La verità

 

La verità è che la verità non esiste.

La verità è che ti raccontano della verità dei sentimenti e non è vera. Che parola folle, sentimenti. Senti. Menti. Senti? Menti. A te stesso e agli altri. Quello che senti è reale ma non è vero. Senti questo calcio nel culo? È reale. Ma non è vero. Mente. La verità dei sentimenti è che sono reali come un calcio nel culo. Ma mentono.

La verità è che all’Università ho imparato che esiste la verità processuale. È vero quel che si dimostra vero nel processo. Un processo è fatto di tante cose, soprattutto di scambi di parole, di memorie, di tesi sostenute con la forza persuasiva della parola. La parola più bella è quella più vera nel processo. Ecco perché alcuni avvocati sono più bravi di altri. Perché raccontano meglio la verità processuale. Altri si limitano agli intrallazzi con i carrozzieri con il dubbio di quante zeta usare. Comunque saranno vestiti nello stesso modo, gli uni e gli altri. La verità è che non si può distinguere il capace dall’incapace.

La verità è che la capacità è la possibilità di contenere. La verità è che nessuno è davvero capace sempre per sempre. A un certo punto arriva quella quantità minima che fa uscire tutto e la verità è che non è niente di imprevedibile, di inaspettato, non è una tegola che casca sulla testa, la verità è che è una goccia che fa traboccare il vaso. E il capace diventa incapace.

La verità è che sono arrivata in ufficio con un carico negativo addosso e con la musica cattiva nelle orecchie a darmi il tormento, a superarmi in rabbia e urlavo e ridevo, mi guardavo nello specchietto e piangevo e ridevo e per la prima volta dopo mesi ho faticato a trovare un posto, un parcheggio e tutta quella negatività mi batteva sul finestrino a dirmi “hai visto deficiente? Hai visto che sono di nuovo qui? ”

La verità è che agli anziani dovrebbero rinnovare la patente non se sentono o se vedono. Ma dovrebbero provare a cronometrare il tempo che impiegano da quando salgono in macchina a quando partono e liberano il parcheggio. Quello è. Non serve altro. Liberate i parcheggi velocemente. Voi avete poco tempo per questioni anagrafiche, noi diventeremo anziani nell’attesa che voi usciate. E avremo poco tempo anche noi. La verità è che il tempo è poco.

La verità è che la gente spia. È curiosa. La gente vuole sapere cosa fai, per il gusto di saperlo, di raccontarlo a uno che non ti vede. La verità è che poi non se lo sanno tenere. Spifferano come un infisso vecchio. Come l’aria dall’intestino del mio cane, me ne accorgo solo dalla puzza mai dal rumore. La verità è che non racconteranno mai la verità, non a testa alta, nemmeno a voce alta. Perché la verità non esiste.

La verità è che manca il coraggio. Da una certa età in poi manca il coraggio di sentirsi bene, belli, liberi, perfetti, giusti. Pepe ne ha ancora, Cristina sempre meno. La verità è che i bambini sono coraggiosi e che non si torna bambini. Si diventa vecchi. Impauriti. Lenti. La verità è che anche i coraggiosi hanno paura.

La verità è che i legami di sangue non esistono. La verità è che le persone che noi scegliamo non hanno il nostro sangue. La verità è che si giocava con i cugini da piccoli perché lì ti portavano. Perché i miei genitori non avrebbero mai organizzato una cena con i genitori di Laura, la mia migliore amica delle elementari e delle medie. Ma con i miei zii. E allora stavi con chi c’era. La verità è che nella vita è meglio stare con chi ci piace perché, al netto del tempo passato in coda per un parcheggio, la verità è che la vita dura poco.

La verità è che più lavori, più cresci, più spali la merda incrostata dai tubi della tua esistenza più sei solo. Saranno sempre di meno le persone con cui condividere i tuoi risultati. Ma saranno persone preziose, saranno quelle giuste. La verità è che nemmeno loro saranno indispensabili.

La verità è che non si può essere madre e figlia contemporaneamente e con la stessa intensità. La verità è che i figli vanno lasciati andare. E anche i genitori. La verità è che si sceglie, anche in questo caso. C’è chi sceglie di essere più figlio, c’è chi sceglie di essere più genitore. Io ho scelto, esco in fretta dal parcheggio perché, dopo una giornata in ufficio, porto le mie ragazze a tennis e a karate.

La verità è che si dimentica. La verità è che ci si dimentica. Di ascoltare, perché se quel che senti mente, magari quel che ascolti no. Ci si dimentica di aver detto, di aver pensato. Ci si dimentica pezzi di vita, ci si dimentica il valore del tacere quando non si sa. Ci si dimentica gli uni degli altri. Ci si dimentica dei legami. Si hanno i segni dei nodi e ci si dimentica come ce li siamo fatti. Si dimentica il bene e l’amore. Si dimentica anche il male. Ma dopo. Solo dopo, questa è la verità.

La verità è che siamo tutti un pezzo dimenticato di qualcuno che non sa più chi siamo. La verità è che, a volte, ci si può ripresentare e ricominciare. Io lo facevo con mia nonna nei tempi meno bastardi della malattia, quando mi dava del lei e non sapeva di me perché mi aveva dimenticata.

La verità è che all’Università non si impara niente. È che la gente spia dal buco di una serratura che tu decidi, ma non lo sa e pensa di aver “scoperto” e non c’era niente di coperto. La verità è che il tempo basta, basta sempre. La verità è che il sangue è solo un fluido corporeo ma mio fratello l’ho scelto e prenotato per questa vita e lui è arrivato. La verità è che io mi sono ripresentata a me stessa e non capisco, non capisco, proprio non capisco chi non ci prova a fare lo stesso. La verità è che ho paura. La verità è che dimenticherò le mie figlie ma so che mi innamorerò di loro sempre, come se fosse la prima volta. E mia madre dimenticherà me. La verità è che non so se questa volta le piacerò quando ci ripresenteremo.

Ma questa è la mia verità e la verità è che la verità non esiste.

 

coraggio

Raccolgo le forze

 

Raccolgo le forze. Mi volto poco, sempre meno, sempre per gli stessi motivi e per le stesse ombre. Sono mendicanti squallidi, hanno visi lividi e bisogni pallidi. Non voglio perdonarli , non ci penso proprio. Non li combatto ma li ho già vinti. Si dice che tutti i nodi vengono al pettine. Io non ci credo ecco perchè ho le forbici in mano.

Raccolgo le forze perché ho smesso di raccogliere le provocazioni che pesano troppo e valgono niente. Non viaggio comunque leggera, è un fatto mio, di indole e costituzione, le sensazioni pesanti is the new “ho le ossa grandi”.

Raccolgo le forze e non ho più fretta. Aspetto. Si dice che la fretta sia una cattiva consigliera, non lo se è vero. Si dice che la pazienza sia la virtù dei forti. Io mi sto allenando, mi è servita molto la meditazione. Della vendetta.

Raccolgo le forze e sollevo dubbi, praticamente faccio frontal squat con i manubri per rassodare i miei pensieri.

Raccolgo le forze perché i fiori non mi piacciono, raccolgo le forze perché quelle ho innaffiato e curato e poco altro ho seminato che non fossero le mie forze, le mie sole forze e loro mi hanno ripagata con un raccolto abbondante e generoso.

Raccolgo le forze e resisto. Resto salda, questo è resistere. Mi oppongo fortemente. Al vento, quello leggero, quello della calunnia che i mendicanti squallidi mi hanno sbuffato addosso. Alla frase, quella sulle mie figlie, condannate ad avere una madre come me. Detta da un’altra madre. Detta da chi non conosce vergogna. Raccolgo le forze e presento il conto, si dice così quando devi regolare un torto ricevuto. Subito.

Raccolgo le forze per stringermi di più ogni volta che mi sento sola e lontana, infilata nel fondo di qualche ricordo buio, per consolarmi, per contenermi, aggressiva, con un abbraccio che mi risolva le crisi. Raccolgo le forze ed è la mia terapia.

Raccolgo le forze e racconto, coloro le labbra di rosso, come in un rito tribale o in un sacrificio. Come un indovino o una sacerdotessa, testimonio, ricordo. Sono un correo che confessa ma non si pente.

Raccolgo le forze e aspetto. Ascolto. Ogni scusa non richiesta si dice che sia un’accusa manifesta. Chissà la telefonata di prima cosa è. Osservo. La neve che scende, si poggia, si sporca, si scioglie. Il mio riflesso nel vetro, mi piace quel che vedo, mi volto poco sempre meno. Le ombre non lasciano impronte.

 

neve

 

 

 

Prendere o lasciare (quando sei arrivato tu)

 

Tu hai preso un treno per Milano e io ti ho lasciato il trolley pronto, solo da portare via. Io ho preso un giorno di ferie e tu mi hai lasciato le chiavi della macchina grande al solito posto, sul mobile dell’ingresso.
Non ci sono abituata. A te che non ci sei a dormire, alla macchina grande, a un martedì che sembra domenica e non puoi capire cosa danno in televisione durante un giorno che sembra domenica ma è martedì.
Ho lasciato il brusio di alcuni pensieri come sottofondo. Ho preso il ritmo di un ricordo che ce l’ho che mi rimbomba da un po’, mi solletica i capelli. È un ricordo di quel che è successo a me, lontano da me, come a una festa quando tutti ballano e tu stai in un angolo ad aspettare. Che finisca la musica, che taglino la torta, che entri qualcuno che conosci, finalmente,  intanto ti appunti i nomi e le facce e non coincidono mai le facce con quei nomi e allora resti generico, vago, aspetti. Chissà se il mio nome resta appuntato alla mia faccia. Penso di no, ho scoperto che le nuove conoscenze, quelle che arrivano dalle bambine, mi chiamano Cristina. Per molti sono Sonia la mamma di Cristina. Per molti sono direttamente Cristina. Ho scoperto che mi giro lo stesso, sai, se sento chiamare Cristina. Lascio che mi cambino il nome.
È un ricordo dove tu non ci sei, che strano. È un ricordo dove non ci sono, più, nemmeno io. È un ricordo di quel che mi è stato lasciato, di quel che è stato preso, quando tu non c’eri, quando io c’ero e mi chiamavano solo Sonia e non mi giravo se mi chiamavano con un altro nome e a Milano, magari, ci andavo io e alle feste stavo, comunque, in un angolo. Acuto. È un ricordo dove poi tu arrivi, come sempre. E mi trovi con quel che è stato lasciato, senza quel che è stato preso, e hai la mia faccia appuntata addosso e la riconosci, da chissà dove, senza avermi mai vista prima e non mi chiami Sonia, nemmeno Cristina, nemmeno sai come mi chiamo.
È un ricordo che vive del suo abbrivio, il tempo di lasciarlo andare e poi finisce alla deriva o si infrange da qualche parte, va in pezzi e quei pezzi si sparpagliano e così li ritrovo e su ciascuno c’è una parte che è una parte di come ero e di come non sono, di cosa è stato preso, di cosa è stato lasciato. Non li raccolgo, non li ricompongo, ma li guardo. Li collego al brusio dei pensieri di sottofondo, faccio da corpo calloso a tutto questo prendere o lasciare che, oggi, mi riguarda di più solo perché lo sento di più, solo perché è da troppo che tutto gira tra lo spazio, sempre quello, del mio stomaco e della mia pelle.
Sono quel che è rimasto. Più te.
Sono quel che è stato lasciato, sono quel che non è stato portato via. Più te. Meno te. Più quello che hai portato, meno quello che hai preso.
È stato lasciato lo stomaco ed è stata lasciata la pelle, entrambi acciaccati e sensibilizzati e maggiormente intolleranti. Hanno preso le farfalle, penso siano in giro per Milano. Hanno portato via lo strato più sottile di pelle, come dopo una bruciatura al mare, come quando ti spelli sulle spalle o sul naso e poi, con gli anni, con la protezione, con la minor esposizione, non ti spelli più. Quel che è rimasto, quando sei arrivato tu, era questo. Lo stomaco ancora forte, ma senza lepidotteri. E la pelle, ma più spessa.
È stato lasciato il sorriso ma hanno portato via ettolitri di lacrime, non hanno lasciato riserve. Quando sei arrivato tu ho cominciato a metterle da parte di nuovo. Ne hai già prese tante anche tu.
È stato portato via il silenzio ed è stata lasciata la solitudine, quel non riuscire a stare con nessuno se non con quella parte così lontana di sé che diventa altro da sé e in quella lontananza si trova conforto e in quella solitudine si trova compagnia. Quando sei arrivato tu ero sola nel rumore.
È stato lasciato il tempo del futuro, la maggior parte. È stato preso il tempo del passato, semplice e imperfetto. È stato portato via l’imperativo. Non quello categorico. È stato lasciato il condizionale. Quando sei arrivato tu non avevo l’uso dell’infinito. Nemmeno tu, ma hai portato il presente.
È stato lasciato ogni dubbio al suo posto, è stata presa ogni certezza con furbizia, con scaltrezza, smontandone un pezzo alla volta, minandone la veridicità, travestendola da insicurezza, da ipotesi, da esitazione. Quando sei arrivato tu ho avuto il dubbio che fossi la mia certezza più grande.
È stata presa la tenerezza, i cuori sulle agende, gli squilli al telefonino, le iniziali scritte con il bianchetto, la smania di scoprire e andare oltre, la voglia di giustificare, la capacità di farlo.
Sono stati lasciati, in cambio, graffi ed ecchimosi sull’autostima, lividi e segni di percosse sull’istinto a fidarsi, lesioni gravi all’orgoglio. Quando sei arrivato tu avevo ancora l’odore delle medicazioni addosso. Ma tu avevi le tue, di medicazioni, e non ci hai fatto caso.
È stato lasciato il sarcasmo come il pungiglione di una vespa. Attaccato al culo, è l’ape che lo perde. È stato lasciato il distacco come sesto senso. La capacità di andare via e non tornare, l’attitudine a chiudere troncando, con cesure brusche, senza complimenti, senza giri di parole, senza sospesi da incassare. È stato portato via il gusto di lasciar perdere, la capacità di respirare con il diaframma e rilassarmi, la diplomazia. Quando sei arrivato tu “vaffanculo” era la mia parola preferita. Lo è ancora. E tu l’hai lasciata così com’è.
Sono stati lasciati gli occhi e quel che hanno visto e quel che possono vedere quando sembra non ci sia nulla da guardare e le immagini impresse e le parole che si possono vedere anche quelle, anche quelle che non sono scritte, e gli odori, i profumi, i ricordi. E sono stati portati via i destinatari di quelle parole e la pelle che aveva quel profumo e gli abiti con i loro odori e i ricordi, ma solo quelli più lievi, perché il carico pesante lo hanno lasciato a me, costava troppo il trasporto e allora quando sei arrivato tu ero zavorrata da questi pesi e tu mi hai detto che per fortuna avevo gli occhi neri, perché di occhi azzurri eri circondato, non avevo voluto capire ma gli occhi neri , quelli me li avevano lasciati e ci vedevo te, le tue parole, le tue zavorre e ho dimenticato i ricordi, quelli più pesanti.
È stata portata via l’obbedienza. E non la rimpiango, che se la tengano. Ho raccattato in giro la disobbedienza, intellettuale ed emotiva. Mi piace di più. È stata portata via la dolcezza, era poca, ci hanno messo niente a metterla in tasca e andarsene. È stato lasciato il senso del dovere e il suo compare, il senso di colpa.  Ma li sto patteggiando. Quando sei arrivato tu pensavo di averti fatto male io. Ed era la cicatrice di un’ustione da caffettiera che ti sei procurato a 4 anni.
Sono state prese delle canzoni, per sempre. Sono state lasciate delle canzoni, per sempre. Quando sei arrivato tu mi hai detto che la sera facevi il d-jay. E dietro alcune mie richieste io lo so che tu sai che non ci sei tu ma quel che mi è stato preso, quel che mi è stato lasciato. Ma tu sei un d-jay che prende le richieste che gli fai, che lascia la musica e guarda quelli che ballano e chi no, chi resta ad aspettare in un angolo. Acuto.

Si dice separazione

 

Ho segni di pennarello sul corpo, cerchi rossi, piccoli e distratti. Sui fianchi, sulla pancia. Sull’ esterno coscia e sulla schiena appena sopra il sedere, dove finisce la colonna e ci sono, o almeno io ho, quelle due fossette come pizzicotti decisi. E ho segni di pennarello verde verticali che corrono lungo gli addominali come spicchi di un’arancia, anzi di pompelmo. Sfumature di asprezza. Sono i segni che illustrano la nuova geografia del mio corpo e dei miei muscoli. C’è stata una separazione, diastasi, si dice diastasi, ed è stata come una deriva dei continenti che ha cambiato lo scenario per sempre. Si può correggere, la separazione, diastasi, si dice diastasi. Il chirurgo già che è lì che ripara, anzi già che io sono lì, può correggere anche i difetti che ha cerchiato in rosso. Le correzioni, tanto, sono per forza in rosso. Mia madre ha sempre usato la penna rossa per correggere i compiti dei bambini. Si metteva in cucina, con tutti i fogli sparsi sul tavolo, la cena sul fuoco, una sigaretta via l’altra, correggeva, commentava, scuoteva la testa, girava la cena, anni e anni così di penna rossa. Ma il chirurgo mi fa scegliere. Lei no. Nessuna maestra ti lascia decidere se ti sta bene l’errore o meno. Nessuna madre.

Se ci vivi bene te lo tieni. Se ti piaci lo stesso. Se ti piace lo stesso l’errore nel tema, nel problema, la moltiplicazione, l’analisi grammaticale, se ti piace lo stesso lasciamo tutto così. “se ti piaci lo stesso”. L’ha detto a me, l’ha chiesto a me, il dottore, mentre ero in mutande davanti a lui e al suo specchio. A me. Che non mi piaccio dal 1984, che non mi piaccio mai, che non vivo bene con nessuno soprattutto con me stessa, nemmeno con me stessa e che se avessi potuto quante volte mi sarei presa una pausa di riflessione da me  anche solo come scusa per frequentare un’altra e lasciarmi. A me  l’ha chiesto, nuda e scarabocchiata, senza grazia, senza cura, un segno qui, uno lì, due segni uno sull’altro che si accavallano, doppio difetto. No, dottore. Non mi piaccio. Non vivo bene. È una storia lontana, di cerchi rossi. Non i tuoi, non questi, non ora. Non c’entri tu. E nemmeno queste righe verdi che hai tirato dall’alto in basso sulla mia pancia partendo da sotto il seno fino al pube. Non c’entra nemmeno la pelle in esubero che mi hai pizzicato sotto l’ombelico per mostrarmela inutile. Cerchio rosso con linea verde. Si accavallano, doppio difetto. Mi si sono accavallati anche i pensieri per un momento, a far male come quando si accavallano i nervi, lo so, dottore che non si accavallano per davvero i nervi ma che si dice così quando fa quel male che sembra si siano accavallati. E mi sono accavallate anche due lacrime, due giuste. Ho pensato cose sciocche, per un momento, quello in cui ero accavallata, ho pensato che il mio parrucchiere, lui, mi fa sempre sentire figa e tu, tu, mi stai facendo sentire cessa e allora io non so più come mi sento, se figa o cessa. Dipende. Cerchio rosso, linea verde, pelle grinzosa, ciccia ma poca, magra ma migliorabile. E i due pizzicotti, quelli sopra il culo, quelli no, dottore. Quelli pensavo fossero speciali, pensavo fossero le fossette che non ho in viso quando sorrido e pensavo che a me le avessero montate dietro, ecco, e adesso tu me le cerchi come errori. Non c’entri tu, dottore, ti assicuro. Tu che mi prospetti la riparazione di questa separazione, diastasi, si dice diastasi e non sai quello che per questa pancia è passato, ci disegni sopra cerchi imperfetti mentre cerchi la perfezione su di me, illuso. Mi fai tenerezza, ora. Ma sono ancora accavallata, forse non vale. Mi fai tenerezza per quel tuo mostrarmi come potrei migliorare la ciccia, ma poca, e aggiungi la parola “mini” alla parola addominoplastica per renderla più facile e leggera.

Questa pancia non ha visto niente di leggero e facile. La separazione, diastasi, si dice diastasi, che vedi è lo spazio dove c’erano i piedi delle mie figlie. Puntavano proprio lì. Lo ricordo bene, dottore, mi calciavano in quel punto facendo un bozzetto e allora io spingevo con il dito, l’indice, e loro scappavano in quello spazio sempre più stretto e i miei muscoli cedevano e concedevano ed è ancora così, dottore, fuori dalla pancia, loro si impuntano, io alzo l’indice, si fanno spazio, cedo, concedo. Entrano nel mondo. Attraverso di me. Bisogna spiegarlo alle suocere quando offendono le madri.
È lo spazio dove ha battuto per la prima e per l’ultima volta il cuore di mio figlio nell’accavallarsi di dodici settimane, prima c’era e poi non c’era più. Che è come esserci per sempre. Il dieci agosto c’è per sempre ogni dieci agosto, il giorno in cui è andato via senza impuntarsi mai, scrivilo alla voce interventi chirurgici subiti: raschiamento. Senza mini. E non in rosso, perché questo non si può correggere.

E no, dottore, no. Non mi piaccio. Non mi piace la mia pancia e la separazione, diastasi, si dice diastasi. Mi copro sempre. E nemmeno il resto, quello che hai cerchiato, non mi piace. Non sempre, al secondo bicchiere di vino, rosso, un po’ di più o forse ci penso un po’ meno. Non mi piace nemmeno la forma dell’ombelico. Hai fatto bene a cerchiarlo di rosso, sarebbe da correggere. Ma sai, mi hanno già tolto un’ernia che era lì, sporgeva. Da allora ha questa forma triste, l’espressione vaga di chi non si è più ripreso. Sai cosa è stato? Lo sforzo, si. Lo sforzo di essere migliore. Lo sforzo di essere madre con la paura di non essere una buona madre. Lo sforzo di alzarmi ogni mattina per regalare sorrisi, io che non sorriderei per me ma per loro si. Lo sforzo di non usare mai la penna rossa ma solo l’indice per indicare la luna, per dirigere l’orchestra, per cantare ci sono due coccodrilli e un orangotango, per raccomandare il silenzio che ora si dorme, per dire no, questo non si fa, per fare cenno che si, vieni qui, avvicinati e lasciati tratteggiare con cura che mi piaci, tu si che mi piaci, per accavallarlo con il dito medio e sperare nella buona sorte.

Ma cosa vuoi dottore, io non uso diminutivi, non aggiungo suffissi, non uso la mini nemmeno se si tratta di una gonna, ormai. Mi arrangio sempre un po’, in un accavallarsi tra cessa e figa. Ma provo a farlo con maggiore cura di una volta. Ecco, dottore, mi maneggio con cautela, adesso. Con attenzione. Perché sono fragile. Sempre di più. Tanto più è robusto quello che creo quanto più sono frangibile io. Allora mi dispiace di averti usato per cercare di capire e di aver provato tenerezza, di aver pensato che un uomo, forse, di estetica non capisce molto.  Scusami se ho riso per le mie fossette sul sedere, è che ormai hanno la forma dei pollici di mio marito, al punto che pensavo, prima, quando ero accavallata, che forse me li ha lasciati lui in realtà quei solchi, in questi diciotto anni di abbracci che finiscono sempre lì, in quel punto. Mi dispiace, ma ho prenotato un taglio di capelli dal mio parrucchiere che mi dice sempre che invecchiare è un privilegio, ci  andrò sabato. Mi dispiace per tutti quei  paciocchi sulla mia pancia, hai giocato come un bambino con il pongo, li guarderò stasera prima di entrare in doccia e lavarli via. I difetti, la pelle in esubero, la ciccia, poca, per adesso li tengo. Non ci vivrò bene, questo lo so già. Si tratta del mio corpo, che diventa un estraneo in certi momenti, quelli accavallati, e si tratta di prenderci confidenza, di ripartire da capo, con le presentazioni e con il corteggiamento. Un corpo più vissuto di un tempo, certo. Per ogni cerchio rosso c’è una spiegazione, una storia, che parte lontana da altri segni, rossi, o forse no, non importa. È un corpo che racconta una storia, la mia, a volte non lo ricordo e lo condanno come se fosse stato usato da un’altra. Un corpo a volte estraneo, a volte adultero e invece no. Un corpo a cui si reca offesa non cerchiandolo di rosso ma smettendo di guardarlo, di percorrerlo, di tratteggiarlo. Un corpo che racconta la separazione, no, non si dice diastasi, che lacera per sempre, quella che con l’indice spinge ad andarsene nel mondo, raccoglie una lacrima, la porta al centro del ventre dove c’è stato un cuore che batteva e piedi che scalciavano, accavallati tra loro.

A sproposito

 

Ho iniziato l’anno con il torcicollo. Non posso girare la testa, a sinistra. E con il mal di schiena, basso, nella zona lombo-sacrale, che sembra mi abbiano piantato un coltello proprio lì. Una pena sedersi, alzarsi, sdraiarsi, chinarsi. Tutto quanto è dietro di me non posso vederlo. Tutto quanto è dietro di me pesa sulla schiena e fa male. Tutto quanto è dietro di me, mi sa, che devo lasciarlo lì per un po’ e guardare avanti. Pensare avanti. Aspettare e non voltarmi a cercare. Dimenticare. O anche solo lasciare. Lasciare andare, lasciar perdere, lasciar stare, lasciare come chi si lascia e non ci ripensa, sta male un po’ per un po’, ricorda un pezzo ogni giorno quella canzone, il maglione preferito, la vacanza, quel ristorante, il caffè come lo prendi, ancora macchiato, il sorriso e quei progetti e ogni giorno dimentica un po’ per sempre, un frammento, una cosa, un posto visitato, un piatto cucinato, quel ristorante, il caffè come lo prendi, amaro, io sempre amaro, la forma delle mani, la dimensione del palmo della mano, le unghie dei piedi se graffiano. Lasciare.
Ho iniziato l’anno che dovevo fare una ciaspolata serale sul Monviso ma non c’è neve e la nostra ciaspolata si è trasformata in una escursione notturna nei boschi con le lucine sulla testa e con la possibilità di avvistare lupi o cinghiali.
Ho iniziato l’anno cambiando programmi, quindi, facendo quello che potevo con quello che avevo, lasciando stare i piani stabiliti.
Ho iniziato l’anno con la sensazione che devo lasciare. Non è un proposito, non è roba per me, quella. Gli elenchi, i buoni propositi, gli impegni positivi e pieni di intenzioni positive e pieni di auguri positivi. No, non mi interessano. Sono più una donna da spropositi. È che non ci credo ai buoni. Anche se sono propositi.
Preferisco decidere, che è come lasciare. Decidere vuol dire “tagliare via da”. Do un taglio e lascio cadere. Do un taglio e lascio.
Preferisco continuare. O smettere. E iniziare.
Voglio continuare a scrivere, voglio smettere di far finta che non sia importante, voglio iniziare a dire che si, sono io, mispiego sono io, Sonia, mamma di Cri e Pepe, mispiego sono proprio io e lo so che tu, proprio tu, mi leggi di nascosto e pensi che non lo sappia. Va bene, tanto lo so che non capisci.
Voglio continuare a decidere chi frequentare di più e chi di meno, fino a lasciarlo. Non c’è tanto posto, non c’è tanto tempo. Voglio continuare a dire no a impegni che non mi interessano, a persone che non mi interessano, a discorsi che non mi interessano.
Voglio smettere di avere l’affanno se le giornate corrono impazzite, se il traffico alle 18 è faticoso, se la gente intorno gira in tondo e mai che casca il mondo e la finiscono.
Voglio smettere di aspettare il momento giusto.
Voglio iniziare a usare lo spray che fissa il trucco, mia sorella dice che è una cazzata, ma a me piace il profumo che lascia.
E voglio iniziare a cucinare i carciofi, che non sono capace.
Voglio continuare a leggere poesie aprendo a caso il libro e pensandole come degli oracoli o dei segni. Risposte.
Voglio smettere di cercare il senso.
Voglio continuare a sentire. Soprattutto di notte, nei sogni.
Voglio iniziare ad aspettare. Una novità, un sorriso, il temporale, il mare, il temporale al mare, le lacrime quando non ce la fai più e devi piangere, la vita nuova che sarà, mi hanno detto, quest’estate e chissà di che colore avrà gli occhi e se Londra potrà essere, perciò, più bella.
Voglio continuare a non avere paura dei lupi, ma delle pecore.
Voglio continuare a colorare di rosso le mie labbra, quel rosso spropositato, quel rosso che porta fortuna e così bardata continuare a chiedere diretta, chirurgica, senza sconti. Domande.
Voglio smettere di sentirmi in colpa. Se mia madre non sorride, se mia figlia non vuole fare i tornei di tennis, se mi viene mal di schiena e resto bloccata sul divano e guardo le repliche di Gray’s Anatomy e piango quando muore Derek. Se muore Derek. Se Meredith non ha un altro amore, come potrebbe avere un altro amore, stiamo parlando di Derek.
Voglio iniziare a unire i punti e vedere cosa esce. I miei punti. Deboli. Ho trovato il primo, non lo dico, ma è qui, a vista. Voglio iniziare a unirlo al secondo e così via. Secondo me alla fine esce il sorriso. Il mio. O quello di mia madre. È lo stesso.
Voglio continuare ad amare profondamente e spropositamente, la sola modalità che conosco. Loro, sempre e solo loro che squadra che vince non si cambia.
Voglio iniziare ad accogliere. Le giornate per quel che sono, le paure per quel che raccontano, le speranze per quel che valgono.
Voglio smettere di nascondere le parole, soprattutto quelle che tengo dietro lo sterno e a volte mi tolgono il fiato perché comprimono e schiacciano e io le ricaccio indietro e sbaglio.
Voglio continuare a tenere per me. Il mio primo punto debole. E l’ultimo. È lo stesso.
Voglio iniziare un anno di nuovo, voglio continuare un anno di nuovo, voglio smettere quest’anno, alla fine, di nuovo. E lasciare andare, di nuovo. E decidere, di nuovo. Avvistare lupi. Sapere chi mi legge. Scacciare le pecore. Chiedere all’oracolo. E sorridere, a sproposito.

 

IMG-20181231-WA0004-1

2018

 

Mi accadono giorni lattiginosi, biancastri e annacquati. Giorni che infiltrano come liquidi riversati sul pavimento, faticosi da raccogliere e sempre un po’ appiccicosi. Mi accadono giorni alla rinfusa, mescolati come numeri della tombola, incasinati come le mutande nel cassetto di Cri e sempre un po’ sparpagliati. Mi accadono giorni silenziati così da non da disturbare, giorni a cui tolgo il volume e disattivo le notifiche, come il gruppo whatsapp della classe, giorni sempre un po’ imbozzolati. Mi accadono giorni fastidiosi, giorni di prurito sulla schiena in un punto dove non ci si riesce a grattare da soli, giorni sempre un po’ contorsionisti.
Mi accadono giorni rimuginanti di parole impastate sul palato come l’ostia durante la comunione, giorni in un angolo a rimettere insieme pezzi come un esame di coscienza, giorni sempre un po’ ricuciti. Mi accadono giorni che non raccolgo da terra, li lascio stare come giocattoli dimenticati, giorni sempre un po’ disordinati. Mi accadono giorni lontani come le fotografie con i nonni e la frangetta, l’occhio storto e il sorriso forzato, giorni sempre un po’ infiniti. Mi accadono giorni vicini come coltelli accanto alle forchette nel portaposate nel primo cassetto della cucina, giorni sempre un po’ apparecchiati. Mi accadono giorni rovinosi preannunciati da un refolo lieve e che diventano imprevedibile burrasca, giorni sempre un po’ irreparabili.
Mi accadono giorni interrotti come un discorso quando suona il telefono e devi rispondere, come un sogno quando la notte finisce e sempre un po’ mutilati. Mi accadono giorni difettosi come un pantalone quando casca male sul sedere, una giacca corta di manica e stretta di spalle, giorni sempre un po’ di cattiva fattura. Mi accadono giorni ignorati come certe persone che tiri dritto e va bene così, come certi argomenti che adesso no e sempre un po’ offesi. Mi accadono giorni insoluti, come una ricevuta bancaria quando non la paghi, come una litigata quando non la chiudi che sia anche con un pugno dritto sul naso, come una traccia se non la segui fino in fondo e sempre un po’ a credito, o a debito, dipende da dove ti metti.
Mi accadono giorni rituali come una preghiera. Giorni che non danno conforto ma ripetono una speranza, giorni consacrati a una divinità e sempre un po’ bestemmiati. Mi accadono giorni reietti come avanzi di galera, come adulteri che non chiedono perdono e, anzi, sfidano la fede e calciano le definizioni fino a farle franare. Giorni sempre un po’ ostracizzati. Mi accadono giorni interi come unità di misure senza gradazioni, come colori primari senza diluizioni, come alleli dominanti e sempre un po’ prepotenti.
Mi accadono giorni involontari come il cuore che non ne può niente se batte e per chi batte e per chi non batte più. Come i sogni quando la notte inizia e tutto può accadere anche nelle notti che non accadono mai. Giorni sempre un po’ irresponsabili. Mi accadono giorni impetuosi come un fiume quando rompe gli argini, come le mie parole quando si staccano dal palato e danno un pugno dritto sul naso e sempre un po’ in tempesta.
Mi accadono giorni materni e nutrienti, giorni che profumano di torta con il lievito vanigliato e la cottura giusta, di pelle del collo quando si fa cuccia per i cuccioli e sa di buono e di amore, giorni sempre un po’ eterni. Mi accadono giorni migliori come gli anni passati quando li ricordi e sei clemente e indulgente e la verità è che non è vero niente. Giorni sempre un po’ alterati. Edulcorati.
Mi accadono giorni peggiori, come la versione di me davanti alle frasi sgrammaticate di soggetti patetici, quelli del pugno dritto sul naso. Giorni sempre un po’ vendicativi. Mi accadono giorni lenti come l’attesa di una risposta che non è mai veloce come la domanda, lenti come la vendetta quando aspetti che si freddi e non sai come capire se è arrivato il tempo. Giorni sempre un po’ interlocutori.
Mi accadono giorni leggeri come una borsa vuota, un bicchiere pieno, un cielo sopra la testa che non minaccia, la testa non il cielo. Giorni sempre un po’ più rari. Mi accadono giorni ridanciani come una cena con mio fratello, come un gioco che non coincide con l’anagrafe. Giorni sempre un po’ di meno.
Mi accadono giorni onesti come lo specchio davanti alla doccia. Come le assenze che sono unità di misura delle presenze, senza gradazioni. Come i silenzi con cui non riprendi un discorso interrotto e lasci che quei lembi stanchi sbuffino ai refoli.Giorni sempre un po’ di più.

20180821_124443-1

Sono una che poi te ne vai.

 

Sono una che poi te ne vai.

Ti avvicini per curiosità, fai cento domande e cento volte rispondo, mi osservi, non capisci, ti fermi un po’ ma sono una che poi te ne vai. Ti avvicini per vedere cosa è successo, come quando rallenti per un incidente in tangenziale, guardi, non capisci, ti fermi un po’ ma sono una che poi te ne vai. Ti avvicini per sentire se il suono ti rapisce, come quando alzi il volume quando passa per radio una canzone nuova,ascolti, non capisci, ti fermi un po’ ma sono una che poi te ne vai.

Sono una che poi te ne vai perché tanto non ti chiedo di restare. Non ti chiedo di venire, passare, fermarti un attimo, farmi cento domande, guardarmi, ascoltarmi. Sono una che poi te ne vai perché non ti chiedo. Come stai, dove vai, cosa farai a Capodanno, se ti piacciono i girasoli, se ascolti la musica mentre fai la doccia, se preferivi storia o geografia, nessuno preferisce geografia, dai, se ti piace Salvini, per me è come la geografia, se hai capito le ragioni del si al tav, del no al tav, se hai delle ragioni, anche non buone, ma se le hai. Non ti chiedo come si chiama tua madre, se ti accarezzava da piccolo, la mia no, non che mi ricordi. Non ti chiedo se sei della juve o del toro, per me è come la geografia, non ti chiedo di accarezzarmi, di restare, di chiedermi se ho delle ragioni, anche non buone.

Sono una che poi te ne vai perché se resti io non so cosa fare. Non so più nemmeno cosa dirti dopo un po’.  Non so nemmeno accarezzarti è più facile che ti graffi o che ti punga o che ti pungoli con la lama della voce quando dico no  o che ti ferisca con lo sguardo quando diventa nero e denso e c’è chi ci vede abisso e c’è chi ci vede mancanza e c’è chi non ci vede nulla e allora niente. Sono una che poi te ne vai perché non so cosa dirti, non so cosa fare e non so toccarti senza romperti da qualche parte e non so dirti che mi dispiace perché non mi dispiace di averti ammaccato, colpito, di non aver detto, di averti guardato che forse era niente o forse mancanza. Sono una che poi te ne vai perché manco. Manco dentro, manco io, manco nello spazio, c’è un vuoto e lo colmo con il mio respiro e con il mio rancore e gonfio l’addome e ingoio aria e manco, manco a me stessa, manco il bersaglio, manca il tocco leggero di una madre che ti rattoppa con un cerotto dove sei graffiato o dove ti sei punto e ferito o dove niente, facciamo finta e rattoppami lo stesso.

Sono una che poi te ne vai soprattutto se sei una donna. Perché non sei a tuo agio. E non so dirti che mi dispiace perché non mi dispiace di non essere come ti aspettavi, di non adeguarmi al paradigma, che poi, guardami, cosa vedi di così strano che non ti mette a tuo agio? Cosa senti di così fastidioso da non volerti fermare? Che poi, guardami, cosa c’è che non ti torna, sono banale e monotona, un uomo accanto che è la mia ragione, a volte non buona, ma la ragione più forte che ho, due cani che mi lasciano peli sul pantalone nero uguale al tuo, comprato nello stesso negozio,due figlie e scorte di cerotti e di carezze a lenire qualsiasi botta anche solo la mancanza che non diventi mai mancanza di sé e mancanza di se, un lavoro che a volte è come la geografia, eppure non ti fidi, non resti. E io non ti fermo perché io lo so che sono una donna che, tanto, soprattutto se sei donna poi te ne vai.

Sono una che chi è rimasto non ci credo. A volte non ci credo. Sono una che chi è rimasto quasi sempre prima se n’è andato. Ma poi è tornato. Aveva delle ragioni, anche non buone. È andato ed è tornato e rimane e non preferisce la geografia, non sa mai cosa farà a Capodanno, ha peli di cane sui vestiti, ha comprato i cerotti e se li porta dietro, mi chiede una domanda sola e rispondo una risposta sola, schiva il colpo e se è una donna ha capito come rattopparmi e che sono una che poi ti accarezza.  semaf

Di quel giorno che avevamo tempo di inventarci il tempo, bimbe mie…

 

Sul tempo se ne dicono poi tante

Bimbe mie, lui è uno importante

si dice che voli e anche che stringa

che tutto aggiusti come una casalinga

c’è chi lo ammazza e chi l’ha perduto

senza aver nemmeno combattuto

c’è chi lo lascia così come lo trova

perché tanto a cambiare non ci prova

 

sul tempo son molte le dicerie

chissà se sono vere, Bimbe mie

chi è veloce, si dice, lo guadagna

ma vive con la fretta alle calcagna

chi ne ha molto, si dice, lo venda

conosco chi può farci un’azienda

chi dice che il tempo è denaro

state certe ha un animo avaro

 

sul tempo ognuno ha le sue teorie

alcune sono strambe, Bimbe mie

il nostalgico che dirà bei tempi

raccontandovi di mille esempi

il corrucciato che dirà tempi bui

come se riguardassero solo  lui

dirà erano altri tempi il deluso

mogio come chi si sente escluso

 

sul tempo ne ho sentite a iosa

Bimbe mie,sapete sono curiosa

c’è chi lo vede solo da spiragli

e quel che ama lo infila nei ritagli

c’è chi lo appella come tiranno

e lo combatte con vano affanno

chi pensa sia galantuomo,aspetta

ognuno ha la sua Nemesi, o vendetta

 

Sul tempo se ne dicono poi tante

Bimbe mie,lui è uno importante

Per i credenti è in mano alla divinità

Per lo scienziato,no, tutto è relatività

Per il filosofo si tratta di astrazione

Per il popolo si guarda la previsione

E per me che so davvero niente

Il tempo è solo il tempo che si sente.

Lapidaria

Pare che io abbia i reni pieni di sabbia. Due maracas piene di granellini, piene piene. Pare che un primo rimedio sia l’acqua. Certo, sabbia, acqua. Secchielli e castelli. Ma io sono più brava con i castelli in aria che con quelli di arenaria, non ho pazienza, non metto la giusta dose di sabbia bagnata, non batto con sufficiente convinzione sulle pareti del secchiello. A me i castelli di sabbia non vengono. Quelli in aria, invece, mi regalano grandi soddisfazioni. Mi ci trasferisco per lunghi periodi. Assomigliano più a torri d’avorio ma non starei a sottilizzare, la questione è fine ma non sottile, la vicenda è granulare. È sabbia spessa di quella che ti grattugia se tira vento. Ci scriverò un messaggio d’amore e poi lascerò fare all’acqua.

Pare che sia un discorso di familiarità, che è una parola con la quale avere familiarità dopo una certa età. Perché te lo chiederanno sempre. Ha familiarità con la menopausa precoce? Ha familiarità con il diabete? Ha familiarità con il colesterolo? Ha familiarità con le malattie cardiache? Ha familiarità con la nefrite? E poi ti chiederanno, con tono assolutamente normale, se i tuoi genitori sono viventi. La prima volta ho guardato il medico come per dire “ma stai scherzando, certo che sono vivi!! “. Eppure, potrebbero non esserlo e sulla sola base della età questo non farebbe di te un povero orfano da compatire. Pare, quindi, che c’entri la familiarità. Si. Ho familiarità con le nefriti, con l’ipertensione, con il diabete. Con le malattie del fegato. Con le aorte che scoppiano. Con i capelli bianchi. Con il nervoso, con il guazzabuglio di paura e ironia, con i film di Totò, con pane e panelle, con le borse, quelle belle, con l’amore per i cani, con l’introspezione patologica, con il senso di giustizia e ancor di più con quello di ingiustizia, con il cuore forte e con lo stomaco che si contorce. Ho familiarità con l’idea della morte, con i fantasmi, con l’amore quello eversivo, che toglie tutto, tutto quanto non serve e ti lascia nudo, unico e solo. Altrimenti no.

Pare non c’entri la rabbia, questa volta, com’era per la colecisti. Simonetta, la maestra di shiatsu di Pepe mi ha ricordato la teoria della Medicina tradizionale cinese, che anch’io studio. Lo so. Lo so. Sono le pietre che non ho lanciato durante il mio cammino. I famosi sassolini nelle scarpe, pare, solo che invece di toglierli io li ho tenuti. Con quelli piccoli, poi, non dovrebbe nemmeno essere difficile recuperare. Quelli che pesano poco, quelli li posso lanciare, posso buttarli in un lago e guardare i cerchi, magari è anche distensivo. Ma con i macigni come si fa? Con le rocce staccate dalla frana? Sono quelle che mi preoccupano di più. Perché se anche trovo la forza di lanciarle via poi però scateno uno tsunami, mica due cerchiolini delle balle. Sono i sassolini, quelli di Pollicino. A me non servono per ritrovare la strada di casa, ma per ricordare tutte le volte che avrei risolto la questione con una sassaiola e non l’ho fatto. Sono i sassi, quelli della morra cinese, di carta-forbice-sasso, sono tutte le volte che non ho detto sasso pensando di cavarmela con la carta.

A me pare che,poi, alla fine si tratta di me. Come sempre. Con quella parte di me che sa. Sa in anticipo, sa come in una visione, come in un’intuizione, una sensazione, quella parte di me che sa un momento prima che qualcosa accada che, si, sta per accadere. Io non so fare molto, nella vita, ma so le cose un attimo prima. Non quel tanto che basta per diventare ricca con un gioco ad estrazione. Non quel tanto che basta per vincere una scommessa. Io so le cose un attimo prima più come chi parla di qualcosa che poi accade. Ma ne ha parlato prima, quel prima che basta a dire che era prima, prima che accadesse, prima che si sentisse, prima che tutti dicessero quella cosa. Prima io dicevo, di me, lo dicevo a lui proprio prima, prima dell’ecografia, prima degli esami che mi diranno cos’altro c’è e poi vedremo, prima dicevo a lui che io sono una montagna che si è erosa negli anni e ogni pezzetto scavato e sgretolato è un granello di me. Sono sempre io ma ho un’altra forma. Non più montagna con la cima che svetta, difficile e per molti faticosa. Mi sono erosa fino a diventare una spiaggia di granelli grossi, impossibile farci i castelli, ma l’ombrellone lo pianti e non vola via, è sicuro. Perchè? Per amore, quello che ti lascia nudo, altrimenti no. E per stare nudi è meglio la spiaggia. Lo so, lo sapevo prima. È che ho familiarità con le sensazioni.

IMG_mare

Mi vien da piangere

 

A volte mi vien da piangere ma non piango. Le lacrime prima di scorrere io le tengo in gola. Pepe le tiene già dietro gli occhi, perché da quando le viene da piangere a quando piange passa una frazione di secondo, le ha già lì a portata di dotti lacrimali, altrimenti non si spiegherebbe. Io no, le tengo in gola, è lì il mio serbatoio. Più o meno dove mi venivano le placche. Le lacrime prima di scorrere sono già salate, perché il sapore mi sale su fino alla bocca. E sono dense, non sono liquide, sembrano una sospensione, sembrano il bactrim che mi davano per le placche, ma anziché scendere questo grumo sta lì, fermo, grosso, strozza. Io avevo la tonsillite, lo ricordo, sempre senza febbre. Dicevano che era strano, mia madre, il Dott. Lugliengo, la maestra, era strano perché le placche fanno venire la febbre, non a me. A me viene da piangere e non piango.

Mica sempre, mica per tutto, mica per motivi tragici. Mica si piange sempre e solo per il dolore, per il lutto, per l’amore o per una perdita.

Mi vien da piangere di stanchezza, a volte. Di sveglia presto, di giornata che inizia, di giornata che finisce e in mezzo tanto, tanto lavoro, tanta concentrazione, tanti tempi silenziosi, tanto sentire, no, non con le orecchie. Di lavatrici da programmare alle 7 del mattino con la partenza ritardata dopo dieci ore per consentirmi di stenderle al ritorno senza che la roba stia lì, che poi puzza e tutto è inutile. Di peli dei cani da raccogliere sempre e ovunque. Di polvere. Di macchina da caricare e scaricare, cartelle, zaini, cani, borsone del Karate, borsa del tennis, borsa della palestra, la clavietta per il prof di musica, lo zaino di  nuoto, la borsa del pranzo, la cartellina di disegno. Di libro lasciato sul comodino come una promessa da mantenere, di documenti infilati in borsa che quello è il mio dovere, gli occhiali, ricorda gli occhiali altrimenti è tutto inutile, i sacchetti per la cacca di Justin nella borsa usata ieri sono da mettere in quella di oggi,cambiare borsa, i trucchi per il dopo allenamento. Le ciabatte in salotto, i calzini per terra, i pigiami sulla vasca, le ricariche blu delle penne, i peli, i peli dei cani, la verdura da pulire. Mi vien da piangere di normalità. Non è dolore, non è sacrificio, non è niente che non ho voluto. Ma la stanchezza c’è.

Mi vien da piangere di intolleranza. Come reazione allergica, come risposta a un agente urticante. Mi vien da piangere ma non piango, mi tengo il groppo dove lacrime insofferenti sono avviluppate a parole, parolacce, che non pronuncio a voce alta ma le infilo, subdola, nel tono, nella prossemica, nello sguardo. Questo groviglio è un serbatoio che si alimenta di maleducazione, di prepotenza, di risposta superficiale e vaga a una domanda precisa. Mi vien da piangere, mica per gli altri, mi vien da piangere per me che ancora dopo quarant’anni penso che per parlare si debba essere sicuri di non rovinare il silenzio.

Mi vien da piangere, a volte, di nervoso. Mi prende il nervoso con un movimento che sale e gira. Mi sale dalla pancia, mi gira nelle mani che non si fermano, mi girano le idee, le parole, le palle, il movimento vorticoso come un mulinello in mezzo al mare e chi ci capita dentro è spacciato. Non piango, no, nemmeno in questo caso.

Mi vien da piangere di stupidità. Mia. Altrui. Quella roba che ti fa pensare che nessuno ha capito e di  non avere capito. Nulla. Non hanno capito che se dico no, ho detto no. No. No vuol dire che no, quella cosa no, quel discorso no, quel giorno no, quella persona no. Non hanno capito che non mi manca nulla. Non ho bisogno di prendermi del tempo, non ho bisogno di fare qualcosa che mi piaccia, non ho la necessità di svagarmi. Non hanno capito che il torto è una ragione letta all’incontrario. Che io sto bene. Sto bene con la mia stupidità, con la mia intelligenza, con le mie ragioni, con il mio guardare gli altri come se fossero animali dentro delle gabbie, oppure come se fossero visitatori dello zoo e quella in gabbia fossi io. Non cambia. Non cambia il mio punto di vista che continua a essere diverso, continua a essere mio. Ultimamente mi viene spesso da piangere di stupidità. Allora, vorrei tranquillizzare i signori visitatori che io non ho bisogno di essere convertita, guarita, aiutata, spronata. Io non ho bisogno. Ho voglia, oppure non ho voglia. In genere, fortunatamente, quel che voglio lo faccio, quel che non voglio non lo faccio. O lo faccio poco.  I ritmi che conduco sono stati scelti e programmati come gli spostamenti che includono, gli orari gli incastri e le peripezie. Le mie figlie occupano la maggior parte del mio tempo libero dal lavoro, anche questo è stato voluto. Stabilito a tavola, una sera di tanti anni fa, davanti a della frutta secca e a un bicchiere di cabernet sauvignon, quando abbiamo firmato un armistizio e abbiamo suddiviso territori e competenze secondo una nuova strategia.

Mi vien da piangere di storie banali, ma non piango. Mi viene anche da ridere di storie banali e allora rido. Le risate prima che ridano le tengo nelle righe intorno alla bocca e agli occhi. Pepe le tiene nelle pieghe del naso che si arriccia appena inizia a ridere e giù, via, le libera tutte le risate che ha. Pepe ride come suo padre, a scoppio. Dal naso. Mi vien da piangere per la signorina dell’accettazione agli esami di laboratorio che mi ricorda tre volte la stessa cosa. Che ho già fatto prima che me lo dicesse la prima volta, presuntuosa saputella che sono. Mi vien da piangere per la signora con la gonna troppo corta e gli stivali troppo lunghi (questa l’ho rubata, a Chantal, grazie amica mia) che prende i figli a scuola pensando che osare sia vestirsi così. Mi vien da piangere per chi cerca di essere quello che non è più. Per chi vuole essere quello che non è ancora. Per me per tutte le volte che non ho cercato di essere. Allora, mi metto il rossetto rosso come a venticinque anni, la gonna no, è più lunga, i capelli sono sempre corti e spettinati. E bacio lo stesso ragazzo di allora, con più amore di allora. Lui ride a scoppio, io rido come la rana dalla bocca larga. Questo è osare.

Mi vien da piangere di pensieri e non piango. Pensieri misti, come un potpourri che c’è sempre il fiore che copre gli altri, quello con l’odore che lo riconosci subito appena versi il sacchetto nella ciotola, il petalo leader. Il mio, quello che mi viene da piangere, è sempre lo stesso. Ha a che fare con la nostalgia, con le persone che amo da lontano, con l’essere madre e anche figlia. A volte, mi vien da piangere un grumo di lacrime spesse e pesanti, come pesa la valigia di qualcuno che sta da un’altra parte, il suo abbraccio l’ultima volta, ogni volta di più, come una madre quando non la capisci, come una madre quando non è capita.

Mi vien da piangere di rabbia. E piango. E urlo. E spacco quello che ho a tiro. Lancio anatemi, scomodo gli dei, i Lari e i Penati, i santi, i diavoli. Travolgo, esondo. Non sono io violenta, sono gli argini che comprimono. Piango di rabbia. Scoppia così la riserva di lacrime dense accumulate in gola. Piango di rabbia sempre dopo la rabbia. Sempre dopo aver preso fuoco, piango per spegnere l’incendio, piango per irrigare quello che ho devastato, piango per dondolarmi mentre piango e cullarmi da sola, piango, piango per dirmi che va bene, che tutto va bene, adesso. Piango ed è la mia febbre, quella che dice che il corpo ancora funziona, che il corpo si protegge. Attacco, devasto. Poi mi proteggo. Piango e non sono più strana come chi ha le placche senza febbre, piango ed è il mio antipiretico. Malattia e cura insieme. Piango e la rabbia ha ragione lei e torto tutti gli altri, piango e lo so che fa male ma se la trattengo fa più male, piango e lei si scioglie, si spegne, si allontana, si ricompatta dietro le mura difensive, torna un seme che metterà radici perché lo so, perché io sono la mia rabbia, il mio motore, il comburente della mia energia. Piango di rabbia, piango dopo la rabbia, come un animale che è triste dopo il coito, come uno sforzo che finisce, come il sollievo che c’è chi lo sospira e chi lo piange. Io sono strana, lo piango.