavano. Cristina aveva solo robot e supereroi vari, Pepe voleva la casa di Barbie e la tappezzeria a fiori.
Io avrei pagato per avere la mia stanza da bambina e invece la dividevo con mio fratello prima, con mia sorella dopo, quando io avevo diciotto anni e lei sei, vite diversissime, dormivamo una accanto all’altra senza condividere ovviamente nulla. Io e mio fratello abbiamo lottato per guadagnare centimetri uno a discapito dell’altra, usavamo i libri o i fumetti per creare confini e muri immaginandoci soli senza mai esserci sentiti soli. Non c’era mai silenzio, soprattutto di domenica quando eravamo tutti a casa.
I silenzi, ora, ci sono soprattutto di domenica. Le ragazze se vogliono stanno insieme nella stanza di una delle due, altrimenti no. Ma non si sentono mai sole e mai si immaginerebbero sole. Basta aprire una porta o chiuderla, sanno che si deve bussare, aspettano. I silenzi sono forse la mia conquista adulta più importante. Insieme alla rinuncia di ogni liturgia domenicale, dal pranzo alle visite di cortesia.
“la domenica è fatta per riposare”
“vero”
“allora non usciamo?”
“vuoi uscire?”
“no, figurati. Voglio riposare”
“va bene. Tua sorella è d’accordo?”
“non mi importa, io non esco”

La nostalgia. È sempre di domenica. Forse la domenica è un giorno inventato proprio per permetterci la nostalgia e molti lo sprecano con i rimpianti. I ricordi, i ricordi sono sempre di domenica. Gli album di foto, la galleria del cellulare, le cornici da spolverare. Ho trovato una foto che ha ventinove anni, giusti. Era settembre del 1990, eravamo appena tornati dalle vacanze trascorse per la prima volta nella casa appena comprata al mare, in quello che sarebbe diventato il mio posto del cuore. Ho mia sorella in braccio. Io e lei, i nostri dodici anni di differenza, i mie capelli lunghi così simile a Pepe, la sua pelle bianca come la neve, la mia presa sicura e divertita, il suo sguardo tranquillo. Io mi occupavo di lei completamente. Dal pannolino alla pappa, ero capace di gestirla e a nessuno sembrava strano, folle, precoce. Non ho nostalgia di quel periodo, per niente. Ma lo ricordo. Lo ricordo benissimo, lo ricordo con tenerezza e con tristezza, lo ricordo mentre mia nipote mi corre incontro allargando le braccia o quando torna dai pomeriggi con suo padre e mi si butta al collo. Quando cambio le lenzuola in camera di Cri e mia sorella è seduta dietro di me alla scrivania e non so se sa anche lei che il letto non si rifa in tre ma penso di si, sicuramente si, e poi penso che sette mesi fa abbiamo vestito nonna, insieme, io e lei, nonna appena morta in un letto senza pieghe, l’abbiamo vestita noi, io e lei, i nostri dodici anni di differenza, una differenza che non si colmerà mai, io e lei e il suo matrimonio che finiva in quei giorni e quel dolore porco che ci faceva piangere, eravamo strappate, le radici tremavano tutte, le chiome erano spoglie, io non sapevo-potevo, prenderla in braccio perché non era più il tempo, perché non era più giusto ma le ho detto che sarebbe passato.  Come quando si faceva male da piccola.
“passerà”
“si”
“fa male, lo so”
“si”
“passa, hai capito che passa? Ti assicuro che passa”
“si”
“non c’è più”
“no”
Passerà. È il futuro. Semplice e pure certo. Come certi passati.

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Ho paura

 

Ho paura.

Sono un mucchio di ossa con un po’ di carne attaccata su tendini che imprecano e  legamenti che si sfilacciano, un cuore che sobbalza, uno stomaco che si contorce, una cistifellea in pasto a qualche gatto, un cervello che chissà quando calerà il sipario per lasciarmi solo respirare senza più essere viva di vita e se lo sapessi cosa potrei fare? Dire tutto subito, già lo faccio. Accatastare cassette di ricordi  come scorte per il cattivo tempo? Inutile. Sarà un uragano, un tornado che scoperchierà tutto e sparpaglierà la mia vita in giro e allora niente, anche a saperlo, non posso fare niente. Ti ho chiesto se esiste un test di diagnosi precoce. Come se tu lo sapessi, come se tu ci pensassi. L’ho chiesto a voce alta, non farci caso. Continua a non pensarci, ascoltami e leggimi, conservami, raccattami.

Sono fragile come tutto quello che invecchia esposto alle intemperie, come tutto quello che viene usato. Sono fragile eppure non sono mai stata così forte, niente debolezze solo crepe dalle quali spunta un ciuffo d’erba. Gramigna. Sono fragile come uno scheletro usato per studiare anatomia, con il suo ghigno indecifrabile, una presa per il culo tenuta su da un gancio e a volte quel gancio è la tua mano quando si appoggia lì dietro la mia nuca, quando mi tocchi i capelli e sento il caldo del tuo palmo. Il mio parrucchiere lo sa che non deve tagliare troppo lì, perché a te serve quella presa. Perché a me serve la tua mano. Lì.

Sono una madre che,forse, non voleva essere madre. Ma lo sono diventata. Sono una donna che non ha alcun istinto materno, né senso di dedizione, né spirito di accudimento. Me la cavo meglio con l’accanimento. O con l’accadimento. Sono una donna che non ama i bambini. Sono una madre che saprebbe uccidere per le sue figlie. E forse lo ha già fatto, con le parole, a parole. Le parole creano. Ho detto fine e fine è stata. Le parole distruggono. Ho detto fine e fine è stata. Tu mi hai vista diventare una madre capace come un vaso, in grado di portare dentro di sé un amore rabbioso e dolcissimo. Una madre capace. Di uccidere.

Sono una. E tu sei uno. Ti ho immaginato. Ti ho sfiorato i contorni, il viso, la barba, i capelli quando c’erano, la nuca, il mio palmo caldo, le spalle asimmetriche e quel tuo essere inclinato chissà come vedi l’orizzonte e mi sono messa accanto a te e mi sono inclinata come te, una spalla più in giù dell’altra ed è stato inutile allora sono tornata di fronte a  te e così tu eri il mio orizzonte e io il tuo. Sghembo. E giù, lungo le braccia, il segno di un’ustione bambina,la cicatrice del vaccino antivaiolo come un morso sulla pelle bianca che hai, sei chiaro dove non ti esponi al sole, hai la pelle di un bambino, sei delicato dove nessuno vede, io sola. Le mani, le dita, le unghie, i calli della racchetta da tennis. La schiena, la curva della colonna, ogni vertebra è passata sotto le mie dita, le tue gambe muscolose, la cicatrice bianca come Ulisse, quando torna a Itaca, anch’io ti riconosco ogni volta. Le caviglie che ci facevano ridere all’inizio della nostra intimità, così solide ma io dicevo tozze- le tue gambe sono due tronchi attaccati ai piedi, si sono dimenticati di farti le caviglie per unire il tutto– i piedi, il plantare che li ha corretti e che abbiamo scoperto che è stato inutile, le ossa che cambiano forma con gli anni, la tallonite, i calci che hai dato, il tuo appoggio su questa terra. Sono una che ti ha esplorato in lungo e in largo, è salita fino in cima ai tuoi pensieri ed è scesa in profondità dove tu non andavi da solo. Sono una che ti ha percorso lungo i confini mentre ne tracciavi di nuovi impedendomi, ogni volta, di uscirne. Sono una che ti abita come si abita una città che ci adotta e che alla fine chiamiamo casa.

Ho paura.

Di non saper vivere altrove. Di non poter amare meno di quanto amo e invece sento che dovrei, a volte, ridurre la velocità, abbassare il volume, scalare le marce. Di pensare a tuo padre, alla sua morte giovane e improvvisa e subito dopo- durante– alla nostra vita, alle nostre figlie, ai miei capelli sotto il tuo palmo, tra le tue dita. Di averti chiesto troppo perché con me è sempre troppo. Di averti dato tutto e dopo cosa resta da aggiungere?  Di piangere che si veda. Di vedere fantasmi e di non riconoscere i Dissenatori, di non sapermi proteggere mai, io che posso uccidere per le mie figlie, che posso andare a fondo nel tuo fondo solo per non lasciarti solo, io che poi non so proteggermi mai perché la protezione è una competenza tua, da informatico, se c’è un attacco tu alzi i livelli di protezione e non fai passare più niente e non lasci entrare nessuno, io no, io abbasso il ponte levatoio e parto per la guerra.

Di questa rabbia che mi corrobora e mi esaurisce al tempo stesso, a volte penso cosa farei se finisse, se tutti i mantra che recito funzionassero davvero con me, se una mattina mi alzassi pacificata. Chi sarei? Metteresti ancora la tua mano sulla mia nuca? Saresti ancora tu? Ci incastreremmo ancora facendo combaciare anche i lembi che si sono strappati in tutti questi anni?

Delle tue paure.  Del bambino adorato da sua nonna, del nome che ti porti addosso preso in prestito da altri tempi e che pronunci tutto d’un fiato e suona sempre come se fosse la soluzione a un problema. Del gesto con cui sfili il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni mentre guidi, sempre dopo essere partito, nei primi dieci minuti di strada e lo appoggi nel vano portaoggetti centrale. Di come vai indietro sulla poltrona, nel tuo ufficio, metti le mani dietro la testa mentre parli con un cliente al telefono e dici quella  cosa fastidiosa che dite voi informatici, sentendovi superiori a tutti gli altri, quella cosa con quel tono, quando dici “cosa intendi per firewall? Perché quello di cui mi stai parlando non è un firewall”.  Del tuo amore che sembra quello di un neofita. Di ogni frase che non mi lasci finire e di tutte quelle che non mi fai iniziare perché mi anticipi.

Ho paura.

Perché sto invecchiando. Me ne accorgo da tanti segnali. La schiena, quel dolore che non passa. Mia nipote che piange per un capriccio e io che la consolo intenerita. La commozione che mi bagna le guance quando non si vede e mi umetta gli occhi ogni volta che accade, sempre più spesso, lasciando una patina come una cataratta. Le spiegazioni che non do più. Il tempo. Veloce, pieno, insufficiente e io che vorrei viverlo lentamente, facendo spazio, avanzandone.  Così puoi metterlo via, in uno dei nostri tupperware, sei tu l’addetto alla conservazione.

Perché conto i secondi che impiego a dire una parola quando non la ricordo ma so che la so e mi agito. L’ultima volta è stato in auto , qualche giorno fa. Ero ferma al semaforo rosso e ha attraversato un ragazzo con un cane, bellissimo, sapevo che si trattava di un …- quindici secondi- dobermann. Dovevo solo dirlo. Te l’ho raccontato, hai detto che è solo stanchezza.

Perché vorrei che non finisse. Ma so che finirà e che tu saprai proteggerti meglio di me. Finirà. Con te nell’ultimo sobbalzo, il cuore. Con te, nell’ultimo atto, prima che cali il sipario, il tuo nome come la soluzione. Poggia ancora il palmo e tienimi la nuca. Perché da certe profondità non si risale mai.

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41

 

Tra pochi giorni compirò 41 anni.
41 è un numero che non mi piace, nessun problema con il 4, con il 40, anzi. 20 da una parte e 20 da un’altra sono una bella tavolata. Tutti seduti per bene, nessuno a cavalcioni delle gambe del tavolo, i primi venti balbettanti e faticosi guardano i secondi venti affaticati e declamati. I primi si fanno ricordare mentre i secondi non smettono di raccontare. Eccoli i miei quaranta, seduti comodi, nessuno stretto, i primi venti fanno i timidi, tra i secondi qualcuno indossa abiti attillati e scarpe troppo alte, qualcuno è stretto ma non tra gli altri, è stretto di una stretta al cuore, è stretto tra pensieri che stritolano.
Tra i primi ci sono gli illusi, quelli che hanno creduto di poter entrare nel gioco. Tra i secondi ci sono tanti delusi, quelli che dal gioco sono stati buttati fuori. E spuntano i primi disillusi. Quelli che direttamente non giocano, tanto sanno già che non verranno scelti o che saranno messi fuori alla prima occasione.
Adesso arriva questo 1 che obbliga tutti gli astanti a sollevare lo sguardo e fissarlo. Chi è? Cosa vorrà? Cosa porta? E’ venuto a prendere le ordinazioni? Si vorrà mica sedere qui?
Ha un’aria così sola. Un’asticella con una mezza tettoia a riparare dal sole, un abbozzo, un inizio. È a punta.

Come la punta del coltello. I secondi venti il coltello lo impugnano dalla parte del manico perché i primi se lo sono trovato puntato contro qualche volta. Ma non serve più per tagliare o per minacciare. Serve per raschiare via le macchie resistenti come quelle che restano dopo una ristrutturazione, quel misto di calce e pittura per pareti. Si mette il coltello con la punta di taglio e si gratta via, altrimenti non verrà mai pulito.
È a punta come l’orgoglio quando ce n’è solo un po’, quel tanto che basta a non lasciare che gli altri ti imbrattino ma non così tanto da imbrattare senza provare vergogna. I primi venti non sanno cosa sia, per quello i secondi si sono dovuti regolare, sbagliando per eccesso e troppo spesso per difetto.
È a punta. Come il naso. I primi venti lo infilavano per scovare segreti, certi che gli si stesse sempre celando qualcosa. I secondi no. Hanno qualche segreto da tenere e invidiano la capacità dei cani di capire tutto con un’annusata di culo. Ma riconoscono un cattivo odore anche sotto litri di profumo costoso e si allontanano disgustati.
È a punta come i piedi per sollevarti un po’, quel tanto che basta. A spolverare in alto, a prendere le coperte pesanti sul ripiano, quello lassù, a cercare un nascondiglio sicuro contro ladri alti meno di un metro e sessanta e incapaci di sollevarsi sulle punte. A baciare. I primi venti in punta dei piedi cercavano solo di non far rumore, di passare inosservati. Ogni tanto hanno tentato di guardare un po’ oltre ma non si vedeva niente.
È a punta. Come le dita. I primi venti le tenevano chiuse nel palmo e si lasciavano i segni con le unghie da quanto stringevano. Avevano paura di indicare, di sfiorare, di contare. I secondi le hanno scoperte come un neonato che passa la mano incredulo davanti ai suoi occhi e poi la porta alla bocca, i secondi hanno scagliato anatemi con l’indice, fatto scongiuri, alzato la punta del dito medio almeno una volta al giorno. Hanno scelto chi tenere contandolo sulla punta delle dita di una mano, hanno indicato la direzione a tutti gli altri, hanno accarezzato e conservato la memoria tattile di quello che hanno sentito.
È a punta come un diamante. I primi venti hanno provato a tagliarci i vetri, lo facevano le sorelle Occhi di Gatto per raggiungere le opere d’arte che dovevano rubare. Qualche frammento ha tagliato, qualche coccio ha fatto rumore. I secondi non tagliano, non rubano. I secondi sono la punta di diamante.
È a punta. Come la sfera della biro. I secondi venti hanno il callo sul dito medio della mano destra, lascito dei primi che hanno impugnato ogni penna come se fosse un fucile. E non è bastato. I secondi sono ancora armati di tutto punto anche se adesso sembra tutto inutile. I primi venti scrivevano perché le parole scritte non balbettavano come le parole pronunciate. Scrivevano per essere letti, per vivere. I secondi venti scrivono per non dimenticare. Scrivono per non essere dimenticati. Perché sono vivi. Ma non basta.

Adesso arriva questo 1 e nessuno sa chi sia, tocca stringersi un po’ e trovargli un posto, scambiarci qualche parola, qualche convenevole, per quello sono più bravi i primi venti, più freschi di un’ educazione impartita severamente, i secondi sono diventati meno diplomatici, tra gli ultimi poi c’è proprio chi non ti rivolge la parola se non gli va. Tanto dura poco, il tempo di farlo sedere e si trasforma in un 2, che alla fine è un 1 che si mette comodo.
Speriamo porti almeno da bere.

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Non fa niente

Non fa niente, non fa niente, non ti sei fatta niente. Adesso vieni qui e finisci quello che hai iniziato, un foglio dopo l’altro, un numero alla volta, salva il file, chiudi il file, apri il file. Non fa niente- dai la cera togli la cera– leggi la mail rispondi alla mail, ti chiedono di verificare e tu verifica, ti chiedono se hai presentato la scadenza in modo corretto rispondi che hai presentato in modo corretto. La scadenza. E la tua faccia. Sempre. Ma non fa niente, non fa niente non ti sei fatta niente.

Hai dimenticato l’acqua, non hai più acqua in ufficio, non fa niente, non succede niente, non fa niente anche se devi bere almeno due litri, hai i sassolini nei reni lo sai, bevi, sciogli, fai pipì, ma non fa niente- dai la cera togli la cera– berrai più tardi e recuperi, tu recuperi sempre lo sai, non fa niente e non piangere che perdi acqua e l’hai finita e l’hai dimenticata e devi bere mica piangere, non fa niente, non ti sei fatta niente.

Devi sbrigarti un po’ adesso perché oggi pomeriggio devi portare Cri dal dentista per il controllo mensile, devi trovare parcheggio, al massimo lei inizia a salire e tu arrivi, non fa niente, lo sa che deve salutare quando entra e dire buongiorno e poi anche tu dirai buongiorno, oh si è cresciuta tanto quest’estate? Trova? Non lo so io ce l’ho sempre davanti non mi rendo conto. Si assomiglia al papà, è vero, si ce le siamo proprio divise, lei come il papà e la piccola come me, oh si, il Trentino è una meraviglia, ci siamo ricaricati, lunghe passeggiate e buon cibo, si va bene segno undici ottobre- dai la cera togli la cera– non fa niente, non ti sei fatta niente.

Non fa niente, non fa niente, non ti sei fatta niente, domani le porti al cinema, viene anche Ale con sua madre, prima bisogna andare dall’ottico per scegliere gli occhiali di Cri, è astigmatica con una punta di miopia, si, come suo padre,non fa niente, lo sai da quando te l’hanno attaccata al mento avvolta in un telo argentato come un pesce nella stagnola, sporca e bagnata, non fa niente, l’avete fatta insieme e lei te lo ricorda ogni giorno, adesso deve mettere gli occhiali, toglie l’apparecchio e mette gli occhiali, taglia i capelli, lei tanto, la sorella poco, ritira i libri, fodera i libri, etichetta i libri, iscrivila a Karate, si pago l’annuale, rispondi al telefono all’istruttore, si tutto bene, certo che c’è alla gara il 21,  stasera non si allena perché le hanno messo le gocce negli occhi, si l’oculista, ha fastidio ma non fa niente, passa, passa sempre, passa tutto, sai deve mettere gli occhiali però la corregge solo al 90% perché l’occhio non si accomodi, si dice così- dai la cera togli la cera–  non fa niente, non ti sei fatta niente.

Devi rimettere la suoneria alle chat di classe, è tempo. Non fa niente se arriveranno 27 messaggi con scritto grazie. O 27 messaggi con scritto buon inizio. Non fa niente, non ti sei fatta niente, non rispondere, non scrivere, non prendere un badile per rompere i denti al 90% delle madri solo perché non si accomodino sul dance floor dei cazzi tuoi che girano sempre, non fa niente, non ti sei fatta niente, saluta, ciao, ben trovata, che bello si riparte, non fa niente, pensa al 10% che faresti accomodare volentieri per un caffè, una risata, un come stai vero, detto per davvero, una risposta che ti interessa sentire. Non fa niente, non ti sei fatta niente, si comincia, cominci sempre lo sai, zaini in macchina, zaini giù dalla macchina, compra la colla, tieni da parte una ricarica blu della pilot, la borsa del tennis, gli occhialini per la piscina-dai la cera togli la cera– non fa niente, non ti sei fatta niente.

Non fa niente, non fa niente, e non piangere che non risolvi niente e poi non ti sei fatta niente,  non piangere piccola mia, da quanto tempo non ti chiamano così, ti ci hanno mai chiamata, no, mi sa di no, niente indulgenze, niente pianti senza motivo e nemmeno con motivo che piangere non serve a niente, piccola mia, non ti sei fatta niente eppure piangi, piangi, piangi tutto questo niente che non fa niente, che non ti ha fatto niente, piangi questo niente perché non è successo niente dove forse poteva succedere qualcosa, piangi tutto il niente intorno, allora piangi, piangi, piccola mia e lasciati dire piccola mia anche se ti fa piangere ancora di più, anche se te lo dici da sola, proprio perché te lo dici da sola, anche se davvero non è successo niente perché la tua vita è sempre qui, quella che sai- dai la cera togli la cera– allora piangi se proprio vuoi, se proprio devi, piangi e passa la mano aperta dal naso alle orecchie, un tergicristallo montato all’incontrario, togli gli occhiali che viene meglio, togli gli occhiali e scomoda gli occhi, piangi e bagna i fogli, piangi e cancella i numeri, uno dopo l’altro, chiudi il file senza salvarlo, piangi, piangi e non rispondere alle mail, non leggerle nemmeno, piangi, piangi piccola mia che non fa niente, non fa niente.

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Cose che non so

 

Si dimentica prima l’odore o la voce di una persona? Forse dipende dalla persona. Di alcune io ricordo il profumo della pelle, di altre il timbro della risata. Oppure l’odore che c’era nelle loro case o la cadenza arrotolata di alcune consonanti o della x, la iccsi.

Vuoi più bene a mamma o a papà? Una volta si faceva questa domanda ai bambini, a me lo chiedevano le zie di mio padre. A tutti e due, rispondevo timida o infastidita, brava mi dicevano loro.
Che cazzo di domanda è?
Alle mie figlie non è successo, tranne una volta a Cristina ma lei non può ricordarlo. La nonna di suo padre, la bissa, donna forte e limpida con gli occhi grigi di un gatto un giorno mi ha detto di averglielo chiesto e che Cri le aveva risposto “papà”.
Perché tu sei troppo nervosa, tesurin.
Io non avevo assistito, Cri aveva circa un anno mezzo e diceva quattro parole in croce, la bissa comunque era la nonna di suo padre, che ne so, magari se la domanda l’avesse fatta mia nonna avrebbe capito “mamma”. Però aveva ragione. Ero troppo nervosa.

È nato prima l’uovo o la gallina? Cri sostiene che sia nato prima l’uovo perché è un organismo più semplice dal punto di vista cellulare. La vita sceglie la via più facile per generarsi. Dice. E poi quella più complicata per barcamenarsi. Dico. Le sue risposte asettiche, comunque, mi agitano sempre un po’.

I desideri sono ereditari? Come la forma degli occhi o il tipo di carnagione? Oppure no, ciascuno ha i suoi e non c’è trasmissione degli aneliti con gli alleli? Spero che sia così. Non vorrei vedere le mie ragazze affannarsi per i miei desideri che adesso, poi, sono soprattutto per loro. I miei desideri non mi riguardano più. Allora, forse, sono ereditari al contrario? I figli ci trasmettono i loro e noi ce li intestiamo come se fossero nostri? Diventano nostri i desideri dei nostri figli? Ho complicato tutto. Devo chiedere a Cri come semplificare.

Quelli che parlano di qualunque argomento, sempre, che tipo di corsi hanno frequentato?

I fioretti funzionano ancora? Hanno mai funzionato? Io non ci sono mai riuscita perché non credo nel do ut des con la divinità, nemmeno ce l’ho una divinità di riferimento. Mi offro piccoli sacrifici da sola e mi do la ricompensa anche se le mie assomigliano più a condizioni sospensive. “se”-“allora”. Se smetto di guardare il cellulare e finisco il mio lavoro allora quel messaggio arriverà.
Il fioretto è più una rinuncia forse. Se rinunci verrai premiato. Che ansia.

Quando ci si lascia ci si deve restituire i regali? E le lettere? Si scrivono ancora le lettere? E le canzoni?
Io le canzoni me le sono tenute tutte. A volte le ascolto. Mi servono per ricordare dove ho lasciato una manciata di risate, qualche bacinella di lacrime, un bel po’ di fette di cuore che alla fine ne ho messo sempre di più e mica potevo dire “che faccio, tolgo?” , come in salumeria.

Tutti quelli che si sono seduti dalla parte del torto perché gli altri posti erano già occupati poi restano sempre lì? Quelli seduti dalla parte della ragione non si alzano mai? Non hanno mai torto? Non muoiono nemmeno? Chiedo non per me, per una mia amica, io qui sto bene, la compagnia è divertente.

Si può cambiare il modo di dire e farlo diventare “la seconda cosa che preferisco al mondo” invece di dire “quello che più amo”, “la cosa che preferisco” ? Possiamo partire dalla seconda? Ieri sera Pepe a cena ci ha detto che la seconda cosa che preferisce al mondo è l’estate. Le ho chiesto “e la prima?”
“non lo so, lascio libero il posto per quando decido”
Si può cambiare per tutti? C’è la possibilità di lasciarsi, sempre, una possibilità?

Quelli che brillano come stelle e che sono uno la stella dell’altra e splendono anche se in giro gli diranno di non splendere, quelli, sono già esplosi vero? Vediamo la loro luce del passato giusto? Fanno gli splendidi ma è roba vecchia. E poi, splendere è un verbo difettivo, la mancanza è sempre in agguato, mi darei meno arie care le mie supernove.

Le sensazioni hanno una base scientifica? Valgono come argomentazioni, come motivazioni? Quando dico alle mie amiche che una cosa andrà così perché si, perché me lo sento, per loro è assolutamente normale che , allora, vada proprio così. Perché se lo sentono.

Ci sono cose di noi che sappiamo da sempre? Una cosa, una sola anche, di come siamo, di cosa facciamo, di quel che vogliamo, che noi sappiamo da sempre di noi? La mia forse ha a che fare con dei cubi azzurri componibili, su ciascuno una lettera dell’alfabeto, in corsivo e stampatello maiuscolo e minuscolo, sul tavolo rotondo del tinello della casa dove abitavo da bambina.

Il dolore è contagioso? La felicità? La paura lo è senz’altro.

Perché ci si chiede come facciano due persone a stare insieme? Non è meglio chiedersi come abbiano fatto a lasciarsi? Forse è meglio farsi i cazzi propri e basta, anche. Però non sarebbe più utile capire cosa allontana? Cosa si perde? Io non credo che ogni famiglia felice si somigli. Io penso che ogni famiglia sia felice a modo suo, con un linguaggio proprio, un ritmo personale. È l’infelicità che si somiglia sempre. Non sarebbe opportuno conoscere le cause di questa infelicità che si ripete, sapere da dove scaturisce, cosa succede a un certo punto che allontana, separa, intristisce le famiglie? Magari trovano un vaccino, un rimedio. Adesso che ho scritto questa cosa quel messaggio non arriverà, sarò punita dalla divinità degli autori intoccabili.
Se cambio idea arriverà. Anche se non è che me lo sento…

I pensieri sono liquidi? E noi siamo dei contenitori come le bottiglie? I miei pensieri devono essere per forza liquidi e arrivare più o meno all’altezza della bocca dello stomaco finché mantengo la posizione eretta. Appena mi sdraio arrivano in testa.

Perché diciamo solo “carpe diem” ? Perché non finiamo la frase “quam minimum credula postero”? Perché non la diciamo intera che non basta cogliere il presente ma bisogna non nutrire fiducia nel domani? Perché diciamo “odi et amo”per indicare che siamo fatti di questa alternanza e non finiamo mai la frase per dire che ne soffriamo? Perché non diciamo tutto? Perché non finiamo le frasi?

Cosa resterà di me? Le frasi che ho finito? I pensieri liquidi? La mia sedia calda lì dove c’è torto?
Non uso profumo, ogni tanto quando litigo con lui e allora magari il mattino non lo saluto sulla porta prima di uscire ne vaporizzo un po’ del suo nello spazio tra le clavicole alla base della gola.  Dove sento che devo piangere.
Non ho una bella voce, quando mi riascolto non mi riconosco nemmeno, rido troppo forte, ho un difetto di pronuncia, dico male “gli”.
Le volte in cui mi sono barcamenata complicando tutto?

I cubi. I cubi azzurri. qualcosa che ha che fare con loro e con un desiderio e con un messaggio che non arriva.

Me lo sento.

 

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Qui ed ora

 

C’è un verbo, in dialetto, appartiene alla mia infanzia, i miei nonni, mia madre lo usavano per dire quando erano lì che perdevano tempo, che giravano per casa improduttivi. Tampasiare. Il senso è più o meno questo, difficile renderlo in italiano, l’italiano va bene per esprimere i concetti, con il dialetto si raccontano i sentimenti.
Qui è dove io tampasìo.
Ora, sto tampasiando.

Qui è dove ricordo. La professoressa di Lettere delle medie che amava la mia scrittura e quella della quinta ginnasio che la detestava. È stata la sola in tanti anni di scuola. Mi dava sei perché non c’erano errori ortografici ma proprio non le piaceva : “queste libertà te le prenderai quando sarai la Ginzburg”, diceva. Basta molto, molto meno, cara Prof., basta venire qui, senza scomodare la Ginzburg, e guarda? Mi sono presa tutte le libertà stilistiche, sintattiche, grammaticali che volevo. E adesso il tuo sei lo rovescio ed ecco che diventa un nove e me lo firmo pure da sola.
Qui è dove penso che non scriverò più, dopo questa volta, ogni volta. Basta. Ho paura di chi legge, dei commenti, dei messaggi che arrivano.
Qui è dove ho paura di leggere cosa mi scrivono quelli che leggono.
Che poi alla peggio non leggono più. Mica possono darmi sei.
Ora, sto scrivendo.

Qui è dove scrivo me, non di me. Scrivo proprio me, quasi su di me, nel senso più vivo del termine, cedendo alle parole dove prima cedevo al silenzio. Nonostante questo qualcuno si lamenta. Proprio per questo, penso, qualcuno si lamenta. Sono dispettosa. Arrivo sempre al limite del passo falso, uso ogni riferimento, voluto, possibile e poi scivolo di lato. Ti do il buffetto sulla nuca e quando ti giri ti guardo stupita. Io so chi fa finta di non venire qui a leggere e invece viene per vedere se trova l’appiglio e trova me, solo me, in fondo. Del loro giudizio non mi importa, so che non lo esprimeranno mai apertamente.
Ora, magari stanno leggendo.

Qui è dove confesso. Alla mia età non ho più nessuno a cui disobbedire se non me stessa. Mi detto le regole, le infrango, mi rimprovero, mi dispiaccio, mi chiedo scusa ma quasi mai mi perdono. Ogni tanto mi sottopongo a un interrogatorio, mi minaccio di punizioni lunghissime, raramente cerco alibi o complici. A volte faccio finta di niente, di non aver visto, mi lascio perdere, per questa volta, solo per questa volta. Capita, sempre più spesso, di testimoniare semplicemente come persona informata dei fatti.
Ora, “mi impegno a dire tutta la verità e non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”.

Qui è dove lascio detto alle mie figlie. Come la vedo io, niente di che. Come sono io, come mi sento in quegli spazi dove loro non ci sono o non ci sono state, come è andata prima di loro. Io non so molto di mia madre senza di me, alcuni pezzetti mancano. So che mi sembrava irraggiungibile quando ero una ragazzina, come se lei avesse sempre saputo cosa fare perché anche quei nei che raccontava non erano errori, mi sembrava che non avesse sbagliato mai, fino a me. Ora so che non è vero, ma lo so in italiano, non lo saprei dire in dialetto. Ci guardiamo e ci diamo sei.
Qui è dove dico apertamente alle mie ragazze che ho sbagliato, sbaglio e sbaglierò. E spero di aver rimediato dove è stato possibile, di aver chiesto scusa dove non lo è stato, di saper comprendere i miei errori futuri. Ma loro, loro, sono state tante volte il rimedio e mai, mai la causa.
Qui è dove mostro, soprattutto a loro, i colpi e le botte prese, i lividi e le ferite. È li sopra che si poggia la felicità. È quello il terreno in cui affonda le radici.
Ora, sono felice.

C’è un verbo, un altro, sempre in dialetto e anche questo, ovviamente, appartiene alla mia infanzia. Abbanniare. Si usa per dire di quando si urla arrabbiati ma è qualcosa di diverso, di più grezzo e sottile allo stesso tempo. È quando alzi la voce in una discussione perché proprio quell’argomento ti fa saltare i nervi, ti smuove della rabbia nei visceri.
Qui è dove abbannìo.
Ma non ora.

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