La formula dei ricordi

 

Avevo scritto una poestrocchia per questo giorno, una cosa carina con le rime azzeccate a disegnare un pensiero di gioco e amore per i tuoi undici anni. A un certo punto faceva così : “hai già tanti tuoi ricordi, eppure se li pesi sono ancora lordi, non sai più bene  la formula vero? Te lo dico con un tono più severo che però dura un momento, vieni qui senti cosa mi invento, io sono la tara e tu il peso netto, mettimi toglimi e vedi se è corretto.

E qui, niente, qui mi si è aperto la ferita dei ricordi, quella che ha la crosta sottile e che non guarisce mai. Davanti al foglio bianco ho visto la mia pancia enorme, smisurata, sopra a cosce piene come due boccioni dell’acqua nel corridoio aziendale su due piedi irriconoscibili, privi di una forma umana. Io la tara. Tu il peso netto.

Undici anni sono abbastanza: non li conti più su due mani, devi astrarre per vederli, o farti prestare una mano. La mia è ancora disponibile. Sono più dei comandamenti e meno delle vertebre della colonna che ti sorregge. Sono certamente pochi per avere rimorsi e pentimenti, sono abbastanza per  le incertezze e per sentire il cuore battere sotto l’incipit di seno che hai e che delinea la donna che sarai, quella che si sta affacciando con passo lieve, come quando fuori c’è la prima nevicata e non sai se i fiocchi si fermano o si sciolgono e la nonna dice sempre “speriamo non attacchi” e tu dici sempre “speriamo che attacchi”. Io spero che attacchi.

Sono abbastanza per attraversare la strada da sola, per organizzarti i compiti, per scegliere dal menu al ristorante, per nuotare oltre la boa. Per farti dare il resto e controllarlo prima di uscire, ma forse è meglio non approfondire, altrimenti è come con la formula del peso lordo, scopro che hai dimenticato tutto, mi arrabbio, parto con la predica e ti incupisci poi ti giri e mi fai il verso.

Io me li ricordo tutti, sai, questi undici anni. Ogni giorno, anche quelli uguali a tanti altri e quelli che hanno segnato dei passaggi o dei cambiamenti dai quali nessuno di noi è tornato lo stesso di prima. Ricordo chi c’è stato, chi è solo passato, chi non si è mai visto. Ricordo chi ha detto cosa e quando e se mi è piaciuto o no. Ricordo la tua faccia viola e schiacciata e gli occhi di tuo padre sgranati talmente tanto che ci vedevo tutte le foglie che ha lì dentro e che fanno quel verde,le foglie che sono la mia ombra ristoratrice e che poi si agitano forti per il vento e i temporali e allora arrivo io che se li sgrano ci vedi solo un nero senza uscita come un impermeabile di cerata spessa e copro le foglie, tutte, anche quelle che cadono, perché nessuno osi calpestarle. Tu hai gli occhi con una corteccia forte e una chioma verde che quando li sgrani ci vedo lui e quando li serri fino a farli sparire ci vedo un impermeabile, verde, ma di cerata spessa. Mi dispiace. Perché so cosa vuol dire avere quello sguardo lì e poggiarlo addosso agli altri.

Undici anni sono abbastanza per lasciare stare qualche raccomandazione, per decidere se indossare la felpa, se tagliare i capelli o lasciarli crescere ancora. Per avere dei segreti. Per stare nella tua stanza. Non sono troppi per l’altalena, come ieri sera. Per farti sbucciare la frutta dal nonno, io ancora lo faccio fare a lui.

Sono abbastanza per alzare lo sguardo impermeabile di foglie sul mondo e alzarti anche sulle punte dei piedi se non vedi dove vuoi vedere, senza sgomitare ma non sono troppi per farti prendere in braccio, magari da papà, che io non riesco più. A volte anch’io, sai, vado dal mio papà, non per farmi prendere in braccio ma per un abbraccio che mi rimette nel mondo con la giusta sensazione dello spazio che occupo e magari non serve per vedere davanti cosa c’è ma per sentire dietro cosa c’è stato. Lui la tara, io il peso netto.

Undici anni, Cri, undici anni di te e ieri sera ho mandato la tua foto a papà e gli ho scritto che ti abbiamo fatta noi insieme, che a me sembra sempre una cosa incredibile, ti guardo, ti guardavo undici anni fa oggi che era sempre un sabato, e  mi sembra di compiere i miracoli, di averti creata, fatta, fabbricata, costruita, cellula dopo cellula, in settimane passate a letto, ferma immobile che non scivolassi via dalla ferita nella placenta, aperta , e lo spavento, il sangue, le telefonate, le giornate a guardare il soffitto crescendoti con il pensiero che altro non si poteva fare che non fosse sperare e giocarsi il 50% di possibilità che tu, lieve come la nevicata, decidessi in quel mese di dicembre di attaccarti e restare.

E papà mi ha risposto, sai, al messaggio. Mi ha scritto “ è lei che ha fatto noi”. Tu la tara, noi il peso netto. Come sarà, un giorno. Quando la somma di tutti i giorni diventerà una matassa indistinguibile toccherà a te ricordare. Per noi e soprattutto per te. Per sapere di te che arrivi da un amore libero, ma libero davvero, libero di testa e nel corpo, un amore che ha avuto paura e l’ha superata, un amore che si è sollevato sulle punte e ha guardato oltre, ogni giorno, anche quando sembrava seduto a piangere. E arrivi da giorni di attesa e speranze, da un inverno con la neve, e hai visto il mondo un sabato pomeriggio di afa torinese dopo esserti girata a faccia in su rendendo necessario il bisturi e scatenando un temporale negli occhi di papà, che tutte le foglie hanno preso il volo e io ero occupata non potevo coprire e lui si è arrangiato lì fuori, sai, ha pianto e ha lasciato fare al temporale e poi ti ha vista e si è visto, se lo conosco un po’, si è visto intero per la prima volta. Lui la tara, tu il peso netto.

Il medico che ti ha fatta nascere nell’urgenza, sua,  e nella concitazione, mia, quando ti ha  tirata fuori ha detto “allora sei tu, che sorridevi sotto la linea del taglio”

Undici anni sono abbastanza per sapere che sei nata a faccia in su,con gli occhi aperti, affamata, strapazzata e sgualcita, con i pugni chiusi pieni di futuro. Sono abbastanza per sapere che quel futuro è tutto tuo, che vorrei che tu scivolassi e ti rialzassi restando sempre una persona per bene.

Io ti prometto che non interferirò, che non dirò cose tipo “da te questo non me lo sarei mai aspettato” , che aspetterò sempre te, ma non mi aspetterò mai qualcosa da te che non sia la tua libertà e la tua felicità. Ti aspetterò, Cri, ancora e sempre, e quando scenderà la neve spererò sempre che attacchi.

Buona vita, Koala.

Accorgimenti

 

Mi sono accorta che il silenzio è d’oro. Infatti non tutti possono permetterselo, non tutti sanno indossarlo. Li riconosci, sono quelli che parlano. Sempre. Male. Di ciò che non sanno. Sono quelli che non sanno. Niente.

Mi sono accorta che il mare mi fa bruciare tutte le ferite. Soprattutto quelle vecchie. E mi lascia le cicatrici bianche, come nei albini sulla pelle che ci indovini cosa è capitato se hai voglia di guardare. Il mare mi rompe, da qualche parte, e poi mi restituisce un pezzo levigato, con gli angoli arrotondati, un pezzo che non incastro più, un pezzo che sembra smeraldo e magari è solo vetro. Lo fa sempre, succede sempre. Mi rompe, mi smussa, mi cambia, mi costringe a guardare la distesa di acqua e a sentirmi a un volume diverso, più basso, più lento e mi agita in un punto dietro lo sterno.

Soprattutto un mare che non è il mio mare, quello con cui sono cresciuta e che sa come mi deve parlare, sa il pezzo che può prendere e come restituirlo. E allora mi sono accorta che non ci si dovrebbe mai scambiare i luoghi del cuore, dell’adolescenza, del tempo perduto. I luoghi che ci parlano secondo una familiarità e una consuetudine che non si può dire a nessun altro, non si può portare uno nel tuo mare e dirgli guardalo come lo vedo io. Non si può andare nel mare di un altro e cercare di vederlo come lo guarda lui. Questo non si può fare, non si può condividere. Nel tuo mare io vedo alghe e turisti con calzini bianchi nei sandali. Nel mio mare tu vedi silenzio e distanza.

Mi sono accorta che la montagna mi aggiusta. Così pragmatica, forte , raccatta i pezzi e li rimette insieme, sa come fare e non si lascia distrarre dai sentimentalismi del passato, perché io e lei passato non ne abbiamo. Perché io e lei ci siamo appena conosciute e abbiamo un rapporto maturo, di chi si è piaciuto a un’età in cui non devi stare tanto a pensarci e a rimuginarci e ad aspettare per vedere se funziona o come va. Finché  va ce la viviamo, io e la montagna.

Mi sono accora che ci sono persone a cui stanno male certe parole addosso, come abiti sbagliati,  quelli che indossano il colletto della polo alzato per far vedere la marca e che sono tarchiati, con la pancia, con le gambe storte accentuate volutamente per ostentare un passato calcistico senza futuro, senza talenti, nemmeno in quello. O peggio, si, c’è un peggio, quelli che cercano di rivendersi per più di quel che sono, per sembrare quello che non sono. Quelli che lo vedi che portano a spasso parole che non sono loro. E ti dicono “non è una scelta da fare repentinamente “oppure che hanno avuto difficoltà ma “Niente di trascendentale”, che si sente da come gli scivolano in bocca le lettere che non sono parole che sanno usare, che hanno anche guardato su google il significato, che se le sono ripetute tante volte, ma lo vedi che non è roba loro. Mi sono accorta che sono dispettosa e alzo la posta con sesquipedale accanimento.

Mi sono accorta che soffro per la lontananza, di tanto in tanto. Non soffro mai per l’assenza. Io l’assenza non la vivo, non l’avverto, non la sento. L’assenza non è il contrario della presenza ma una sua diversa forma. Sono contorta, lo so: me ne sono accorta da un pezzo. Ma la lontananza io la misuro, la sento, lo so che se io sono qui e tu sei lì allora c’è uno spazio che ci separa. E questo, talvolta, pesa. Affatica. Ma l’assenza non mi crea difficoltà, l’assenza è solo che non ti vedo non che non ci sei. L’assenza non c’entra con lo spazio, magari c’entra con il tempo ma comunque ci sei, anche in un tempo passato, ci sei, ci sono, siamo insieme e io questo lo sento e allora non mi pesa mai, l’assenza.

Mi sono accorta che non mi “sto più accorta”. Non faccio più attenzione. Così mi dicevano, da piccola, in dialetto suona così” statt’accuort”. Non lo faccio, più. Scusate. Soprattutto non mi sto accorta alle emozioni e, grazie Mara per il suggerimento, non mi sento più in colpa per quelle che provo, quando le provo, e no, non sto accorta a non mostrarle, nemmeno quelle più fastidiose. Per gli altri. Mi sono accorta che quello che non mostro poi si mostra, a me,  di notte, nei sogni ed è impossibile ignorarlo. E no, non mi sto accorta, accolgo tutto, respingo, mi incazzo, mi illumino, rido, amo, sogno leggerezza, mi incupisco, piango, sorrido, sbuffo, amo, odio, rido e ricomincio e sogno ancora leggerezza, occhi, incanto e assenze che non sono mai diventate lontananza.

Mi sono accorta della buccia d’arancia. Balorda. Nonostante la palestra. Nonostante i beveroni alla betulla che poi faresti la pipì in ogni angolo come un pincher incazzato. Nonostante la frutta, la verdura, le scale a piedi, le camminate. Maledetta. Me ne sono accorta e mi sono corrucciata. E mi è venuta la faccia da limone. Il culo da arancia e la faccia da limone. Un tantino acida, la situazione. Niente, via la faccia da limone, chè quella è proprio a vista. Per il resto, il frutto è buono, forse più dolce che in passato. E ho cambiato nome alla buccia, tanto è mia, posso farlo e la chiamo scorza. Scorza di arancia. Se la metti nella pastiera viene fuori una meraviglia. Mia nonna lo faceva. Ma statti accorto, che poi gli altri dolci non ti piacciono più.

C’è posta per te

 

Benedetta scrive lettere al suo migliore amico Edo ed Edo scrive lettere alla sua migliore amica Benedetta, Benni, a scuola e per i suoi compagni è Benni. È una novità di questa estate, si sono scambiati gli indirizzi l’ultimo giorno di scuola e hanno deciso di raccontarsi il tempo trascorso lontani in questo modo, che ha un retrogusto bellissimo e poetico, secondo me, di tempo dedicato, di attenzione leggera e delicata, di ricerca e attesa. Benedetta ha imparato a scrivere l’indirizzo sulla busta, ad affrancare (i francobolli sono adesivi, non si leccano più, ho scoperto) a cercare una buca delle lettere e a sperare. Che il postino legga bene l’indirizzo, che non piova proprio sopra la sua lettera e si sbiadiscano le parole, che arrivi sana e salva dal suo amico che sta aspettando.

 

Cristina sta aspettando la lettera da Hogwarts. Fa sorridere, lo so. Ma questa è l’estate dei suoi undici anni (mancano otto giorni) e lei è certa di non essere una Babbana. Lei si aspetta la lettera di ammissione alla prestigiosa scuola di magia frequentata da Harry Potter. Anche se nel frattempo ha preso una cotta per un ragazzino austriaco biondo e con il caschetto, porta il reggiseno, dice che la Baby Dance è da sfigati, dice proprio “ma ti pare che a undici anni vado a fare quelle robe che non le facevo nemmeno a quattrooooo?”, proprio così, è da sfigati. Praticamente vive, viviamo, vivo sulle montagne russe dei suoi ormoni, e passa, passiamo, passo dal giocare con la sabbia al ridacchiare giuliva se il giovane prussiano è nei paraggi, dal mangiare un cono gelato con due gusti seduta su un muretto al guardare il cellulare senza spiccicare parola con nessuno. Speriamo parta per Hogwarts.

 

Io ho mandato una mail, lunedì scorso. Con un allegato. Una mail con un allegato a tutti i miei clienti. Non ho fatto un invio generale, mettendo me come destinataria principale e tutti gli altri in ccn. No. Ho preso ciascun indirizzo di ciascun cliente e ho scritto. Ho allegato il documento. Ho cliccato su invio con un attimo di esitazione, breve, brevissimo, meno di una frazione di secondo e via. Proprio via. Nell’allegato c’è scritto che dal 9 luglio sarò sostituita da un collega, ottimo professionista e bla bla bla. In ciascuna mail inviata a ciascun cliente c’è scritto qualcosa di unico. Un riferimento, un ricordo, un pensiero. Unico. Un ringraziamento. Dopo dodici anni. Di giornate trascorse nelle aziende degli altri a sentire cosa non va, cosa va, cosa servirebbe, cosa proprio no, a sentire che la fattura la pagano subito, che non l’hanno ricevuta, che non la pagheranno prima di non si sa e bla bla bla.

Mi hanno risposto quasi tutti, solo oggi ho trovato il coraggio di guardare le mail. Ho scoperto alcune cose di me che mi hanno fatto piacere. Altre le conoscevo già, ma è stato comunque piacevole leggerle  per mano di altri. Nessuno mi ha chiesto cosa farò adesso eppure tutti si sono detti certi che avrei raggiunto la mia soddisfazione professionale. L’ho trovato strano. Interessante, curioso. Come dire non importa cosa farai, quello che scegli andrà bene. Credo sia l’augurio più bello, in fondo, in fondo importa cosa fai o come lo fai? Importa cosa fai o chi sei mentre fai qualcosa? Io non ero più chi sono in quel lavoro. E molti lo avevano già capito e io, ormai, non facevo niente per nasconderlo e quindi doveva accadere questa lettera, l’esitazione prima dell’invio, il clic, il magone in gola, la notte di lunedì con una dormita di filata come non succedeva da anni e non esagero, doveva accadere adesso o sarei rimasta intrappolata ancora, doveva accadere adesso che ci ho infilato il mare di mezzo per sentirmi lontana e inespugnabile, per sentire che non c’era spazio per cambiare idea e ripensarci ancora una volta ma che lo spazio era solo questo, qui, ora di fronte al mare, io e le ragazze e il cane e nessuno a cui spiegare cosa faccio, chi sono, cosa facevo e perché ho deciso di mandare una lettera e dire basta. Adesso che sono solo una mamma al mare con le sue figlie, una mamma come tante mamme a luglio, la telefonata della sera, ragazze vi passo papà, il gelato, il caffè al bar, dove lo fanno buono e nessuno, nemmeno qui che chiede cosa fai, mica importa, anzi se sei qui è perché sei anche tu di quelle che non lavorano, fortunate, che stanno al mare, fortunate. Adesso che va bene così, nessuno che chiede. Perché così ho il tempo di cercare una risposta. Per quando tornerò e qualcuno vorrà sapere, adesso, cosa faccio.

Che poi, in realtà, un altro lavoro l’ho sempre avuto. Un lavoro di scorta. Dai, su, sono una donna concreta, sono mamma, mica lascio il lavoro così? Ovvio che c’è già dell’altro che diventerà la mia attività principale, adesso. Non proprio adesso. Perché io qualche giorno, qualche settimana così, me la prendo. Qualche settimana che non so. Che non so cosa faccio, che resto sospesa che adesso ci penso, che faccio un anno sabbatico e poi decido, che non so cosa mi piace,che alla vigilia dei quarant’anni sarebbe la prima volta in cui tra me e quello che va fatto ci infilo del tempo come conchiglie dentro il filo per fare una collanina. Solo un po’ di tempo, solo un po’, quel tanto che basta per decidere cosa fare o per decidere cosa rispondere a chi lo chiederà, perché tanto tra poco qualcuno che me lo chiederà lo troverò davanti a me, anche solo così, per buttare lì un argomento, per non chiedere il segno zodiacale che alla mia età fa ridere, per sapere.

Quel po’ di tempo che mi è necessario per guardare il mio interlocutore e dargli la risposta giusta. Per lui, per rassicurarlo che il mondo va come pensa lui e non accade che uno poi non ce la fa più a fare quello che fa e smette. Perché negli altri  cerchiamo solo noi stessi e le conferme di cosa siamo, che siamo giusti, che andiamo bene. Negli altri, nelle risposte che ci danno non cerchiamo una soluzione ma un’assoluzione a noi stessi. Vogliamo essere bravi. Ecco perché devo avere il tempo di trovare le risposte adatte, perché, di mio, di istinto, di pancia, io do sempre e solo le risposte scomode. Quelle che nessuno vuole sentire. Non so dare l’assoluzione, mai.  Per esempio, se mi dovesse porre la fatidica domanda una mamma, una di quelle brave, di quelle che sanno il numero di compagni di classe e quale posto sul registro occupa il proprio pargolo, una di quelle che sanno sempre come i propri figli si comporterebbero in qualunque circostanza e giurerebbero che mai, mai, mai, i propri eredi possano essere capaci di usare il turpiloquio, ecco a quelle mamme brave, capaci, attente, sicure,io direi che faccio la mamma. Che le mie figlie sono le ultime del registro, mangiano le verdure, hanno buoni voti e praticano sport. Facile. Tutti contenti. Nessuno con dei dubbi, nessuno che pensa che fare la mamma sia qualcosa che si può, anche, a volte, certi giorni, avere voglia di smettere e mandare una lettera per dire che si verrà sostituiti da un ottimo professionista e bla bla bla ringraziando per il tempo trascorso insieme. Eppure, eppure certi momenti così ci sono.

Può capitare che la domanda me la faccia una di quelle che lasciano la scia di profumo in ascensore. Una di quelle con la valigetta di pelle un po’ vissuta, sformata di fascicoli inseriti da riguardare a casa, dopo il sushi in centro, una di quelle con  il braccialetto tintinnante di  Tiffany, regalo di tanti anni fa, una di quelle che indossano la giacca del tailleur con il jeans e i hanno capelli con lo shatush uguale a un’ altra con la giacca del tailleur con il jeans e con lo shatush che ha una valigetta di pelle sformata e siede accanto a lei e ordina lo stesso mix royal di sashimi e pensa che l’uniforme è quella del cameriere che gli serve il Bellini nell’attesa perché non si è guardata, non si è guardata intorno, così uguale a chiunque altro compri quel profumo e lasci la scia . A lei direi con aria professionale, un po’ annoiata e un po’ da secchiona, da una che ha studiato e quindi ti dai una regolata, l’aria di una che dopo la laurea ha fatto anche due figli tornando a lavorare dopo venti giorni e a fatturare dalla sala parto, quindi dai su cosa mi vuoi raccontare, gioia mia ,che mi sorprenda, ecco a lei direi che mi occupo di amministrazione, finanza e controllo di due aziende. Ti basta?! Gestisco soldi, l’argomento che piace a tutti, tutti quelli con una valigetta sformata. Un lavoro di altissima responsabilità e pieno di gratificazioni. E che si può conciliare benissimo la professione e la maternità, esperienze vitali, entrambe per una donna. Per me una tartare di tonno, grazie. Facile, tutti contenti. Sia mai di dire che la conciliazione è una pratica utopica, tanto in sede giudiziale quanto in sede stragiudiziale. Soprattutto in sede familiare. Concilia tu la febbre con broncospasmo della domenica notte con l’appuntamento del lunedì mattino presso l’azienda cliente.

Vorrei, però, che la domanda me la facesse  qualcuno che ha l’aria stanca e voglia di sedersi un momento. Una donna come tante, una che non sembra. Non sembra che sia niente di che, non sembra che abbia pensieri, non sembra abbia anche lei i suoi temporali e le sue schiarite, i suoi drammi e le sue pretese. Una che non lascia la scia. Una che non segue la scia. Le direi che sono un’operatrice shiatsu, che studio medicina cinese, che amo osservare le persone. Amo guardare come si muovono nello spazio che occupano, da che parte piegano la testa mentre parlano, con quale mano portano il cane al guinzaglio, il tono di voce che hanno se sembra una lama, come quella di un coltello o se sembra un ramo quando si spezza. Se si arrabbiano o se sono più inclini alla tristezza. Se preferiscono un gusto dolce o un gusto aspro, magari amaro. Qual è la stagione preferita e se hanno male, perché tanto tutti abbiamo male. Io amo l’autunno. E amo le voci che sembra di infilarti un guanto morbido. E i cibi salati. Che hanno a che fare con l’acqua e con la paura, in medicina cinese. E si, ho male. Sempre piano, sempre di sottofondo.

Però. se questa domanda dovesse farmela una di quelle classiche vecchie rompipalle (non sono politicamente corretta, le anziane le chiamo vecchie, ripeto non sono politicamente corretta ma soprattutto le vecchie rompipalle sono una categoria che, tendenzialmente, detesto) e con questo intendo il seguente fenotipo: dato che sono anziana so tutto, tu non sai niente e se dici il contrario non hai rispetto, fine della descrizione, ecco, io a una così direi che faccio quella che prende tutte le certezze delle vecchie rompipalle e le trasforma in compost. Io a una così non la do la soddisfazione di sentirsi dire quello che vorrebbe. Io a quelle così parlo di pancia. E con il pugno alzato.

Se potessi scegliere vorrei che questa domanda me la facesse una bambina. E vorrei che mi chiedesse cosa voglio fare da grande, che secondo me è una domanda molto più interessante e allora,ecco, non dovrei nemmeno pensarci.

Farò il patologo legale, come Quincy. Ah, già, cara bambina che ignori gli anni ottanta e il fatto che ci lasciassero guardare telefilm americani dove si usavano parole come “negro”, tu non sai che Quincy era un  anatomopatologo fenomenale che risolveva dei casi di omicidio difficilissimi e io lo adoravo. E volevo risolvere qualcosa anch’io.

Farò la giornalista, non di quelle della televisione, no, la giornalista con la macchina da scrivere, ah, già cara bambina che ignori gli anni ottanta, tu non sai che cosa sono le macchine da scrivere e il rumore dei tasti che sembrano tanti piccoli petardi che esplodono uno dopo l’altro, ma io scriverò di cronaca per un grande quotidiano e vedrai, risolverò qualcosa, qualche mistero, qualche caso senza spiegazione.

Farò la scrittrice, scriverò il romanzo più bello che si sia mai letto, ma non di quelli che vincono i premi più di quelli che tutti lo leggono e lo capiscono e la gente mi dirà che il mio libro li ha aiutati a capire, a vedere, a risolvere qualcosa.

Farò la libraia, in un negozio tutto mio, con la boiserie in legno che scricchiola quando prendi un volume e ci sarà un angolo dedicato ai bambini, con laboratori di lettura e scrittura, e una sezione dedicata ai gialli, ah, già bambina che ignori gli anni ottanta, non sai che i thriller si chiamavano gialli. In italiano. Gialli. E avevano anche la copertina gialla. Adoravo i gialli, perché riuscivo sempre a risolvere qualcosa, capivo sempre chi era stato, perché ho questa abilità di mettermi sempre dalla parte del torto, perché chi abita la ragione è sempre così sicuro di sé che mi mette a disagio, perché chi abita la ragione occupa tutto lo spazio, perché il torto non è mai facile e a me piace così.

E invece chissà da chi arriverà la domanda, chissà se sarò pronta a rispondere nel modo adeguato.

Non penso perché io ho già parlato con ognuna di quelle donne più volte, senza muovermi, da ferma, davanti allo specchio. Ho parlato con la mamma devota, con la stronza professionista angosciata dal fatturato, con la donna sfinita che non lascia traccia di sè, con la bambina che, si, li ha abitati gli anni ottanta, e a volte, persino con la vecchia rompipalle in un gioco di specchi deformanti che accelerano il tempo e proiettano quello che non vuoi vedere. Di te. Perché vedere è sempre vedere di se stessi. Anche quando guardi gli altri, vedi te stesso.

E non ho mai detto loro niente di adeguato,niente di consolatorio, niente che volessero sentirsi dire. Dovrei cominciare a farlo, a prenderne una per una e a dedicare a ciascuna di loro un pensiero, un immagine, un ricordo. Tranne che con la vecchia, però.

Adesso gli scrivo. Magari risolvo qualcosa.

Tranne che alla vecchia, però.

 

Cosa prendere e cosa lasciare

 

È lì,  nel centro della stanza

Ecco la valigia della vacanza

Bisogna decidere che fare

Cosa prendere, cosa lasciare:

la fretta resta sul comodino

con la sveglia di buon mattino

resta qui la gonna che stringe

e il sorriso di chi finge

ci portiamo la comodità

il più bel dono di questa età

piego bene il mio caftano

ampio come il palmo della mano

quando vuoi fare una carezza

dai portiamo la leggerezza

lascio qui le mail da smistare

porto via le crema solare

per accarezzarvi la pelle

e proteggervi bimbe belle

lascio i discorsi della sera

cosa è stato e chi c’era

i tuoi parenti e altri guai

facciamo come i marinai

il mare come argomento

prendi un golf, se tira vento

lascio le chiavi dell’ufficio

porto libri come un auspicio

lascio il tempo, quello sprecato

e quanti hanno mistificato

prendo la borsa più elegante

se vorrai essere galante

magari invitarmi a cena

poi a passeggiare sulla rena

e le orme come le parole

vanno via al sorgere del sole

lascio anche ogni fragranza

ma porto via una speranza

che la valigia sia leggera

e la tristezza passeggera

che si torni un po’cambiati

con i sogni abbronzati

e la voglia di far poesia

di sentirsi ancora magia

che si torni per restare

dopo aver lasciato andare.

Come si dice in italiano? (parole per mio fratello)

 

Sono tornata a casa da due giorni esatti. Quarantotto ore durante le quali mi sono ributtata nel lavoro disperato e folle per recuperare la settimana trascorsa a Londra con te, da te, con le ragazze, per la prima volta nella vita e da quando tu sei lì, dodici anni.

Non sono arrivata nemmeno alla porta girevole dell’aeroporto, sai, senza piangere. Avevo su gli occhiali da sole, da brava italiana, come mi hai detto tu tanti anni fa, quando hai iniziato a fare questo lavoro girovago che ti ha portato in tutto il mondo e che ti ha insegnato a riconoscere i connazionali da questi segni particolari, eccomi, mettici pure me nel conto, si, ho sempre gli occhiali da sole. Per fortuna, ormai. Perché capita che inizio a piangere, difetto della nuova adolescenza che vivo, che mi umidifica gli occhi per niente e con niente e lucida il nero delle pupille che poi vedono offuscato e bruciano. Pepe se n’è accorta, mi teneva per mano, come sempre, ha alzato lo sguardo verso di me, come sempre, e mi ha chiesto cosa avessi. Le ho detto che ero triste perché ti avevo salutato. Ha capito, ha stretto la mano più forte, ho capito anch’io. Perché, vedi, quando io ho bisogno di essere stretta, lei mi chiede un abbraccio, quando io ho bisogno di un sorriso lei mi chiede di raccontare una scenetta buffa. Lei rannicchia la sua mano nella mia così io la stringo. Ma è lei che mi accoglie rannicchiata e ristretta e mi stringe.

Così è stato anche questa volta.

Ho pianto. Mentre imbarcavamo la valigia, mentre controllavano i documenti, non ti ho detto che ci sono stati problemi prima del gate ma me la sono cavata con il mio non inglese. È che non so mai come si dice in inglese quello che voglio dire. Classica italiana, è vero.

Ho pianto mentre aspettavamo che aprissero l’imbarco, sai, davanti al negozio di Chanel. Avrei pianto comunque lì. Ma ho pianto di più. Poi ho riso, perché avevo in spalla la borsa che si è distrutta nel corso della settimana, quella che abbiamo ribattezzato “la borsaccia”, maledetta, che si è sgretolata, come me. Ti ho mandato la foto della vetrina e ho riso perché mi hai scritto che tanto non mi facevano entrare da Chanel con la borsaccia addosso.

Poi ho pianto di nuovo, in silenzio, sempre in silenzio, sempre con gli occhiali da sole. Perché? Per tutto, per niente, chi lo sa. Perché mi sto facendo vecchia e mi commuovo, perché sono finalmente una ragazza e mi emoziono.

Perché tu sei tornato a casa tua e io a casa mia. Perché per una settimana siamo stati noi. Perché non ho mai pensato a noi come a due  adulti, perché non ho mai pensato a noi in realtà. Fuori da casa nostra, quella di papà e mamma, fuori dai posti a tavola, tu sempre di fronte a me seduto dal lato dei fornelli io sempre di fronte a te dal lato del muro. Tu con papà a destra, io con mamma a destra. Non ho mai pensato che siamo diventati adulti. Che tu hai una casa, bella, bellissima, in un altro Paese, parli un’altra lingua tutto il giorno, guidi al contrario e non ti incasini. Io adesso occupo il posto a capotavola, nella mia cucina. Sono alla destra di Cristina, che è di fronte a Pepe che ha suo padre sulla destra.

Ma per una settimana siamo stati noi. Da adulti oppure no, seduti al tavolo, in giro, fermi, vicini, uguali, diversi. Abbiamo riso per niente, abbiamo parlato di mattina presto, a bassa voce per non svegliare nessuno, davanti al caffè, con la tua allergia e i fazzoletti di carta sul tavolo, chè certe cose non cambiano mai, con le mie smorfie a definire la portata di quello che ti devo raccontare, tutto uguale e tutto diverso, noi come per anni, noi come mai da anni.

Ho pianto perché sono stata bene, sono stata me, con te, con le mie figlie che tra loro iniziano ad essere complici, a prendermi in giro, te ne sei accorto, vero?!  Come noi, dopo che ci siamo detestati e picchiati, combattuti e offesi. Come noi che siamo cresciuti, sì, ma lo abbiamo fatto insieme e che è stato meglio che farlo da soli. Perché saperti nel letto accanto al mio non mi ha mai fatto sentire sola, perché sentirti rientrare di notte nella stanza accanto alla mia non mi ha mai fatto sentire sola, perché anche adesso, che dormi lontano ma sotto il mio stesso cielo mi fa sentire comunque meno sola, se penso a noi, che non ci penso ma che se poi ci penso sono felice di noi, delle cose che non ricordi e ricordo io anche per te, del linguaggio in codice che tanto è inutile nessuno ci capisce, del tempo passato e dei giorni che lo hanno abitato, del cestino di vimini con i puffi e dei pomeriggi bambini di giochi inventati, delle serie tv da guardare insieme, del non dirlo a mammaepapà tutto attaccato, delle estati a Porto Corallo e tutto ciò che non possiamo raccontare, del piede sbattuto per terra quando perdo la pazienza, del tempo passato senza che facessimo altro che non fosse vivere, senza pensare a noi come a qualcosa che è destinato a cambiare, diventare altro, diventare grande fuori dal guscio, fuori da casa, senza papà che si affaccia  in terrazzo, quella domenica mattina che siamo rientrati da chissà quale letto (tu, io lo so dov’ero) e  lui che ci guarda dall’alto mentre parcheggiamo ciascuno la propria auto , e lui serio che ci dice “la prossima volta fatevi anche la doccia calda dove dormite, non che l’acqua la pago io” e se non te lo ricordi mi incazzo, perché abbiamo riso come due scemi e lo abbiamo preso in giro per settimane…

Comunque, quando sono salita sull’aereo ho smesso di piangere. Ero più preoccupata di sopravvivere. Dopo il decollo, quando Pepe mi ha lasciato la mano perché eravamo più tranquille, ho pensato che non so come si dice in italiano. Siamo fratelli, ok, quindi, si dice fratellanza questa cosa che piango e rido e ricordo e ne inventiamo ancora una nuova che poi ci farà ridere così, solo a ripeterla, un giorno, la prossima volta? Come si dice in italiano che siamo cresciuti insieme diventando grandi e  poi a tavola da mamma ancora ci sediamo ai nostri posti? Come si dice in italiano ? Non lo so. Fratellanza è brutto, è poco, è roba diversa. L’aereo era più o meno su Parigi quando ho pensato che in inglese c’è la parola: brotherhood. Ecco, forse loro, con la loro lingua così poco articolata, così meno raffinata della nostra (sai che ho da sempre grandi riserve nei confronti di un popolo che ignora il bidet), forse loro, gli inglesi, popolo di individui liberi, patria dei principi giuridici sulla liberta personale inviolabile, forse loro hanno saputo cogliere cosa significa sapere di non essere soli per il solo fatto che uno che sorride come te e con il queale giocavi con i puffi è al mondo.

Allora, facciamo così, che adesso quando ti dirò “broderudd” tu penserai alla cassetta di Battiato nella strada verso il mare, a “valentinafalacaccaognimattina”, a Narciso quella sera che non è venuto a prenderci, al tuo amico quello che imitava Anna Oxa che doveva farmi un favore, ai macchiaioli che dipingono a macchie e senza contorni, alla vecchia con la mano tranciata in pronto soccorso, a quella con la voce assurda al funerale di nonna che ci ha fatto scoppiare a ridere come due matti e tutti ci guardano e noi diciamo che “vogliamo ricordarla ridendo”, cioè io lo dico e tu ridi ancora di più, a mamma che dice “Sonia smettila”ogni volta che tu ridi , a me seduta di fronte a te a tavola che poggio i piedi sulla tua sedia e ti arrabbi. A me. Che non ti lascio solo.

 

Siccome (see you)

 

Siccome io domani devo prendere un aereo penso. Se ho preso i documenti miei e delle ragazze, che in realtà sono sempre nel portafogli, ogni giorno tutti i giorni, quindi è un pensiero inutile.

Se ho preso un numero sufficiente di mutande e calze per tutte e tre. Che siccome vado a Londra magari lì lo trovo pure un posto dove comprarle. Altro pensiero inutile.

Se la valigia supera il peso consentito e mi fanno storie. Che poi basta pagare il sovraprezzo e quindi si risolve pure quello.

Se mio fratello non viene a prenderci perché ha un imprevisto, un contrattempo, un impiccio qualsiasi e io resto lì, con la valigia con il peso giusto, con le ragazze con i documenti e le mutande, ferma al ritiro bagagli a guardare ogni persona che passa sperando di riconoscere lui che mi basta vederlo di spalle per sapere che è lui pure tra mille persone, ma penso che non lo vedrò, non lo riconoscerò, non verrà e noi tre dovremmo cavarcela con le nostre sole forze che si risolvono nella capacità linguistica di Pepe che deve andare in quarta elementare e Cri che deve andare in prima media. Io sono ferma a qualcosa tipo “chen iu ripit bicos ai dont anderstend”. Che poi Londra è piena di italiani, che poi basta chiamare un taxi, che poi anche questo è un pensiero inutile.

Sto generando una serie di pensieri inutili, insomma. Lo sto facendo volutamente.

Siccome io domani devo prendere un aereo.

Nella mia vita di prima quando dovevo prendere un aereo funzionava così: salivo, cercavo il mio posto, flirtavo con lo steward, leggevo,scendevo, aspettavo il bagaglio.

Un attimo prima di salire chiamavo Mara per dirle che le volevo bene, solo questo. Un piccolo gesto scaramantico.

Nei primi anni di vita delle ragazze io e mio marito facevamo un viaggio all’anno da soli. Salivo su quell’aereo con un misto di senso di colpa e voglia di fuggire. Loro erano due. Piccole. Io ero una. Sfinita. Loro erano un richiamo incessante, erano un fare continuo , un fare faticoso. E quel viaggio all’anno lo aspettavo, lo sognavo, mi sentivo una merda ma lo volevo, salivo cercavo il mio posto, leggevo, non distinguevo uno steward da una hostess, dormivo, scendevo, aspettavo il bagaglio.

Poi è arrivata la vita di dopo. Non so come. Loro erano sempre due ma meno piccole, io ero sempre una ma più allenata. Il fare è diventato non solo un fare per loro ma un far fare a loro, è un altro tipo di fatica. Nella vita di dopo che è la vita di ora non voglio scappare dalle ragazze. Ci sto bene, è una vita che adesso è della mia taglia, non stringe, non è larga.

È molto bello. Ci ho guadagnato una grande consapevolezza e qualche conferma. Ci ho guadagnato la capacità di fare un passo indietro per mettere meglio a fuoco, per vedere le cose diversamente. Ci ho guadagnato la fondamentale a sicurezza che il mio tempo è limitato e perciò prezioso e che il pensiero di molti tendenzialmente non mi interessa, soprattutto quando riguarda me. Al contrario, ci ho guadagnato la capacità di riconoscere quelli il cui pensiero mi interessa, soprattutto se non riguarda me. A naso, a intuito, di pancia. Tu si, tu no. Va bene così.

Ma ci ho perso la spensieratezza. Ci ho perso il piccolo gesto scaramantico. Ci ho perso la fatalità, l’aria di chi non ha niente da perdere, la testa di chi tanto capita agli altri. Ed ecco che mentre perdevo tutto questo e guadagnavo tutto quello si è aperta una crepa come una cesura tra il prima e il dopo, una piccola, sottile, lunga, bastardissima crepa attraverso la quale si è infiltrata la paura.

Siccome io domani devo prendere un aereo, ho paura.

Una dottoressa gentile e bella mi ha detto, infilandomi dei magneti nelle orecchie per una seduta di auricoloterapia finalizzata a resettare i miei foglietti embrionali di modo che il cervello non si ricordasse di avere paura o qualcosa del genere, comunque, mi ha detto che si tratta solo, solo, di paura di perdere il controllo. Ah, ecco, ho pensato. Ma anche quello era un pensiero inutile, perché non ho mai avuto il controllo di un aereo quindi no, non penso, non mi sembra. È paura. Paura di morire, paura di soffrire, paura di perdere tutto, paura di non essere. Comunque i miei foglietti embrionali sono tosti, sono più cartoni, di quelli da pacchi che il corriere li sbatte sul furgone senza cura, non c’è scritto fragile. Proverò con altro.

Intanto provo a distrarmi con pensieri inutili, poi domani andrà così, che arriveremo con largo anticipo, imbarcheremo i bagagli che saranno del peso corretto, le ragazze avranno i documenti, avranno fame, avranno sete, passeranno sotto il metal detector senza problemi, con me suonerà, dovrò togliere le scarpe, loro rideranno, poi andremo verso il gate, loro avranno fame, avranno sete, apriranno l’imbarco, non capirò una parola, loro rideranno, controllerò di aver spento il cellulare almeno dodici volte, e metterò la borsa sotto il sedile davanti. Farò la rilassata con loro, che rideranno perché lo sanno che non è vero. Dirò a Pepe di  tenermi per mano durante il decollo.

Poi penserò. Pensieri seri, robe importanti, robe definitive sulla vita. Capirò qualche verità. Mi verrà da piangere, non piangerò. Atterreremo. Senza applauso, non è un optional cazzo.

Diego sarà al ritiro bagagli, con i suoi occhi grandi spalancati e le ragazze correranno urlando zio, zio, zio. Accenderò il cellulare. Arrivata tutto ok.

Però, siccome io domani devo prendere un aereo, Marè, ti voglio bene.

Il ritratto di Dorian Gray

 

Ora il tempo è arrivato

Di raccontare del butterato

Tranquilli, non è pericoloso

È solo un uomo invidioso

Io mi muovo con cautela

Perché è uno da querela

Ma non ho alcuna paura

Di perculare la sua bruttura

Finge suoi nobili lignaggi

Ma controlla che nei paraggi

Non ci sia chi dal passato

Sa che ciò che dice è inventato

Ha la sorte di essere brutto

E il fare di chi sa tutto

Presuntuoso e saccente

Non penso sia intelligente

Infarcito poi di paroloni

Misura delle sue ambizioni

Vestito come un damerino

Ma la farcia è roba da tacchino

Nato nel paese del manicomio

Ora prossimo al matrimonio

Questo gioco è il mio augurio

State tranquilli, non ingiurio

Ma permettetemi di dire

Che il soggetto si fa schernire

Per il livore che lo tormenta

La sera, con la luce spenta

E pensa che ha tutto calcolato

E che mai si è innamorato

Quando sente tutto il vuoto

Eredità dell’avo ignoto

E io strega birichina

Lo aspetto di mattina

Dietro il suo specchio

Il viso sempre più vecchio

Come il ritratto di Dorian Gray

Attento, io vedo ciò che sei

E di te non avrò mai pietà

È una questione di dignità

Alzo a te il mio calice

E il mio sguardo in tralice.

Le mamme tagliano

 

Le mamme che danno un taglio

lo danno subito ai capelli

più pratici anche se meno belli

limano poi le unghie corte

così non graffia la stretta forte

le mamme che danno un taglio

sanno affettare le verdure

tolgono tutte  le parti scure

sanno cosa portare via

ma questa è solo un’allegoria

le mamme che danno un taglio

chiudono loro un discorso

poi fanno i conti con il rimorso

anche per giorni interi

per quei gesti così severi

le mamme che danno un taglio

non accorciano più le gonne

ma si sentono sempre donne

forse anche più di prima

o forse no, ma così fa rima

le mamme che danno un taglio

hanno sempre una cicatrice

grazie alla quale sentirsi felice

per essere sopravvissute

a tutte quante le cadute

le mamme che danno un taglio

sanno di essere affilate

perché si sono scheggiate

ma sanno anche come smussare

se non hanno più conti da pagare

le mamme che danno un taglio

ti dicono tutto a muso duro

ti amano come si ama il futuro

perché il taglio vero che hanno dato

in fondo è solo quello con il passato.

 

 

 

 

 

Il più grande spettacolo

 

Se è vero che la gente è il più grande spettacolo del mondo, e non si paga il biglietto, allora io non voglio più assistere allo spettacolo.

Oppure voglio assisterci come faceva lui, Bukowski, che di questa frase è l’autore  e che era libero di urlare contro la gente e lo spettacolo che rappresentava, era libero di essere un maledetto, era libero di sbattersene  fino in fondo.

Se così non può essere, no, io non voglio più vedere certa gente. Basta, sono stanca. Esausta. È uno spettacolo brutto, indegno, triste ma non di una tristezza che scuote l’animo quanto di una tristezza che rivolta lo stomaco e costringe a vomitare o a impugnare una tastiera come se fosse un fucile e colpire colpire colpire sperando di farne cadere quanti più possibile o almeno solo loro, quelli che  adesso basta, quelli che ne hanno dette e fatte talmente tante che non se ne può sopportare nemmeno una in più, nemmeno mezza, che ti viene una roba sul corpo come un eczema o come la psoriasi e ti devi grattare per il fastidio non perché sei sensibile ma perché sei sensibilizzato come si è  a un agente chimico nocivo.

E dopo i colpi, e dopo il prurito, dopo le parolacce trattenute resta sul fondo della gola secca solo il disagio, l’amaro, il rinculo dello sparo, il disgusto. La gente continua a essere lo spettacolo che è, quella gente continua a essere brutta da vedere e orrenda da sentire eppure continua a essere e ti tieni stretto il tuo disgusto e ti chiedi perché. Ti chiedi come si fa a essere un maledetto. Ti chiedi se davvero puoi , se davvero sei libero di non guardare più. O di guardare e urlare contro. Sempre. Di fronte alla prepotenza, alla bruttura, alla stupidità, alla cacofonia, alla presunzione. Urlare.

Perché è solo questo, oggi, che vorrei. Essere una maledetta che può inveire e avere il passaporto di artista folle a farmi da lasciapassare e a mettere distanza tra me e la miseria umana di quella gente assurda e brutta che non so se è  uno spettacolo ma so per certo, caro Charles che  si paga il biglietto.

Io lo pago, porca miseria se lo pago. Quanto l’ho pagato questo dannato biglietto e quanto ancora lo pago, quando come oggi mi devo fermare, mi devo trattenere e scuoto sul fondo l’amaro, il disgusto, il rinculo di tutte le parole che scaglio su un foglio e poi basta. Poi basta. Finisce così, finisce che non finisce nemmeno questa volta, finisce che quella brutta gente continua a essere e io continuo a sentire. A me rimbombano le orecchie. A loro la scarsa memoria ha pulito la coscienza e io, invece, Mnemosine in chiave contemporanea e più rompicoglioni, so e ricordo e sento il peso di tutto questo. E allora ecco che tornano su come sassi mai digeriti le frasi e le recriminazioni, le scuse e le bugie, la strumentalizzazione delle mie figlie, le accuse, i giudizi, torna su tutto  con la sua etichetta con la data e gli ingredienti. E quando lo sguardo mi cade lì, su quella gente, mi assale solo una furia cieca e un desiderio di afferrare per i capelli e dire dire dire tutto, tutto quello che davvero penso, tutto quello che davvero sei, perché ti vedo, lo so chi sei, vedo la tua meschinità e la tua pochezza, e si, devo proprio dirtelo che no, non sei uno spettacolo, sei solo una miseria, sei solo un niente travestito da qualcosa perché ti hanno ripulito, ci hanno provato, sei solo qualcosa di venuto male, al mondo, in foto, nella vita, a letto. Sei questo, questo pezzo dello spettacolo, quello che non piace, quello che fa schifo. Quello che viene fischiato.

Oggi è così. Oggi lo spettacolo è stato pessimo, oggi ho dovuto pagare il biglietto e stare ferma, non essere libera, non essere maledetta. Oggi mi sono stata stretta. E non mi piaccio mai quando mi sto stretta.

Fanculo.

Elementare

 

È finita la quinta elementare. È finita anche la terza elementare. Anzi, la classe quinta e la classe terza della scuola primaria di primo grado. O quel che è. Le elementari, dai. Che poi elementari non  sono per niente. Perché Cristina è entrata in quella classe a sei anni con la frangetta e la maglia dei supereroi  sulla pancia tonda e aveva le mani grassocce e sempre sporche di pennarello, la bocca sdentata e  ne è uscita oggi, che manca un mese a compierne undici, con la coda di cavallo,gli shorts su gambe lunghe da fenicottero, i brufoli, il top al posto della canottiera e l’apparecchio ai denti a inibirle il sorriso, tranne quando passa “lui” che comunque non ha capito di lei e sono buffi, belli, sgraziati e tutt’altro che elementari.

Pepe, lei, invece è a metà, ha appena fatto il giro di boa, ha abbracciato la maestra Monica poi mi ha preso per mano ed è uscita dal cancello, raccontandomi la giornata come sempre, con un fiume di parole. Perché quest’anno Pepe ha imparato a usare le parole per farne ciò che vuole, per farne ciò che la fa stare bene. Ha imparato a scrivere di sé, a parlare di sé senza paura, a mettere in evidenza i suoi talenti, quel bagaglio prezioso che si porta dietro dalla stella da cui arriva. Nemmeno questo è elementare.

No. Non c’è niente di elementare, nel diventare se stessi.

Quando io ho finito la quinta c’era ancora l’esame, con la prova di italiano e la prova di matematica, nessuna lingua straniera, una ricerca di storia, una di geografia e forse una di scienze ma non ricordo. Un’interrogazione orale con le maestre delle altre classi. Un esame vero, insomma. Poi avveniva il passaggio. Era netto, era chiaro.

Io non avevo il top al posto della canottiera, non avevo le gambe lunghe come un fenicottero. Ero più come Pepe adesso, una bambina con gli occhiali che scriveva di sé senza se, perchè era la sola cosa da fare, la sola strada possibile. E quel passaggio così netto, sancito da un momento formale come solo un esame può essere in realtà non lo ricordo così significativo. Ricordo la mano di mio padre appena fuori dalla porta dell’aula, per scendere giù dalle scale e andare a casa, con quel piccolo traguardo, tutt’altro che elementare, raggiunto. Ricordo che non parlavo come un fiume in piena perché, in fondo, non pensavo che potesse interessare quello che avevo nella testa.

Oggi non mi sono commossa, non ho provato un’emozione particolare, vedevo altre madri in lacrime, visibilmente scosse e, cinicamente, ho pensato che fosse dovuto al fatto che ora sono cazzi, questi sono a casa, che gli fai fare per tre mesi?! No, io oggi non mi sono commossa ma mi sono sentita fiera. E ci ho messo tutta la vita per imparare a riconoscere la sensazione e soprattutto a riconoscere che posso permettermelo. Io oggi mi sono sentita fiera delle mie due ragazze, il fenicottero con il sorriso metallico e selettivo, riservato a pochi, pochissimi, che entra a scuola veloce, senza salutarmi, con lo zaino su una spalla sola e che in questi cinque anni ha imparato tanto, ha studiato controvoglia, ha visto il male arrivarle addosso da degli insospettabili e ha imparato a tenere la guardia alta, a parare e a calciare forte senza mai dimenticare la correttezza. E la piccola, che poi piccola non è più, ma che lo resterà per sempre, la piccola che quest’anno ha imparato le operazioni con i decimali, a suonare la campana tibetana, l’analisi grammaticale e a usare la parola indistricabile.

Io oggi mi sono sentita fiera di me. Delle mattine con la sveglia alle sei da settembre a giugno. Dei pomeriggi di studio, di torte nel forno, di feste di compleanno, di allenamenti dall’altra parte della città, di musi lunghi e risate irrefrenabili. Di lavatrici da stendere e zaini del nuoto da preparare. Di cazziatoni per un voto mediocre. Di uscite anticipate per il dentista. O per l’oculista. O per il dermatologo. O per l’ortopedico. Del silenzio di sera, ciascuno a letto, le luci sul comodino per leggere.  Della porta della mia camera che poi si apre, sempre, a un certo punto e fanno capolino, una alla volta, per un bacio ancora, prima di dormire alla fine di tutto, scalze con i pigiami spaiati ma i denti lavati, come adesso mentre scrivo che sono già arrivate, andate, tornate. E alla fine mi innervosisco, rispondo male, perché io sono qui che scrivo e loro mi interrompono e sembra che non sia importante e poi forse non lo è davvero ma tanto ormai è fatta e riprendere dopo non è facile, ma poi forse non ne vale nemmeno la pena, per dire cosa, in fondo? Che sono fiera di fare quello che ogni madre fa? Che sono fiera delle mie figlie che, in quanto tali, sono meglio di altri ragazzini occhialuti e con l’apparecchio? E’ questo che mi rende fiera? No, non è questo. Sono fiera di quella bambina che ha iniziato a parlare come un fiume in piena perché ha trovato una quarantenne occhialuta che l’ascolta. Ci sono voluti  trent’anni. Ci sono volute loro due. E non è stato per niente elementare.