Quello era un posto

 

 

Io non scrivo biglietti per i compleanni, per gli anniversari e  nemmeno per fare la spesa.

Forse a te, perché sei tu, ne avrò pure scritto  qualcuno ma ciò non cambia che io non scrivo biglietti. Quindi, oggi che è oggi, che tu compi gli  anni, che ne compi quaranta, e lo scrivo in lettere e non in cifre che è meglio perché si nota di meno, cosa faccio?

Vado in cartoleria, scelgo un biglietto di quelli spiritosi, con su scritto “tranquilla i quaranta sono i nuovi trenta” oppure “non ho quaranta anni ma 18 (questo va in cifre, sempre!) con 22 (pure questo, cavolo!) di esperienza”?!

Cioè, tu vorresti un biglietto così? Da me?  Non penso.  Allora niente, mi sono detta, prendo carta e penna e ti faccio gli auguri per come so. E qui viene il bello. Perché sei tu, porca miseria, dai. E se tu compi gli anni, quaranta, diventano veri  anche i miei tra un attimo perché quando ne hai compiuti 17 poi anch’io li ho compiuti e quando hai festeggiato i 25 per esempio poi sono arrivati anche i miei e quei 5 mesi che ci separano sono un secondo di silenzio prima di spegnere le candeline, quindi ecco tu sei tu che se compi gli anni io penso che poi li compio pure io e allora si può pensare che è ovvio, che è non c’è niente da evidenziare in questa situazione e invece no, perché tu sei tu, sei quella che rende sempre un po’ più vero il mondo intorno a me.

Tu sei tu. L’anima gemella in questa porzione di spazio che occupo, mica mio marito. Lui è l’amore della mia vita e tu ne sei testimone dal primo secondo ma non è la mia anima gemella perché i gemelli sono fratelli e quello sei tu che sei tu, la sorella che ho riconosciuto tanti anni fa su una panchina.  E se chiudo gli occhi e lascio scorrere gli ultimi 25 anni a rallentatore ti vedo, ci vedo, e sì, tu sei tu, quella che studia per i brevetti di nuoto di nascosto durante l’ora di lezione in classe, che elabora un metodo di studio all’università che porta il tuo nome e che viene riassunto ancora oggi in “5 giorni e 5 notti” che quando penso di non riuscire a chiudere un lavoro in tempo mi aggrappo a quello e riesco sempre a finire, quella che parte con lo zaino in spalla, a volte pure con la barchetta in spalla come quando hai trascorso le vacanze estive a circumnavigare, a nuoto, chissà quale isola che ansia mi hai fatto venire.

Quella che mi ha fregata quando pensavo, da ragazzina, ecco lei sarà una moglie e una mamma perfetta, di inverno andranno a Bardonecchia e d’estate  a Noli, avranno almeno 2 bambini biondi e sportivi fin dalla culla e io sarò la zia che avrà sempre una relazione finita alle spalle e una che sboccia, con una casa piena di luce e tanti tanti libri, dove tu avresti trovato conforto nelle giornate pesanti, quando non avresti sopportato i bambini o lui e io ti avrei ascoltata, ti avrei detto cosa era una stronzata e cosa no, ti avrei fatta ridere, ti avrei asciugato le lacrime di stanchezza e forse, forse, non avrei capito fino in  fondo perché nemmeno tu avresti capito fino in fondo cosa significa bastarsi, farcela sempre da sola, imparare ogni giorno a prendersi un altro pezzo di vita senza dire grazie a nessuno e senza aspettare che qualcuno ti dia il suo assenso. Ecco, entrambe ci saremmo fermate un attimo prima di capire fino in fondo, tu su una faccia della medaglia io sull’altra, come due anime gemelle che funzionano perché si incastrano non perché sono sovrapposte.

Quella che mi ha fregata perché tutto è andato al contrario. Abbiamo scambiato le facce. E allora io mi sono ritrovata seduta sul bordo della vasca in bagno con la porta chiusa a chiave dopo aver messo dei cartoni animati salvavita per ascoltare che con lui era andata male, che con il tempo poi invece è andata bene così che sia andata male posso dirtelo e mi sono fermata in macchina un giorno sotto un temporale con il cuore che non lo trovavo più, sentivo solo male come quando brucia una parte di pelle e ho pensato al macellaio quando taglia in 2 il petto del pollo e lo batte con il batticarne, tum tum tum forte ancora più forte per fare le fettine sottili e con quella immagine negli occhi e il cuore che non c’era più ma c’era perché il male arrivava da lì, tum tum tum, ti ho chiamata e ho detto dentro di me se risponde io lo lascio e tu hai risposto e io ho iniziato a piangere e ti ho detto speravo che non rispondessi perché ora lo devo lasciare e tu mi hai detto va bene, lascialo e c’era di nuovo tutto, c’eri tu seduta accanto a me sulla Panda rossa che mi dici “quello era un posto” mentre cercavo parcheggio e non lo avevo visto il posto, io no ma tu si, quello era un posto e tu che lo vedi e io no, un attimo prima, un attimo dopo, sempre un attimo e c’era la bugia con i tuoi per andare a Livorno un fine settimana e c’erano le mie scarpe con il tacco che ti ho prestato e c’eri tu e c’ero io e potevo lasciarlo oppure no che sapevo che ora andava bene comunque, tutto, niente, chi lo sa, potevo, potevo dirtelo, come sempre come tutto, tutto o niente anche il silenzio vale, che anche quello capisci, il respiro nella cornetta e il peso di questa distanza che la vita ci ha infilato in mezzo per attorcigliarci come le pieghe sul collo che prima non c’erano e ora si, quei fili come i cerchi nei tronchi che rivelano quanti anni hai e io e te e il tempo vissuto insieme  nonostante la lontananza che non ci si abitua mai ma che poi ti vedo e mi sistemo i capelli prima di incontrarti e ti parlo e ti ascolto e ti saluto come se ti avessi vista ieri, come se ti vedessi domani  e non c’è un solo giorno, uno solo, ti giuro, in cui non penso almeno una volta che ti devo raccontare qualcosa, che devo dirti di quella scemenza, che voglio chiederti cosa faresti tu al posto mio.

Allora, oggi che è oggi non ti ho scritto alcun biglietto , sono arrivata in ufficio alle 8 per recuperare un’ora di lavoro, perché ho una scadenza e solo 5 giorni e 5 notti per rispettarla e so che ti vedrò, a pranzo, e prima di scendere dalla macchina mi sistemerò i capelli, ti aspetterò e ti cercherò tra le facce di quelli che vanno in pausa pranzo e pensano che la vita sia quella, una pausa pranzo, una pausa caffè, una scadenza e pensano che la loro vita è bella  oppure che fa schifo e pensano che se hai fortuna l’anima gemella te la sposi e non hanno capito niente e tu spunterai con la tua camminata saltellante e ricaccerò indietro le due lacrime di gioia e di dolore, una per occhio, la gioia del tuo arrivo e il dolore del saluto che seguirà alla fine, ecco le butterò indietro e ci sarà il nostro abbraccio e niente, quello sarà il posto. Quello è sempre il posto.

Auguri Marè.

 

Di quando ho incontrato uno scrittore famoso e di nascosto ho pianto

 

Piango lacrime di sconfitta

Piango  una ferita auto inflitta

Piango perché ci  penso

Mi rigiro e cerco un senso

Piango per tutto quel che sento

Piango ma do la colpa al vento

Piango per la sabbia negli occhi

Anche senza il mare, sciocchi

Per il mare che ho nel petto

Per quel sogno che non smetto

quando inizia un altro giorno

quando conto i passi del ritorno

piango per il mio dolore

piango per un buon odore

il profumo di papà sulle scale

piango per tutto questo male

piango un tempo sprecato

e i miei studi da avvocato

piango di stanchezza infinita

piango perché sono sfinita

piango e invento la bugia

del polline e dell’allergia

piango per lo scrittore

piango un antico amore

e tu non esserne geloso

ho scelto te come sposo

ma piango ciò che ho buttato

senza averlo ben differenziato

piango e non me ne curo

ho dalla mia lo sguardo scuro

con una mano porto via

il mascara ma non la malinconia

come velo che protegge

questi miei sogni fuorilegge

di raccontare la vita come viene

come il sangue fuori dalle vene

piango ogni mio oscuro abisso

piango piango e mi ci fisso

piango lo scrittore così bello

le sue parole dolce fardello

piango il suo talento che non ho

piango piango ancora un po’

ancora una attimo prometto

poi mi asciugo e smetto

piango una lacrima di nascosto

ma prima di sera metto a posto

tutte le carte sulla scrivania

spengo la luce e vado via.

 

 

Il successo

È successo che Pepe sa fare le operazioni con i decimali da sola e mi ha chiesto di interrogarla di scienze sulle caratteristiche dei materiali che possono essere: duttili, fragili, elastici, permeabili o impermeabili.

È successo, poi, che Cristina ha tirato la pallina da golf accanto a quella del maestro che aveva tirato prima di lei e lui le ha detto, incredulo, “non farlo mai più”, lo ha detto ridendo ma si sa che Arlecchino si confessò burlando.

Tutto nello stesso giorno. Tutto in un lampo e non è retorico. Non è come dire oh quanto sono diventate grandi, sembra ieri che una cantava il coccodrillo come fa mentre l’altra imparava ad usare il vasino e io sapevo ancora dov’era la riva, ancora vedevo la banchina del porto ed eravamo appena salpati e ci salutavano dal pontile ciao ciao con i cappelli sventolanti, divertitevi .È più come guardarsi indietro prima da destra e poi da sinistra per vedere cosa è successo, da che parte suona la sirena, se devi accostare e lasciar passare oppure no. Ecco, è più come l’incredulità sospesa del maestro di Cristina che non ha capito cosa è successo. Cioè, ha visto, ma non può capirlo. Capito? Io ho capito che sono passati una serie di anni e abbiamo archiviato le pipette di Narhinel nel naso per togliere il catarro in piena notte con la febbre che sale e una volta mi sono sbagliata e a Pepe ho spruzzato l’enterogermina nelle narici e mi sembrava strano che scendesse così male e adesso saliamo in macchina veloci e ciascuno si allaccia la cintura e uscire da un parcheggio richiede 1 o 2 minuti perché non dobbiamo più caricare sul sedile posteriore la grande tendendo il passeggino della piccola fermo con un piede e con il sedere a vista in mezzo al marciapiede, poi passare alla piccola e chiudere il passeggino e aprire il bagagliaio e salire al posto di guida  e far scattare la chiusura centralizzata delle portiere  che una volta Cristina ha aperto la portiera mentre guidavo in tangenziale e a momenti muoio per un attacco di cuore. Io ho capito che non diamo più la caccia al bruco, che non importa il pezzettin del codin dove si è cacciato o se sei proprio tu. Ma non ho capito come è successo. Guardo indietro e non vedo la riva. Guardo avanti e non vedo terra.  È successo che sono in mezzo al mare. In mezzo alla vita. In mezzo al tempo. In mezzo alla pista da ballo e non vado a tempo. Ballo, male, in mezzo al mare.

Non ho capito quando è successo.

È successo che forse Pepe dovrà mettere delle viti nelle caviglie per raddrizzare i piedi e camminare dritta in un mondo che a me sembra sempre più storto e penso che forse c’ha ragione lei che mi chiede come funziona l’anestesia e io non so nemmeno dove abbia imparato la parola, ma lei è così, impara anche i decimali a mia insaputa e frega tutti così perché non ti aspetti quel suo arrivare all’obiettivo camminando storta in un mondo a rovescio che lei non ha capito.

È successo che nel mezzo del mare guardo in su che tanto tutto intorno è solo acqua più o meno torbida, guardo in su e non capisco il cielo cosa vuole che in certi giorni sembra debba cadermi addosso ma non cade mai e sento un peso sulle spalle come se reggessi tutto io ma se mi sposto non succede niente, guardo su e chiedo senza parlare e non ho risposte perché, in fondo, mi stanco di ascoltare.

È successo che Cristina non sa quanto è preziosa e si incupisce, non sa quanto può tirare lontano e si schernisce, incurva le spalle invece di allargarle fiera, bella, bella come il sole e questo si è retorico, bella come la libertà di pensiero, bella bella come una cicatrice segno distintivo, bella come il fulmine in mezzo a un campo quando tutti scappano per la paura. Ma lei non ha capito.

Sono in mezzo al mare, in mezzo al niente con il mio tutto stretto tra le braccia e  ci sono momenti in cui ho paura di non sapere dove arriveremo e soprattutto di non bastare. Di non avere il tempo di ormeggiare in un luogo sicuro e tirare un sospiro di sollievo, di farle scendere a terra, una con i piedi ben appoggiati su tutta la pianta, stabile a ogni passo e l’altra con la testa rivolta verso l’alto, verso la grandezza, la sua grandezza.

È successo che mi succedono queste sensazioni, poco meno di pensieri e poco più di intuizioni, è successo che sento e capisco, che è lo scatto più difficile perché a sapere e basta basta niente, basta leggere o studiare ma capire quella è un’altra faccenda. E allora è successo che ho capito.

Che non sarò mai fuori pericolo, che non basto e non basterò mai ed è questo il motivo per il quale insegno loro a farcela senza di me, lontano da me, nonostante me, ad allacciarsi la cintura, a studiare i materiali , a cambiarsi la biancheria intima, a lavarsi,  a sviluppare anticorpi contro il pensiero comune, contro l’opinione dominante, a parlare per non avere mal di gola, a scrivere usando il proprio cardiogramma come schema e misura, a usare le parole, tutte, anche quelle brutte, perché essere brutti non significa essere sbagliati, a non vergognarsi del proprio corpo né delle proprie idee.

Ho capito che non è vero che navigo a vista, non sempre, almeno.  Ho un buon bagaglio di esperienza, ho capito che si può sbagliare, si può confondere la boccetta dei fermenti lattici, si può perché si, perché è notte, perché si è stanchi, perché si può sbagliare. Ho capito che conosceranno cose che io ignoro perché avrò insegnato loro ad imparare. Ho capito che nemmeno allora sarò fuori pericolo ed allora va bene così, con le giornate serene e con la tempesta, con le spalle un po’ curve ma il miracolo nelle mani che scagliano la pallina oltre, oltre le aspettative e con la camminata sghemba ma leggera su questa terra così pesante, ciascuna anche un po’ con i fatti suoi che girano per la testa e qualche scivolone con culata incorporata. No, nemmeno loro saranno mai fuori pericolo, ma non è quello il mio compito.

È successo. Ho capito. Nel mezzo del mare, in mezzo a una vita senza grandi successi, è successo. Mi sono spostata e il cielo non è venuto giù. Ho allargato le braccia e allentato la presa e non sono scivolate via. Ho guardato indietro e non ho scorto cappelli svolazzanti e lacrime di chi attende un ritorno, guardo avanti e vedo la linea dell’orizzonte. Allora mi godo la traversata, sarà un successo.

20180707_154115

Non parlatemi di amore

 

 

Non parlatemi più d’amore,

in bocca a voi diventa  rumore

quell’amore che “non puoi capire”

no infatti l’amore si deve sentire

da capire sono i ragionamenti

che ne sapete di sentimenti?!

Chiamate amore il possesso,

volete  vi si chieda il permesso

di essere quello che solo si è

ma nessuno deve darvi un perché

chiamate amore fare i regali

al quarto compleanno  tutti uguali

dite amore ma non sapete

nemmeno dove vivete, chi siete.

Allora non a me, per cortesia

In bocca a voi è eresia

Non a me questa parola

Non parlatemi di cura e dedizione

Voi che non conoscete accettazione

Si ama, si cura, ci si dedica

Senza rifilare alcuna predica

Si ama si cura si protegge

Dalla mano si sfilano le schegge

Si soffia via il bruciore dal palmo

Si appoggia la testa sul petto così ti calmo

si ama correndo nello spazio e nel tempo

si ama con la tachipirina nottetempo

quindi no voi no, non parlatemi da esperti

voi che dite amore ma siete inerti

usate parole di cui non sapete il valore

le adoperate male come fa un adulatore

non fatelo con me non vi conviene

perché so il vostro animo cosa contiene

e ve lo canto e ve lo suono

io non conosco perdono

non vuol dire che vi odio

ma di certo non salirete mai sul podio

perché si ama senza dirlo

non vi chiedo di capirlo

si ama con il libro aperto in cucina

ripassando insieme in bagno, di mattina

si ama soprattutto quando non si è d’accordo

ci si prende cura sotto un cielo balordo

che manda giù le lacrime come pioggia

si ama  e non importa della foggia

del pensiero giusto o sbagliato

del silenzio che non va spiegato

ma dai cosa ne sapete voi

occhi cadenti e tondi da buoi

cosa ne capite, cosa volete

dell’amore persone analfabete

non parlatemi più di un amore che non esiste

perché le vostre azioni le ho viste

io dell’amore mio non discuto

non chiedo alcun contributo

me ne curo per come sono

sono i soli per i quali mi emoziono

quei tre che mi abitano il cuore

ecco è solo per loro tutto l’amore.

 

dedicato

 

 

 

 

 

Magari

 

 

17 aprili fa era aprile e c’era il sole. C’erano i fiori, credo, e tutto quello che c’è in primavera che non so bene cos’è perché non mi piaceva mica la primavera e non mi piaceva il clima mite,le stagioni di mezzo, le cose a metà, gli uccellini che cantano, le moto che si svegliano dal letargo e i programmi per le vacanze, i programmi punto e basta, l’appello estivo all’università e quindi no, non lo so cosa c’era 17 aprili fa quando era aprile perché non mi preoccupavo di quello che non mi piaceva e allora immagino cosa poteva esserci ad aprile di 17 aprili fa.

C’eri tu, questo lo so. Avevi i capelli, sottili come quelli di Cristina che però non c’era. C’era la tua auto bianca, sportiva, un po’ da tamarro. C’era il Nokia come telefono con la busta per indicare un messaggio , aveva spazio per massimo 10 messaggi e ogni volta dovevi scegliere quali parole conservare. C’era il tuo calcetto del giovedì sera e i fine settimana in cui sparivi.

C’ero io, questo lo ricordo. Avevo un pantalone color cammello e una giacca di pelle. Dovevo sempre scegliere un messaggio da cancellare. Ridevo forte, come Pepe che però non c’era,ridevo così forte che la gente si girava a guardarmi. Anche tu. C’era la mia panda rossa con l’autoradio con il mangianastri e la cassetta di Patty Pravo che faceva “sono una donna così da sognare, così diversa da chi è sempre ugualeeee…”

17 aprili fa quando era aprile non c’eravamo noi.

Noi è arrivato dopo, non so quando, ma dopo.

Noi è arrivato che non ricordo comunque se c’erano i fiori e se il clima era mite, forse pioveva o forse no, ma non ha importanza. Noi è arrivato a furia di cancellare messaggi per lasciare posto e non come una furia spazzando via le stagioni di mezzo e le cose a metà, come crede chi non sa cosa dice.

Al contrario.

Noi è arrivato un pezzetto alla volta come un puzzle da 10000 pezzi di quelli che rischi di annoiarti e lasciarlo da parte, come un album delle figurine che a un certo punto trovi tante doppie e non pensi di riuscire a finirlo, come i tuoi soldatini quando facevi il bravo e te ne compravano un altro e lo mettevi in fila con gli altri e li contavi, perdevi il conto e ricominciavi, perdevi di nuovo il conto ma continuavi.

Noi è arrivato dopo che te ne sei andato quando aspettavo che tornassi, ridendo ancora più forte, così che tu potessi ritrovarmi, ritrovarti a dirla tutta perché io non mi sono mossa,ma comunque ridevo, per farti arrabbiare e non ti arrabbiavi,per farti ammattire allora e non ammattivi, per nascondere le lacrime, per ingannare l’attesa mentre pensavi di poter stare senza di me ma non potevi, per farti vedere che sapevo stare senza di te o  solo perché ero così diversa da chi è sempre ugualeeee …

E quando arriva aprile penso che è aprile, penso che noi è comunque iniziato ad aprile su un  marciapiede in corso Francia a Rivoli, dopo che abbiamo preso il caffè al bar , un attimo prima che mi chiedessi di spiegarti le mie teorie sull’ amore, sulla vita e su di me magari una  sera, magari di giovedì dopo il calcetto e io ho accettato, dicendo magari e già pensavo a cosa mettere e che dovevo salutarti ora subito perché dovevo chiamare Mara ora subito e raccontarle le mie teorie su di te. Ad aprile.

17 aprili fa ,e lo so che mi dici sempre che i numeri sono solo numeri, lo so, lo so, che i numeri non servono a misurare il tempo o almeno non più di una canzone che basta che ti dico Nuova Ossessione e tu sai dove eravamo e cosa facevamo o che ti dico “La valigia sul letto è quella di un lungo viaggio” e sai che era aprile di 13 aprili fa a Napoli e senti il rumore del vicolo dalla finestra ancora oggi, lo so, lo so che la misura è altro ma 17 aprili fa volevo dirti una cosa su quel marciapiede, quando noi è iniziato, quando mi hai detto che eri single come lo siamo tutti e avevo già capito che eri un po’paraculo,quando mi hai detto magari giovedì dopo il calcetto e io ho detto si magari, ecco io volevo dirti  che “magari” vuol dire “felice” e ho provato ogni aprile a dirtelo  ma forse lo sapevi già perché quando sei tornato, mentre ridevo forte, era proprio quella la canzone che suonava  e se ti dico “da questa altezza sai non ci si salva mai” sai anche se fuori c’erano i fiori e il clima mite oppure no, non lo sai ma sai come erano i miei occhi su di te, quello si, lo so che lo sai  ed era di nuovo aprile di tanti aprili fa , quando mi hai detto che ti andava di sentirmi ridere, magari.

Cosa rimane

 

Cosa rimane quando non rimane niente?

Dopo che hai dato tutto, cosa rimane?

Dopo che hai detto tutto cosa rimane?

Rimane qualcosa ?

Penso di no. Penso che a un certo punto,  in un giorno qualunque, in un momento a caso che può essere ora o prima o dopo oggi o ieri ti accorgi che non c’è più niente. Non c’è più niente da dire o da fare. Hai fatto tutto. Cosa rimane quando non rimane niente?  C’è un pezzetto che avanza? Magari lo hai dimenticato, cerchi bene, magari c’è un pezzetto di qualcosa al quale aggrapparsi e dire ecco questo c’è ecco cosa è rimasto, ecco. Invece non c’è. Non è rimasto niente.

Dove va tutto? Dove va a finire? Perché se qui non rimane nulla, da qualche parte il tutto detto e il tutto fatto si sarà infilato,no?!

Io non lo so. Dove è finito o quando è finito, ma so che è finito, che ho finito, che sono sfinita.

Se qualcuno trova dove è finita la mia concentrazione, per esempio, ne faccia buon uso. La conservi e la utilizzi per tutti  quei lavori di precisione, che sembrano noiosi ma non è vero, sono la base per realizzare i dettagli, quelli preziosi, quelli che fanno la differenza, quelli che poi fanno l’insieme.

Oppure, se qualcuno trova cosa è rimasto della mia capacità di resistere alle emozioni, per favore che ne abbia cura  perché non sarà utile come il mantello dell’Invisibilità di Harry Potter ma è comunque un ottimo scudo a protezione dei nervi, che quando li hai tutti scoperti come i fili del’alta tensione non è il massimo, posso assicurare.

Invece, se qualcuno trova dove è finita la mia attitudine a dissimulare per quieto vivere, ecco può buttarla nel cesso, grazie.

Se qualcuno trova i brandelli del lavoro che ho svolto per dieci anni non me lo dica neppure, ci ricavi quel poco che può, lo usi come volano per grandi imprese future ma non mi dica nulla. Mi ci sono buttata, ho creduto quando ancora credevo, ho studiato, ho provato, ho vinto, ho perso, ho perso, ho perso ancora , ho smesso di crederci e di credere, ho dato tutto contro voglia anche quando ero senza voglia, ho pensato di essere quello che facevo, ho smesso di fare e non sono più niente. Perché quando hai dato tutto non rimane più niente.

Ma se qualcuno per caso trova le mie parole, alcune delle mie parole, giocando con i sassi nel letto di qualche fiume dopo la piena durante un picnic estivo o mentre cerca le conchiglie in spiaggia dopo l’alta marea, o differenziando la spazzatura correttamente mentre si ferisce con una lattina di tonno e impreca vedendo le mani sporche di sangue, ecco può farne ciò che vuole. Non mi importa se finiscono in buone mani o se vengono modificate e usate per commettere qualche reato, se perdono peso o al contrario se diventano grandi, grosse, grasse, se vengono usate e poi subito dimenticate oppure  gettate via senza essere state nemmeno spacchettate. Perché quando hai detto tutto non rimane più niente.

Senza tante storie

 

 

Benedetta detta Pepe ha quasi 9 anni.

Benedetta è detta Pepe in famiglia perché è il soprannome che la sorella, di due anni più grande, le ha dato mentre provava a chiamarla, un pomeriggio nel lettone, tra una poppata e una colica.

Benedetta detta Pepe a scuola è Benedetta detta Benni.

Benedetta detta Pepe è del segno zodiacale del Leone .

Benedetta detta Pepe gioca a tennis da quando ha 5 anni, scia pigramente, nuota senza infamia e senza lode, gioca anche a golf,più per dare fastidio a sua sorella che per passione ma in fondo  ciascuno trova le proprie motivazioni  come può.

Benedetta detta Pepe ama il rosa e i brillantini, i gioielli e le scarpe con il tacco, ride per niente e piange per molto meno.

Benedetta detta Pepe mangia tantissima frutta, ma tanta davvero che bisogna dirle basta.

Benedetta detta Pepe è brava a scuola, buoni voti, ottimo comportamento, fedele all’insegnamento materno per il quale diamo il peggio di noi solo tra pochi intimi per favore e possibilmente all’interno delle mura domestiche grazie.

Benedetta detta Pepe non è un fenomeno come tanti altri  bambini di cui sento parlare. Dalle loro madri. È bella di quella bellezza novenne, con gli occhiali dalla montatura colorata, i dentoni  definitivi che dalla bocca carnosa  affacciano su una faccetta provvisoria, i capelli lunghi e mal spazzolati.

Benedetta detta Pepe scrive.

Scrive. Scrive bene. Prende dalla sua pancia un gomitolo di emozioni  e lo srotola tutto usando la penna Pilot blu, ricamando lettere perfette sulle righe di terza elementare. Fa il punto croce sui quaderni.

Benedetta detta Pepe ha una maestra che mi fa venire voglia di tornare a scuola e io a scuola andavo con il mal di pancia per l’ansia da prestazione. Ha una maestra che se hai il mal di pancia per l’ansia da prestazione ti abbraccia, si mette alla tua altezza chinandosi e puntando gli occhi azzurri nei tuoi e ti dice che lei è lì per te, per aiutarti e che puoi disegnare quello che provi se non riesci a spiegarlo diversamente. Ha una maestra che dice ai suoi bambini che loro sono tutti, tutti, 28 geni. Ciascuno di loro ha un talento e in quello li sostiene e li valorizza. Io mi commuovo, perché sono così ormai, le emozioni mi idratano. Ma se hai fatto le elementari negli anni ottanta tutta questa intensità non può lasciarti indifferente. Noi eravamo in 25 in classe e c’erano i bravi, i medi  e gli asini. Senza tante storie. Le poesie si imparavano a memoria, non si componevano. I disegni servivano a chiudere una pagina e si chiamavano cornicette. Senza tante storie. Il mal di pancia,  senza vomito e/o diarrea, era una scusa e se anche si apriva uno spiraglio sulla paura come causa scatenante veniva, alla fine, liquidata come fenomeno privo di motivazione e fondamento. Senza tante storie.

La maestra di Benedetta detta Pepe ha iniziato, quest’anno, un laboratorio di scrittura creativa con la classe. Un’esperienza meravigliosa durante la quale i bambini sono portati per mano nel fantastico mondo della lettura e della scrittura. Un percorso che consente ai bambini di esprimersi e indagarsi. Di arrivare al nocciolino profondo che hanno tra le pieghe di qualche viscere e portarlo alla luce, attraverso l’uso giocoso di metafore e  similitudini.

Benedetta detta Pepe  prende la sua Pilot blu e ricama, in camera sua, in silenzio. Io mi sporgo a guardarla, resto un passo dietro l’uscio, con la porta socchiusa, e lei è alla scrivania che dondola mentre scrive e scrive mentre dondola, oscilla con la testa per scuotere le parole da estrarre, che siano quelle giuste. Non vuole essere guardata, non vuole essere aiutata. Ricama quello che sente per poi portare in classe il suo lavoro, durante l’ora di laboratorio, il punto è la descrizione attenta, la croce è la storia che si compie .

Due settimane fa, Benedetta detta Pepe mi ha raccontato di aver descritto un suo sogno, utilizzando tre metafore. Benedetta detta Pepe sogna di avere sempre amici veri nella sua vita, perché “gli amici sono raggi di sole che sciolgono il ghiaccio dentro di me”(cit.), sono il supporto e l’amore che si augura di non perdere mai nella vita e il ghiaccio è quella pallina di dolore che la abita da qualche parte, nonostante l’aspetto svampito, e che di tanto in tanto affiora in quello sguardo di carbone che ti indaga e ti svela. Ti svela sempre. Forse è proprio quello il cubetto di ghiaccio doloroso, forse è tutto quel vedere a fondo, in fondo, il fondo. Forse se avesse preso gli occhi verdi di suo padre avrebbe avuto il filtro della speranza  nello sguardo. Invece. Invece ti punta addosso quei pozzi scuri e ti ritrovi nudo  mentre lei ricama come si sente quando ti sente e non c’è possibilità di scampo, né per te né per lei.

Benedetta detta Pepe ha portato a casa il libro dei 28 sogni dei bambini della Terza B. Una raccolta meravigliosa di tutto quello che i 28 geni hanno scritto e descritto, sogni grandi, grandissimi, semplici, normali, buffi, fantasiosi, poco ispirati. C’è di tutto. La prima pagina riporta una frase tratta da quello che è un punto di riferimento indiscusso per tutti quelli che, come me, sono andati alle elementari negli anni ottanta, La Storia Infinta:    “Tutto ciò che accade tu lo scrivi‘, disse. ‘Tutto ciò che io scrivo accade‘, fu la risposta. Tutte le 28 famiglie ne hanno ricevuto una copia.

Benedetta detta Pepe scrive. Scrive. Scrive bene. Cazzo. Scrive tanto, scrive tutto, scrive troppo. Il suo sogno di una vita piena di amici è diventato un racconto vibrante di quello che lei sente quando è accanto ad alcune persone, con una scrittura lucida, consapevole, ha descritto le emozioni che prova in modo pulito e sincero. Ha parlato di sé e dei comportamenti che non le piacciono, di cosa l’ha delusa, di come si sente davanti ad alcuni atteggiamenti dei suoi amici più cari. Di cui ha fatto i nomi. Veri.  Punto. E croce. Senza tante storie.

Che cosa c’è

 

C’è troppo rumore e non riesco a sentire, c’è  sparso del  dolore che mi fa imbestialire, c’è il tempo trascorso e tutto quello che mi ha morso, c’è stata una guerra  e chi ne ha avuto l’idea,  c’è chi è rimasto a terra e chi vive in apnea, ci sono soldati andati in  battaglia e dispersi sul campo al centro del petto hanno un  cuore  di paglia e  ci sono io come pietra di inciampo fredda e dorata perché  la storia non va dimenticata. Ci  sono parole  come frecce scagliate, non tornano indietro e sono ingombranti, ci sono  imprecazioni verso tutti i santi ,per quelle un po’ mi dispiace ma è la mia natura di esser pugnace.

C’è il tempo futuro e  niente di sicuro se non che c’è un amore profondo dal mio ombelico messo per sempre nel mondo.  C’è un lavoro da cambiare fra le scelte più amare e come un uomo da niente mi faccio lasciare lentamente.  C’è il tempo del cambiamento ed è questo che vivo ma c’è tanto  spavento  ed è per questo che scrivo. C’è un corpo da curare perché  ricorda che è vietato invecchiare, mangiare bene, fare ginnastica,il segreto  per una pelle elastica,combattere la ritenzione, fare tanta pipì contro la cellulite è l’abbicì.

C’è il ritmo incessante per fare ogni cosa, c’è la stanchezza  pesante di chi non riposa. C’è un cuore che batte a cui dar retta dice che regna sovrano e se ne sbatte della fretta . C’è un cervello in movimento che del cuore non capisce il tormento. C’è chi a ogni domanda dà una risposta, ci sono io che mi interrogo senza sosta. C’è grande rabbia, c’è chi la scambia per  livore beh è un’idea sbagliata nata dalla pigrizia di chi non ha capito il mio senso di giustizia,di chi non conosce il sapore della bile vomitata e anche se non posso più ché la cistifellea mi hanno levata il retrogusto ancora lo sento e del mio rigore non mi pento perché è scudo contro chi mi ha avvelenata, tranquilli ora sono mitridatizzata.

C’è chi vive a Londra e chi sta a Roma, c’è la distanza che fa male come un ematoma, con uno ho abitato l’infanzia nella stessa stanza, con l’altra più di mezza vita ed ogni speranza. C’è un bimbo mai nato che forse ho solo sognato, per gli anniversari ancora ci penso ma in fondo la vita ha avuto il suo senso, e poi ci siamo noi ordinari come due supereroi, c’è un amore adolescente che compie 17 anni e non se li sente .

Ci sono  lacrime versate, alcune inutili altre giustificate, ciascuna con il suo peso, le più leggere in fretta si sono asciugate,per  le più pesanti il cuore non si è mai arreso.  Ci sono due orecchi e una sola bocca c’è  che sentire più che parlare mi tocca, ci sono parole antiche  che custodisco come si fa a non usarle non capisco, è vero hanno un suono desueto , ma scherzo il mio  è un rimprovero tra il serio e il faceto.

C’è il silenzio della notte, il cuscino con cui fare a botte, c’è una giornata da ricominciare, c’è il cane che deve pisciare. C’è la neve e poi  la pioggia, c’è la commozione che scende in  goccia, come una flebo attaccata al braccio attenua i sintomi del caratteraccio, è una novità tutta colpa dell’età che basta poco o  niente per amplificare ciò che si sente.

C’è una risata che tutto scompiglia e come con il  vento e c’è chi vi si impiglia, sparge  le foglie nel cortile e  innervosisce la gente  ostile, è una risata portentosa,c’è chi giura sia medicamentosa, c’è chi sa che è una vittoria, perché conosce tutta la storia, c’è chi ancora non ha capito che il vento non può essere impedito.

Sospeso

 

Ho lasciato in sospeso un libro sul comodino perche non aveva più senso cercare tra quelle pagine chi me lo aveva regalato e  che un giorno se n’è andato senza grandi spiegazioni. Quel libro non era un granché, nemmeno il giovanotto forse, di sicuro non lo erano i suoi gusti perché aveva scelto un libro mediocre e lasciato me…

Ho lasciato in sospeso un progetto, più di uno in realtà, ma questo mi brucia più di tutti e più di tutto sulla pelle e per punirmi l’ho messo in una cartella sul desktop così leggo il suo nome tutti i giorni. Quando la riaprirò e se la riaprirò sarà trascorso così tanto tempo che il progetto  si sarà trasformato in un sogno ed allora ci farò pace. Mica puoi incazzarti se i sogni non si avverano, no?

Ho lasciato in sospeso un caffè, in un bar in Piazza del Plebiscito a Napoli.

Ho lasciato in sospeso il compito in classe di matematica al liceo perché, filosoficamente, le incognite non andavano indagate secondo me. La x doveva restare tale.

Ho lasciato in sospeso un amore, sono uscita di scena tra il primo e il secondo tempo lasciandolo in sala ad aspettare. Non gli ho detto vado via perché sei noioso e io giovane e stronza. Così, mentre mi aspettava ha incontrato una che aspettava uno che l’aveva lasciata in sospeso. E lei lo ha trovato divertente e grandioso. O forse no, ma andava bene lo stesso.

Ho lasciato in sospeso  la fede politica, la fede religiosa e la fede sportiva. Ho messo la fede all’anulare e tutti i giorni mi occupo del buon funzionamento della società composta dalle mie devote ragazze che si rivolgono a me come alla divinità con una serie di “ti prego, ti prego” e come un arbitro decido cosa è regolare e cosa no.

Ho lasciato in sospeso un bacio stamattina, sulla porta. Mi sono girata di sghembo, ho fatto la bocca a culo di gallina e niente. Ero arrabbiata.

Ho lasciato in sospeso un vaffanculo.  E non mi va giù. Il vaffanculo è un verbo che ha solo il tempo presente. Vaffanculo ora, ora vai vai su. Mica si può dire al passato, all’imperfetto. O al futuro. Vaffanculerai. No, non si può. Quando è ora bisogna dirlo altrimenti succede come a me adesso. Che mi si è attorcigliato nelle corde vocali e ha fatto un nodo spesso. Io lo so che è lui che tira così, che mi sembra di soffocare a volte.  E so anche che la persona a cui era destinato pensa di essersela cavata. Ma su questo mi sa che si sbaglia.

Ho lasciato in sospeso un saluto. E per quello è davvero troppo tardi.

Ho lasciato in sospeso un grazie. Per il vestito di Carnevale da Fatina. Tutto celeste con gli strass. Interamente cucito a mano, la sera per tante sere, dopo aver riassettato la cucina. Per consolarmi, per coccolarmi, perché fare era il suo modo di dire. Io quel grazie non l’ho mai detto e non l’ho mai fatto. E quel vestito l’ho odiato. Perché mi avevano appena messo un cerotto enorme e marrone sull’occhio destro, l’unico con cui vedevo. E allora ho pianto e ho detto “non si è mai vista una fatina con la benda sull’occhio” ed era vero. Non si era mai vista. Fino a quel momento, mi aveva risposto lei. Ed era così profondamente vero anche quello.

Lei che è rimasta in sospeso un giorno, un po’ ogni giorno, giorno dopo giorno, dimenticanza dietro dimenticanza. La macchina dove l’hai lasciata? Il sugo lo hai salato? No, non devi telefonare a tua madre stasera, perché è morta da vent’anni. Dai, non piangere, scusa se ti ho detto che è morta. C’è ma non c’è. Ha spento la luce ma senza andare via. Si è nascosta, dispettosa fino alla fine. Dietro un’espressione sospesa, in un corpo ogni giorno più simile a un panno sospeso, attaccato a dei fili invisibili. Un giorno sparirà e sarà come una magia, non capirò il trucco, sarà veloce, e resterò in attesa del suo ritorno, con la faccia in su, incredula se guardare il cielo, con uno sguardo sospeso.

 

La ragazza del treno

 

Succede che mi incanto. Succede che le cose belle ancora mi stordiscono. Succede che, io , le cose belle quando le vedo me le prendo. Forse le rubo. Certamente non chiedo il permesso di farle mie. Quel che ci faccio non lo so, una specie di collezione o forse mi servono solo per restare in pari con la delusione del disincanto .

Così ho preso le lacrime di una ragazza sgualcita, alla stazione di Udine. Aveva gli aloni di sudore sotto le ascelle per il caldo di una domenica di luglio, un gonnellone ampio e distratto, una borsa di tessuto a tracolla e il mento in giù accartocciato sulla gola.  Piangeva senza singhiozzare,  con pudore e teneva per le mani, con tutte e due le mani, un ragazzone grande e grosso  ed erano una davanti all’altro, la fronte di lei sul petto di lui all’altezza del cuore strizzato sotto la maglietta stretta da cui spuntava un tatuaggio colorato. Lui sussurrava qualcosa di incomprensibile e lei piangeva. Il treno stava arrivando, bisognava allontanarsi dalla linea gialla dei binari e staccarsi, partendo dal torace dove i due cuori battevano a un solo ritmo, poi le fronti dove i cervelli pensavano gli stessi pensieri, infine le quattro mani appiccicose di sudore per tornare ad avere ciascuno le proprie, tirare su con il naso, scollarsi e salutarsi. Si sono abbracciati forte,  lui le ha appoggiato il mento sulla testa e ho visto anche le sue lacrime. Non ho resistito e ho preso pure quelle.

Sono salita sul treno e mi sono seduta con aria indifferente, guardando fuori, sul binario tutto lo strazio e la sconfinata dolcezza di questo saluto  e in silenzio ho parlato a questi due ragazzi tanto belli, tanto giovani, tanto innamorati ,tanto, tanto di tutto, vi vedete?! Vedete cosa siete?! siete questo pianto, questa afa insopportabile, l’attesa del  prossimo incontro, siete ogni promessa che non sarà mantenuta o che lo sarà, siete tanto ,siete ventanni detto tutto d’un fiato e siete tutti i tatuaggi e gli orecchini improbabili, siete  questo bacio che non si stacca e tutti i baci dell’universo, siete tanto, tanto di tutti i messaggini con i cuori e le faccine che ridono lacrime e lacrime senza risate e questa idea che esistete solo insieme , solo in combinato disposto, siete una poesia d’amore imparata al liceo, siete una canzone,siete tutte le poesie d’amore e tutte le canzoni, siete tanto di tutto, siete tutto, siete l’amore che deve stare insieme e non lasciarsi mai perché ancora non lo sapete che l’amore è lasciare, nient’altro che questo. L’amore è lasciare. Lasciare perdere, lasciar correre, lasciare andare. Lasciare l’ultima porzione nella teglia, lasciare la luce accesa per guardarsi e sentirsi, lasciare in pace, lasciare il tempo di fare le proprie scelte. Lasciare accadere, lasciare le chiavi al solito posto, lasciare la tavoletta del cesso abbassata, lasciare un biglietto con un cuore sulla scrivania, lasciare la lista della spesa sul frigo. Lasciare che l’altro sia se stesso da solo per come è. Lasciare prendere un treno prima che sia tardi, lasciare raccontare una storia che si conosce già una sera a cena con gli amici che, lascia stare, fa sempre ridere.

Ma voi adesso non lasciatevi, c’è tempo. Non prendere questo treno, giovane donna dall’abbigliamento bislacco, prendine un altro, non prenderlo proprio, resta qui per sempre o almeno per il tempo di farmi credere che possa finire così, che possa durare il pensiero  di voi come due parti di uno stesso essere meraviglioso e mitologico, forte, indistruttibile, restate così voi e peccate di tracotanza e vivete questa separazione come un affronto perché questo è, come una lacerazione perché questo è, un dolore fisico che non trova consolazione, voi che, in questa domenica boia di afa, in questo posto desolato,  siete i 20anni di tutti noi su questo treno, di quel signore sudaticcio e triste che torna a casa nella casa di una madre che lo ha soffocato e ipernutrito togliendogli la voglia di vivere, della signora anziana con le sfumature azzurrine nel bianco dei capelli e la doppia fede all’anulare, rimasta sola dopo anni passati a lasciare l’amore ogni giorno, un pezzetto alla volta che così lui troverà la strada come Pollicino quando sarà ora di tornare a prenderla , di quella mamma poco più che trentenne che non ha visto la vostra bellezza perché non ha il tempo nemmeno di accorgersi della sua, troppo occupata a dimostrare che riesce ad essere quella di prima meglio di prima e resiste al cambiamento ed ecco perché soffre ma lei ancora non lo sa.

O anche solo i miei 20anni tutti di un fiato, lontani 20 anni passati senza fiato e scivolati chissà dove e chissà se qualcuno ne avrà trovato pezzi da qualche parte e li avrà conservati per tirarne fuori qualcosa che sia qualcosa di buono o anche solo qualcosa purché sia, una storia da raccontare, un ricordo da custodire e chissà se mai qualcuno mi avrà rubato, come oggi rubo a voi, una lacrima di cristallo ferma a mezza guancia per farne un amuleto contro la mala sorte o una risata rumorosa infranta come uno specchio rotto che mica ci credi per davvero alla mala sorte, chissà se questo è successo quando anch’io ero tanto, tanto di tutto.