C’era una volta

 

Io non le so raccontare le storie, non le so inventare partendo da niente e lavorando di sola fantasia, ho bisogno di iniziare, sempre, da qualcosa di vero, di già accaduto e poi da lì magari tiro fuori un racconto, un finale, sporco, un particolare, dolce.
Non ce l’ho una storia. Una volta ne ho avuta una, la storia del cucciolo Audrey . Il cucciolo Audrey esisteva veramente. Era un buffo bellissimo sgraziato cucciolo di dalmata . Cristina aveva due anni, Pepe era nel mio pancione che aspettava di nascere di lì a poche settimane. Le serate erano calde, al mare, io e Cri trascorrevamo tutto il giorno insieme, accarezzando la pancia, nell’attesa che tutto cambiasse senza sapere come, lei aveva gli occhi e la bocca che, ancora, facevano la stessa cosa. Se piangeva anche la bocca diventava triste, seria, un tratto di penna sbavato verso il basso. Se rideva gli occhi diventavano fessure strette da dove passava tutta la sua luce, da dentro a fuori verso di me, ancora, non come avviene di solito con le fessure che fanno entrare la luce, con lei la luce usciva. Ho capito che stava crescendo quando gli occhi e la bocca hanno iniziato a fare cose diverse.
Il cucciolo Audrey era di una mia amica, anzi di sua figlia “la Carlotta”. La storia cominciava con la Carlotta che piangeva, piangeva, piangeva disperata. Si alzava il mattino e piangeva. Andava a scuola e piangeva. Tornava a casa e piangeva. Cenava e piangeva. Non voleva più giocare, andare al mare, guardare i cartoni. Piangeva disperata.
Perché era sola. Non c’erano bambini con cui giocare, non aveva fratelli o sorelle, non aveva amici. Allora piangeva. E la sua mamma che l’amava più di tutto, più del sole che scalda e della pioggia che lava via tutte le cose brutte, più del silenzio che culla la notte, più del mare che bagna i piedi anche se scappi, allora la sua mamma che l’amava più di tutto e non sopportava più di vederla piangere un giorno tornò a casa con una sorpresa.
Quale sorpresa?
“Guarda, guarda fuori in giardino” disse la mamma alla Carlotta. La bambina scese di corsa le scale, si precipitò fuori e trovò un cagnolino piccolo piccolo tutto bianco con tante macchie nere, il naso rosa e la coda dritta come un’antenna. La Carlotta iniziò a ridere e a urlare di gioia, a saltare e fare capovolte, “davvero?davvero?davvero?” riusciva solo a dire, incredula e felice. Abbracciò il cucciolo, scoprì che si trattava di una femmina e decise di chiamarla Audrey. La Carlotta e Audrey stavano sempre insieme, anche di notte. La cucciola però combinava anche tanti disastri, faceva pipì e cacca sui tappeti del salotto, rosicchiava i mobili e i cuscini, scavava le buche in giardino e mangiava le ciabatte del papà. La mamma della Carlotta si arrabbiava moltissimo.
Un giorno, brutto, non potendone più, la mamma decise di affidare Audrey a un’altra famiglia.
La Carlotta ne soffrì moltissimo. Non pianse, non pianse più. Ma da quel giorno, brutto, la sua faccia non sorrise più. Magari la bocca andava in su, verso le orecchie, che sembrava un sorriso ma non era un sorriso era solo una bocca che sale.
Quell’estate, dieci anni fa, ho raccontato questa storia a Cristina tutte le sere. La voleva così, non doveva cambiare mai, mai una parola diversa, mai un’intonazione della voce diversa, quando la Carlotta diceva “davvero?davvero?davvero?” la mia voce doveva risuonare in un dato modo e solo in quello, quando dicevo che la mamma amava la sua bimba più del sole le mie mani dovevano allargarsi e formare un cerchio in aria, sempre uguale sempre così. Anche il finale non poteva essere diverso. Audrey veniva data via ogni sera, ogni volta.
La storia del cucciolo Audrey ci ha accompagnate fino all’autunno inoltrato, quando ormai Pepe era nata e l’estate era sbiadita, non più vicina e ancora lontana. E della vera Audrey non sapevamo più niente, del suo autunno dopo la sua estate, ogni tanto dicevamo “il prossimo anno vedremo quanto è cresciuta”.
L’anno dopo, arrivati al mare, la mia amica mi raccontò che Audrey l’avevano dovuta dare via, a un’altra famiglia. Era ingestibile, loro stavano troppo tempo fuori casa, la Carlotta portava ancora i segni di quel dispiacere.
La storia di Audrey era finita così come l’avevo immaginata, era finita per il solo fatto di averla immaginata. Cristina aveva ascoltato la mia amica e sapeva già, l’intonazione era diversa dalla mia, ma la storia era quella, proprio quella.

Non ce l’ho una storia nuova, originale. Una volta ne ho avuta una. Era la storia di un ragazzone grande e grosso con tanti capelli, un principe senza calzamaglia e senza principessa ma innamorato di una fanciulla dalla pelle bianca come la neve e i capelli neri come l’ebano che, però, no, non era Biancaneve. Il principe lavorava Lontano, ogni mattina prendeva la macchina, non aveva il cavallo, e partiva per andare a lavoro. Ogni sera tornava a casa dalla fanciulla che aveva scelto. Tutti i giorni. Alcuni giorni, brutti, si fermava a dormire a Lontano. Il principe e la fanciulla vivevano in un villaggio dove abitava anche una strega con sottili capelli biondi e occhi neri come il carbone, una strega che non sapeva più niente. Non era una strega cattiva, non con tutti, non sempre. Era una strega che non faceva magie, incantesimi o fatture. Era una strega perché diceva le cose che dicono le streghe, ineluttabili. Era una strega che raccontava ai bambini storie che non finivano bene ma che erano vere perché, pensava, è inutile proteggersi dalla verità.
Un giorno, brutto, la strega puntò lo sguardo annerito sul principe e gli disse “sei tornato? La tua fidanzata di Lontano ti ha lasciato tornare?” Tutti risero nel villaggio, era una battuta divertente, perché tutti sapevano che il principe grande e grosso amava solo la fanciulla con la pelle bianca come la neve. Ed ogni volta quella frase, ripetuta dalla strega, cadeva tra gli abitanti del villaggio e si perdeva così, nella distrazione. Fino a quando non tornò più, restò a Lontano, con la sua nuova fidanzata. La strega non gli parlò più, nemmeno per svelargli il finale, scritto, di questo amore appena iniziato. Solo gli augurò di essere felice non perché davvero volesse la sua felicità ma perché , pensava, le persone infelici rompono i coglioni.

Non ce l’ho una storia, una storia con riferimenti a fatti e persone puramente casuale. Ce l’ho con riferimenti puramente causali. Ve bene lo stesso?
È la storia di una ragazza che indossa i braccialetti della fortuna, quelli che regalano gli ambulanti in spiaggia o sotto i portici in centro. Esprime i tre desideri ogni volta, anzi esprime lo stesso desiderio per tre volte, una per ogni nodo. Sono spesso desideri d’amore. La ragazza è sensibile all’argomento amore. Molte volte si tratta di desideri universitari. Passare Diritto Privato al primo tentativo, per esempio. È una ragazza molto carina, bella. Bionda, ha gli occhi scuri, occhi malinconici mentre la bocca ride anche un po’ sguaiata, ride che ti giri a guardare da dove arriva quella risata. Ha un ex fidanzato, ha sempre un ex, ma questo ex è un peso, un macigno, una specie di fardello, un uomo infelice. Forse lo ha tradito. Lei che sa sempre tutto questa cosa non la sa. Erano in pausa, pausa di riflessione diceva lui, figurati se rifletti rispondeva lei. Lei odia il tradimento. E non sa se ha tradito. Sa che è seduta sul pavimento di una casa milanese, ha indosso una camicia con un profumo da uomo sul colletto, una camicia bianca con le maniche arrotolate. C’è un uomo che entra nella stanza, ha una Marlboro light in bocca, non ha la camicia ma la sua pelle ha lo stesso profumo di quella che indossa lei. Le porge il cellulare che suona. Il nome sul display è quello dell’ex. Stiamo riflettendo. Da mesi. Da maggio, adesso è settembre, tra dieci giorni compirà gli anni, ventidue. Stiamo riflettendo, dice lei, ma non lo dice per davvero. Si guarda riflessa nel vetro, con quella camicia e basta indosso, con quel profumo che le è salito ormai fino al cervello. Si guarda nello sguardo dell’uomo con la Marlboro light in bocca e pensa a dove erano appoggiate le loro bocche qualche minuto prima. Si guardano, mezzi nudi, lontani da ogni cosa definibile e allora lei che sa sempre tutto ora non sa. Lui le dà il telefono ed esce dalla stanza. Lei risponde. Non è un tradimento. È la vita che accade, è il riflesso delle scelte che facciamo. Ogni scelta è una decisione alla quale rinunciamo, ogni scelta è una strada che tentiamo. I braccialetti sono tutti al polso, non se n’è rotto nemmeno uno. Non è lui, lei lo sa, questo lo sa. Non è l’uomo con la Marlboro light in bocca ma va bene che non sia lui, è bello essere su quel pavimento sapendo che non è lui. Il braccialetto si romperà. Capiterà.
Un giorno, bello, la ragazza apre la porta dell’ufficio dove lavora, la porta di ingresso. La ragazza studia, si, ma intanto lavora, ha iniziato alla fine del primo anno di Università, non frequenta più le lezioni, studia il sabato e la domenica e di sera e va solo a sostenere gli esami. Le piace così, ha uno stipendio e si compra le scarpe, un paio a settimana, ha l’automobile, le sue amiche non ce l’hanno ancora, devono chiederla in prestito alle madri, lei no, lei ha una Panda rossa di seconda mano con l’autoradio sempre accesa.
Sulla porta vede due uomini. Uno dietro l’altro, sembrava uno di quei balletti delle prime serate di rai uno quando era piccola, con i ballerini che alzano braccia e gambe uno dopo l’altro a fare la coreografia. L’uomo davanti non lo conosce ma lui sorride e gli occhi gli si fanno a fessura. Quello dietro lo conosce, è Luca, un fornitore. Li accompagna nella stanza del titolare, hanno un appuntamento. Lei torna nel suo ufficio ma è irrequieta, deve uscire a prendere aria, si sente soffocare. È settembre, la settimana precedente ha compiuto ventidue anni, li ha festeggiati con l’uomo di Milano, sotto la Mole, lui ha smesso di fumare, ci sta provando, non aveva più la Marlboro light in bocca. Dal corridoio si affaccia sulla soglia dell’ufficio accanto, Luca è in piedi, l’uomo che non conosce invece è seduto, anche il titolare. La ragazza dice solo “esco un attimo per due commissioni veloci”. L’uomo che non conosce alza lo sguardo e sorride con gli occhi a fessura e lei ci vede una luce che esce e pensa che in genere la luce entra, annota il pensiero tra le cose da capire e va.
Non ha commissioni veloci, non deve nemmeno prendere il caffè. Fa il giro dell’isolato, lentamente, respira, passa davanti a una panetteria. Entra. Compra della focaccia. La parte con anche la crosta. Morbida ma anche dura. Di lei dicono che è solo dura, la raccontano così. Dura, stronza, antipatica, una che racconta storie che finiscono male solo perché sono vere. Quelli che hanno un racconto la raccontano così. Strega, le dicono. Senza pensare che ciascuno di noi è qualcosa di più del racconto che se ne fa. Mangia la sua focaccia e forse è la prima volta nella vita. Sicuramente è la prima volta che entra in una panetteria e si compra della focaccia e la mangia mentre cammina per tornare in ufficio pensando che qualcuno, un ex, sempre un ex, la racconta così, dura, come la crosta. Che quanto è buona poi questa crosta dura? È la parte vicina al bordo, quella più esterna, per forza deve essere dura, se fosse morbida si romperebbe subito . La ragazza si sente come la focaccia.
Rientra in ufficio, i due uomini se ne vanno. L’uomo che sorride è il nuovo fornitore, prende il posto di Luca che chiude e cede i clienti, si rivedranno nei prossimi mesi, lui e la ragazza. Si rivedranno anche fuori da quell’ufficio, sul marciapiede subito fuori dopo aver preso un caffè, in aprile quando tutto è possibile, la sessione estiva degli esami è prossima, il sole e la pioggia sono uguali, contano allo stesso modo e a nessuno verrebbe in mente di non aspettarseli. L’uomo di Milano un po’ distante, sullo sfondo di alcuni periodi.
Lui è in piedi davanti a lei e sta per chiederle di uscire una sera della settimana successiva. Lei lo sa da come lui si rigira le chiavi della macchina tra le mani, da come la guarda, come se lei fosse buona, lui ancora no, non sa cosa sta per fare ma lo fa. Chiede, lei risponde. Si, con la bocca e gli occhi che dicono la stessa cosa dopo tanto tempo o forse per la prima volta. Si.
Quanto tempo ci vuole perché ti piaccia qualcuno? Qual è il lasso di tempo minimo che deve passare perché ti possa piacere qualcuno? Poco, pochissimo, tipo che adesso non vorrei indossare la tua camicia e annusare il tuo profumo, tipo che adesso vorrei essere la tua camicia. A questo pensa mentre lo ascolta parlare. L’uomo che sorride parla ma non si racconta. Ha ordinato della focaccia, lui adora la focaccia, le dice
Quanto tempo ci vuole perché non ti piaccia più qualcuno? Non lo so. A questo pensa la ragazza con i braccialetti mentre si racconta, lei si, si racconta. Spiattella tutto lì, sul tavolo del locale dove l’ha portata e mentre racconta lei che sa sempre tutto si accorge che non sa più niente e che il braccialetto, quello, si è rotto. Sa solo che il tempo non basterà ecco perché sono ancora lì. Non hanno finito di parlare, di raccontare. Lei ha scritto il finale di questa storia, lui non vuole leggerlo perché, sa, poi diventa vero e a questo non sono ancora pronti. Non lo saranno mai. Capiterà un giorno, brutto.

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(Non) Ci troverete (mai)

In via dei Cormorani, la casa bianca, la penultima prima della spiaggia, più giù non si può andare, finisce la via. Finisce la terra inizia il mare. Trovate la nostra auto parcheggiata fuori, è sporca di sabbia, dentro e anche fuori, qui piove sabbia. Se passate stasera trovate anche il bidone dell’indifferenziato, fuori, perché vengono domani mattina all’alba a svuotarlo. Stamattina trovate il bidone, vuoto, dell’organico. La raccolta differenziata la facciamo bene, seriamente, noi. Il tappo di plastica nella plastica, il cartoccio del succo prima leggiamo dove va e poi nella carta, gli scarti dell’anguria nell’organico, gli assorbenti nell’indifferenziata. Ci stiamo organizzando anche per alcune emozioni e diversi ricordi. Il rancore nel vetro ma non basta il bidone, non è sufficiente, me lo porto dietro in spiaggia, è già successo che le onde lo levigassero ecco perché mi siedo a riva, la storia che così faccio un idromassaggio naturale l’ho inventata per economia di spiegazioni.
La tristezza nella carta, qui da noi è sempre sottile, ogni tanto la usiamo per vedere se le penne funzionano ancora, ci facciamo uno scarabocchio sopra poi ce ne dimentichiamo e scriviamo. Un tempo per me era molto più spessa, la usavo per non far traballare il tavolo sul quale scrivevo.
Alcuni nomi, alcune facce, alcune parole- “niente di personale”-“affidate a te diventeranno schifose come te”– nell’organico e va bene, io le butterei nel wc direttamente, ma loro, le ragazze, loro non vogliono, dicono che si intaserebbe e ci ridono su-“va bene così mamma, ormai”- e via come le bucce di banana.
Non troverete la casa pulita alla perfezione. Siamo in vacanza. Passiamo la scopa il mattino e dopo ogni pasto, i sanitari vengono lavati una volta al giorno, la doccia sciacquata dall’ultimo che la fa e lo stesso vale per il pavimento del bagno.
Io sono l’ultima, sempre.
Ma questo pavimento è una pena, è di materiale tanto poroso, basta una goccia d’acqua a fare una macchia, anche a ripassarlo più volte al giorno non sembra mai pulito, i primi giorni insistevo poi ho lasciato perdere. Non sembrerà pulito ma lo è. Anche se non alla perfezione.
La voglia di perfezione l’abbiamo messa nel bidone della plastica.

Se non siamo qui, ci trovate in libreria, verso le 21,30. Quella sul lungomare, con la porta sempre aperta verso l’interno per significare “entra”e non verso l’esterno per indicare “esci”. Alla fine di questa vacanza saremo socie di capitale della libraia.
Subito dopo ci trovate alle bancarelle, nella via centrale, a cercare il braccialetto per gli amici e per noi. Perché l’estate senza braccialetti è impensabile. Come la vita senza amici. Poi prendiamo una granita o un gelato o niente dipende dalle serate.
Durante il giorno, invece, ci trovate in spiaggia, al fondo della via, dove finisce la via e finisce la terra e inizia il mare. Quando le ragazze erano piccole avevamo inventato la formula dell’amore:

– “quanto bene mi vuoi mamma?”
-“ come il mondo”
-“ma il mondo finisce!”
-“e cos’è che non finisce?”
-“il cielo e il mare, mamma”
-“allora come il cielo e come il mare”
-“che non finisce mai?”
-“che non finisce mai”

Non stiamo molto in spiaggia. Non ci troverete in uno stabilimento, non abbiamo ombrellone, lettino, sdraio. Non abbiamo, più, secchielli palette rastrelli salvagenti braccioli piscinette pale retini biglie materassini costumi di ricambio. Abbiamo una stuoia sfilacciata e due asciugamani. Un pallone. Della frutta e dell’acqua. Due creme solari, quella da 30 e quella da 50. A volte ci dimentichiamo di metterla. C’è stato il tempo in cui la crema veniva spalmata già a casa perché nel tragitto fino alla spiaggia potevano bruciarsi. E poi di nuovo in spiaggia una volta arrivati all’ombrellone nello stabilimento mettendole sui lettini per evitare che si riempissero di sabbia subito, appena unte.
Non è più quel tempo. A volte ci dimentichiamo.
Stiamo così, in acqua oppure a riva, finché ci va, ci trovate sedute tutte e tre una accanto all’altra, oppure solo loro due e io appena un passo dietro a guardarle. Mi trovate così, che guardo le mie due figlie, una che mi somiglia l’altra per niente. E questa considerazione vale per ciascuna delle due. Non troverete mai chi è chi, quella che si, quella che no. Mi riconoscete non per l’altezza, Cri è più alta. Mi riconoscete perchè sono quella delle tre che apre l’asciugamano alle altre due, allarga le braccia e le richiude strette.
Non abbiamo orari. Se abbiamo fame mangiamo, se abbiamo sete beviamo, se abbiamo sonno dormiamo. Stiamo.
Non troverete, più, le macchie di mastocitosi sulla schiena di Pepe. Sull’ addome una, una sola. Si chiama Segno di Darier. Quando gliel’hanno diagnosticata aveva 20 mesi e avevo pensato che solo lei poteva avere una malattia che risuonava così bene, una malattia con nomi così musicali.
Una malattia dermatologica ad eziologia sconosciuta paucilesionale espressa al tronco per la quale non c’è alcuna cura ma la regressione spontanea in un arco temporale di almeno dieci anni. Queste le parole della sua dermatologa. La prossima settimana Pepe compie dieci anni. E abbiamo solo un piccolo bastardo poetico segno di Darier vicino all’ombelico. E finalmente potremo buttare la mastocitosi nei rifiuti speciali.

In alcuni giorni della settimana, però, non ci trovate se venite di mattina. Siamo in un’altra spiaggia, prendiamo la macchina e andiamo a qualche chilometro, subito oltre il capo. Ci sentite arrivare, siamo quelle che ascoltano a volume alto “faccio gli occhi a mandorla e m’accatto pure a te”
-“si chiama milionario mamma”
-“si, quella”

Oppure siamo anche quelle che cantano “sei un pezzo di me, un pezzo di me” e cambiano le parole. Ultimamente andiamo forte con “ seduti verso il nulla con la croce tra le mani siamo dei cannibali travestiti da vegani, la vita è un uragano che ci strappa le vele…”
Ci trovate alla scuola di windsurf, Cri ha lezione dalle 11.30 alle 13. Io e Pepe stiamo insieme, camminiamo a riva, parliamo. Lei parla moltissimo, io ascolto. Facciamo foto. Diciamo no grazie buona giornata a chi cerca di venderci una Vuitton, un Rolex, un pallone, un anello in argento, delle perle vere, una pashmina di puro cachemire, un cappello di paglia, un bongo africano, del cocco, un massaggio, delle treccine. Un caffè a due euro.
Cri ha imparato a orzare, alla grande. Pepe ha imparato a fare la verticale e la capovolta in acqua. Io a stare.
L’ansia di fare l’abbiamo infilata nel bidone dell’indifferenziato. E comunque non so cosa significa orzare. Ma annuisco orgogliosa.

Lui, lui non lo trovate fino a mercoledì sera. Andremo a prendercelo, perché noi non andiamo mai a prenderlo e basta noi andiamo a prendercelo, con la macchina sporca di sabbia e le canzoni ad alto volume. Ma non vi accorgete mica che non c’è. Non lo trovate fino a mercoledì, ma c’è. C’è come qualcuno che adesso arriva, aspettate. Come qualcuno che ha lasciato lì le ciabatte, nell’angolo tra il letto e il comodino. Nella quarta forchetta e nel quarto bicchiere
“Cri, papà non c’è stasera, hai preso le posate anche per lui”
“ah, già è vero che non c’è”
A volte non ci dimentichiamo.

In via dei Cormorani, la penultima casa. Ci trovate in terrazzo a pranzo e a cena. Cucino io, verdure, pasta, riso, la carne per loro ogni tanto, le uova, piatti unici soprattutto, pochi “piani B” ma sempre del prosciutto in frigo. Ci penso che potrei comprare qualcosa di pronto ma poi non lo faccio, non mi va. I piatti e i bicchieri sono di ceramica, niente robe di plastica. Ci penso che potrei evitare di lavare i piatti ma poi non lo faccio, farei molta più spazzatura. Pepe ha letto il libro di Greta, la ragazzina svedese, è preoccupata che ci restino pochi anni per salvare il pianeta. Ieri ha rimproverato la sorella perché
“metti gli stessi calzini per due giorni di seguito? Che schifo”
“guarda scema che li metto un’ora al giorno, la sera quando usciamo, cosa faccio li metto a lavare dopo un’ora? Sai quanto inquina il detersivo? Chiedilo a Greta, scema.”
“mamma, Cri mi dice scema – smettila cretina di dirmi scema che gliel’ho detto a mamma adesso vedi”
Non ci troverete in silenzio. Né a pranzo né a cena. Nemmeno particolarmente composte, ma è una concessione estiva. Comunque vestite. Mai a tavola in costume.
Parliamo, parliamo, parliamo. Io racconto, vogliono sapere dei miei nonni, di quando ero piccola, di cosa facevo con mio fratello, di quanta famiglia c’era nella mia famiglia, se io ero già io- no, non lo ero, c’era tanta, troppa famiglia nella mia famiglia, così tanta famiglia da non volerne più nemmeno un pezzo, nemmeno uno zio, un cugino, grazie, basta, fino a voi, solo voi, solo noi finalmente– tutti quegli aneddoti che sono la storia di ciascuno di noi. Mettono insieme i pezzi di una storia lontana che però è anche la loro e allora si passa dalla fuitina dei miei nonni e il loro matrimonio celebrato all’alba di un giorno di dicembre e loro che non sapevano che oltre al prete servissero i testimoni e non li avevano e hanno chiesto al sagrestano ed è andata bene lo stesso per sessant’anni fino ad arrivare al loro papà che quella volta che avevamo litigato, era il 2003 figuratevi ragazze, io ero a casa che studiavo per la sessione estiva, Diritto del Lavoro e subito dopo Diritto della Previdenza Sociale,  e lui si era appostato fuori dal cancello e dal muro di cinta e mi mandava i messaggi e io non rispondevo e allora lui ha scavalcato come un ladro – “come ha scavalcato??”- si, si, ha proprio scavalcato e mi ha detto tu non apri, non rispondi e io devo parlarti o almeno vederti -“come ha scavalcato, cioè ha proprio scavalcato???”- si, si ha proprio scavalcato. “ma perché?”.
Perché chi vi vuole parlare un modo lo trova. Perché chi vi vuole, vi trova. Il resto sono scuse, non c’è posto per le scuse , non sono biodegradabili. Chiedete anche a Greta.

Ci troverete nel mezzo di una discussione che però dura poco, nel mezzo di un libro che finiremo presto, nel mezzo del lettone a fare imitazioni e versacci. Ci troverete sul retro che stendiamo i costumi, sedute per terra che mettiamo lo smalto alle unghie dei piedi. Non ci troverete spesso sedute a fare i compiti, se passate durante una discussione è facile che sia per quello. Non ci troverete in affanno, stanche, in continuo movimento. Per quello c’è l’inverno.
Ci troverete mentre esaminiamo i nostri corpi così esposti, coperti solo da un bikini, i peli sulle gambe di Pepe biondissimi, il seno di Cri che cresce forse si, forse no, gli occhi cangianti, i capelli più chiari. I loro corpi che si trasformano stagione dopo stagione, le mie braccia sempre più larghe a riva, con l’asciugamano aperto, il mio corpo sempre meno spigoloso, la conta delle cicatrici sulla pancia, la mia, quella da dove si sono affacciate loro che sporge come un gradino su cui sedersi ad aspettare, le nuove macchie sulla pelle del viso, sempre più fragile, sempre più porosa, un viso che non nasconde più nulla, basta una goccia e si macchia, sembra sporco e invece non è mai stato così pulito.
Ci troverete vicine, non tanto, non solo con i corpi abbronzati, ma con le voci, con i cenni, con quel sottofondo “mamma?”- “si”- “niente”.
Niente. Niente mamma, tranquilla, non devi fare niente, solo stare, solo essere, non fare niente. Non ci troverete altrove, non troverete niente altrove.
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Cose da salvare in caso di incendio

 

Il libro “Non ti muovere”della Mazzantini, nell’edizione I Miti della Mondadori comprato al supermercato nell’estate del 2003, era agosto, costava € 4,90 , c’era lo sconto del 15% e l’indicazione del prezzo anche, ancora, in Lire. L’ho letto in una notte, piangendo, sottolineando, sfregandolo, allontanandolo, stringendolo e morendo insieme a lei, Italia. Io sono stata Italia. In quel momento della mia vita ero Italia. Io sono Italia. Con la vita così, fatta di piccoli segni che mi vengono a cercare. Io sono Gramigna, l’erba cattiva che non muore mai. Io sono già morta e rinata o qualcosa di simile. Io ho gli anni che dimostro. Oggi che vivo come Elsa io sono anche, ancora, Italia.

Quell’uomo che mi ha lasciata. Perché ero una “Ferrari fucsia”. Tutti vogliono una Ferrari, ma chi ha il coraggio di guidare una Ferrari fucsia, diceva. Quell’uomo che io ho lasciato perché aveva paura. Di me, di non saper stare con me. Della velocità. Perché non aveva coraggio e senza coraggio non è amore, è solo una parola.

La prima volta che Pepe si è allacciata le scarpe da sola, ha fatto il nodo e mi ha chiamata a vedere. La prima volta che Pepe ha districato da sola un nodo spesso tra i suoi capelli e mi ha chiamata a vedere. L’ultima volta che Pepe mi ha stretto la mano facendo un nodo perfetto con le nostre dita e ha sciolto un nodo spesso che avevamo, entrambe, in gola e ci siamo guardate ed era la prima volta che non avevamo bisogno di vedere.

La notte del primo agosto 1995 e quell’amore che amo da quasi un quarto di secolo, sempre giovane e sempre uguale. Quell’amore che non sa più niente di me, nemmeno che ho fatto pace con quel bar vicino alla stazione a Milano, quello sull’angolo, dove ci siamo lasciati per davvero per non riprenderci ma più per davvero. E il binario per Torino adesso non fa più male.

La baguette di carta dipinta a mano nel febbraio del 2010 da Cristina. Il suo primo lavoretto all’asilo. L’abbiamo inserita a gennaio, a febbraio ci sembrava già che fosse la prima della classe nel fare quel capolavoro. A me, a me sembrava. A suo padre non fregava che fosse la prima della classe, anzi. Prova una naturale antipatia verso i primi. I miei lavoretti a scuola erano, sempre, delle merde irrimediabili. La baguette di Cristina è perfetta, da prima della classe nella sezione dei Girasoli, quelli con il grembiule giallo.

La pinzetta per le sopracciglia. Un salvavita. Sono una donna del Sud, abitano in me le anime del Vesuvio e dell’Etna, sono irrequieta e magmatica, discendente di popoli conquistati e conquistatori, di sibille ed eroi. Pelosi. Inutile negare. Senza la pinzetta per le sopracciglia non vado nemmeno a fare la spesa, in pratica.

La mattina del secondo scritto della maturità, la versione di Latino. Dormivo dai miei nonni materni, più vicini al mio liceo. Il giorno prima, quello del tema, mi ero alzata e avevo fatto colazione in silenzio, i miei zii vivevano già altrove, c’erano solo i nonni. Piano piano avevo preso il dizionario, la carta d’identità, l’astuccio con le penne, la sana paura e quel che sapevo di Pirandello e mi ero avviata al pullman, senza svegliare nessuno, come ero abituata a fare a casa mia. Il giorno dopo, la mattina della versione, mi ero alzata e stavo scendendo piano pianissimo la scala a chiocciola, dalla mansarda, per andare in cucina. Ero ancora sull’ultimo gradino quando alzando lo sguardo mi ero trovata il nonno davanti. Con la vestaglia da camera e le pantofole di pelle a coprire i suoi piedi piccoli, lui aveva i piedi piccoli per essere un uomo, non arrivava al 40 o al 41. Un attimo di spavento, la casa semibuia, la tensione che uscisse Seneca o Tacito, i suoi occhi verdi inaspettati. La mattina del secondo scritto della maturità e quello che ci siamo detti, io e lui che c’era rimasto male il giorno prima di non avermi salutata. Quello che ci siamo detti lui e io che c’ero rimasta male ad averlo svegliato. La mattina del secondo scritto della maturità è quel pizzicotto lieve fatto con le nocche dell’indice e del medio, un nodo dove si incastra il pollice, a sfiorare la guancia. La mia. E quel sussurro, quel dire “andrà bene,Ninni”. Ero io. La stessa frase me l’ha ripetuta tanti anni dopo, per un altro esame, dieci giorni prima di morire. L’esame non è andato bene e non sono più Ninni, ora, che nessuno mi chiama più così. Mi aveva salutata.

Mara. Che sa tutto. Che mi legge anche quando non scrivo.

Le foto ma non tutte. Alcune. Le foto di quando ero piccola ma solo un paio. Quella in braccio a mia madre nel giorno del mio primo compleanno, lei sa, quella dove siamo strette e lei sorride. L’ha scattata Marino, uno dei più cari amici dei miei genitori. Quelle, poche, nelle quali ho gli occhiali. Me li facevano togliere, per il riflesso, forse. Il risultato era che non vedevo, mi dicevano guarda qui e non vedevo e ho tutte le foto con un occhio chiuso, il sinistro, quello che non vedeva. O peggio, storto, girato verso l’interno, strabico ed esposto. Le foto scattate a Napoli, nel 2005. C’è lui dietro la macchina, c’è lui dietro ogni scatto. Le foto quelle delle quali so chi c’era dietro e cosa mi diceva e dove eravamo e se c’era vento o troppa gente o se avevamo mangiato bene. Le foto quando c’è qualcuno che amo dietro e vedo quello che vedeva. Le foto delle mie figlie, quelle che ho fatto io che sorrido mentre scatto perché non c’è niente di più bello da vedere.

Il ginecologo che mi dice che non si sente il battito. Perché non c’era più il battito. E mi prenota il raschiamento. Era agosto, nel suo studio di C.so Sebastopoli, anche fuori era agosto. “hai ventisette anni, sai quanti figli mi fai ancora a ventisette anni, dai su, uno su tre non nasce”.
L’altro ginecologo, quello che mi dice “le bebè est là”, era novembre nella sala ecografie dell’ospedale principessa Grace di Monaco, anche fuori era novembre. Le lacrime hanno lo stesso sapore, in agosto e a novembre. A Torino e a Montecarlo. Non avevo capito, guardavo lui, perché lui ha studiato francese, io no, io non capivo. Nemmeno lui capiva perché non sentiva perché guardava le mie lacrime e tratteneva le sue e se avesse potuto avrebbe fermato il sangue con le sue mani ma non poteva. L’altro ginecologo che ha schiacciato un bottone e ho sentito il cuore. Il bebè è qui. Avevo capito, che non sarebbe stato semplice. Ma nemmeno impossibile. Quel bebè ha compiuto dodici anni. In C.so Sebastopoli passo sempre malvolentieri.

Il carica batterie del cellulare, il quaderno verde e una scorta di penne, i miei cani, la carta d’imbarco per domani, lui che mi accompagna e mio padre che mi viene a prendere, in mezzo la paura di volare che è sempre e solo paura di cadere e c’entra sempre con entrambi, uno che mi lascia andare e l’altro che mi accoglie, uno che mi fa volare e l’altro che non mi fa cadere. Le mie due ragazze oltre le porte scorrevoli, i piedi per terra, gli abbracci che sembrano intrecci e invece sciolgono tutti i nodi.

Il semaforo di C.so Vittorio verso c.so Ferrucci, fuori dal Tribunale. Al termine di una giornata dolorosa per me quando ho rinunciato a un progetto, quando ho capito che era finito un percorso e sapevo che non ci avrei fatto pace, era ottobre. Lui lì mi ha detto ti amo per la prima volta, solo per questo ho fatto pace con quel luogo, mentre mi riportava a casa dalle nostre figlie, lui che non l’aveva mai detto prima, non con le parole ma in tutti gli altri modi possibili. Sul suo cellulare il mio numero è salvato come Ninni, da quando io ero come la gramigna nella sua vita. E lui ha avuto anche, ancora,coraggio. Il colore dell’auto che ha scelto, per farmi una sorpresa. Perché io ho anche, ancora,coraggio.

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Ascolta

 

Ascolta, mi ci sono voluti quarant’anni per essere qui adesso. Gli ultimi venti solo per averne finalmente venti.
Il tempo di tornare indietro dall’aeroporto dove ti ho lasciato con il tuo zaino in spalle, la camicia bianca e le scarpe da barca. Bello. Il tempo di selezionare la musica su Spotify, la rotazione frequente, prima ancora del navigatore che non ho nemmeno avviato. Non mi perdo, non mi perdo più. Anzi, non ho più paura di perdermi. E se mi perdo accosto e torno indietro. Ascolta, ero triste. Me ne sono accorta perché sentivo la musica ma non cantavo, niente, nemmeno una parola. Ho cambiato, ho messo un album di Ligabue.

“chissà chi sarai
lì sotto le tue creme
forse adesso lo sai”

A vent’anni mi innamoravo con Ligabue. Mi incazzavo e soffrivo con Vasco, mi curavo con Vecchioni. È sempre così.
Non ho cantato nemmeno quelle.

Sono tornata a casa, le ragazze dormivano ancora, il mare si deve essere accorto che sei partito perché era diverso o così mi è parso. I bambini dei vicini piangevano. Piangono sempre. Ricordi, ci siamo guardati negli occhi appena li abbiamo visti, tre maschi con stuolo di servitori al seguito, i primi due avranno quattro anni e sculettano beati in terrazzo con il pannolino. Non abbiamo capito da dove arrivano, mezzi italiani e mezzi spagnoli. Li sento parlare, dicono todos, siesta, adelante. Ho pensato che è troppo facile, lo spagnolo, che forse ci stanno prendendo in giro. Poi hanno detto vamos a la playa e ho capito che, si, ci stanno prendendo in giro.
Ho fatto colazione, latte di riso e frutta, non sto più mangiando i biscotti, so che te ne sei accorto perché mi prepari il piatto con la banana e le albicocche anche se non hai chiesto niente. È sempre la storia della pancia gonfia, della diastasi, dell’età, che ne so. È la storia di adesso, adesso non mangio più i biscotti, mai più. Poi vediamo.
Ho portato Justin fuori, per la pipì, per fare due passi. Ho guardato se vedevo il tuo aereo passare sopra la mia testa, come un pensiero che non afferri. Mi sono seduta al tavolino sotto le piante, al bar in spiaggia, quello dove ci sedevamo insieme uno accanto all’altra per vedere entrambi il mare. In genere ci sediamo uno di fronte all’altra, non qui, non davanti al mare. Ho ordinato un caffè, la cameriera mi ha chiesto “uno solo?”. Lei non si è accorta che sei partito. O la mia faccia indicava che avevo bisogno di almeno due caffè. O mi stava prendendo in giro complice di un complotto con i vicini. C’era una coppia seduta al tavolino accanto, avevano l’aria di due appena arrivati. Lei ha ordinato un latte freddo macchiato e una bottiglietta d’acqua frizzante fredda, lui un caffè, uno solo. Lui guardava il cellulare, lei anche. Lui ha alzato poi lo sguardo, quando è arrivato il caffè e ha detto “guardavo un breve ripasso delle regole da rispettare con il gommone, ma mi sembra tutta roba di buon senso”. Lei ha detto “ah, si, io invece leggevo una cosa sul linguaggio del corpo”. Erano seduti uno di fronte all’altra, nessuno dei due guardava il mare. Nessuno dei due guardavo l’altro. Ho preso il mio caffè e sono rimasta così, per un po’, a sentire i fatti loro, a pensare ai fatti miei.
È passato un aereo ma non so se era il tuo. L’ho salutato lo stesso, per scaramanzia. Comunque avrà portato qualcuno da qualche parte, comunque avrà tolto qualcuno da qualcosa, magari da un impiccio.Ho pensato che non basta mettere due persone vicine per farne qualcosa. Come non basta andare a capo per fare poesia.
io
e
te
Non è che viene fuori una poesia solo perché lo scrivo così.
Non è che basta. Non è che basta mettere due persone lontane per non farne più qualcosa.
io
e
Te
Ascolta, se lo leggo io, io sono io. Resto io.
Se lo leggi tu, io divento te.
Ascolta, non è che se tu parti resto io e basta. Non è che basta che parti.
Ho pagato il caffè, uno solo, e sono tornata a casa, il pensiero forse lo avevo afferrato.

Ascolta, mi ci sono voluti quarant’anni per avere questa faccia che forse necessita di due caffè. E non ti dirò quella cosa che ho una faccia sola, non è vero. So dissimulare, sorridere se serve, assumere un’aria severa. È la mia faccia, so cosa farle fare. Ho la faccia che si adegua. Mi ci sono voluti quarant’anni per avere questa faccia, la faccia che fa quello che voglio che faccia. È l’anima dietro la faccia, quella è una sola. È la persona raccontata da questa faccia e non da un’altra, quella è una sola. Quel racconto è uno solo. La mia faccia non si è accorta che sei partito, non le è stata data l’informazione. Non abbassa la curva del sorriso, non posa lo sguardo su cose diverse, ride se c’è da ridere, anche se non c’è. Perché adesso, lì sotto le mie creme, so chi sono. Mi ci sono voluti quarant’anni per essere qui adesso. Per farmi leggere la faccia come un fondo di caffè. Per farmi leggere.
Mi ci sono voluti vent’anni, molti dei quali trascorsi sedendomi di fronte a te, per avere finalmente vent’anni. Per innamorarmi, sempre di te ma anche di me. Finalmente.
Il tempo di indossare l’abito colorato, quello che ti piace perché sembra un tuo quadro. Lui si è accorto che sei partito perché l’ho accarezzato prima di toglierlo dall’armadio. E dopo averlo messo su, come a consolarlo dell’assenza del tuo sguardo. Era meno colorato o così mi è parso. Lo indosso comunque, non è che basta che parti. Lo indosso e lo porto fuori, per queste strade, con questo vento che lo solleva, con questa faccia, con te che non è che basta che parti, magari basta per farmi smettere di cantare ma non per farmi smettere di ascoltare. Te. E me, finalmente.

Ascolta, sento persone che si sgretolano intorno a me. Sento persone che non reggono, non reggono più. Non riescono.E non so se ci abbiano mai provato a resistere. Se abbiano mai provato. C’è differenza tra sopportare e provare. È la stessa differenza che c’è tra stare seduti e camminare. Ascolta, a me sembra che non si cammini più. Si resta seduti senza guardarsi, senza guardare niente. Poi a un certo punto si alza lo sguardo dal nulla e si dice “non reggo più”. Si alza lo sguardo e non si sa più dove poggiarlo e non si sa più cosa guardare perché si cercavano regole di buon senso e segni di interpretazione del linguaggio del corpo invece di avere buon senso o cattivo senso purché fosse un senso, un senso vero, invece di usarlo il corpo che ad interpretarlo ci penseranno durate l’autopsia quando sarà troppo tardi per provare a non bastare mai, a non bastarsi mai. Ascolta, vedo persone che non so se mi stanno perdendo in giro. Forse si, spero di si.
io
e
Te
Non è che se vado a capo ho scritto una poesia. O il testo di una canzone. Non basta. È la stessa differenza che c’è tra sopportare e provare. Tra provare e riuscire. Non è che riuscire è una cosa che fai una volta e basta. Ri-uscire. Devi alzare il culo dalla sedia e uscire qualche volta per riuscire. Non è che basta restare per riuscire.
C’era il piano-bar ieri sera in quel ristorante, quello tutto bianco dove abbiamo detto che manco morti. Sono passata da lì mentre portavo Justin a fare pipì, cantavano Je so’ pazzo, quanto mi piace, soprattutto quando dice
Si se ‘ntosta ‘a nervatura
Metto a tutti ‘nfaccia o muro
Solo che il cantante aveva la cadenza sarda e ho pensato che no, manco morta, inascoltabile. Non è che basta cantare per riuscire a farlo.
Io
E
te.
Ascolta, mi ci sono voluti quarant’anni tutti per capire che riuscire significa entrare e uscire, andare e tornare, ogni volta. Mi ci sono voluti vent’anni, molti dei quali trascorsi a camminare accanto a te ma sulle mie gambe, per riuscire ad avere finalmente vent’anni.
Il tempo di aspettare giovedì per andare all’aeroporto, salutare le ragazze, lasciare qualche raccomandazione ai nonni, prendere l’aereo e non guardare giù, per scaramanzia, fare la faccia di chi ha tutto sotto controllo ma non è vero, lo sai e una volta atterrata arrivare da te canticchiando, vederti lì con la tua camicia bianca che accarezzerò sulla schiena mentre camminiamo uno accanto all’altra, per consolarla della mia assenza e poi salire in macchina, il tempo di selezionare la musica su Spotify che poi tu spegnerai, lo so, per ascoltarci, senza paura di perderci, l’abbiamo già fatto e siamo riusciti. Ad accostare. A tornare indietro, ad andare avanti. Belli. O così mi pare.

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Prima o poi

 

Prima di un lungo silenzio c’è, spesso, un grande rumore. Sedie trascinate sul pavimento invece di essere sollevate e spostate. Clacson suonati al posto dei citofoni, sono qui, sono arrivato, senti. Bambini che non ci stanno a stare zitti e fermi, perché dovrebbero in fondo, non si capisce. Gente che chiama ad alta voce, per nome, nomi che suonano più rumorosi di altri o forse è la voce che li chiama che è più fastidiosa. Cani che abbaiano di notte solo un po’ e mica per qualcosa. Durante un lungo silenzio, spesso, ci si dimentica dei rumori e solo si sta, zitti e fermi. Poi finisce. Il silenzio e ricomincia il rumore e quel che è successo resta una cosa del silenzio, resta una cosa che sicuramente è successa ma non la si dice perché diventa rumore, anche quello, anche il silenzio.
Io in silenzio sto bene. Il mio silenzio e il silenzio altrui. Io, di silenzio, ne ho avuto poco e lo cerco proprio per questo. E quando arriva così sto, zitta e ferma che non si capisce come si può.
Si può.

Prima di lasciarsi il dolore è concentrato in un punto. Ci si convive per un po’, dipende. Poi ci si lascia e il dolore si espande, il dolore si diffonde, mi piace dire che si irradia perché nobilita il male, il senso del male. Io ho lasciato e sono stata lasciata lo stesso numero di volte, penso. Più o meno, in questa strana contabilità mi pare di ricordare così. Lui occupa così tanto spazio del tempo che ho vissuto che mi sembra anche strano avere ancora traccia di qualche ricordo di qualche amore di qualche vita senza di lui, ma ciò non toglie che così è stato. Sono stata lasciata e ho lasciato. Ho avuto male. Ai piedi. Prima di lasciare, di essere lasciata, mi facevano male i piedi. Come quando compri le scarpe strette, noi donne lo facciamo. Ci piacciono ma non c’è il nostro numero, ci piacciono ma sappiamo che la pianta è troppo stretta, la pelle è troppo dura, il cinghietto alla caviglia troppo lasco. Ci piacciono e diciamo “le prendo lo stesso, si devono fare”. Ma le scarpe sono già fatte, sono lì, nelle nostre mani, ai nostri piedi. Lo sappiamo e le prendiamo lo stesso perché quello che pensiamo non è che le scarpe si faranno, questo è quello che diciamo, ma che i nostri piedi si adatteranno. I piedi faranno male, si taglieranno, verranno le vesciche d’acqua, le dita si rattrappiranno. E non si adatteranno. Bisogna dare via le scarpe, peccato. Il dolore si diffonde, diventa un dolore di sollievo, dopo un po’, dipende. Poi si sta bene scalzi. Io non amavo i miei piedi, mi sembravano brutti, molto brutti. L’alluce grosso su un piede magro, le vene in rilievo. Dopo la prima gravidanza mi si è allargata la pianta in modo irreversibile. Orrendi. Ma come cammino adesso mai prima nella vita. Appoggio tutto il piede, il peso è ben distribuito, non inciampo, non barcollo. Non ho più male ai piedi.

Prima di scrivere bisogna raccogliere le idee. Poi si butta giù qualcosa. Prima si legge, poi si corregge. Io le idee le ho raccolte come un puccio nei capelli, come gli scontrini in borsa, come i pupazzi dei barbapapà in spiaggia quando le mie figlie erano piccole, si perdeva sempre barbamamma, quella nera e appena prima di andare via tutti a cercare perché c’erano tutti tranne lei. Io pensavo che si fosse solo messa un attimo in disparte, un momenti in silenzio, zitta e ferma e la capivo, comunque. Infatti poi ricompariva, mica la trovavamo noi, riappariva lei in un punto dove avevamo già visto e non c’era. prima. Poi c’era. Allora si poteva tornare a casa. Prima di scrivere va sempre tutto bene. Nella testa, intendo. Tra le dita, dico. Poi è scritto. Poi è lì che si può leggere. Prima nessuno legge. Poi chiunque legge. Io ho sempre paura quando leggono quello che scrivo, io sono una di quelle che dice “mi leggono”, sono una di quelle a cui dicono “ti ho letta”. È una cosa che fanno a me, direttamente a me. Prima di scrivere il puccio va benissimo, poi penso che però insomma il puccio è una cosa per stare in casa, se devi farti vedere che sia almeno uno chignon. Io non li so fare gli chignon. Prima di scrivere io non ho paura, poi ne ho. Sempre meno però perché prima di leggere si può anche decidere di non farlo. Se mi leggi così è, puccio, alluce grande, piede nudo. Se non mi trovi sono solo un attimo in disparte.

Prima di avere un figlio non lo si ha. Non lo si ha proprio, non è che puoi immaginarlo o pensarlo o provarci. Non ce l’hai. Non è che se sei molto intelligente lo capisci perché un figlio non è un concetto teorico da fare tuo con la speculazione intellettuale. Prima di avere un figlio non lo si ha. Poi lo si ha. E si decide quali teorie, quali speculazioni, quali risvolti pratici, quali tagli decisionali dare alla propria vita, dopo, solo dopo. Prima di avere un figlio tu sei tu, io sono io, lui non è. Poi tu sei tu ma, io sono io ma, lui è lui e basta. Quello che sei stato prima conta come conta quanto sia vero che i pipistrelli si attaccano ai capelli e che a calciobalilla la regola dice che non si può rullare. Quello che sei stato prima importa solo a te, poi. Prima di avere un figlio tutto è come sembra, poi anche. Solo che ti sembra diverso.

Prima di morire, di solito, si è vivi. Prima di morire si respira, si piscia, si mangia, si fanno progetti, si parla, si scrive, si legge, si comprano scarpe. Prima di morire ci si arrabbia, si fa rumore si cerca il silenzio. Si sollevano sedie, si suonano clacson. Dico spesso “non è morto nessuno”. Lo dico molte volte, si vede che ci credo. Lo dico a mia figlia per un’interrogazione mal riuscita, a mio marito per una bega di lavoro, alla fine di una gara se non c’è il podio, alla fine di un allenamento se i muscoli fanno male. Lo dico dopo una grande fatica, prima della notte, alla fine di un male e prima di una speranza. Lo dico a mia sorella che adesso ha male dappertutto, un male diffuso che la investe. Poi succede che muore qualcuno. Allora non posso dirlo e penso che non posso dire niente, sto in silenzio, zitta e ferma e forse si capisce. In silenzio sto e penso che prima di morire, di solito, si è vivi, si sentono i rumori, si sente il male in un punto, si sente il male che si allarga e poi non si sente più e si sente altro e che tutto l’altro è vita, è essere vivi. Prima di morire di solito si è vivi, poi non lo so perché non sono morta e non posso immaginarlo o pensarlo o provarci ma spero di essere abbastanza viva prima di morire, di non aver più paura di aver scritto dopo aver scritto. Poi non lo so, forse sarò solo in disparte a godermi il mio lungo silenzio.

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Il punto

 

Quando le mie figlie erano molto piccole, di tanto in tanto, guardavo il loro papà e chiedevo “quando vengono a prendersele? i loro veri genitori quando vengono? Non è che queste due staranno qui sempre!”. Lui rideva, io ridevo. Le mie figlie hanno due anni esatti di differenza, un po’ per gioco un po’ per scelta: abbiamo scelto questo gioco. Quando Cristina aveva circa un anno la madre di un mio amico mi suggerì di avere subito il secondo figlio, come aveva fatto lei, “ti togli il problema, fatichi tutto insieme, la salita è una sola, la discesa è comune. Fanno le stesse cose nello stesso momento, dalla scuola allo sport”. Così è arrivata Benedetta detta Pepe, senza averci pensato troppo, nata in un venerdì caldissimo di agosto. Così mi sono tolta il problema, è iniziata la salita, non si vede ancora la discesa ma i polpacci sono sempre più forti o forse tutto è meno ripido. Comunque lei mi aveva assicurato che la discesa c’era, quindi sono fiduciosa. Appena dopo la curva dell’adolescenza, penso. Spero.
Di quel periodo, di quello che è successo nei mesi dopo quell’agosto caldissimo ho sempre fatto fatica a a dire. Forse era questa la fatica che mi era stata pronosticata. Riuscire a dire e prima ancora a capire cosa stava succedendo tutto insieme. Cosa mi stava succedendo. Ho sempre fatto fatica a dire che l’arrivo di Pepe è stato come spezzarmi in due e che ho vacillato così tante volte e così tante volte ho pensato che no, non ero io, non potevo essere io. Quella ragazza poco più che trentenne che mi guardava dallo specchio del bagno mentre cambiava un pannolino a una neonata mentre chiacchierava con una bambina duenne -“ oh mamma guadda” – cercando quella ragazza poco più che ventenne che si guardava nello specchietto della panda rossa, di notte, per ritoccare il rossetto rosso dimenticandosi di quella ragazzina sedicenne senza trucco, con il dizionario di greco sotto braccio, scrollandosi di dosso, come un fastidio, come un cattivo pensiero, quella bimba con un cerotto che le benda il solo occhio che ci vede, il destro. La fatica di tutti questi strati, di tutte queste anime che quando ti spezzi dove vanno? Se ne perdi qualcuna? È importante, grave, pericoloso? Cosa succede, quando ti spezzi, a tutte le anime che hai? Puoi rinunciare a ritrovarle? Sarei stata sempre io? Sonia, io, potevo essere io anche così? Che madre sarei stata? Che madre sarei diventata?
Io sono diventata madre. Ho aggiunto uno strato. Non sono nata madre, non ho nemmeno quella vocazione o quell’istinto, ammesso che esista un istinto. Io non ho avuto il tempo di desiderare dei figli, loro sono arrivate prima che potessi volerle, sono arrivate per gioco, perché il loro papà le ha volute, penso, come ha voluto me tanti anni fa quando ha cambiato il corso della sua vita per camminarmi accanto.
Dopo quell’agosto caldissimo ho iniziato a dire, spesso, “il problema è”: il problema è il parcheggio lì, il problema è la pioggia, il problema è il disordine, il problema è il sole, il problema è il natale, la pasqua, ferragosto, la nave per la Sardegna, il problema è la connessione internet, il problema è ricordarsi il vaccino, il problema è il corso della vita che hai cambiato per stare con me ma sei scemo ma cosa hai fatto lo vedi con me, con me che stavo bene da sola, al massimo con due cani, con me che i bambini dai, no, non mi piacciono, con me che non so cosa succede alle anime quando ti spezzi e che mi sembra la sola cosa importante da sapere e tu, tu, cambi il corso della tua vita per camminare con me che magari non voglio camminare perché il problema è che non ho le scarpe giuste?
Il problema.
Il problema.
Il problema era che non mi ero accorta di aver iniziato a dire “il problema è”. Era la giusta contrapposizione a chi mi circondava e diceva sempre “non c’è problema “ che è diventata una delle espressioni che odio di più ma proprio che potrei prendere a botte tanto mi urta l’atteggiamento di chi ti dice non c’è problema quando il problema c’è. Il problema è chi ti dice non c’è problema.
Punto.
Appunto.
Quando le mie figlie erano piccole io mi sono spezzata, ho perso le mie anime ed è come un’emorragia, assicuro. Io non sapevo se mi sarei mai più ritrovata intera e se le mie anime sarebbero tornate. Mi avevano detto solo che mi sarei tolta un problema, che la fatica e la salita sarebbero state seguite da una meritata discesa. Punto.
Quando le mie figlie erano piccole e io ero spezzata non sapevo che rendo meglio in salita che in discesa. La discesa mi fa paura, mi torna su la bimba con la benda sul solo occhio che ci vede e ho paura di andare giù. La salita è fatica, è fiato, è resistenza. La salita è una ragazzina con un dizionario sotto braccio, la salita è una ragazza con il rossetto rosso.
Salendo le ho ritrovate tutte, mi aspettavano lungo il cammino, come le briciole di pane di Pollicino, erano tutte lì schierate le mie anime a segnare il cammino.
La salita è una giovane donna poco più che trentenne che non si è più vista guardandosi nello specchio del bagno mentre lavava il culo di un neonato e parlava con una duenne- “oh mamma guadda”- e mamma non sapeva guardare, figuriamoci guaddare. La salita è una donna appena quarantenne, una ragazzina praticamente. Una donna allenata, forte, che è diventata la sola madre che poteva diventare, che si è spezzata e no, non si è riattaccata, ricucita, rattoppata. Si è innestata ed è diventata altro, un’altra, migliore non lo so, ma penso di si. La salita è una donna che raccogliendo le briciole di pane lungo il suo cammino non è tornata a casa ma è diventata casa, per come poteva diventarla, disordinata e piena di parole. La salita è una donna che non ha problemi. Ma che mette il punto. Che diventa punto, il solo punto che poteva diventare, il punto più alto, quello più basso, il punto esclamativo- oh mamma guadda!-, il punto morto se non c’è più niente da dire, quando non c’è più niente da dire.
La salita è una donna che affronta la discesa prendendo in braccio una bimba che non ci vede.  Sono la stessa persona, una è la ferita dell’altra, ma entrambe adesso guaddano.
La salita è una donna che ogni tanto guarda le sue figlie, due ragazze belle e rumorose, e ridendo chiede “ma quando vengono a prendervi i vostri genitori? Mica restate con noi per sempre?”. Ridiamo tutti.

 

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Mi dispiace

Mi dispiace di essere nata, unica in famiglia, con i capelli biondi e sottili e di aver sentito per decenni la stessa identica domanda e di aver risposto per decenni con la stessa identica risposta: si, sono naturali. No, non so da chi li ho presi. Penso da nessuno, però. Perché, insomma, sono i miei. Non li ho presi. Li ho. Mi dispiace di avere gli occhi neri che con il biondo sono strani, non te li aspetti,confondono. Ma gli occhi quelli si sa, sono naturali e poi quelli li ho presi da mia madre e da mia nonna, insomma sono i miei anche quelli, non è che li ho proprio presi. Li ho. Anche perché i miei occhi neri vedono tutto in modo diverso, da come vedono gli occhi di mia madre e di mia nonna. Mi dispiace. Adesso, con la gioventù, i capelli sono grigi naturali. Allora li tingo, li prendo dal parrucchiere adesso. Gli occhi sono sempre neri e continuano a vedere in modo diverso. Adesso, non mi dispiace più tanto.

Mi dispiace di essermi diplomata in cinque anni con lievi intoppi iniziali, tre materie a settembre in quarta ginnasio, l’ira funesta dei miei genitori, un’estate dolorosa ma necessaria. Mi dispiace perché quando qualcuno della cerchia stretta di mia madre veniva bocciato e poi faceva quella cosa dei due anni in uno nei vari diplomifici a pagamento, ecco, quando capitava quel qualcuno godeva sempre della comprensione di mia madre con frasi del tipo “eh, si, ha un’intelligenza pratica, non riesce a stare sui libri, è più bravo con le attività manuali, forse la scuola non è strutturata per persone così, poco teoriche, in fondo la scuola è importante ma non è tutto”. Per qualcuno. Mi dispiace di non essere stata qualcuno da comprendere. Adesso, non mi dispiace più tanto.

Mi dispiace di essere andata in moto a Murtas, di nascosto, con Mauro, nell’estate del 1996. Ma avevo il casco e mi sono tenuta forte, poi abbiamo buttato due asciugamani sulla sabbia e la borsa con la frutta e la birra e siamo stati sdraiati a riva tutto il giorno e a lui sembravano normali i miei capelli biondi e gli occhi neri, non mi chiedeva da chi li avessi presi gli bastava che li avessi lì con me su di lui. Al ritorno mi sono tenuta più forte anche se lui andava più piano e forse per un momento abbiamo fermato il tempo. Mi dispiace di essermi sentita naturale nella disobbedienza. Adesso, non mi dispiace più tanto.

Mi dispiace di aver detto a una deficiente che era deficiente. Pensavo lo sapesse già, invece pare che sia stata una rivelazione alla quale era totalmente impreparata. Ma ho capito come funziona il paradosso del cretino e allora non mi dispiace più tanto. Nemmeno poco.

Mi dispiace di essermene andata quella volta, la prima volta che me ne sono andata. Ma non riuscivo più a restare. Non riuscivo più a parlare, non riuscivo più a sentire, a sentirmi e tutte quelle pause di riflessione che funzionavano a corrente alternata mi lancinavano. A furia di riflettere ero diventata grammaticalmente autonoma, facevo da principale e da subordinata. Mi dispiace di non averlo saputo dire e di essere scivolata via sperando di fare meno male possibile, una speranza vile ma dovevo imparare. Ad andare via. A restare. A capire la differenza. E adesso, con la gioventù, adesso non mi dispiace più tanto.

Mi dispiace di non essere una ribelle. Di essermi presa i miei spazi con i miei tempi e con le mie lotte, con qualche rivolta, con lente rivoluzioni, magari con gesti evidenti ma non teatrali. Mi dispiace di rispettare le file, le regole, il posto assegnato, di non fare storie, di insegnare tutto questo, che è quello che so, alle mie figlie. Mi dispiace di essermi costruita la mia identità per differenze, per mancanze, per sottrazioni. Da sola. Di essermi tolta tante etichette, di aver spettinato i capelli biondi e sottili, di averli strofinati sulla pelle di chi mi vedeva come una magia e come una magia di essere sparita anche a me stessa dopo aver riflettuto, dopo essermi riflessa come in uno specchio rotto e poi di essere tornata come si torna, senza dare spiegazioni. Il trucco non si rivela. Mi dispiace di essermi sentita intera guardandomi in uno specchio rotto. Ma adesso no, non mi dispiace più tanto.

Mi dispiace di non essere mai stata audace, incosciente, sfrontata. Di essere stata bella, davvero bella, quando non lo sapevo. Di non esserlo più, non più così, così davvero bella. Di non aver salutato decentemente mia madre prima che partisse per Londra. Di non essere stata qualcuno da salutare decentemente prima di partire per Londra. Di non aver avuto mai la giustificazione di sola fede a bastarmi, di non credere mai a una versione dei fatti. O al suo opposto. A quella storia delle campane, quella per cui devi sentire tutte le campane, tutte le versioni. Mi dispiace di non credere. E di avere questa memoria bastarda che mi impedisce di essere gentile con tutti sempre. O anche solo ogni tanto e mi consegna al ruolo di archivista. Mi dispiace di essermi imparata come un’autodidatta, senza prendere niente, nemmeno gli occhi in fondo, da nessuno. O da qualcuno. Adesso, non mi dispiace più tanto. Nemmeno poco.

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C’è di buono

 

Bisognerebbe dormire di notte. Quantomeno piazzarsi sul divano a guardare un po’ di tv a volume  bassissimo. Certamente non scrivere. Assolutamente non cliccare sul tasto “pubblica immediatamente”. Bisognerebbe aspettare il mattino successivo e rileggere, correggere infine decidere di lasciar perdere.

Bisognerebbe dormire  di notte e basta, senza mal di schiena, senza sete, senza pipì, senza pensieri finanche senza sogni, dormire un giusto sonno ristoratore, non troppo e  non troppo poco. Bisognerebbe darsi la buonanotte che duri tutta la notte e lasciarsi cogliere impreparati dalla sveglia.

Invece, invece, la sveglia suonerà tra tre ore, alle sei.  La casa è nel silenzio, il cane piccolo dorme, il cane grande dorme, la figlia grande dorme, la figlia piccola dorme. Lui dorme. Io sono sveglia e sento un gran rumore eppure c’è un silenzio perfetto neanche una sirena in lontananza, un gatto che si lamenta, il  ticchettio maldestro di un orologio. Io sono sveglia e sento un gran rumore. Tutto tace e io sento il frastuono.  Tutto tace e io sono il frastuono.

Lo scorso fine settimana hanno portato mio padre in ospedale con l’ambulanza, ha avuto un malore che si è risolto con uno spavento  supremo. C’è di buono che si è risolto. Ho avuto paura, una paura antica, una paura bambina. Ho avuto momenti di paura vera. Ho pensato che sarebbe morto, per qualche secondo l’ho pensato, poi ho pensato che forse sarebbe morto, poi ho saputo che non sarebbe morto, non domenica, non ora, non mentre pranzava, non quella domenica. Non sarebbe morto. Ho pensato che me lo avrebbero portato via, ho fatto lo stesso pensiero dopo oltre trentacinque anni e nel farlo avevo di nuovo le gambe penzoloni mentre stavo seduta nella sala d’aspetto di un pronto soccorso e avevo quella paura, quella paura lì, non un’altra, no proprio quella paura che avevo da bambina quando pensavo che me lo avrebbero portato via. Nei miei pensieri peggiori, da piccola, lui non moriva, mai, mio padre era-è- immortale. Lui non se ne andava mai via di sua volontà, troppo grande l’amore per me per farlo, ne ero certa. Nei miei incubi lui non tornava perché lo avevano portato via, l’avevano arrestato da innocente- troppo onesto mio papà per essere colpevole- l’avevano rapito, lo tenevano chissà dove e me lo portavano via. Allora se succedeva di notte  mi svegliavo, ciondolavano le gambe seduta sul letto, il lettino di mio fratello accanto al mio e lui lì beato inconsapevole, scendevo e andavo in camera dei miei genitori, facevo il giro del letto, lui dormiva dal lato della finestra e mi mettevo davanti a lui, in piedi, ferma, in apnea. Aveva gli occhi chiusi e mi chiedeva se era stato un brutto sogno, gli rispondevo di si, mi faceva spazio e mi infilavo tra lui e mamma. Il mattino dopo gli chiedevo come facesse a sapere che ero lì, accanto a lui, in piedi perché non avevo fatto rumore, il frastuono lo sentivo solo io. Mi rispondeva, ogni volta, che lui dormiva “con un occhio solo”. Per me significava che mio papà ci proteggeva tutti sempre. Non che avesse il sono leggero. Se questa paura arrivava di giorno spostavo l’area di gioco mia e di Diego dalla cameretta sempre più verso la porta di ingresso e allora era tutto un “dai si prendi le macchinine gioco con te in corridoio”, lui era contento io ero in appostamento. Non sapevo leggere l’ora ma riconoscevo il suono del campanello. Doppio veloce. Era lui, era fatta, non lo avevano preso.

Lo scorso fine settimana l’ho riportato a casa, ho aspettato di vederlo uscire con le sue gambe dal pronto soccorso, ha sorriso, ho sorriso un po’ in apnea,  ho guidato con lui seduto accanto ed era fatta.

Adesso smaltisco di notte, dormo con un occhio solo e sento ogni rumore. Tutto tace e io sento il frastuono. Tutto tace e io sono il frastuono.

È il lupo che mi vive dietro lo sterno, l’animale che mi porto dentro. Con la luna piena la nostra convivenza si complica. Ah, non è adesso la luna piena? Ah, sarà tra due settimane? Ecco, figuriamoci allora cosa succederà.

Il lupo che mi vive dietro lo sterno è costretto dalla gabbia toracica, sta lì, così vicino al cuore che a volte temo lo abbia mangiato, così prossimo ai polmoni che  a volte dico ecco perché mi manca il respiro. Vive in gabbia e ho imparato a conoscerlo, è mio. Passa molto tempo a dormire ma penso che dorma con un occhio solo, non so se per proteggere me o se stesso. Non so se c’è differenza.  Poi succede, perché succede, che si svegli. E allora passa molto tempo sveglio, il mio lupo dietro lo sterno.  E succede, perché succede, che voglia uscire, che voglia fare un giro anche piccolo, anche appena più giù, nei visceri molli, nell’addome, dove la gabbia non c’è, dove il rumore del cuore che pompa non lo indispettisce, dove ogni respiro non lo costringe ad accucciarsi, e allora per sfinimento gli concedo di farlo. Il lupo che mi vive dietro lo sterno a volte, come adesso, mi vive nella pancia e da lì smuove quel che vuole, in genere tutto quello che avevo accantonato per  eliminarlo, tutto quello che avevo digerito , tutte le paure e le insofferenze, anche le sofferenze. Scava buche e ritira fuori. C’è di buono che lupo che mi vive dietro lo sterno a volte ha ragione.

Adesso resto sveglia di notte, aspetto che torni in gabbia. Tutto tace e io sento il frastuono. Tutto tace e io sono il frastuono.

Abbiamo avuto una divergenza, capita in tutti i matrimoni, abbiamo avuto di peggio.  Ma è una divergenza sua, è una divergenza diversa la sua. È una divergenza sempre un po’ mascherata, sempre un po’ alla “fai come vuoi. MA”. La mia divergenza è più qualcosa tipo ”pensala come vuoi, cazzo me ne frega, non devo mica farti cambiare idea”. Abbiamo avuto una divergenza, il lupo era già sveglio, abbiamo avuto una divergenza e se il lupo fosse stato addormentato sarebbe morta così. Invece c’è il frastuono delle tre del mattino, c’è quel lasciarlo perdere così, si, sai cosa c’è? Te lo dico, te lo dico chiaro e tondo: non ti piace cosa ho detto, cosa ho fatto perché non è nel tuo stile? Allora, sappi che è nel mio stile. Lo so che lo sai, lo sai tu, lo so io, lo sa il lupo. Mi hai detto che amare significa anche questo, accettare quel che non ci piace o che non condividiamo. Era ora che toccasse un po’ anche a te, accettare. E adesso continua a pensarla come vuoi, me ne sto qui sul divano con il lupo nella pancia e c’è di buono solo che domattina tu non ti sarai accorto di niente, del frastuono, del lupo libero che scava, della divergenza, di una tua frase scema che per me è diventata frastuono perché io lo so cosa vuol dire fare pace ogni volta con un aspetto, un lato, uno stile, un modo, un tempo discorde. E non so se questo è amore. Se anche questo è amore. So che ti amo, con il mio stile. Libero.

Ed è ancora notte, una notte in cui tutto tace e io sento il frastuono. Tutto tace e io sono il frastuono.

Il rumore di pentole e stoviglie, la grattugia del parmigiano di metallo,la scatola di latta dei biscotti. Lacrime fastidiose. Indifferenza. Resistenza. Mia nonna paterna non mi manca mai. È morta l’anno prima che nascesse Cristina, è caduta, è morta per un’emorragia interna. Mia nonna paterna mi ha lasciato un pezzo di nome, il secondo, una rottura nei documenti. E lo smarcarmi continuo durante l’infanzia dal suo esempio. Mia nonna piangeva sempre. Non mi stava simpatica, era pesante, aveva questa cosa di pretendere l’amore, l’attenzione, diceva a mio nonno “mi vuoi bene? mi devi volere bene” e lui rispondeva scocciato. Rispendevamo tutti scocciati. Anche mio padre si scocciava. Mia nonna paterna pensava che se fai il bravo vai in Paradiso, se fai il cattivo vai all’Inferno. Divideva il mondo per due: quelli che mangiano (i bravi) e quelli che non mangiano (i cattivi), io non mangiavo, Diego mangiava. Quelli che le dicono che le vogliono bene (i buoni) e quelli che non glielo dicono (i cattivi). Io non lo dicevo. Quelli che si interessano delle sue malattie vere presunte millantate (i buoni) e quelli che non si interessano perché oh guarda c’è il mondo da vivere lì fuori (i cattivi). Io non chiedo mai a nessuno come sta, ancora poi mi risponde. Quelli che tifano per lei (i buoni) quelli che tifano per nonno(i cattivi). Mio nonno era simpatico, egoista, ma simpatico. Mia nonna e le sue dicotomie. Io che vivo di antinomie.  Mia nonna e il suo stile. Io e il mio stile. Mia nonna che non so quanto amasse mio nonno, non lo so. So che non aveva ancora ventire anni ma già due figli attaccati al collo quando ha preso un treno da Napoli Centrale diretta a Torino Porta Nuova. Non penso avesse soldi o scorte di cibo. Forse un po’ di pasta con il pomodoro in una pentola chiusa con un coperchio legato da uno strofinaccio, l’avrà data tutta a loro da mangiare, avrà pianto, questo lo so. Ma solo dopo. Solo dopo che il treno è partito, solo dopo aver detto a suo marito che lei si metteva in salvo e metteva in salvo i suoi figli, che lei andava a Torino, da suo padre “mica a fare la puttana”, così gli ha detto, lo so, me l’hanno raccontato entrambi.  Erano troppi in quella famiglia, loro quattro e il vizio del gioco d’azzardo di mio nonno. Si è messa in salvo, non era il suo stile, ma l’ha fatto. Lui si è rimesso in carreggiata. Ha saldato i debiti e con gli ultimi soldi ha comprato un biglietto del treno per Torino. E ha comprato un cavalluccio a dondolo per mio padre. Era il suo stile. Ha messo via il demone. Ha chiuso il lupo in gabbia, ogni tanto lo faceva girare anche lui, lo ricordo.  Non so perché più passano gli anni, più si sommano le notti vigili, più invecchio, più questa storia mi fa piangere.

C’è di buono che è notte e che nessuno l’ha sentita, forse solo il lupo qui nel frastuono, ma lui la conosce già.

 

In foto io che non mangio, non dico ti voglio bene e preferisco il nonno. Tranne quando mi fotografa.

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Dedicato (attenzione contiene tracce di polemica)

 

Alle cameriere dei bar di paese, con un tatuaggio sulla caviglia o sul polpaccio, con la riga nera dell’eyeliner Kiko, sempre quella sempre uguale dagli anni novanta, come Kelly di Beverly Hills, ore di esercizio in bagno invece di studiare, da ragazzine, tecnica perfetta, sempre quella, sempre uguale. Alle cameriere dei bar di paese che quando smontano dal turno c’è sempre un Loris o un Denis o un Chris con l’acca e con un’alfa rossa, o nera, fresca di autolavaggio a gettoni, ad aspettarle ma mai, mai, a prenderle. Mica come Kelly di Beverly Hills. Alle cameriere dei bar di paese che sanno tutto di quel che succede nel bar del paese. E basta.

Alle madri dei maschi, quelle che trattano i propri figli come se avessero disturbi dell’apprendimento. Quelle madri che vestono ragazzini di dieci anni e gli asciugano i capelli dopo la doccia-fatti la doccia, vuoi una mano?-e gli tagliano la pizza. Alle madri dei maschi che  chiedono aiuto alle proprie madri per crescere un maschio.  Alle madri dei maschi che non hanno mai capito come funzionano, i maschi.

A me che per fortuna degli uomini e delle prossime generazioni di donne  non ho figli maschi.

A mio nipote, maschio, che nascerà a breve. Mi scopro ad aspettarlo, chissà come funziona.

A mia nipote, femmina che allarga le braccia più che può quando le chiedo “quanto bene a zia?”, strana che è, chissà come funziona.

Alle madri dei maschi, quelle che ci provano. Io vi ammiro, siete le mie preferite. Io non sarei capace, per carità.

Alle nonne, quelle che parlano male delle madri dei loro  nipoti nei cortili delle scuole insieme alle altre nonne. Vi sento, vi vedo. Voi che avete cresciuto i vostri figli trattandoli come se avessero disturbi dell’apprendimento e ve ne andate in giro tronfie. Non avete fatto un capolavoro, sappiatelo.  Qualcuno deve pur dirvelo. Tendenzialmente quell’ingrata di cui sparlate si è fatta un mazzo così per rimediare a tutte le idiozie che avete inculcato nelle teste dei vostri figli, dopo averle asciugate dopo la doccia prima di sminuzzargli il cibo. Una gamma di sciocchezze che vanno dal “se mangio un biscotto poi per tre ore non posso fare il bagno” al “la mollica del pane lievita nella pancia e uccide” passando per la frutta a cui “togliere la pelle”invece di sbucciarla. Altro che alla frutta. A voi toglierei la pelle.  Vi sento e vi vedo. Ve lo meritavate tutto quello che le vostre suocere dicevano di voi. Ecco.

A quelli che ce l’hanno fatta. Beati. Come si sta? Bene? Com’è poi avercela fatta? Spero sia stupendo visto quanta fatica è costato. Insomma, ci vanno garretti d’acciaio per arrivare dove siete arrivati, no? Considerando da dove siete partiti, poi. Dal mangiarvi le unghie dei piedi sul divano guardando Supercar, diciamo che per salire bastava poco, però bravi, complimenti. Avete le scarpe che volevate, quelle inglesi, il paltò comprato in centro, avete poi preso anche degli aerei, bene, viaggiate. Sembrate quasi  uguali a quelli che non hanno i vostri polpacci grossi perché non hanno dovuto faticare per nulla. Perché ci sono nati che avevano già vinto nella vita. Quasi uguali, però. Attenti, non abbassate la guardia, basta un attimo di distrazione e si vede, si nota la differenza, la sbavatura, attenti. Si vede che nella vostra storia in realtà era scritto di aspettarla quando smontava il turno al bar, ammazzando una zanzara senza sporcare il cruscotto.

Alle donne che in palestra non si fanno la doccia dopo l’allenamento. Si tamponano con un asciugamano, si spruzzano del deodorante, passano la chioma sotto il phon e vanno via. Come cazzo fate?!

A quelli che hanno votato per quello, il coatto bulletto da scuola media che fa l’assaggiatore nelle sagre. Esistete davvero?

Alle rappresentanti di classe. Perché lo fate?

Alle mie amiche salvavita, che sono solo due. Alle loro ferite, alle loro storie, alla nostra storia, al tempo che ci sgualcisce eppure siamo sempre più belle, alle botte, ai lividi che ci sono fioriti addosso e che esibiamo come ornamento, alla resistenza che vuoi mettere con la moda della resilienza? A noi che di questa storia siamo le partigiane.

A mia figlia Pepe che si trova bellissima. A mia figlia Pepe che ieri mi ha raccontato di questa ragazzina che piace a tutti precisando che non è vero perché a lei non piace, quindi già non si può dire che piace a tutti.  “perché non ti piace ? è carina”-“ha la faccia schiacciata, sembra un plum-cake e poi ha vestiti di marche che nessuno conosce ” (Armani & co). A mia figlia, alle sue gonne di tulle di Zara, a chi ti dice “se a me non piace, allora non è vero che piace a tutti”. A mia figlia Pepe, che è bellissima.

A mia figlia Cristina che assomiglia a suo padre ma, sorpresa: quanto di me nei suoi  sguardi. A mia figlia Cristina che non sopporta quelli del “siamo tutti uguali”-“facciamo uguale per tutti” perché non è giusto. Perché i propugnatori  del siamo tutti uguali hanno creato la diffidenza per chi è diverso. A mia figlia Cristina che sa che siamo tutti diversi, evviva, a mia figlia Cristina che è uguale a suo padre e diversa da suo padre, a mia figlia che sa che se siamo tutti diversi allora, davvero, possiamo pensarci uguali.

A quelli a cui scrivi una mail e non rispondono. Ma poi la fanno leggere a tutti, anzi a molti, perché a me non l’hanno fatta leggere. A quelli che non rispondono ma non cancellano. Eppure c’è il cestino, anche nella casella di posta elettronica. Ma sono abituati a tener da parte, hanno imparato a suon di scorrettezze mentre scalavano  per arrivare in alto e farcela.

Alle famiglie tradizionali, quelle giuste, che bellezza, che ordine. Il primo posto dove ci si sente amati e protetti. E giudicati. E inadeguati. Alle famiglie arcobaleno, che arrivano sempre dopo i temporali e magari ci trovi anche il pentolone d’oro. Alle famiglie monogenitoriali dove ci si arrangia un po’ di più forse. Arrangiarsi è la mia declinazione preferita dell’amore.  Perché arrangiarsi è come aggiustarsi reciprocamente. Perché a volte quel che commuove non è il testo, ma l’arrangiamento. Alle famiglie allargate, se davvero riescono. Alle famiglie estese che non riescono mai. Sappiatelo.

A quelli che vanno via. Che lasciano. Che smettono di amare. A quelli che iniziano ad amare e poi smettono di amare, come si fa con una disciplina sportiva. A quelli che non lo sanno quando hanno smesso, non sanno dirtelo. E non sanno dirti altro, devono chiedere, non sanno, non sanno più niente all’improvviso, prima sapevano tutto e non mancavano mai di sottolineare evidenziare far risaltare questa loro onniscienza e poi così,di colpo, slatentizzano il loro disturbo dell’apprendimento infantile.  Non sanno più nemmeno perché ti hanno amata. A quelli che non è mai colpa loro. A quelli che, secondo me, pure due schiaffoni però, con le mani aperte e  le braccia larghe. Quanto bene?!

A quelli che fanno come gli pare ma tu no. A quelli che dicono cosa vogliono ma tu no. A quelli che non devono darti spiegazioni ma tu si. A quelli che tu sei una schifosa ma loro no. A quelli che buttano i pacchetti di sigarette vuoti per terra. Eppure c’è il cestino. A quelli che invece di “vedere” “visionano” (giuro che è reale, anzi “veritiero”, giuro è vita vissuta potrei andare avanti all’infinito).  A quelli che il titolo di studio non serve e sono sempre quelli che non ce l’hanno, però. Perché gli altri lo sanno che non serve, non hanno bisogno di dirlo. A quelli che è sempre un “ti spiego” per mettere una patetica pezza sull’ennesima cazzata. No. Non spiegarmi.  Non ne saresti capace. Usa la pezza per coprirti il faccione cadente e sparisci.

A quelli che non si sono riconosciuti, per evidenti disturbi dell’apprendimento.

A quelli che si sono riconosciuti e non possono farci nulla.  Quanto bene?

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Una di quelle

 

Una di quelle, ecco, sono una di quelle che vede il lampo e aspetta il tuono. Non conto i secondi che passano tra i due, non chiudo le finestre ma mi giro verso di lui e gli dico “non è che mi lasci? “ e conto i secondi che impiega a rispondere “no, figurati” . Sono una di quelle che è stata lasciata durante un temporale, da lui, quello che adesso mi dice, sempre, no figurati. L’unica volta che mi ha lasciata mi ha lasciata così. Era un giorno che era notte e non mi aveva detto che mi stava lasciando, io l’ho capito che era andato via e allora sono salita in macchina e ho guidato sotto il temporale fino a un posto in cui non avrei dovuto trovarlo e invece era lì. L’avevo trovato dove lo stavo perdendo. Da quel giorno che era notte ogni volta che c’è il temporale io vedo il lampo e aspetto il tuono, non conto i secondi e non chiudo le finestre ma mi giro verso di lui che un giorno che era notte si è preso il mio amore per i temporali e me lo restituisce un po’ alla volta con quel “ no, figurati”.

Sono una di quelle che il mattino no, grazie, no. Non devo vedere, sentire, parlare, pensare. Si, sono una di quelle che il mattino odia tutto e tutti e i suoi genitori per averla messa al mondo costringendola a vivere in un sistema che prevede l’obbligo scolastico e l’ingresso alle 8  e le sue figlie per essere nate in un sistema che prevede l’obbligo scolastico e l’ingresso alle 8. Odio lui che si alza, sempre, sorridendo al mondo, alla vita, a me, persino a me. Allora mi alzo un’ora prima di tutti. È la mia strategia: odio aprire gli occhi su un nuovo giorno e allora lo faccio un’ora prima di quando potrei. Perché in quell’ora sono libera di odiare, imprecare, rimuginare, mugugnare, borbottare, sbuffare. Nessuno mi sente, nessuno lo sa. Dopo sono pronta. Per svegliare le mie ragazze canticchiando stonata parole inventate, rime orrende e prive di metrica, ballando con passetti ridicoli in corridoio, perché il loro risveglio sia lieve e buffo, perché possano sorridere al mondo, alla vita, a me. Persino a me.

Una di quelle che niente è stato facile. Il liceo una pesantezza, l’Università una lotta, ogni esame ansia paura disfatta dolore. Per ventisei volte più le bocciature. Sempre certa che non sarebbe andata bene, sempre incredula quando, poi, andava bene. Una di quelle che studia la propria tesi di laurea dopo averla scritta e la sottolinea e si fa venire i dubbi di non saperne abbastanza.  Il  lavoro una ricerca di me stessa continua, una fatica capire che non era l’ambito nel quale io avrei mai potuto trovarmi. E allora ricominciare la fatica di cercarmi ancora, da un’altra parte, ogni volta.

Una di quelle che le gravidanze per carità, per carità, signora mia. La prima è stata un avvertimento della salita che mi aspettava, con un aborto ritenuto. Finita così, senza una goccia di sangue a indicare che avevo perso. Solo un cuore che non batte più in una pancia già evidente, di quelle che ti viene voglia di guardare. Avere Cristina è stato come scommettere, aveva il 50% di possibilità di nascere e il 50% di possibilità di morire, dunque. Ho puntato tutto quello che avevo restando immobile nel letto sperando che tutto quel sangue smettesse di scendere, a indicare che avevo vinto. Aspettare Pepe è stato un impegno infilato tra mille altri impegni, Cristina di sedici mesi, una nuova attività lavorativa, lui che si era dimenticato che io ero io, ero una di quelle che niente è stato facile, nemmeno stare con lui, nemmeno lasciarlo andare via, nemmeno vederlo tornare. Vomitavo, vomitavo come se dovessi morirne.  Pensavo di non potercela fare, ce la facevo, vomitavo, pensavo che me lo meritavo di stare così male, io che in fondo i figli non ero così sicura di volerli, io che sono una di quelle che non si spiega, ancora, come sia possibile che queste due creature siano capaci di amare così tanto. Persino me.

Sono una di quelle che ha un cognome difficile da pronunciare perché c’è uno iato, due vocali che incasinano parecchio, una di quelle che ha passato anni a provare imbarazzo ogni volta che veniva sbagliato come se fosse colpa mia, scusate, scusate tutti se ho uno iato, colpa mia, di mio padre, di mio nonno, di tutta la sfaccimma di famiglia mia, scusate, non so come rimediare, provo a usare il cognome da sposata ma è come indossare un abito preso a prestito, come guidare un’auto che non è la mia. Sono una di quelle, adesso, che come ti permetti di sbagliare il mio cognome, scusa, fai più attenzione, se non sai leggere correttamente una “a” a cui segue una “e” sei ben un cretino, ti faccio lo spelling ma talmente rapido che ti faccio vedere io, perché in fondo, scusa, sei solo uno che non sa leggere.  Cretino, tu e tutta la sfaccimma di famiglia tua.

Una di quelle, poi, che ha problemi con i sensi, ne ho alcuni più sviluppati di altri. La vista è debole, vero, ma l’olfatto è quasi ferino. Il tatto mi tradisce, manco di delicatezza, ho le mani ruvide, non sentono moltissimo, sono attraversate da righe e taglietti, non ci leggi il futuro. Nelle mie mani ci trovi il passato: il calletto di chi ha usato la penna come se fosse un fucile, i solchi di quanto ho tenuto stretto , i segni di quello che mi è sfuggito. Il senso dell’udito e quello del gusto li uso a mio piacimento,ormai. Sento se mi va, assaggio se mi va. Sono una di quelle a cui hanno dato in sorte anche il senso del dovere, comunque. E il senso di colpa. Mischiati con gli altri sensi, così che non si vedesse che io ne avevo di più degli altri. Sono una di quelle che se c’è da fare una cosa si fa, si fa bene, si fa tutta. Altrimenti, scusate, è colpa mia. Sono una di quelle, però, che mica può essere sempre così. Non è giusto, insomma, che sia sempre colpa mia. Ah, ho anche un profondo e feritissimo senso di giustizia.

Una di quelle che trova tutte le risposte in doccia. Anche a domande che ancora non mi sono posta. E trovo le parole giuste, gli incipit e le chiuse migliori. Il significato della vita, del tempo che passa.  Trovo il bandolo della matassa, l’ago nel pagliaio, pagliuzze  e travi nei vari sguardi. Chiudo discorsi in sospeso senza l’altro interlocutore, faccio le prove, patteggio il rimorso, alimento il rancore.  La ricetta della torta per le ragazze, l’idea per le bomboniere, il titolo del libro da consigliare a Betta, quella cosa, quella cosa lì da raccontare a Mara.  Quando esco punto il phon sullo specchio appannato, tutto si dissolve, conto i secondi che passano e alla fine, di tutto questo, resto solo io.

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