DisegnAmi

 

Disegnami. Con la tecnica che vuoi, quella in cui sei mano bravo magari. Esercitati su di me. Come nella vita, impara su di me, prova e riprova, la profondità, il tratto, le proporzioni, la luce, l’ombra e l’intensità. Esercitati su di me. Ad olio se vuoi, per non ultimarmi mai. Ma non togliere gli strati precedenti, tutta quella crosta spessa sono io, sai, non portare via nulla. A carboncino, come il mio sguardo. Ad acquerello, inizia dalle parti chiare, non usare il bianco, illuminami.

Disegnami. Con le labbra colorate di rosso impudente come un dispetto, intollerante, intollerabile. Con i capelli spettinati, l’aria infastidita di chi ti ascolta per farti un favore. Con la faccia stropicciata, con l’espressione impaziente di chi arriva in anticipo e poi aspetta, con gli occhiali da sole a coprire la semiotica dello sguardo.

Disegnami, girata di tre quarti come quando ti aspetto e dalla cucina guardo se si apre il cancello, se la tua macchina arriva e intanto faccio qualcosa, io faccio sempre qualcosa, io ti aspetto sempre. O come nel letto, quando tolgo gli occhiali e ti dico che devi sentire proprio quel pezzo, quel brano, quel capoverso, quella frase, te lo leggo e allora rimetto gli occhiali, mi volto e li tolgo per vederti, mi volto e li rimetto per leggerti qualcosa.

Disegnami, ma senza contorni, che non si veda ma si capisca, che tutti dicano sembra lei ma non siano sicuri. Disegnami mentre torno, mai quando vado via. Disegnami di nascosto, come noi. Che non si sappia. Io e te siamo nati così, clandestini anche a noi stessi, capaci di riempire lo spazio solo di noi, autosufficienti, autarchici, cinici dipendenti l’uno dall’altra, alla fine poi. Disegnami di nascosto come un rito, un mistero, come un monaco dietro la grata, come un ladro nella notte.

Disegnami con un neonato in braccio, il ciuccio che rotola in terra per fare anticorpi e un coltello tra i denti che solo per loro ho capito di poter uccidere. Con le bimbe tra gambe incrociate sul pavimento, con un cucciolo di cane, con Barbaforte e Barbabella di gomma mentre ascoltiamo il ballettopolo e e tic e tac e tichititac il problema ormai non esiste più , disegnami orgogliosa come mai nella vita.

Disegnami più felice, non più giovane. Come diceva quell’attrice, quella immensa, ecco, lei diceva che voleva sembrare più felice, invecchiando, non più giovane, invece io ti dico che non voglio sembrare ma voglio essere più felice invecchiando. Disegnami felice, più felice di sempre, dell’anno scorso, dell’altro giorno, di quando Pepe diceva ieri  e raccontava qualcosa di mesi prima o diceva dopo e voleva dire ieri. Disegnami più felice di ieri, di dopo. Di sempre.

Disegnami come un gatto bianco aggrovigliato nell’incavo del tuo collo nella foto del tuo terzo compleanno. Quando ti bastava tenerlo lì con te per essere felice. Più felice di sempre.

Disegnami nel giorno del nostro matrimonio, che non lo ricordo. So solo che Mara era accanto a me, ma questo vale per tutto quanto ha significato qualcosa nella mia vita. E Cri sorrideva soddisfatta, quello voleva vedere. Disegnami con il mio vestito color oro e i tacchi sottili, mentre ti tengo per mano. Non disegnare il pubblico presente, non ne abbiamo bisogno. I tulipani, quelli si.

Disegnami capace di anteporre le persone al torto e alla ragione. Disegnami mentre ti perdono quella cosa che tu sai, quella cosa che tu sei, che non riesco a farmi andare giù. Oppure disegnami con le spalle alzate, come a dire chissenefrega tutto attaccato, vediamo se così funziona. Non ti perdono quel pezzetto, ma chissenefrega.

Disegnami leggera, se puoi. Di quella leggerezza che tu conosci, e giusta, di quella giustizia che non trovi nel codice civile, nello studio di qualche mestierante della legge, nelle aule calde del palazzo di giustizia. Giusta di quella giustizia che si imparava alla scuola materna quando si chiamava ancora così, non scuola dell’infanzia, perché la mamma e la maestra ti insegnavano le stesse cose: le femmine non si toccano nemmeno con un fiore, se hai coraggio prenditela con chi è più forte e grande di te. Disegnami così, perché sono così. Ecco perché potrei sparare ma non sparo.

Disegnami con un pantalone bianco, sul futon, mentre faccio shiatsu, chè lo shiatsu si fa, mica altro. In silenzio, con calma, con movimenti precisi che danzano sul corpo. Disegnami quando la profondità si sente con un tocco lieve. E lasciami in quella bolla.

Disegnami con tutti i miei desideri, quelli su cui mi sono intestardita, tu sei tra quelli. E quelli che mi sono intestata dopo averli guadagnati con il lavoro, con la fatica, la costanza e la dedizione. Tu sei tra quelli.

Disegnami bella, più bella che puoi, più bella che sono, bella come sono per te, come mi vedi tu. Ma non mostrarmi. Non far vedere a nessuno quel che vedi tu. Tienimi per te, esercitati, celami, coprimi con un drappo rosso se passa qualcuno. Proteggimi.

Disegnami mentre penso, mentre scrivo, mentre studio, sola come un albero in mezzo al bosco, con le mie radici e i miei insetti, con il vento che mi agita. Sola fra tanti.

Disegnami sulla mia spiaggia, a Porto Corallo, dove ho vissuto davvero, dove sono stata felice e disperata, ragazza e mamma, bella che più bella non si può,  dove sai che tornerò quando sarà ora, senza contorni per andare e non tornare questa volta, tu disegnami lì, con quella luce, con lo sfondo della pineta e gli alberi piegati dal maestrale che si sono inchinati, negli anni, di fronte al mare, annodati e nodosi eppure fieri e ostinati come sarò anch’io. Vai lì, a disegnarmi, felice, più felice di sempre.

 

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Su di me

Mi piace la pioggia, camminarci sotto, lentamente. Non uso gli ombrelli, impicciano le mani, indosso il cappello. Al liceo amavo storia e filosofia,mi sono laureata in Giurisprudenza con una tesi di ricerca in procedura penale sul segreto di stato. La legge oggetto della mia ricerca è stata, poi, abrogata.

Indosso scarpe n. 38 da dopo la prima gravidanza, ho preso un numero perché il peso mi ha schiacciato i piedi che non sono tornati come prima. Nemmeno il resto, ma nei piedi si nota di più.

Sono una donna da buffet. Da spizzicare il mangiare un po’ di qua e un po’ di là, senza stare seduta con un piatto pieno. Sono una donna da colazione. Posso saltare il pranzo e la cena, non mi importa. Ma mai, mai la colazione. Amo i pancake con lo sciroppo d’acero e la frutta tagliata a pezzetti. Amo le colazioni in hotel, insomma.

Assomiglio moltissimo a mio padre. Per questo a volte non lo sopporto. Non assomiglio per niente a mia madre. Per questo a volte non la sopporto.

Mia figlia Pepe è una ragazza da buffet. E guai a toglierle la colazione. A volte non ci sopportiamo.

Non amo le famiglie. Forse nemmeno la mia. Nel senso organico, la famiglia come ente. Mi piacciono, o non mi piacciono, le persone che compongono le famiglie. Il nucleo famiglia mi insospettisce. Pensare che basti un legame di sangue a spiegare, risolvere e confortare mi sembra, sinceramente, riduttivo e ridicolo riferito a una relazione. E troppo facile. Non mi piacciono le cose facili, i pensieri facili, le strade facili, i rimedi facili, le persone facili.

Sto riscoprendo i tempi semplici a discapito di quelli composti. Uso il presente, amo l’imperfetto e l’idea della continuità, ricordo il passato, quello finito per davvero e penso al futuro, ma solo se è semplice.

Non ho tatuaggi,non sono contraria e nemmeno favorevole, non ho mai avuto bisogno di segnare nulla in modo indelebile anche sulla pelle. Ci ha pensato la vita, e la chirurgia, a incidere il segno dell’amore e quello della paura che, poi, cos’altro avrebbe senso ricordare? Ho un neo sulla spalla sinistra, rotondo e perfetto. Da poco l’ho preso a schiaffi perché, con la coda dell’occhio, mi sembrava una zanzara. Ho una macchia di caffè sul braccio destro, ci sono nata. Mio padre ne ha una identica sull’avambraccio. Ho una cicatrice che corre sotto il mento come un sorriso sotterraneo e ne ho una sulla fronte, le uniche due cadute da bambina. Con il tempo mi stanno spuntando dei nei rossi, ogni tanto ne compare uno, senza una logica, o perlomeno, senza che io ne sia a conoscenza. Forse tra qualche anno sembrerò la Pimpa. Forse è questa la logica sottesa alla loro comparsa.

Bevo preferibilmente il vino rosso, non bevo superalcolici, vado a dormire dopo le 22.30 solo in casi rarissimi e mai per guardare la televisione, non sono amante dei dolci, vado matta per le olive. Anche mia nonna le adorava. Anche mia madre. Anche le mie figlie. Fenomeni mitocondriali. Mi piace la birra, non mangio carne da oltre tre anni, l’ultima volta è stata a Firenze, non ne sento la mancanza ma mangio il pesce, quindi, no, non sono vegetariana. Manca la parola per descrivere la mia alimentazione. Mi piace che manchi la parola. Mi manca Firenze.

Amo dormire ma  non sono pigra, la  mia attività preferita senza nemmeno pensarci, senza nemmeno un dubbio è leggere, leggere, leggere. Mi piacciono i romanzi di esordio, gli scrittori emergenti, gli sconosciuti che ci sono riusciti. Leggo i ringraziamenti e mi emoziono. Vado in palestra almeno due volte alla settimana, anche tre a dirla tutta. Cammino moltissimo. Ho scoperto le ciaspole e ho capito che la neve può avere un significato anche per me.

Ho una migliore amica. Quella del liceo, quella che sa tutto. Ho amiche, poche ma vere. Amici, qualcuno, uno , uno solo, forse due ma uno è mio fratello, non vale. Conoscenti tanti. Sconosciuti tutti gli altri e va bene così. La vita è breve, un segmento cortissimo nella linea del tempo. Ho la piena consapevolezza della mia natura mortale. Allora, io non penso di potermi permettere di sprecare parte del mio tempo a conoscere qualcuno che non mi interessa. A dire cose che non voglio. A sentire cose che non mi piacciono. Non più di quanto è necessario per una civile convivenza sociale. Il minimo indispensabile. Per tutto il resto, no grazie. Nel mio segmentino non c’è spazio e non c’è tempo. Ho un discreto bagaglio umano, anche di casi umani, sulle spalle. Un discreto bagaglio di conoscenza, quarant’anni di azioni compiute nell’adempimento di un dovere, di relazioni necessarie, di prove e tentativi, di scoperte e conferme. Adesso, senza presunzione, io penso che per quel che mi riguarda sono in grado di distinguere a naso. Cosa si. Cosa no. Chi si. Chi no. Ci metto anche la possibilità di sbagliare. Mi lascio il margine di errore. Ma è statistica, niente di più. Non mi interessa. Adesso, io voglio vivere il pezzetto di segmento che ho davanti avendo una sola visione. La mia.

Amo i cani. Ne ho due ma ne vorrei dieci. Non mi interessano molto i bambini, anzi, no, non è vero. Non mi interessano gli interlocutori che ruotano intorno ai bambini. Mamme pancine e il loro mondo di vezzeggiativi pieno di manine e culetti e cacchine e nasini con moccolini, mamme da educazione siberiana piene di regole e codicilli, insensate nel loro sistema premiale e punitivo, mamme perfette come le loro madri, mamme insicure per colpa delle loro madri. Nonne. Ecco, tutto, ma le nonne no. Le nonne che parlano dei nipoti dicendo “il nostro è andato a nuoto già a 27 mesi”, “il nostro è arrivato primo alle prove invalsi” (anonime, nonna, sono anonime). Le nonne che ci mettono lo zampino, rapaci malefiche, ma non ci mettono la faccia, stronze paracule, e allora non è mai colpa loro ma è di certo merito loro. Quindi, amo i cani, tanto. Non mi dispiacciono i bambini, quando sono da soli, impegnati e concentrati in un disegno o in un gioco importante, il gioco è sempre importante,quando chiedono, quando ridono, quando sentono di essere il soggetto della frase e non un complemento.

Ci sono giorni in cui mi vedo top top top. E giorni in cui sono stop stop stop. C sono giorni in cui bevo due litri di acqua e faccio uno spuntino con la frutta. Ci sono i giorni in cui non bevo, non mangio, non parlo per ore con nessuno. Ci sono i giorni in cui la mia pancia è piatta, ci sono giorni in cui sembro incinta. Ci sono giorni in cui ci sono tutti questi giorni in uno solo. Lì è l’apocalisse.

Odio il Natale e l’obbligatorietà dei regali. Mi è indifferente ogni altra festa religiosa e non. Sono grata alle mie figlie di essere nate in piena estate, a scuola chiusa, così noi non organizziamo feste. Non mi interesso di religione. Mi disgusta la politica senza etica, specchio di un’ignoranza esibita ed esaltata. Penso che vada reso obbligatorio un anno di psicanalisi per tutti a carico del servizio sanitario nazionale, perché la gente non sta bene. Non sta per niente bene.

Ho avuto più fidanzati che parrucchieri, sono fedele ma ho tradito, ho avuto più amori che fidanzati. Ho tradito solo fidanzati, mai gli amori. Ho lasciato i parrucchieri senza tradirli, mai. Ho dimenticato un fidanzato, in particolare. Ricordo un amore che è diventato amore solo dopo essere finito, solo nella mia mente, solo dentro i miei occhi quando guardavo quell’uomo guardarmi. E mi vedevo. A volte chiudo gli occhi e lo ringrazio, li riapro e mi vedo, più vecchia, si,  ma ancora io, ancora integra.

Mi arrabbio moltissimo ma sempre per le stesse cose e sempre con le stesse persone. Quando gioco e scherzo parlo in dialetto. Quando sono furiosa parlo in dialetto, l’altro, fortuna del bilinguismo. Non mi commuovo facilmente, tranne se guardo Ghost. Quando ero incinta di Cri mi commuoveva Totti che metteva il dito in bocca. Ma quando ero incinta di Cri ho anche preteso un gelato al cachi. Non mi interessa il calcio, prenderei a testate i soggetti da bar che parlano della squadra usando la prima persona plurale e discutono dei soldi spesi per l’acquisto di un giocatore come se c’entrassero davvero qualcosa o se sapessero anche solo scrivere la cifra. Mi fa schifo il cachi. A Cri piace il cachi, non segue il calcio.

Tra Dylan e Brandon assolutamente Dylan. Ho visto Grease un numero incalcolabile di volte. Ho quarant’anni ma se trasmettono Dirty dancing ne ho 9, 10, 11… arrivo massimo a 16. Idem per Top gun. Ascolto Vecchioni dai tempi del liceo, quando mi si spezzò il cuore per la prima volta e lui sapeva cosa dirmi. Sapevano farlo solo lui, Saffo e Catullo.

Non mi piace la gente, in generale. Non amo la folla, non amo i gruppi, non mi sento a mio agio nella confusione. Non piaccio alla gente, o meglio o piaccio o non piaccio. Da subito e senza misure intermedie. Generalmente non piaccio. Perché la vita funziona come uno specchio, ho capito. Ovvio che se non mi piaci non posso piacerti. Non importa, tanto: se non mi piaci non mi piaci. Sarò civile, educata,  solo in forza degli insegnamenti ricevuti da piccola, ma so fare finta di non vederti. Odio gli errori grammaticali se li banalizzi e li ripeti. E le scuse. La locuzione “Università della Vita”. Quelli che mi toccano mentre mi parlano. Quelli che sei brava se gli dai ragione. Non do ragione.

Sono una donna senza talenti, non canto, non ballo, non sento nemmeno il ritmo o il tempo. Non disegno, dipingo, cucio, ricamo. Niente. Manualità zero. I miei lavoretti con la creta a scuola erano una pena. Non sono sportiva, non nuoto, non scio, non ho mai giocato a pallavolo, non ho mai fatto un saggio di danza. Niente. Ma faccio le imitazioni. E invento filastrocche stonate e raccapriccianti solo per ridere. Rido. Dico la verità. Voglio la verità, anche quando fa male. Ma non cerco la Verità. Non rincorro certezze, assolutezze, totalità. Mi piace la verità particolare, parziale, incerta. Purché sia vera, purché non sia il semilavorato di qualcun altro, purché arrivi dal fondo, dal profondo, dalla vita per come la si è vissuta. La più vera verità me l’ha rivelata una mia prozia, l’unica sorella di mia nonna, donna eccentrica e tenace, fastidiosa e impertinente quando diceva che nella vita è meglio fare invidia che pietà. Mentre si toglieva il cappello e lo buttava dove capitava,snocciolava le olive e le sue teorie. A volte non la sopportavo.

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Un’ipotesi assurda

 

Cosa faresti se ti zittissi

Puntando con gli occhi fissi

Misurando la distanza

Di noi due nella stessa stanza

Se,per caso, ti chiudessi la bocca

La tua lingua che si blocca

La parola non può più uscire

Fuori nessuno vuol capire.

 

Cosa faresti se  finisse il tempo

Il nostro, così per un contrattempo

Per un vano moto di orgoglio

Per tutto quello che non voglio

Le spiegazioni o un chiarimento

Quando piango mi trema il mento

Mi cola il naso e anche il trucco

Tu se piangi sembri un mammalucco.

 

Cosa faresti, allora, senza di me

Senza l’acqua già calda per il te

Senza un racconto dettagliato

Tu il maresciallo, io l’appuntato

Senza le spalle guardate a vista

Tu capitano io centrocampista

Senza il gioco quando si fa duro

Tu la nave io il porto sicuro .

 

Io so cosa farei senza di te

Metterei su l’acqua, solo per me

Berrei una tisana al finocchio

Con il mento che trema sul ginocchio

Chiusa in casa, sola, con i cani

Rimanderei  la vita a domani

Poi però mi vestirei vanitosa

Uscirei per il mondo furiosa.

 

Io so cosa farei se tu non vedessi

Mi arrangerei con tutti i miei eccessi

Non tornerei sui miei passi

Te lo dico, nel caso mi aspettassi

Ripenserei a tutto, come è iniziato:

Una distrazione, tu  fidanzato

Un capriccio, io arrogante.

Noi due colti in flagrante

 

Ripenserei a tutto come può finire

Se non ci si cura si può appassire

Se le parole diventano mute

Troppe volte le hai ripetute

Perdi la voce e la speranza

Conserverei quel che avanza

Al fondo di qualche cassetto

Come qualcosa che più non metto

 

Cosa faresti, ci hai pensato?

No, tu no, troppo occupato

Tocca sempre a me farlo

Sono io quella del tarlo

Del pensiero quando è fosco

Un picchio che abita il bosco

Se non senti più il rumore

Non c’è rimedio e l’albero muore.

 

Io so che te la caveresti

Qualche giorno di occhi pesti

Come chi è rimasto di stucco

E la faccia da mammalucco

Come un attaccante senza squadra

Come una guardia senza ladra

Ti sentiresti senza scampo

Pensando a quel bacio a stampo

 

Agli stivali marroni, a quel sogno

Alla luce spenta se mi vergogno

A una ragazzina con la bocca rossa

A organizzare la contromossa

Al tempo che ci ha attraversato

Al nostro slang tutto inventato

Parole fuori dal vocabolario

In aprile al nostro anniversario

 

lo so,penseresti ancora a me

Che penserei ancora a te

In fondo sono ipotesi post litigio

Quando il mondo intero si fa grigio

Lasciamo passare qualche giorno

Diamo al picchio il tempo del ritorno

Aspetta in silenzio accanto a me

Sta bollendo l’acqua per il te.

 

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Invece, vorrei…

 

Vorrei avere la visione finale. Niente di mistico, religioso, apocalittico, no. Solo saper già vedere come verrà alla fine. Qualcosa. Come la mia amica Sara che fa l’architetto, visita case orrende e sa che saranno bellissime, sa quali colori e quali materiali e come posarli e vede la trasformazione dove gli altri vedono le macchie di umidità. Come Ernesto, il mio parrucchiere, che tu stai lì, seduta sotto il suo sguardo sicuro, con i capelli bagnati divisi in due sulla testa e appiccicati al viso, così simile a un topo bagnato, e lui vede come sarà alla fine. Cioè, lui taglia e sa già cosa sarà dopo. Ed è sempre come voleva lui. Magari non come volevi tu, ma lui sarà sempre soddisfatto. Lui sa già. Ecco, io vorrei avere questa cosa qui, di vedere la fine prima che finisca.
Vorrei essere una di quelle persone che arriva all’ultimo momento e trova subito parcheggio. Invece se contassi il tempo trascorso a cercare un posto credo che avrei almeno altri dieci anni da vivere, alle fine. Niente, io non posso permettermi l’ultimo minuto o di improvvisare. Credo che esistano questi individui speciali che ignorano del tutto il fatto che altri comuni mortali cerchino il parcheggio per mezz’ore intere. Come la mia amica Chantal. Io, quando sono davvero alla ricerca disperata, la chiamo. Le dico dove sono e lei mi dice “gira in quella via” oppure “fai inversione, vai lì…”, ecco, lei da casa sua mi trova il posto.
Vorrei provare cosa significa perdonare. La sensazione. Io non lo so, come si fa, cosa si prova, se davvero è come togliere un peso dal cuore, se davvero dopo sei in pace. Io non lo so fare. Io non so nemmeno se mi piace la pace. È una modalità dell’animo che non conosco e non mi attira neppure perché tutto il rimestio magmatico che mi si agita dentro è quello che mi tiene sotto carica. Però, vorrei provare, una volta sola, il perdono. Vorrei un personal trainer che mi mostrasse come si fa, vorrei provarci e poi decidere se ne valeva la pena. Vorrei provare un perdono laico, comunque. Qualcosa che non richieda l’intervento, l’intercessione del divino. E se potessi provare questa sola volta, allora dovrei anche scegliere, credo, chi o cosa perdonare. Dovrei provare con qualcosa di piccolo, di fattibile per essere una prova, ma se poi resta il mio solo tentativo non sarebbe meglio giocarmi subito i carichi pesanti e farla finita? Non lo so. Ci penso, ma non sono convinta. Roba da poco o roba importante? Ci provo o non ci provo? Gli altri o me stessa?
Vorrei più tempo per non riempirlo ma per svuotare il tempo che ho adesso e che è saturo. Vorrei più tempo per diluire il tempo che ho già, annacquarlo, allungarlo e farlo bastare. Vorrei fare le cose che faccio con meno affanno. Una mattina più lenta, un pomeriggio più rilassato, una notte meno rapida. Ecco, non voglio più tempo nel senso della lunghezza ma nel senso della larghezza dentro il quale muovermi in modo sensato e non come una scheggia impazzita.
Vorrei che qualcuno si occupasse anche di me, non sempre, non per tutto. Che so, qualcuno che mi chiedesse se sono stanca, se sono felice, se voglio essere portata da qualche parte invece di portare sempre. Qualcuno che mi dicesse che andrà tutto bene, invece di dirlo sempre io. Invece. In vece. In vece ci sono io. Un genitore o chi ne fa le veci. Io, che porto, che chiedo “sei stanca, siete felici, va tutto bene, come la vuoi la pasta, ti va bene la coda alta così, preferisci che ripassiamo prima geografia o storia, hai mal di pancia, ti sei messa la canottiera, hai preso l’acqua per l’allenamento?” invece, adesso tocca a me, occuparmi di loro. E di me. Ma non sono capace di farmi domande premurose e di accarezzarmi la testa da sola fino a quando non passa. Non so farlo su di me, non so farlo passare. Non so promettermelo. A loro, invece, lo assicuro. Sempre. Lo giuro proprio. Passerà. Ci pensiamo insieme. Lo facciamo insieme.
Vorrei essere tollerante e restare impaziente. Preferisco l’idea di portare un peso, un carico a quella di patire, accettare, è che c’è questa sensazione che si porta dietro la parola pazienza che proprio non mi va. Pazienza lo dici quando è andata male, quando è finita. E lo dici quando aspetti. E sei un paziente davanti a un medico e aspetti che lui ti dica cosa c’è che non va e che ti assicuri che passerà. Stai fermo, paziente, patisci, aspetti. No, grazie, io no. Vorrei tollerare, al massimo, portare il peso finché sento che posso farcela e poi basta, non tollerare più, non andare oltre. Ma vorrei spazientirmi, sempre.
Vorrei che qualcuno mi dicesse come fare con le caviglie di Pepe, che sono storte, anzi dritte, anzi storte, a seconda di chi la visita e lei, paziente, ascolta e io impaziente non accetto più un’altra diagnosi imprecisa, insicura, malferma come i suoi piedi che lo vedo io che sono storti e però non c’è nessuno che si siede accanto a me e mi dice come si fa a scegliere se farla operare, se farle mettere le viti che la raddrizzano oppure no, se con la crescita si sistemerà, se è giusto fare in un modo o se è sbagliato. Non c’è nessuno che mi tiene la mano e mi assicura che andrà tutto bene. Invece, io lo faccio. Con Pepe, le tengo la mano. E le giuro che la sistemiamo questa cosa qui.
Vorrei riuscire a mettere in pratica quella massima zen, quella che dice di non promettere quando sei felice, di non rispondere quando sei arrabbiato e di non decidere quando sei triste. Oh, lo vorrei tanto. Certe mattine mentre guido verso la scuola delle ragazze e siamo su un rettilineo che costeggia il campo volo e sembra che stiamo andando incontro al sole che è appena sorto e che è lì, ancora basso, una palla arancione e più mi avvicino meno lo vedo, come tante cose nella mia vita, ecco certe mattine quando penso al sole che sembra tramonti invece di sorgere io penso a questa frase, a questa semplice regola di condotta e mi sembra che se lo facessi tutto andrebbe meglio e non penserei che il sole tramonta mentre sorge, che tutto finisce, che non si muore di presentimenti,che tutto vale ma anche il suo contrario, che non so, io non so perché se mi avvicino lui sparisce. Allora ci provo, magari per una giornata ci provo. Ma il problema è la tristezza, che per me è un sottofondo. Non sono una persona triste, per niente. Ma mi tengo stretta la mia tristezza di sottofondo, quel suono lontano, quel dolore sbiadito, quel pensare sempre un po’ a qualcosa che non è, che non è più. E poi il vero problema è la rabbia. Non dovrei rispondere mai. E questo sembrerebbe molto scortese, penso. Per la felicità invece dovrei riuscirci, perché felice sono felice, ma non prometto mica tanto facilmente. E poi io giuro direttamente. Solo a loro due, però. Mentre le porto verso il sole che sorge, mentre le ascolto, mentre le guardo, mentre si prendono il mio tempo nel senso della larghezza e della lunghezza, mentre mi occupo dei loro pensieri invece dei miei presentimenti,  io lo giuro che andrà tutto bene come se avessi la sfera di cristallo, o la visione finale.

Perché mispiego

Avevo una frase nel mio profilo di whatsapp, un proverbio latino che mio nonno ripeteva sovente e che, per questo, è entrato nel lessico familiare. L’avevo scritto così, perché ci stava. Perché pensavo che avesse ragione quando, visibilmente stizzito, liquidava un atteggiamento, un comportamento, una persona che non stimava limitandosi a dire rustica progenie semper villana fuit.
Avevo una foto, scattata a Costa Rei in agosto, noi quattro in mare, io con un costume bianco vecchio di almeno cinque anni, abbracciata a lui che tiene le braccia per aria a mimare un mostro che afferra le ragazze, Pepe davanti a lui, fotografata di schiena che corre verso di noi e Cri dietro di me che quasi spunta fuori così, come qualcosa che cercavi da tempo e non trovavi e ci avevi perso le speranze. In quella foto sorridiamo tutti e quattro, anche Pepe che non si vede in viso, ma me lo ricordo che sorrideva. Quando Tiziana ci ha scattato quella foto eravamo felici. Anche prima. Anche dopo.
Non c’era nessun nesso tra la foto e la frase. Le frase era lì anche con la foto prima che non ricordo quale fosse. La frase era lì perché è qui che gira, in casa, da quarant’anni, significa “cosa ti aspetti?! Cosa ti aspetti?! Che le persone siano diverse da quello che sono? Che davvero chi nasce rozzo riesca a essere fine, ma proprio ad esserlo e non solo a farlo, a sembrarlo?”
E poi, di fondo, era una cazzata. Cioè una frase messa lì, poteva voler dire tante cose oppure niente.
E poi, un giorno, mi sono arrabbiata moltissimo. Mi hanno fatta arrabbiare moltissimo.

Moltissimo significa che se fossi stata una fumatrice forse avrei fumato un paio di pacchetti nel giro di due ore, che se avessi avuto un’arma sarei andata al poligono a scaricarla, che se fossi stata un animale sarei stata di sicuro una belva feroce e avrei sbranato, sarei stata una iena, credo, che con Cri avevo studiato che mangiano  le ossa delle prede e le spezzano per nutrirsi anche del midollo. Moltissimo significa che se fossi stata pazza sarei uscita per strada a urlare la mia rabbia e la mia voglia di vendetta. Ma se fossi stata pazza forse non mi sarei arrabbiata.
Invece, sono andata sulle impostazioni del mio profilo whatsapp e alla frase latina ho aggiunto un pezzo. Mio nonno non lo avrebbe fatto, era elegante lui. Io ho scritto “tipo …” e ho inserito il nome del fenomeno che avrei voluto sbranare.
Sono stata infantile lo so. Ma era un modo. Avevo bisogno di un modo per dirlo che quella persona aveva tutto il mo disprezzo. Ha tutto il mio disprezzo.
Va bene, fatto. Scritto. Ciaone. Andiamo avanti. La rabbia non passa, i giorni che seguono sono spietati, i sorrisi della foto nel mare di Costa Rei sembrano trapiantati su altri visi, una donazione ex vivo, nessuno è morto, non sappiamo chi è il ricevente che si è preso i nostri sorrisi ma noi non li abbiamo più. È come se ci avessero spento la luce per un momento o per sempre, finché non si sa. Sto male. Fa male tutto.
Ma andiamo avanti. Perché tanto indietro non si può.
E poi un giorno Giorgia mi scrive un messaggio whatsapp per dirmi che stava scorrendo la lista dei contatti e la foto, la mia foto, le piaceva un sacco, mi ha detto qualcosa tipo “sei proprio tu, hai un’espressione bellissima”.
E poi un giorno lui mi dice che gli hanno mandato un messaggio whatsapp. Con la foto del mio profilo, uno screenshot, si dice così credo. E un’altra foto, presa da wikipedia. Orrore. Si, per tradurre la frase latina. Orrore. Non credevo ci fosse bisogno del Castiglioni Mariotti. E nemmeno di aver fatto le scuole alte, per dirla come direbbe il fenomeno  che avevo aggiunto al proverbio.
Ecco, allora, gli mandano questa foto per dimostrargli che persona orrenda ha sposato.
Tra tutti i miei 260 contatti della rubrica solo uno ha letto la frase, l’ha cercata su Google- orrore- e si è attivato perché io venissi punita da chi di dovere, dall’esercente la tutela maritale. Un solo e unico contatto che, per altro, non era la persona citata nel profilo incriminato, la quale non avrebbe saputo nemmeno leggere in latino, avrebbe pensato a una formula magica. E mi avrebbe accusata di stregoneria.
Rimuovo la frase. Non perché volessi chiedere scusa o dirmi pentita di una cazzata, perché siamo tutti d’accordo che è una cazzata, almeno tutti e 260 tranne uno.
Sostituisco la foto, non ricordo con quale.
Cancello tanti dei 260 contatti. Molti altri li blocco.
Vado avanti, perché tanto indietro non si può.
Vado avanti ma aspetto. Il momento giusto, il nervo scoperto, l’occasione, che smetta di piovere. Aspetto. Come un killer, un sicario, un cecchino appostato. Come un poliziotto sotto copertura. Come un animale in letargo. Come un seme sotto terra.
Aspetto. Metto da parte, accumulo, catalogo, ordino, archivio.
Aspetto. Come un’ agonia, come una nascita, come un dolore, come il piacere quando lo rinvii perché altrimenti poi finisce.
Aspetto i sorrisi che non tornano, sono mezzi sorrisi quelli a cui arriviamo per un po’ di tempo, è tutto quello che possiamo fare, dobbiamo farcelo bastare.
Aspetto e cammino. Vado avanti, perché indietro non si può. Vado avanti. Salgo su per le montagne e scendo giù dalle montagne. I polpacci fanno male, le ginocchia protestano. Il cuore pompa veloce, fatica ad adattarsi. Il cuore fatica sempre ad adattarsi. Salgo e cammino e penso e aspetto. Scendo e scivolo e penso e aspetto. E risalgo. Un po’ più in alto. Su un’altra montagna. E un’altra ancora. Vado lontana dal mare e dai sorrisi quando c’erano. Vedi, Giorgia, come si cambia ? Sono proprio io e non sono più io. Grazie Giorgia, grazie che hai visto la foto e mi hai detto cose facili, veloci, vere.
E giù, giù da un’altra montagna, una discesa che è una catabasi, e fa male andare giù, non vedo, ho paura di cadere e non voglio tornare, in realtà, voglio restare su e nemmeno guardare giù, voglio restare su e guardare su, ancora più su, con il naso per aria e le lacrime ferme e la faccia che tira tutta, spiegazzata come un libro quando fai le orecchie per tenere il segno ma no, io non lo faccio, io uso il segnalibro ma faccio le orecchie per ricordarmi le pagine dove ho letto qualcosa che è stato scritto per me, faccio le orecchie e sottolineo e faccio quel rumore con la matita che lui mi prende in giro nel letto, la sera, appena apro il libro e prendo la matita lui si gira verso di me e mi dice “kkkrrrrr” e si, ho la faccia così, rigata, spiegazzata è tutta un kkkrrr fatto con la matita, ma è la faccia che ci ho messo, sempre, a salire, a scendere, ad aspettare, a sorridere nel mare, a immaginarmi iena.
Aspetto e sento che manca qualcosa. A me. Mi manca la possibilità di qualcosa. Mi manca la mia bocca rossa che dice e lascia il segno, che bacia e lascia lo stampo, che morde e lascia la scia rossa, di sangue. Mi manca la possibilità di scrivere una frase e dirla e pensarla a voce alta. Mi manca un posto. Mi manca un luogo, un tempo, uno spazio, una ricreazione, un progetto, un figlio nuovo, un amore, un momento per inspirare e scrollarmi di dosso la rabbia, una tana dove sbriciolare le ossa e arrivare al midollo, un riparo dalla pioggia, mi manca il dire la mia e boh, l’ho detta, quell’aria così, vuoi sentirla? sentila. Non vuoi sentirla? Non sentirla.

Mi manca di sorridere.
Aspetto e non succede niente e tutto accade. Aspetto e non mi spezzo nemmeno questa volta, nemmeno sotto il peso di questa rabbia e sotto il peso del bestiame della rustica progenie. Aspetto e non mi piego nemmeno più, però. Al massimo mi spiegazzo, come un foglio quando lo trasformi in un origami. O in un aereo e lo lanci. Come una pagina quando ci leggi qualcosa di importante.
Non mi piego, non mi spezzo.
Aspetto, salgo e mi spiego.
Ho messo una frase nel mio profilo whatsapp, è l’indirizzo del blog. mispiego.com.
Kkkrrrr.
Una mattina ero infognata in una riunione sulla sicurezza informatica, avevo il telefono senza suoneria. Mi compare la notifica di un messaggio whatsapp. Di Giorgia. L’ultima volta mi aveva scritto della foto, non ci scriviamo mai, ci incrociamo a scuola dai bambini, ciao, ciao, poi combiniamo e non combiniamo mai. Ha visto il mio profilo. Ha letto. Le piace. Allontano il telefono di getto, un istinto, un arco riflesso, la iena nella tana. Poi sorrido, piano, di nascosto.
Un pomeriggio ero appoggiata al muro celeste della palestra di Cri, durante un suo allenamento di Karate, stanca della giornata, giocavo con il telefono, cazzate, parole intrecciate, instagram, galleria delle foto, arriva un messaggio di Elisa. Ha letto mispiego. Le piace. Metto il telefono in borsa, scotta, mi brucio, mi brucia, come il sale del mare quando sei tagliato ma va bene, disinfetta, almeno a me dicevano così. Di entrare lo stesso, perché se brucia va bene. Disinfetta.
Aspetto e le rispondo. Anche se mi fa paura, perché ora lei mi vede spiegazzata, perché quando ho scritto il primo post non pensavo che nessuno, nessuno, leggesse. O almeno nessuno che conosco. E se mi leggi mi vedi nuda. Mi vergogno.
Rispondo a Elisa anche se brucia, ma lei ha quello sguardo anche se non la guardi, quello sguardo grande, lei ha gli occhi enormi e bagnati, uno sguardo dove temi possa annegare lei stessa e va bene allora essere nudi perché tanto disinfetta.
Aspetto e mi scrive Roby da Londra che mai più pensavo gli importasse di leggermi. Di sentirmi. Di vedermi salire e scendere e spiegarmi, avvoltolarmi, finire, ricominciare, biascicare, urlare contro e chiedere perché come si chiede scusa. Invece Roby aspetta. Aspetta me. Aspetta che io scriva.
E rispondo a me, ai fenomeni, a mio nonno che, tanto, ci era nato stizzito, ai clienti noiosi e ai collaboratori fastidiosi, alla rustica progenie che si, semper villana fuit e fatevene una ragione, a chi mi crede una strega ,alla professoressa di latino, e a quella di scienze della terra e chimica che finalmente lo posso dire la sua materia è sempre stata una colossale perdita di tempo al liceo classico, io la detestavo e si, sappia che no, non l’ho mai studiata, a mio padre che ha lo sguardo buono, a mia madre che mannaggia a lei, a lui che mi fa kkkkrrrr con le braccia alzate come un mostro, alle mie figlie che sorridono anche di schiena.
Aspetto. Mi spiego.

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Io che vi amo forte

 

L’amore che non dico io lo faccio

Ogni giorno,si , come un pagliaccio

Metto il nasone rosso e buffo

Un grande salto e giù mi tuffo

A bomba oppure è meglio a pesce

Alla buona, come mi riesce

Mi butto nella lotta quotidiana

Di sfangarla intera, la settimana

Indosso la tuta dai mille colori

Di pezzi rabberciati sui dolori

E poi le scarpe grosse a scacchi

Ma le mie hanno anche  i tacchi

Dipingo la faccia tutta bianca

Che non si veda l’aria stanca

Il sorriso mia unica espressione

Largo immenso che fa impressione

E sopra tutti i miei mille impicci

Ci sta bene la parrucca con i ricci

Una regolata alle bretelle

Agganciatevi, si va, bimbe belle

Da ultimo aggiungo il papillon

Che al vento suona come un carillon

E la melodia quella  vi resta in testa

Perché noi insieme  siamo in festa

L’amore che non dico io lo faccio

Ogni giorno,si , come un pagliaccio

Tiro fuori un fiore che spruzza

Lo uso per quelli della pagliuzza

che la cercano negli occhi miei

con la penna gli unisco tutti i nei

ma l’inchiostro è quello simpatico

non resta traccia, è emblematico

mi invento giochi di palloncini

li regalo tutti ma non ai bambini

li dono a chi non vola da un pezzo

a chi alla leggerezza non è avvezzo

e poi cammino strana, tutta storta

voi ridete e io sono contorta

voi ridete e allora funziona

questa mamma strana e buffona

che aveva già nel suo destino

di esser nata l’anno di Sbirulino

di aver nascosto con il fondotinta

una lacrima, che no, non è mai finta

di aver sempre un po’ di paura

di amarvi forte, senza misura.

 

Che almeno una volta

 

Pensa che non me ne frega niente del tempo, dei lampi, dei semafori ,delle parole alla rinfusa, dello sparo e del rinculo del senso di colpa tra le pieghe di un maglione e dei pelucchi  che togli con la punta delle dita mentre parli distratto, del rossetto sbavato se la mano trema e del cuore che si ferma  per un giro e poi riparte.

Pensa che non me ne frega niente del silenzio quando c’è e del rumore che batte il ritmo in testa, della luce accesa e del dolore di chi resta, dei migliori che se ne vanno e dei peggiori che ci ammorbano l’esistenza, dei precari, dei clandestini, dei denti del giudizio, delle riserve idriche e dei ghiacciai.

Pensa che non me ne frega niente della sabbia che scotta ma poi c’è il mare, della promessa del paradiso dopo sempre dopo, di rivedere queste facce anche dopo, della buona condotta e degli atteggiamenti sconvenienti, dei capisaldi e dei cartelli stradali, del senso dell’umorismo quando non c’è, della querelle sui vaccini.

Pensa che non me ne frega niente se resta il supplente, se il programma non viene rispettato, se il tempo è scaduto e non hai firmato, se dopo ci pensi, se leggi, se ti arrendi , se vai o resti, se non sai scegliere e se ti fa male un piede o il collo o se hai dato una gran botta con il culo.

Pensa che non me ne frega niente  di quella volta che te ne sei andato per sempre quella settimana, della paura che almeno una volta, del clacson che hai suonato, dei matrimoni a cui sei stato, dei pupazzi di zucchero sulla torta, dei funerali dove nessuno sorride, di quelli che non hanno ricordi, di chi ha la faccia tagliata di sbieco, degli occhi che non parlano e delle bocche senza veleno, di chi non finirà all’inferno.

Pensa che non me ne frega niente delle unità di misura, del tavolo per la taverna, della roba da stirare, della gara di domenica, di quelli con un’infanzia bellissima, dell’orologio al polso, di chi arriva tardi quando è troppo tardi anche per arrivare presto, della paura che almeno  una volta, della candela che quando si consuma  il mondo finisce e io muoio, della pioggia che permette di piangere per strada.

Pensa che non me ne frega niente del capo e della coda, del senso del dovere, del buco dell’ozono, della prima comunione, dei compiti da controllare, della ceretta da rifare, della battuta cordiale, del tono giusto, del gelato si ma artigianale, del rimedio da banco per ogni dolore, della paura che almeno una volta,della ricetta veloce da seguire, degli ingredienti da amalgamare.

Pensa che non me ne frega niente del cielo sereno, della vecchiaia saggia  e dell’ingrata gioventù, di chi si sente incompleto, di chi ci vede doppio quando si guarda, di chi non conta un cazzo, delle vocette stupide dedicate ai  bambini, dei bambini, del moto di fastidio, della pelle accapponata, del pensiero debole, dei termini di uso e servizio.

Pensa che non me ne frega niente dell’identità di genere, delle famiglie allargate o ristrette, della noia, del cestino della carta, del cortile della scuola, delle nonne e delle megere e di chi vive  in purgatorio, dell’odore di erba appena tagliata, delle tazze nel lavandino, del bicchiere che si rompe sempre quando penso che adesso si rompe, delle foreste pluviali, dei fiori appassiti da buttare.

Pensa che non me ne frega niente  di ciò che non mi frega e di chi mi ha fregata, di quella volta che l’ho segnata, di fartela pagare, di rinvangare che tanto non sono buona a seminare allora sai cosa c’è, che mi metto a maggese ad aspettare, fino a quando non mi frega di tornare e pensa che non me ne frega di andare  e non me ne frega nemmeno di restare, di dire o respirare, della paura, la mia, la tua, ma più la mia, sempre la mia, che almeno una volta.

Così è se vi pare

 

Per me io sono colei che mi si crede ma solo lo stolto si ferma a ciò che vede, come la vecchia arcigna e spelacchiata che un giorno per strada si è fermata e mi ha detto con boria minacciosa che altro non ero se non una schifosa, come la pingue signora tatuata che in un giorno di bonaccia  si è arrabbiata per le mie borse meravigliose a detta sua ostentate e costose o come l’inutile eunuco detto torvo per via dello sguardo nero a guisa di corvo e il cui massimo traguardo è stato di deprecare come lo guardo.

Per me io sono colei che mi si crede ma solo lo stolto si ferma a ciò che vede e degli sciocchi ormai non mi circondo, vadano altrove è tanto grande il mondo, io tengo qui con me proprio accanto tutti quelli, e questi soltanto che, direbbe mia nonna, sono come il Signore comanda e che hanno capito che più della risposta conta la domanda , che non serve annuire se non capisci cosa voglio dire, che non serve una mano d’aiuto se così compri il mio diritto di rifiuto, che se la tua idea non condivido non è reato, non uccido.

Per me io sono colei che mi si crede ma solo lo stolto si ferma a ciò che vede eppure di sciocchi quanti ne conto che vivono sempre tutto come un affronto, convinti di essere eterni come se non fossero numerati anche i loro inverni e discutono per giorni se mi vedono passare nei dintorni e cercano tracce del mio passato o dei loro vizi in ciò di cui ho scritto o parlato per sentirsi autorizzati a essere mediocri, deboli e malfidati.

Per me io sono colei che mi si crede ma solo lo stolto si ferma a ciò che vede e per fortuna lo sciocco non guarda la luna, bimbe mie belle, e neppur si cura delle stelle, resta fermo a fissare il dito e non sa di non aver capito che a me lui è servito solo per giocare e così è se vi pare.

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Sonia

Ho compiuto quarant’anni, lunedì scorso. È stata una bella giornata di auguri, regali, pensieri e sorrisi. Mi sono sentita felice. Ho fatto fare la torta, io, l’ho ordinata il venerdì precedente e io non mi sono mai interessata di avere una torta per il mio compleanno, ma questa volta si. Ho chiesto che scrivessero “Sonia 40 ! ”
Il pasticcere mi ha chiesto, per conferma, se volevo il punto esclamativo dopo il numero. Gli ho detto di si, che non era l’enfasi con cui ordinavo la torta, volevo davvero il punto esclamativo. In realtà le mie parole precise sono state “per i 40 faccio una pausa dai punti interrogativi”.
La torta era buona, ho espresso il mio desiderio soffiandolo via lontano e vedremo, ho brindato alla mia e a quella di chi era lì a un passo da me, ho brindato al compimento di quanto è stato e al punto esclamativo con cui terminavo la giornata e il mio quarto decennio. Ho brindato al tempo, generoso, alla vita vissuta tutta anche nei giorni vuoti, a me, a Sonia, il nome che mi porto addosso e che nessuno mai usa, non per chiamarmi almeno, il mio nome è una delle cose che mi piace di più, di me. Le fonti riportano che fosse il nome di una bellissima ragazza con i capelli scuri che abitava nel palazzo dove mia madre viveva con i miei nonni, prima di sposare mio padre. La bella Sonia dirimpettaia esercitava un fascino particolare su mio nonno, pare e mia madre in sala parto, presa alla sprovvista perché non si erano preparati davvero un nome da femmina, lei aveva la pancia a punta e in un’epoca senza ecografie questa era condizione sufficiente a soddisfare la curiosità legata al sesso del nascituro, quindi lei in quel momento richiesta del dare un nome alla creatura ha detto Sonia, senza punto esclamativo, credo, ma ha detto Sonia. Perché pensasse alla vicina di casa che flirtava con suo padre durante il parto non lo so ma siccome le piaceva anche il nome Samuela, nessuno me ne voglia, ma è andata benissimo così. Da punto esclamativo. Non so quanto tutto questo sia vero ma trovo sia comunque una bella storia da raccontare. Mio nonno, per la cronaca, mi ha sempre chiamata Ninni. Ma nella mia famiglia nessuno usa, davvero, il proprio nome. Come in certe tribù o in alcune culture in cui il nome resta segreto fino a un certo momento o non viene attribuito finché non si manifestano delle peculiarità che rendono chiara la scelta. Da noi il nome viene dato e poi dimenticato per il resto della vita. Se va bene viene abbreviato e non vale la regola del nome corto, abbreviamo anche quello, lo tronchiamo alla prima sillaba, zac, una circoncisione del nome, un rito iniziatico. Ho un cugino che si chiama Pasquale, chiamato Nino da quando è nato, diventato Nì dopo dieci minuti dalla nascita. Dal resto nostra nonna è nonna Cocò. Il suo vero nome si è perso con le fonti che potevano ancora testimoniarlo.
Io sono So’. Mio fratello è Die. Mia sorella è Chia.
Ma io sono anche, soprattutto, Kibu. Da quasi due decenni, ormai. Lui mi chiama così e allora io sono così. Il perché non posso raccontarlo ma è anche quella una bella storia.
Però, per chiudere i miei primi quarant’anni (!) ho voluto brindare come Sonia, a nome intero. A figura intera, a faccia scoperta, a mani alzate. Disarmata. Senza filtri, nomignoli, riduzioni o sconti. Non ne ho avuti, di sconti. Li ho compiuti tutti e volevo che tutti fossero lì, tutti e quaranta, pieni e usati, logori e sfilacciati, belli, recenti o impolverati, tutti, tutti compiuti, finiti e alcuni ancora mi sembrava dovessero arrivare e invece se ne sono già andati.
Qualcuno mi ha detto “benvenuta negli anta”. Io ho pensato all’armadio, all’anta dell’armadio. Colpa del mio emisfero cerebrale dominante, il sinistro. Se dici anta io immagino l’ anta dell’armadio. Perché penso in modo lineare e analitico. Ho pensato che nel mio armadio c’è un casino, abiti di tutte le stagioni e di tutti gli anni, i jeans di quando andavo all’università, l’abito comprato per il matrimonio di mia sorella, sabato scorso, il maglione che mi ha regalato il mio primo amore che si chiama Stefano ma io lo chiamavo Voga, i costumi della vacanza in barca del 2006, tutto insieme lì dentro, chiuso dietro l’anta. Io sono come il mio armadio. Ho chiuso tutto dentro e c’è davvero tutto. Di tutto. C’è Sonia intera, c’è So’, Kibu, Soso’, Ninni. Mamma. Mami. Ma’.
C’è un casino ma nel mio disordine trovo tutto. Di tutto. Senza cercare troppo, vado a colpo sicuro e ritiro fuori quel che è stato, il tempo passato, le frasi e le parole, il senso compiuto e il senso del compiuto, quell’aria che assumono le cose quando diventano irreversibili e la patina che cade sopra le persone quando diventano irraggiungibili, la tristezza dell’amore quando finisce e la stretta al cuore quando vai via e sai che ti sta osservando di spalle e speri di non cadere e speri di non voltarti e sai che quella scena è irripetibile anche se la ripeterai infinite volte nella tua testa, di notte, soprattutto di notte, quando tutto fa più male. Ritiro fuori la fatica di essere. Di capire. Di andare avanti e basta, spostatevi tutti, vi avviso, ho scagliato la pallina come un proiettile e fate attenzione vi avviso, non ho il controllo, lancio e vado avanti, vi avviso, abbiate cura di voi che io devo badare a me, al mio gioco e mi dispiace, non abbiatecela con me.
E la gioia quella che dura un secondo, un lampo di genio, l’intuizione che ti svolta la giornata, il significato che muta se giri la carta, la sorpresa senza il fiocco che il fiocco è tra i capelli, un cane che si piscia addosso dalla felicità di vederti, un cuore che batte sopra il tuo allo stesso ritmo e sai che è il cuore giusto, quello che conosce il tuo tempo e nulla sarà come il dolore di perdersi, poi. Ritiro fuori la paura di non piacere, la certezza di non essere adatta, le scarpe belle ma strette, il dolore di camminare facendo finta di niente, la speranza che finisca, il senso di vuoto che non si placa e non si dà pace, l’idea e la realtà, il risultato e il rapporto costo beneficio, la scomposizione logica, l’analisi della situazione, le motivazioni valide. Gli anni vissuti come uno sherpa, il carico da portare, le intemperie e nonostante tutto il sorriso, o la paresi ebete, che questo è il compito di una madre, portare il peso sorridendo, perché la vetta è sempre e solo una conquista altrui.
Tutto, tutto qui, o lì, dipende. Tutto dentro, dietro questi “anta” che proteggono dalla polvere e dagli sguardi.
Qualcuno, invece, mi ha detto che è tempo di bilanci. No. Ho risposto. È tempo di bilancia. Non mi interessa guardare la mia vita e farne una questione di attivo e passivo, di stato patrimoniale o conto economico. No, io no. Io voglio pesare gli anni, i mesi, i giorni, i minuti, le parole, i baci, le lacrime, gli sbuffi di fastidio, le parolacce, Dio, quanti chili di parolacce ho detto, i silenzi, le rappresaglie, i dispetti, la ferocia, l’insicurezza, il sudore, i libri di Diritto Costituzionale, le gonne troppo corte e i rossetti troppo rossi, le risate urlate, i singhiozzi quando non si sente. Le serate fumose e futuribili, il senso della vita trovato e perduto in fondo alla borsa tra le chiavi e gli occhiali.
Le persone che mi hanno amata, tutti, tutte, imprecise e strane, imperfette e folli ma creative e istintive che per amare me devi avere l’emisfero destro dominante altrimenti non puoi farcela, e quelli che mi hanno odiata, a ragione oppure no ma non importa, che una ragione si trova sempre e se c’è bisogno di cercarla vi do anche una mano e le persone che mi hanno raccontata e non erano capaci di farlo e si sono incasinate a metà della narrazione e adesso sono lì aggrovigliate tra i fili storti di una trama che non regge e se volessi io potrei tagliarli, i fili, come una delle Parche però e no, non lo farò. Perché peso anche il piacere sottile che mi dà vederle strette in quella ragnatela di menzogne che si sono creati.
E le persone che mi hanno disegnata, modellata, raccontata, cantata e sapevano farlo. E sapevano incantare e meravigliare, trasformare il sogno, cambiare la direzione e riempire l’aria di un odore buono come una benedizione, un unguento, un sospiro di sollievo. Quelli che mentre io guardavo le differenze trovavano le somiglianze, quelle persone che hanno avuto cura di loro e di me con loro.
Io voglio pesare le mie pance enormi, il dolore della nascita e la pancia quella che non si è mai vista ,occupata da un battito di ali per poco e il dolore dell’aborto.
La felicità che se non sei abituato stordisce. E se sei abituato non è felicità.
Voglio pesare ogni no. Tutti i si. I punti interrogativi, tanti, piccoli aghi nascosti tra le pieghe degli abiti quando prendi le misure. Le certezze barattate per un posto nell’incavo del collo. Gli occhiali con la montatura spessa, le vacanze al mare, la voglia di sparire, le canzoni che svegliano la nostalgia e il bisogno di sentirsi fragili. Le scene che fanno ridere. Gli anatemi scagliati, l’ira degli dei, il rifiuto offeso, le ritirate nella torre d’avorio, i mai più mantenuti per sempre.
I punti esclamativi, accompagnati da un gesto preciso della mano che sembra scriverli a mezz’aria, con il pollice che si richiude sull’indice ed è così!
Ecco, non mi serve un bilancio, mi serve una bilancia. Per pesare tutto questo e tanto altro, la mia vita sino ad oggi e quel che pesa di più è ciò che vale di meno. È ciò che posso lasciare qui, a questo punto del cammino, senza rimpianti che quelli soprattutto pesano e impacciano. Infilo tutto alla rinfusa in un cartone e sopra ci scrivo Sonia, 40!
E vado avanti. Felice.

 

torta

Di boschi, matrimoni e streghe

 

C’è una ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve. Non si chiama Biancaneve, no e non è una principessa . Non c’è alcun cacciatore che deve pugnalarla e nemmeno dei nanetti poco avvezzi all’igiene personale che l’accolgono. Però c’è un bosco, quello si. La ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve ci si è infilata e adesso è lì dentro, con sé ha la sua bambina, creatura magica e perciò perfetta in un bosco. La ragazza è seduta su una ceppaia ricoperta di muschio e forse le fa un po’ senso appoggiarcisi però non c’è altro e allora va bene così. Non è felice di essere nel bosco, ha paura ma non lo vuole dire, teme che qualcuno- chi, in un bosco?!- possa sentirla e giudicarla, non sa, però, che nel bosco a nessuno importa di condannarla, assolverla, valutarla. Nel bosco importa solo prendere la luce quando c’è, creare scambi, appoggiarsi a chi è più saldo, intrecciare le radici sotto terra dove non  si vede, come amanti che si stringono le mani di nascosto e connettersi gli uni agli altri per davvero, crescere, morire, rinascere, offrire riparo e chiedere in cambio di portare un seme più in là dove possa diventare quello che già è, in fondo.

C’è un principe, un ragazzone grande e grosso con tanti capelli e la barba ed è meglio non immaginarlo in calzamaglia.  C’è anche lui, nel bosco, ma non è vicino a lei, ha preso un suo sentiero che non è distante ma in questo momento, sulla ceppaia, lui non c’è. Si ritroveranno, prometto, quando farà chiaro, tra poco. Perché, non avevo detto, che adesso nel bosco è scuro. Lei è impaziente, è proprio lei così, il bosco ha solo accentuato questa caratteristica. Ma quando è buio è bene fermarsi e aspettare. E guardare. Sentire. Annusare. Toccare. L’attesa come un ulteriore organo di senso e da quelli ripartire senza altri condizionamenti, senza pensare di sapere, senza credere di conoscere. Nel bosco si impara per esperienza, per osservazione, per imitazione,almeno in questo bosco è così. Ci sono i sentieri  tracciati, vuol dire che qualcuno ci è passato prima e chissà se quel tronco su cui la nostra ragazza è seduta , se potesse parlare quante ne racconterebbe. Ci sono le indicazioni, non è un labirinto. Ma ciascuno deve fare per sé, ecco perché il principe hipster  non è accanto a lei, in questo momento.

C’è una ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve seduta impaziente su quello che, una volta, era un albero, in un bosco  di sera mentre tiene in braccio una bambina, la sua, che però non ha alcun timore perché nessuno le ha ancora detto che il bosco fa paura . Non è felice, abbiamo detto. Io ho detto. Non ha il coraggio di alzare lo sguardo e osservare, abituando gli occhi all’oscurità e affinando ogni percezione diversa da tutto quello che fino ad oggi ha sperimentato o ha creduto di sapere. Se lo facesse, cosa vedrebbe? Cosa sentirebbe? In un bosco pieno di sentieri? Vedrebbe altre ceppaie e sentirebbe la presenza di altre ragazze sedute impazienti. Sentirebbe i passi di quelle che si sono alzate e hanno ripreso il proprio sentiero  e le foglie secche si spezzano al passaggio e si accorgerebbe, perché lo percepirebbe, che nessuna di loro ha un passo leggero, è come se portassero tutte un peso, un fardello, un carico, un figlio addosso che prima era dentro e pesava sulla pancia adesso è fuori e schiaccia come la forza di gravità e pesa ovunque, ma questo nessuno lo dice e forse chi ci prova ad avvisare viene visto come un eretico, un pazzo capace di scrivere fardello e figlio nella stessa frase. Vedrebbe quelle che ci sono riuscite e capirebbe che sono uguali a lei, sono entrate nel bosco,  si sono sedute, hanno atteso e nell’attesa hanno tolto dai propri zaini il carico inutile, le mappe, il gps, le raccomandazioni, i pediatri, i logopedisti, la cultura personale, internet, il sapere diffuso e l’ignoranza dilagante, le maestre e le suocere e, si, pure le madri e tutto l’esercito di sapienti che invece di dirti che adesso hai un fardello ti raccontano che la vita è meravigliosa e ciascuna di quelle ragazze che si è alzata dalla ceppaia ci aveva creduto e ciascuna di loro si è sentita sbagliata ogni volta che ha pensato che per lei era troppo pesante, troppo difficile e non si è sentita in grado di farcela, perché non riusciva ad aderire a un’idea di realtà sbagliata, falsa, come dire che il sole gira intorno alla terra e chi dice il contrario o è pazzo o è eretico.  E potrebbe chiedere, se volesse, se dal suo zaino togliesse la presunzione, potrebbe chiedere come funziona. Non la creatura magica, piccolo elfo buffo, ma la vita con una creatura magica e pesante che rallenta tutto il tuo cammino ma che allo stesso tempo lo indirizza, lo raddrizza a volte. E si stupirebbe di accorgersi che quelle ragazze si fermerebbero a dirglielo. Perché nel bosco ci si aiuta, ci si sostiene, nel bosco la conoscenza è soffusa come un sussurro di incoraggiamento, il tempo è prezioso, la diversità è ricchezza.

Ah, c’è anche una strega. Va detto. Non è una matrigna, non ha il desiderio di essere la più bella, non ha mele avvelenate da offrire. È una strega scontrosa e ruvida così trattiene solo chi vuole ma conosce bene il bosco, è inciampata in radici sollevate e ha preso qualche ramo in un occhio, ha tentato con le scorciatoie e ha capito di non potersele permettere, mai.  Conosce bene anche la ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve, l’ha accudita per tanto tempo, un po’ per gioco un po’ per dovere, in forza di quei dodici anni che le separano e che ne hanno fatto protagoniste diverse della stessa storia, che ne hanno fatto sorelle lontane.  Quando la strega si specchia a volte vede riflessa l’immagine sfocata di una ragazza impaziente seduta in lacrime sulla ceppaia con due bambine, creature magiche; il più delle volte vede riflessa l’immagine nitida di una donna senza più zaini che ride e cammina accanto a due fanciulle, creature magiche.

C’è una ragazza con i capelli neri come l’ebano e la carnagione bianca come la neve seduta in un bosco, con la sua bambina , che tra  quarantotto ore si sposerà con il principe pieno di capelli. Sarà una grande festa che  si svolgerà nel bosco perché  non sono ancora usciti da lì, si incontreranno in un punto del sentiero, poi proseguiranno il proprio cammino ma si sentiranno più vicini con il cerchiolino dorato all’anulare, sentiranno di essersi promessi la felicità reciproca e chissà che non sia davvero così facile, chissà che non basti questo davvero, chissà che non sia questa la vera eresia, assumersi l’impegno di esserci anche se lungo un sentiero diverso . C’è di bello che il bosco ha ombra e un buon profumo,  non ti mette fretta e ti conduce sempre in posti meravigliosi.

La strega non farà auguri speciali, non compirà incantesimi o magie, non penso che alle streghe piacciano i matrimoni ma ci sarà e siederà alle spalle della sposa dai capelli di ebano, subito dietro una donna dai capelli grigi e lo sguardo severo. Anche lei ha esplorato il bosco tanti anni prima, quando era una ragazza con i ricci ramati e lo sguardo severo che stringeva una bambina scontrosa e ruvida e poi, tanti anni più tardi, teneva per mano una bambina con la carnagione bianca come la neve.

Solo un attimo prima che tutto finisca, o inizi, in fondo il matrimonio inizia, un momento prima se la sposa vorrà voltarsi potrà specchiarsi anche lei nello specchio delle brame, custodito dalla strega. E vedersi pronta a diventare ciò che è, senza paura. In quello specchio, in quello sguardo, in quell’abbraccio l’augurio di essere, ogni giorno, se stessa.